Sorrentino, non ti curar di Loro

Giuseppe PastoreGiuseppe Pastore, Contributor forbesitalia.com 28 aprile 2018

 
 

L’ego ipertrofico di Paolo Sorrentino incontra – com’era fatale che, prima o poi, fosse – la gigantesca vicenda umana, il corpo e lo spirito di Silvio Berlusconi, l’ultimo dei toreri (parafrasando le parole dello stesso regista, che a sua volta stava citando Hemingway).

In Loro 1, la portata principale è talmente prelibata che Sorrentino ci si butta a capofitto, attaccando la materia con una precisione, un’attenzione e un’ispirazione che non si vedevano dai tempi del suo Divo: solo il tempo (e la seconda parte, in uscita il 10 maggio) diranno se si deciderà ad affondare il coltello nella carne del Capo come fatto nel 2008 con Andreotti, oppure si limiterà a saltellare sull’acqua come nelle prime due ore. Agli atti però c’è già un film che comprende tutto ciò che non ci aspettavamo, nella forma e nella sostanza: invece che battere la trafficata autostrada del cafonal – come sembrava automatico che fosse, seguendo un filone che va dalla Grande bellezza in giù – Sorrentino prende strade più contraddittorie e tortuose, in cui la volgarità e il lirismo si scambiano le parti in un balletto di miracoloso equilibrio.

Il film dà in pasto allo spettatore un inizio alla Wolf of Wall Street, sempre a rischio deragliamento, in cui brillano clamorosamente le stelle di Riccardo Scamarcio (nei panni dell’impresario Tarantini/Sergio Morra) e della sua complice-compagna Euridice Axen (l’avevamo intravista in The Young Pope, con un personaggio senza nome); poi, non appena qualcuno trova finalmente il coraggio di chiamarlo per nome, “Silvio”, Loro scompaiono e si fa da parte persino Sorrentino, non ritenendo necessario essere d’intralcio con i suoi arzigogoli alla mostruosa performance di Servillo, così vicino eppure così lontano dalla caricatura delle caricature.

Si può legittimamente pensare che la seconda parte del film, così insolitamente pianeggiante dal punto di vista tecnico, fatta quasi solo di sketch coniugali e campi/controcampi, sia l’espediente trovato da Sorrentino per raccontare il Nostro Uomo: il Berlusconi berlusconizzato come una rassicurante fiction Mediaset, sorridente, motteggiante, positivo con la moglie snob e depressa e risoluto con le serpi in seno nel partito. All’orizzonte naturalmente i due universi, fin qui collegati solo da uno sguardo di binocolo, collideranno come da copione (il tempo della narrazione di Loro 1 è il 2006, quando Berlusconi è all’opposizione e abbacchiato da una crisi di coppia non ancora di dominio pubblico).

Al momento Loro è un film inclassificabile: non odia, non adora, non fotografa l’ovvio, non si erge a giudice né tantomeno a magistrato, