Due notizie e un ricordo oggi sul “mondo Marzotto”: è morto Pietro, stanno morendo MCS e ICS, cedute senza garanzie per i lavoratori, morirono in più di 100 alla Marlane

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 26 aprile 2018

ArticleImage

Oggi a 80 anni è morto Pietro Marzotto, sicuramente un grande nome dell’impresa vicentina  e non solo, per giunta ammantato di quell’aura di uomo di sinistra anche se ricco per i soldi guadagnati per la sua capacità di intraprendere ma in un’epoca in cui le condizioni degli operai erano così infime che passava facilmente per un messia uno come lui che, dopo l’abbattimento giusto 50 anni fa, il 18 aprile 1968, della statua del padre Gaetano da parte di 6.000 lavoratori di Valdagno, scesi in sciopero per opporsi alle condizioni imposte dall’azienda, cominciò a mettere a loro disposizione villaggi e servizi per farli lavorare meglio (e produrre di più?).

Oggi è morto Pietro Marzotto e di sicuro è giusto dargli merito per quanto di buono ha fatto, ma a questo ci stanno già pensando e ci penseranno i soliti politici, delle cui meritate lodi, che solo il buono ricorderanno, riferiamo a parte.

A noi rimane il “lavoro sporco”: evidenziare, ecco la seconda notizia, che proprio oggi una nota della stessa regione Veneto evidenzia la crisi (fallimento) di due brand come MCS e ICS che facevano parte del gruppo e che, seguendo la filosofia della famiglia, sono stati ceduti a fondi di investimento senza adeguate garanzie per i lavoratori, tanto a incassare ci pensa la proprietà, a cercare di sopravvivere o a morire economicamente tocca ai dipendenti venduti come scatoloni.

Non c’entra in quella cessione, ora senza prospettive per i ceduti, l’uomo più noto della dinastia?

Non lo sappiamo e non ci va di verificarlo, questa volta, la prima, per MCS e ICS perchè altre cessioni per moneta, tra cui quella stessa delle sue quote nell’azienda a quelli che per lui erano familiari poco rispettosi della sua grandezza, sono state da lui fatte o accettate.

E non ci va di verificarlo perchè nel processo in cui, dopo oltre venti anni di ritardi, tecnici e voluti, era imputato per la morte di oltre cento lavoratori della Marlane Marzotto di Praia a Mare, che nessun politico ha mai celebrato come, ad esempio, Luca Zaia Achille Variati stanno ora facendo con Pietro con i loro comunicati affranti, e lacrimevoli, in quel processo, dicevamo, il fratello Gaetano, pur se lui non imputato, espresse bene la vera linea difensiva di tutti, Pietro Marzotto incluso: “noi eravamo lì (alla Marlane Marzotto, ndr) a curare i nostri soldi, non ci occupavano d’altro“.

E, quindi, da assolveer come furono assolti anceh per tanti altri, e forse condannabili, motivi dopo aver tutti insieme versato un obolo risarcitorio ai familiari dei morti di ben 30.000 euro…

Se questo è il valore della vita di una persona, sacrificata al profitto quì dei Marzotto, tra cui allora soprattutto Pietro (e per quì intendiamo anche i morti più o meno occulti per amianto nel Vicentino nelle fabbriche con quela proprietà) e altrove per gli imprenditori con qualunque nome sulla pelle dei lavoratori, noi come elogio funebre gli dedichiamo, col semplice rispetto dovuto ad ogni defunto, le note altrui perchè più umilmente proviamo a ricordare i lavoratori, morti fisicamente o morenti economicamente, che nessuno celebra e piange…

ADDIO A PIETRO MARZOTTO, FIGLIO DEL CONTE GAETANO E ULTIMO DEI 7 FRATELLI – NEL 2004 SI DIMISE DALLA CARICA DI PRESIDENTE. DIRÀ QUALCHE ANNO PIÙ TARDI: “MI CACCIARONO” – 4 ANNI FA SI AUTOSOSPESE DAI CAVALIERI DEL LAVORO, IN SEGNO DI PROTESTA PER LA MANCATA REVOCA DEL CAVALIERATO A SILVIO BERLUSCONI PER INDEGNITÀ DOPO LA CONDANNA PER FRODE FISCALE

DAGOSPIA.COM 26 APRILE 2017

Da Leggo.it

 

PIETRO MARZOTTOPIETRO MARZOTTO

Si è spento oggi  Pietro Marzotto, figlio del conte Gaetano e ultimo dei 7 fratelli. Era nato a Valdagno l’11 dicembre 1937. Fece tutta la gavetta prima di diventare imprenditore fra i più noti d’Italia:  semplice operaio negli stabilimenti di Mortara e Valdagno, salì poi al vertice dell’azienda di famiglia dove fu nominato nel 1971 direttore delle attività tessili e quindi amministratore delegato.

Nel 1980 diventa vicepresidente esecutivo e assume la presidenza della Consortium, un organismo che raccoglie esponenti dell’industria privata italiana con l’obiettivo di risanare aziende in crisi, ma lascia dopo 18 mesi per divergenze con Enrico Cuccia, numero uno di Mediobanca.

PIETRO MARZOTTOPIETRO MARZOTTO

E’ stato presidente dell’Associazione Industriali di Vicenza e dell’Industria Laniera Italiana oltre che vicepresidente di Confindustria. Nel gennaio di 4 anni fa salì alla ribalta delle cronache perchè si autosospese  dall’Ordine dei Cavalieri del Lavoro, in segno di protesta per la mancata revoca del cavalierato a Silvio Berlusconi per indegnità dopo la condanna per frode fiscale.

 

LE ACQUISIZIONI   – Ritorna in azienda e nel 1982 diventa presidente del gruppo Marzotto, per il quale sviluppa in poco tempo l’export, diversificando inizialmente l’attività (dalla lana al lino) e quindi innestando nel tessile marchi famosi nell’abbigliamento. Di fatto trasforma il gruppo in una multinazionale che copre tutti i segmenti della produzione sino all’alta gamma. Dapprima la Bassetti, quindi il Linificio e Canapificio Nazionale, poi la Lanerossi, infine la Guabello.

PIETRO MARZOTTOPIETRO MARZOTTO

Alla fine degli anni ottanta i dipendenti del gruppo sono 11 mila. Nel 1991 la Marzotto entra nella confezione acquisendo la tedesca Hugo Boss ma nel 1997 non va in porto la fusione con la Hdp di Maurizio Romiti, appena quotata in Borsa e nata quell’anno dalla scissione delle attività industriali di Gemina. È di fatto la fine del progetto sognato da Pietro di una “Grande Marzotto” anche se il gruppo acquisisce nel 2002 la maison Valentino e la quota in Borsa nel 2005.

Sin dagli anni 80  Pietro Marzotto (nome datogli in onore di Pietro Badoglio, suo padrino al battesimo) ha un’idea: modernizzare l’azienda allargando la base azionaria, trasformarla in un “public family group” e affidarne la guida a manager esterni in modo da evitare il nodo principale dato dal numero elevato dei Marzotto già giunti alla sesta generazione: «Sono passati i tempi in cui mio padre era l’unico azionista – spiegò –  ora esistono quote frazionate tra cugini di quarto o di quinto grado che non sono neppure più parenti tra loro».

PIETRO MARZOTTOPIETRO MARZOTTO

Nel 2003 la famiglia si spacca su alcune nomine ai vertici, Pietro viene via via emarginato finché nel 2004 cede le sue quote, pur essendo l’azionista di maggioranza relativa, e si dimette dalla carica di presidente esecutivo. Dirà qualche anno più tardi: “Mi cacciarono”. E si ritira a Valle Zignago nella laguna di Caorle.

PIETRO MARZOTTOPIETRO MARZOTTO

Nel novembre 2011, con una cifra vicina ai 26 milioni di euro, rilevò i due terzi delle azioni della società Peck, storico marchio gastronomico milanese, diventandone vicepresidente. L’anno dopo raggiunse la totalità del capitale. Nel settembre 2016 ha infine ceduto l’intera proprietà ai 4 figli: Marina, Umberto e Italia, avuti dalla prima moglie Stefania Searle, e Pier Leone, nato dalla relazione con Titti Ogniben..

*************************

grande uomo pieno di valori e di una grande educazione che qualcuno nella vita finanziaria dovrebbe imparare

addio grande uomo di grandi valori

Mps, quella telefonata del ministro Padoan per mettere alla porta l’ad Viola

http://www.ilsecoloxix.it/ 14 SETTEMBRE 2016

Siena – «Alla luce delle perplessità espresse da alcuni investitori in vista del prossimo aumento di capitale e d’accordo con la Presidenza del Consiglio, riteniamo opportuno che lei si faccia da parte». E’ il racconto cheFabrizio Viola fa ai consiglieri d’amministrazione di Mps della telefonata ricevuta dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, secondo varie fonti interpellate. Giovedì 8 settembre il cda di Montepaschi avrebbe dovuto riunirsi per un aggiornamento sui lavori del piano di messa in sicurezza dell’istituto. Fin dalla mattinata i consiglieri sono stati preallertati che non sarà un cda ordinario: Viola, amministratore delegato della banca dall’aprile del 2012, si presenterà a sorpresa dimissionario.

Di fronte a una ventina di testimoni (consiglieri, collegio sindacale più i dirigenti ammessi al consiglio), Viola spiega le ragioni della sua decisionela telefonata ricevuta dal ministro, l’analoga telefonata ricevuta dal presidente Massimo Tononi, il contesto nel quale sono maturate. Sullo sfondo ci sono le tensioni ripetute con Jp Morgan. La banca d’affari Usa, consulente di Mps dal giugno scorso, che in tutta questa vicenda ha assunto un ruolo sempre più preponderante.

«Diciamo che sono entrati in banca senza bussare», racconta uno dei più stretti collaboratori dell’ex ad. Jp Morgan si presenta a Siena nel giugno scorso con una proposta giudicata impraticabile. Nella sostanza, lo scorporo delle sofferenze e la ricapitalizzazione dell’istituto, ma senza l’intervento di Atlante. Poi cambia qualcosa: con l’avvicinarsi della data degli stress test, tra Palazzo Chigi e il Tesoro (che è il primo azionista della banca con poco più del 4%) cresce l’apprensione per lo stato di salute di Mps.

Nei palazzi romani si susseguono incontri con banche d’affari e potenziali investitori dei quali a Siena arrivano, ai diretti interessati, solo degli echi lontani. C’è un punto di svolta, che gli interlocutori interpellati non sanno indicare con esattezza, ma che coincide temporalmente con la visita in Italia di Jamie Dimon, numero uno di Jp Morgan. Da allora, riferisce il nostro interlocutore, Jp Morgan sale in cattedra a Siena e impone le sue ricette. Chi pone problemi viene “richiamato” da Roma o messo fuori dalla porta, (in luglio toccò a Ubs, consulente di Mps dal 2012).

«Come un malato al quale viene imposta un cura senza che il malato stesso possa chiedere quali medicine sta prendendo», racconta. I motivi di frizione con l’ormai ex ad, ma anche con i manager coinvolti e con lo stesso cda sono molti. Dal lungo negoziato sulle commissioni, che inizialmente Jp Morgan voleva slegate dal successo dell’operazione. Fino al nodo del diritto di opzione sull’aumento. Non è una questione solo tecnica: togliere il diritto di opzione significa azzerare gli azionisti attuali, ma anche fare l’operazione in tempi molto più rapidi, come vorrebbe il governo. In queste discussioni Viola ha fatto «l’interesse della banca e dei suoi azionisti, com’è normale che avvenga in un negoziato», spiega il nostro interlocutore.

Né d’altra parte del mancato “gradimento” di potenziali investitori verso l’ad se ne era avuto sentore in banca. Viola ha incontrato «il rappresentante di un grande fondo d’investimento americano ai primi di settembre e hanno parlato anche di questo, ma dall’altra parte sono venute anzi parole d’incoraggiamento per il lavoro svolto». Quindi, aggiunge il nostro interlocutore, «non si capisce perché Viola è stato rimosso in maniera così brusca».

E ora il ricambio imporrà per forza di cose uno slittamento dei tempi: il piano industriale era previsto per il 26 settembre, ma il nuovo ad Marco Morelli arriverà solo lunedì a Siena. Facile pensare a uno slittamento di qualche giorno, forse settimana. Viola, che in questi giorni si sta preparando all’uscita, alla domanda se fosse più arrabbiato per l’esito o più sollevato dopo quasi cinque anni passati sopra alla polveriera della più grave crisi bancaria della storia italiana recente, avrebbe risposto “metà e metà”. Nei giorni scorsi avrebbe ricevuto l’offerta di entrare nel board del Milan e da tifoso rossonero ci sta pensando seriamente. Difficilmente andrà alla Popolare di Vicenza, come qualcuno sostiene. Se sarà una banca, sarà qualcosa di molto più tranquillo.

DOPO IL TITANIC, IL MONTEPASCHI – STORIA E FLOP DI JPMORGAN, UNA BANCA CHE E’ PASSATA DA MUSSOLINI A RENZI, MA HA AIUTATO ANCHE PRODI, VATICANO E FIAT – CON L’OPERAZIONE MPS PRETENDEVA GUADAGNI SUPERIORI ALLA CAPITALIZZAZIONE DI BORSA DELLA BANCA – IL SUO FONDATORE E’ MORTO A ROMA

DAGOSPIA.COM 15 GENNAIO 2017

Bernardo Fanti per La Verità

jamie dimon jpmorganJAMIE DIMON JPMORGAN

Qualcuno in Italia, nello stendergli il tappeto rosso, l’ aveva definita «l’ ancora di salvezza dei governi e degli istituti centrali» per come si è sempre affiancata alle istituzioni nelle più delicate operazioni finanziarie. Tuttavia, prima di ripercorrerne la storia, sarebbe utile ricordare che Jp Morgan, come tutte le banche, non fa beneficenza ma soltanto affari in giro per il mondo. E la partita che ha voluto giocare in Italia nell’ operazione Monte dei Paschi è stata forse, per il nostro paese, la più visibile di sempre, sia in termini di reputazione che di remunerazione. Sennonché, il fatto è stranoto, il suo piano è stato un totale fiasco e al salvataggio dell’ istituto senese ci ha dovuto (e ci dovrà) pensare lo stato italiano.

guido nola jpmorganGUIDO NOLA JPMORGAN

RAGAZZI

Ripasso veloce. A fine luglio 2016 Mps viene bocciata agli stress test (è la peggiore banca tra le 50 analizzate). Decide allora di affidare il suo destino a Jp Morgan, la più grande banca americana, numero tre al mondo per capitalizzazione, sponsorizzata direttamente da Palazzo Chigi. Si racconta di una cena in quei giorni tra il numero uno di Jp Morgan, Jamie Dimon, e l’ allora inquilino di Palazzo Chigi, un Matteo Renzi preoccupatissimo di sporcarsi nuovamente l’ immagine con una banca. Il primo rassicurò: a risolvere il problema ci penseranno i miei ragazzi; e il secondo garantì un mandato in bianco sulla terza banca italiana. Dimon passa il cerino a Guido Nola, capo delle attività in Italia, mentre Vittorio Grilli, che dal 2014 guida le operazioni in Europa, Medio Oriente e Africa, visto il suo recente passato al governo, per eleganza rimane dietro le quinte.

VITTORIO GRILLI jpegVITTORIO GRILLI JPEG

AZZARDO

Il piano per Mps più che strategico era un vero e proprio rilancio (accezione pokerista): 1) aumento di capitale da piazzare tutto sul mercato da 5 miliardi di euro (dieci volte il valore di mercato della banca, una prodezza mai realizzata) senza nemmeno un vero consorzio di garanzia; 2) cessione completa del portafoglio sofferenze: 28 miliardi di euro il valore a libro, 9 miliardi il prezzo di vendita (la cui riscossione non sarebbe stata immediata ma successiva al collocamento di tre emissioni obbligazionarie con sottostante proprio quegli Npl); 3) prestito ponte da 6 miliardi per un massimo di 18 mesi fornito dalla stessa Jp Morgan a Mps (al tasso del 6% annuo) nell’attesa che l’acquirente delle sofferenze potesse cartolarizzarle (vedi punto 2) con garanzia pubblica; 4) tutto da fare entro fine 2016, al costo ottimistico, tra commissioni ed interessi, di circa 600 milioni di euro (più di quanto valeva Mps in borsa).

corrado passeraCORRADO PASSERA

VUOTO

Ma lo schema non decolla. Decine di incontri con investitori vanno a vuoto. Eppure era stato fatto di tutto per facilitare la combinazione astrale. Prima vengono messi alla porta Ubs e Corrado Passera, che avevano presentato un piano alternativo. Poi è il turno di Fabrizio Viola che, su suggerimento di Jp Morgan (indispettita dalle resistenze dell’ ad di Mps, a cui pretendeva di dare ordini, e dal fatto che Viola avesse voluto imporre la formula success fee: le commissioni te le pago solo se il piano funziona), viene licenziato con una telefonata di Pier Carlo Padoan e sostituito con Marco Morelli, capo della Bank of America Merrill Lynch in Italia e un passato in Jp Morgan.

fabrizio violaFABRIZIO VIOLA

Il tempo di rendersi conto della situazione e Morelli è costretto a dire che sì, forse trovare sul mercato 5 miliardi è un po’ difficile, in effetti si potrebbe cominciare con la conversione dei subordinati. Si apre allora un fantozziano conto alla rovescia tra anchor investor evocati e mai apparsi e le conversioni negate e poi autorizzate (la Mifid riposi in pace). Finché il 22 dicembre il complicato piano di Jp Morgan muore ufficialmente: dispiace ma non si è fatto avanti nessuno.

LEGAMI

MARCO MORELLIMARCO MORELLI

Patetica lettera di ringraziamento a parte, per la banca americana il fallimento dell’ operazione senese non può che bruciare, e non solo per la perdita di ricche commissioni, ma anche per l’ orgoglio e la reputazione. Da quando John Pierpont Morgan (che la fondò insieme ad Anthony Drexel nel 1871) divenne il re di Wall Street, è entrata in tutti i grandi giochi politico -finanziari plasmando come nessuno il capitalismo del Novecento.

John Pierpont MorganJOHN PIERPONT MORGAN

E i legami con l’ Italia sono antichi e molto stretti. Nel 1910 John Pierpont venne invitato ad assumere l’ incarico di presidente onorario nella commissione straniera per la preparazione del 50° anniversario dell’ unità d’ Italia. E il caso volle che trovasse la morte nel sonno proprio a Roma, il 31 marzo del 1913, all’ età di 75 anni, nella suite reale del Grand Hotel dove risiedeva una volta l’ anno.

I suoi successori rimarranno fedeli alla tradizione e, tra le altre cose, daranno una mano all’ Italia durante la Grande guerra, negli anni Venti finanzieranno Mussolini per favorire il ritorno della lira nel gold standard e dopo la seconda guerra mondiale aiuteranno la Fiat in Italia e negli Stati Uniti. Tra i suoi clienti eccellenti ha annoverato a lungo anche il Vaticano con un conto dello Ior (poi chiuso nel 2012 per qualche sospettuccio di riciclaggio).

GENIETTO

PRODI CIAMPIPRODI CIAMPI

Restando ancora all’ Italia, quando a metà degli anni Novanta diventò fondamentale il rispetto del 3% di deficit sul Pil per entrare in Europa, fu Jp Morgan a dare una grossa mano all’ allora governo Prodi per allineare i parametri. Si racconta di un genietto dei prodotti derivati dell’ epoca che si inventò uno swap tra lo yen e la lira che permetteva di contabilizzare immediatamente un utile per l’ Italia e che veniva pagato a rate negli anni successivi senza figurare come passività nella contabilità nazionale.

Ed è nel momento peggiore della crisi, quando Deutsche Bank scarica sul mercato decine di miliardi di titoli di stato italiani, che Jp Morgan cerca di distinguersi dal coro, fedele alla tradizione, aumentando la propria esposizione verso controparti italiane: 5 miliardi nel 2011, che diventano 7,5 miliardi nel 2015 e 8,4 nel marzo 2016.

BILL CLINTON CONVENTION DEMBILL CLINTON CONVENTION DEM

FIDUCIA

Intanto la potenza di Jp Morgan era aumentata notevolmente, sfruttando all’ inizio del 2000 la possibilità offerta da Bill Clinton di diventare banca universale. Prima la fusione con la Chase Manhattan, poi con Bank One. Quando scoppia la crisi finanziaria nel 2008 è costretta dal governo a rilevare Bear Stearns sull’ orlo del collasso, Washington Mutual pieno di mutui subprime, e a partecipare al salvataggio di Aig presso cui erano assicurate tutte le grandi banche del mondo. D’ altronde, fu il suo fondatore a inventare quel gentleman banker’ s code («la fiducia prima di tutto») che ancora si ritrova nell’ attuale ceo Jamie Dimon.

Lehman BrothersLEHMAN BROTHERS

Al timone dal 2005, stipendio base una ventina di milioni l’ anno, da allora è sopravvissuto al crollo di Lehman Brothers, alla grande crisi finanziaria e a un cancro alla gola. Si presume quindi che sopravviverà anche al fallimento dell’ operazione Mps. Non fosse altro per il fatto che recentemente ha rifiutato la carica di segretario al Tesoro offertagli da Donald Trump.

GUAI

E non possiamo finire senza parlare anche di guai perché, del resto, Jp Morgan ne ha avuti parecchi. Nel 2010 arriva il cosiddetto scandalo London Whale. Un gigantesco ammanco scoperto nella filiale della City: 6 miliardi di dollari persi nella compravendita di derivati. Un anno dopo, parte una denuncia per truffa sui mutui subprime. La banca viene ritenuta responsabile del grande crac del 2008, dal quale si è salvata perché ha cominciato a uscire un anno prima dal settore immobiliare.

mutui subprimeMUTUI SUBPRIME

«Abbiamo capito prima degli altri che la bolla stava per scoppiare», si sono difesi alla Jp Morgan. Poi però ha patteggiato un risarcimento da 13 miliardi di dollari. Infine, è stata multata per parecchie centinaia di milioni di euro per aver manipolato, insieme ad altre banche, nell’ ordine: il tasso Euribor, il tasso interbancario Libor e il tasso di cambio euro -dollaro.

TITANIC

titanicTITANIC

Tornando a John Pier pont Morgan, una piccola nemesi. In pochi sanno che nel 1902 finanziò la nascita dell’ International mercantile marine company, una compagnia di navigazione che puntava a controllare i trasporti oceanici. La Immc possedeva un transatlantico dal nome Titanic. E il suo affondamento nel 1912 segnò la strada verso il fallimento della compagnia. Prova che anche ai grandi banchieri, ogni tanto, capita di scommettere sul cavallo sbagliato.

Mps, la difesa di Morelli in Commissione banche: ‘Nel 2009 mi sono dimesso in disaccordo con Antonveneta e Fresh’

Roma 23/11/2017, audizione in commissione di inchiesta sul sistema bancario dei vertici del Monte dei Paschi di Siena. Nella foto Marco Morelli, ad – Pierpaolo Scavuzzo / AGF

“Non c’entro nulla con le operazioni Antonveneta e Fresh”: può essere sintetizzato così uno dei passaggi chiave (molti, a ben vedere, sono stati secretati) dell’intervento dell’amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, Marco Morelli, davanti alla Commissione d’inchiesta bicamerale sulle crisi bancarie. Al centro della questione, ci sono la costosissima acquisizione dell’istituto di credito padovano, annunciata alla fine del 2007 e completata poi nel 2008, e una delle complesse operazioni con cui la stessa è stata finanziata, ossia il Fresh, di fatto un aumento di capitale da 1 miliardo riservato a Jp Morgan con annessa emissione di obbligazioni convertibili. Cosa c’entri l’attuale numero uno di Mps con queste operazioni è presto detto: negli anni in cui le stesse si concretizzano, Morelli lavora proprio nella banca senese.

Roma 14/11/2017, audizione in commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario dei sostituti procuratori che indagano su Monte dei Paschi di Siena. Nella foto Giordano Baggio, Pier Ferdinando Casini – Pierpaolo Scavuzzo / AGF

In particolare, nel 2003 entra nel gruppo, dove resta fino al gennaio del 2010, ricoprendo vari ruoli, tra cui quelli di amministratore delegato di Mps Banca per l’Impresa e di Mps Capital Service. Proprio per l’operazione Fresh, Morelli è stato sanzionato per oltre 208 mila euro dalla Banca d’Italia nel 2014, insieme con l’ex presidente di Mps, Giuseppe Mussari, e l’ex direttore generale, Antonio Vigni. Agli ex vertici di Mps era stato contestato di non aver fornito informazioni corrette alla Vigilanza, di non aver rispettato i requisiti patrimoniali minimi a livello consolidato e di non aver osservato le “forme tecniche” per la redazione dei bilanci. Da qui le domande dei parlamentari della Commissione, per capire quale sia stato il ruolo avuto da Morelli nelle vicende che hanno contribuito a spingere la banca sull’orlo del dissesto.

Leggi anche: Mps, parlano i magistrati milanesi: ‘Così Siena nascondeva la sporcizia sotto il tappeto’

L’attuale ad di Mps nega tuttavia qualsiasi coinvolgimento. “Fui l’unico di quel gruppo di dirigenti che, in disaccordo con il top management, andò via” è stata la risposta di Morelli in Commissione a chi gli chiedeva sia del suo ruolo in Mps negli anni della gestione Mussari, sia della sanzione comminatagli da Bankitalia. Morelli ha ricordato di essere stato nominato “a ottobre 2008 nella carica di direttore finanziario, a operazione Antonventa e Fresh concluse”. Come “già è agli atti e nei dibattimenti – ha spiegato – assieme a Giovanni Conti, capo risk management della banca all’epoca, facemmo una ricognizione dell’area finanza e chiesi al dg (Vigni, ndr) di interrompere l’attività del’area finanza e fare audit (un’indagine approfondita, ndr) su tutte le attività di tesoreria, capital management e finanza portate avanti dalle società del gruppo”. La richiesta “venne esaudita due mesi dopo l’inoltro formale, l’audit andò avanti per due o tre mesi, non venni mai messo al corrente e dopo le vacanze di natale 2009 comunicai che era mia intenzione uscire e ai primi febbraio me ne andai”.

BEHIND THE LINES, MARCO MORELLI AD MPS, 01-03-2017, MILANO – foto di SARA MINELLI / Imagoeconomica

Leggi anche: Carige, i sette nodi dell’aumento di capitale da 560 milioni appena partito

Più nel dettaglio, circa la multa di Bankitalia risalente al 2014, Morelli, in estrema sintesi, ha spiegato di averla ricevuta quando i contorni giudiziari della vicenda senese non erano stati ancora del tutto chiariti. Va detto, infatti, che la posizione dell’ad di Mps è stata archiviata nell’ambito dell’inchiesta della procura senese sul Fresh. “Vi ringrazio – ha esordito in questo caso Morelli nella risposta alla domanda – per darmi la possibilità di spiegare. Il procedimento sanzionatorio di Bankitalia è tracciabile e riguarda la mia presunta responsabilità nel mancato invio di documenti alla Vigilanza”, a cui, secondo gli inquirenti, fu nascosta la vera natura del Fresh, che per le sue caratteristiche non poteva essere computato a patrimonio come faceva Mps. Ebbene, Morelli ha precisato che la decisione di Bankitalia di sanzionarlo è stata presa l’8 ottobre del 2013 e che la Vigilanza (all’epoca su Mps vigilava ancora Bankitalia) non ha poteri di autorità giudiziaria. Bankitalia, ha aggiunto Morelli, “chiuse il procedimento sanzionatorio senza avere avuto accesso a 60 mila pagine di due anni di indagini sul Fresh, che si conclusero per quel che mi riguarda con una archiviazione che dice questo: è risultato che da fine 2007 alla data del presunto reato non sia stato il sottoscritto l’interlocutore della Vigilanza sul Fresh”. Morelli ha poi lasciato chiaramente intendere di avere proposto ricorso alla sanzione di Bankitalia.

Giuseppe Mussari, presidente del Monte dei paschi dal 2006 al 2012. Tullio M. Puglia/Getty Images

Per quel che riguarda, più in generale, la controversa acquisizione di Antonveneta, l’ad di Mps ha tenuto a precisare: “Io nel 2008 non avevo alcuna delega al bilancio. A un certo punto ho avuto la sensazione di non avere un patrimonio conoscitivo completo, perciò manifestavo al dg (Vigni, ndr), che era il mio referente, il mio pensiero; questo è agli atti. Quando mi sono reso conto che non avevo riscontri, la scelta che un professionista ha è andarsene”. “Diciamo che ne ha anche un’altra; dipende da quel che sa….”, ha ribattuto il parlamentare che gli aveva posto la domanda, intendendo che avrebbe potuto denunciare subito i pericoli delle operazione in corso. “Sono andato dal dg con altre persone– ha spiegato Morelli – e ho detto che quell’operazione non andava fatta e che io ero contrario. Avevo notato che si voleva portare avanti un’operazione senza avere bisogno di farla. Contestualmente avevo chiesto l’apertura di una ispezione che andasse a verificare il modus operandi dell’area finanza e quindi ho ritenuto opportuno aspettare l’esito dell’ispezione. E’ inusuale che una persona in quel ruolo chieda una ispezione, per poi, alla luce dell’ispezione, eventualmente valutare altre condotte”.

Non solo. Morelli, nel suo intervento, ha aggiunto: “Dopo Mps, sono  diventato dg di una grande banca, dalla quale ho dato dimissioni dopo due anni e mezzo circa a seguito della nomina di un ad di cui non condividevo modus operandi e comportamenti e anche lì sono stato l’unico a dare le dimissioni”. Il riferimento, in questo caso, è a Intesa Sanpaolo e agli anni della gestione targata Enrico Tommaso Cucchiani. Ma questa è tutta un’altra storia.

ùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùù

MARCO MORLLI LEGGO MILLE STORIE DI QUESTI ANNI TUTTE DIVERSE MA QUAL’E’ QUELLA GIUSTA?

PRIMA O POI CI ARRIVEREMMO ANCHE PERCHE LE BUGIE NON SI DICONO AGI POVERI AZIONISTI!!!!!!!

Omba dei Malacalza (Carige), Patrizia Carrella (Fiom Cgil Vicenza): dr. Alessandro Caldana, quanto ci vuole per perizie? Il 27 in Confindustria Vicenza incontro decisivo

Di Note ufficiali VICENZAPIU.COM 26 APRILE 2018

Domani venerdì 27 aprile 2018 al mattino – scive nella nota che pubblichiamo la Fiom Cgil Vicenza – si svolgerà in Confindustria a Vicenza un incontro decisivo tra le delegazioni sindacali e i vertici aziendali di Omba Spa, l’azienda metalmeccanica di Torri di Quartesolo di cui la proprietà (famiglia Malacalza, soci di controllo della Carige, ndr) ha annunciato la chiusura ancora a inizio anno. Intanto non si è tenuto l’incontro al MISE, programmato di concerto con l’Azienda nell’ultima riunione tenutasi a Roma a già convocato dal Ministero stesso; incontro che aveva come scopo la verifica sulle manifestazioni di interesse all’acquisto.

La Fiom Cgil, nell’incontro di domani 27, farà tre richieste in particolare: “Vorremmo sapere prima di tutto cosa è successo con i potenziali 4 acquirenti“, afferma Patrizia Carella della FIOM Cgil di Vicenza, “vorremmo poi che l’Azienda ci fornisse le delucidazioni che oggi avrebbe dovuto comunicarci al tavolo Ministeriale per – si legge nella nota diffusa martedì 24 dal Ministero – “improrogabili impegni personali dell’amministratore Carlo Di Paolo “.
Inoltre vorremmo avere finalmente la notizia che il commissario nominato a gennaio dal Tribunale fallimentare, il dott. Alessandro Caldana, abbia concluso le perizie sul valore immobiliare e sugli investimenti (commesse) di Omba che, come affermato più volte dallo stesso, dovevano essere concluse entro fine aprile“, prosegue l’esponente FIOM.
Infine nel caso malaugurato in cui non ci possa essere continuità produttiva (e quindi la chiusura), “vogliamo sapere nel dettaglio come si procederà alla chiusura del sito produttivo, in che modo Omba intende procedere coi licenziamenti e soprattutto che sia garantito ai lavoratori la possibilità di ricollocarsi in altre aziende anche senza rispettare completamente i tempi di preavviso, per non rischiare di perdere opportunità di lavoro!“.

??????????????????????????????????????????

questa e’ la famiglia Malacalza che lascia a casa centinaia di lavoratori e le loro famiglie da come si legge senza stipendio  – italiani occhio all’azionista principale di Banca Carige  

 

COSTITUZIONE DIMENTICATA: “LA REPUBBLICA TUTELA IL RISPARMIO”. MA NEI CRAC BANCARI, RISARCITI 2 MILIARDI CONTRO I 30 CHIESTI – PROCESSI AL RALLENTATORE E POCHI I RIMBORSI – PRIVILEGIATI QUELLI DEL MONTEPASCHI, SFIGATI QUELLI DELLE POPOLARI VENETE

DAGOSPIA.CPM 26 APRIL 2018

Andrea Greco e Franco Vanni per la Repubblica

Indagini e cause contro le banche, a decine. Condanne quasi zero. Rimborsi a chi aveva azioni e bond, pochi e lenti: 2,2 miliardi su circa 30 miliardi persi dalle due categorie soggette alla legge del bail in, piovuta tre anni giusto prima di una decina di crisi bancarie nostrane. Servono tempo, pazienza e nervi saldi; anche dopo che l’ investimento è in fumo.

protesta dei risparmiatori davanti banca etruria 11PROTESTA DEI RISPARMIATORI DAVANTI BANCA ETRURIA 11

Ma qualcosa a distanza si rivede. I primi a incassare dall’ unica procedura conclusa qualche giorno fa – sono i 15.443 detentori di obbligazioni delle banche in crisi nel novembre 2015: Marche, Etruria, Cariferrara, Carichieti. Si azzerarono 780 milioni in bond subordinati, ma l’ esborso del Fondo interbancario volontario ( costituito dagli operatori del credito in Italia) ha restituito 181 milioni, per il 90% in piccoli assegni sotto i 20 mila euro.

Una manovra voluta allora dal Tesoro assieme a quella, più articolata, dei rimborsi tramite l’ Autorità Anticorruzione per i casi di “vendita fraudolenta” di quei bond. Le istanze all’ Anticorruzione sono 1.695, con 79 milioni richiesti: un mese fa la prima udienza dei collegi Anac ha accolto ben 29 delle prime 32 istanze, pari a 473mila euro che pagherà ancora il Fondo interbancario. L’ Autorità guidata da Raffaele Cantone dice che da aprile riunirà i collegi « con frequenza settimanale » : anche così servirebbe un altro anno, ferie incluse.

protesta dei risparmiatori davanti a bankitalia 9PROTESTA DEI RISPARMIATORI DAVANTI A BANKITALIA 9

« Purtroppo è la nostra giustizia: processi falciati dalla prescrizione, parti civili sballottate, flussi di giustizia controversi che portano l’ immobilismo, risarcimenti improbabili o elemosine » , nota Antonio Tanza, presidente di Adusbef.

Chi punta alla giustizia ordinaria per aver soddisfazione sulle quattro banche ponte del Centro Italia, deve in effetti remare su distanze più lunghe. Per Banca Etruria l’ udienza preliminare ad Arezzo riguarda 27 ex, per diverse accuse di bancarotta. Quattro di loro hanno chiesto il rito abbreviato.

CARICHIETICARICHIETI

Già in appello c’ è il filone sull’ ipotesi di ostacolo alla vigilanza in cui tutti gli imputati sono stati assolti nel rito abbreviato. A fare infuriare i 62mila soci è il fatto che la prima udienza del secondo grado è fissata il 9 aprile 2019. Anche per Banca Marche ad Ancona si è all’ udienza preliminare, con diverse ipotesi di bancarotta e ostacolo alla vigilanza. A rischiare il processo sono l’ ex dg Luciano Bianconi e 12 altri ex; i tre sindaci chiedono il giudizio abbreviato.

Nell’ insolvenza del 2016 si persero centinaia di milioni: 2.883 gli azionisti ammessi come parti civili. Su Cariferrara gli indagati sono 34: tutto ancora in fase di indagine per bancarotta, e i pm di Ferrara hanno chiesto più tempo. Un secondo filone – bancarotta patrimoniale, aggiotaggio e false comunicazioni – è a processo con 12 imputati. Prima udienza il 18 giugno. Per Carichieti la procura lo scorso dicembre ha chiesto una proroga indagini contro i due ex commissari di Bankitalia Salvatore Immordino e Francesco Bochicchio, per l’ ipotesi di bancarotta fraudolenta.

assemblea pop vicenzaASSEMBLEA POP VICENZA

Il crac delle due banche venete è più recente (2016). Un primo contentino, per gli azionisti non quotati di Vicenza e Veneto banca, è arrivato dalla gestione del Fondo Atlante, che l’ anno scorso ha erogato 441 milioni a 121mila persone, un 15% su quanto investito, a patto che rinunciassero a future cause.

La strada al Fondo interbancario resta aperta anche per loro: le richieste di indennizzo forfait, sullo schema delle quattro “banche ponte”, si sono chiuse il 30 settembre 2017 e sono all’ esame. Quanto ai tribunali, per la popolare vicentina siamo all’ udienza preliminare, con accuse di ostacolo alla vigilanza, aggiotaggio e falso in prospetto per l’ ex presidente Gianni Zonin, l’ ex dg Samuele Sorato e altri del vecchio vertice. Il giudice ha già autorizzato più sequestri conservativi per oltre 200 milioni. Comunque briciole per i 118mila soci che hanno bruciato 6 miliardi.

zonin popolare vicenzaZONIN POPOLARE VICENZA

L’ inchiesta su Veneto Banca, condotta a Roma, è stata trasferita un mese fa a Treviso per decisione del gup, dichiaratosi incompetente per territorio. I pm veneti dovranno di nuovo istruire un fascicolo e chiedere i rinvii a giudizio per un crac da 5 miliardi di 87mila soci: i tempi si allungheranno molto, con la quasi certezza che i reati contestati ostacolo e aggiotaggio – saranno prescritti prima di una sentenza definitiva. Anche qui, come a Vicenza, la speranza dei danneggiati è che il tribunale civile dichiari l’ insolvenza, così i pm potranno aprire il fascicolo della bancarotta.

veneto banca assemblea sociVENETO BANCA ASSEMBLEA SOCI

Monte dei Paschi è la crisi più recente ( 2017) con procedimenti penali più datati, passati nel 2013 a Milano per decisione del gup di Siena. I vari filoni partono dalle manovre sui derivati per occultare le perdite Mps del 2009. Sono a processo Mussari, Vigni e Baldassarri per aggiotaggio, falso in bilancio e ostacolo. Due nuovi filoni riguardano la gestione successiva: in uno la procura ha chiesto l’ archiviazione dell’ accusa di ostacolo alla vigilanza per Alessandro Profumo ( all’ epoca presidente) e Fabrizio Viola (ad): presto si pronuncerà il gip.

padoan montepaschiPADOAN MONTEPASCHI

Su questi fatti è in corso un’ altra udienza preliminare per l’ ipotesi di falso dei bilanci dal 2013 al 2015, con conseguente manipolazione del mercato: qui oltre a Viola e Profumo, è indagato l’ ex sindaco Paolo Salvadori. I nuovi filoni diranno molto anche della ” tenuta” dell’ azione di responsabilità che qualche socio Mps chiede alle passate gestioni e a Deutsche Bank e Nomura, le controparti di quei derivati. Richiesta da ben 11 miliardi.

Finora gli unici a riavere i soldi persi su Mps sono i portatori del subordinato 2008/ 2018 da 2,1 miliardi: bond ad alto rendimento, ma il Tesoro li ha trattati coi guanti: nel nazionalizzare la banca, ne ha scambiati 1,53 miliardi a molti di loro con bond Mps a basso rischio.

QUEL POZZO SENZA FONDO DI ATLANTE. E CASSA DEPOSITI PAGA – ALTRA SVALUTAZIONE (106 MILIONI) DELLA PARTECIPAZIONE CDP NELL’INIZIATIVA CHE DOVEVA SALVARE LE BANCHE VENETE ED IL MONTEPASCHI – IN DUE ANNI “BRUCIATI” 400 MILIONI (E IO PAGO)

DAGOSPIA.COM 26 APRILE 2018

RE per il Giornale

cassa depositi prestitiCASSA DEPOSITI PRESTITI

Il Fondo Atlante anche nel 2017 ha continuato a pesare sui bilanci dei numerosi sottoscrittori. In particolare di Cassa Depositi e Prestiti, uno dei maggiori, che due anni precedenti si era impegnata fino a 500 milioni per il varo del Fondo che ha poi bruciato gran parte delle sue risorse (impegni per oltre 4 miliardi) nel tentativo di salvataggio delle banche venete.

claudio costamagna di cdpCLAUDIO COSTAMAGNA DI CDP

Cdp, nella relazione finanziaria annuale, indica un’ ulteriore rettifica di valore per 106 milioni nel 2017 in conseguenza dell’ azzeramento delle partecipazioni del Fondo, gestito da Quaestio Sgr, nelle due banche venete finite in liquidazione nel giugno scorso. Il valore complessivo delle quote del Fondo Atlante di proprietà di Cassa a fine 2017 è sceso così a 61,5 milioni dopo rettifiche in due anni, per totali 400 milioni (296 milioni sul bilancio 2016).

Cdp ricorda poi di aver impegnato, a fine 2017, altri 70 milioni nel fondo ex Atlante 2, nato per investire sullo scopo sociale per cui era stato disegnato anche il primo: acquisire i crediti deteriorati delle banche italiane e ridurre così il fardello che aveva creato un rischio sistemico per il settore.

ALESSANDRO PENATIALESSANDRO PENATI

Italian Recovery Fund, nuovo nome di Atlante 2, ha registrato impegni complessivi per circa 2,5 miliardi e a fine 2017, segnala il sottoscrittore Cdp, ha richiamato risorse per 1,26 miliardi (51% degli impegni) utilizzate in gran parte per la maxi cartolarizzazione di Mps nonchè per rilevare i crediti in sofferenza delle quattro banche finite in risoluzione nel 2015 e delle tre Casse dell’ Italia centrale cedute a Agricole Cariparma lo scorso anno con l’ ausilio dello Schema volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi.

MONTE DEI PASCHI DI SIENA/ Mps, in Borsa chiude sopra i 2,65 euro ad azione (oggi, 26 aprile

MONTE DEI PASCHI DI SIENA/ Mps, in Borsa chiude sopra i 2,65 euro ad azione (oggi, 26 aprile)

Monte dei Paschi di Siena news. Mps in Borsa chiude sopra quota 2,65 euro ad azione. La svalutazione di Cdp sulle quote in Atlante. Ultime notizie live di oggi 26 aprile 2018

Monte dei Paschi, LapresseMonte dei Paschi, Lapresse

IN BORSA CHIUDE SOPRA I 2,65 EURO AD AZIONE

Mps chiude in Borsa con un calo dell’1,1%, che lascia il titolo appena sopra la soglia dei 2,65 euro. Montepaschi sta attenendo il via libera delle agenzie di rating per entrare nel vivo della cartolarizzazione degli Npl: un’operazione in cui avrà un ruolo anche Italian Recovery Fund, nuova denominazione del Fondo Atlante 2. Finanzareport.it ricorda che la Cassa depositi e prestiti ha dovuto svalutare per 401 milioni in due anni (294 milioni nel 2016 e 107 milioni nel 2017) la partecipazione nel primo Fondo Atlante, le cui risorse sono finite negli aumenti di capitale di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, senza però riuscire a evitarne il salvataggio, avvenuto poi tramite l’acquisizione da parte di Intesa Sanpaolo. Alla fine del 2017, quindi, il valore delle quote di  Cdp in Atlante sono pari a 61,5 milioni. La Cassa ha peraltro versato 70 milioni in Atlante 2, che si è concentrato sui crediti deteriorati.

A BREVE VIA LIBERA PER CARTOLARIZZAZIONE NPL

In Borsa Mps cede lo 0,9%, restando così sotto la soglia dei 2,7 euro ad azione. Complice il fatto che siamo negli ultimi mesi per richiedere allo Stato la Garanzia sulle cartolarizzazioni di crediti deteriorati, secondo quanto scrive Milano Finanza, nelle prossime settimane potrebbero entrare nel vivo diverse operazione di pulizia degli attivi bancari. In particolare, Banco Bpm starebbe attenendo il giudizio delle agenzie di rating per un’operazione da circa 5 miliardi di euro, che potrebbe diventare la più grande assistita da Gacs dopo quella realizzata da Unicredit. Ubi Banca continuerebbe invece a lavorare alla cartolarizzazione di 3,5 miliardi di euro di Npl, ma sarebbe in uno stadio meno avanzato. Dovrebbe invece arrivare a breve il via libera delle agenzie di rating per far sì che possa proseguire l’operazione di cartolarizzazione da circa 25 miliardi di Montepaschi.

I NUMERI DI WIDIBA

Il Fatto Quotidiano ha dedicato un articolo a Widiba, la banca online del gruppo Mps. Paolo Fior ricorda che è nata nel 2014 e che Montepaschi “ha investito nell’iniziativa 14 milioni a copertura dei costi di start up e 82 milioni di euro a titolo di capitale, parte cash e parte attraverso il conferimento del ramo d’azienda dei promotori finanziari di Mps”. Tuttavia, “da allora la banca digitale del gruppo non ha fatto che accumulare perdite crescenti: 7,7 milioni nel 2014, 11 milioni nel 2015, 12,2 milioni nel 2016 e ben 18,6 milioni nel 2017”. Dunque in una situazione non certo facile, Widiba non avrebbe contribuito a rendere le cose più semplici. “In pratica, in appena tre esercizi Widiba si è mangiata quasi la metà delle risorse conferite dalla controllante (49,5 milioni su 96 milioni totali) e a inizio 2018 Mps si è visto costretto a ricapitalizzare la controllata con ulteriori 70 milioni (con un aumento di capitale da 100 a 170 milioni)”.

Secondo delle indiscrezioni riportate dal Fatto, poi, quasi il 50% di questa cifra sarebbe stato usato “per pagare i bonus triennali agli oltre 600 promotori finanziari della banca digitale”. Ma non è tutto, perché, scrive ancora Fior, se nel 2014 Widiba aveva poco meno di 100.000 clienti per complessivi 6 miliardi di masse gestite, a fine 2017 i clienti sono diventati 235.000, ma le masse gestite sono scese a 4,8 miliardi di euro. “Cosa significa? Che in questi anni i clienti con i portafogli più consistenti sono migrati altrove e Widiba si trova oggi con un dato medio di poco più di 20mila euro a cliente contro i 60mila del 2014”. Insomma, Widiba non ne esce dipinta affatto bene.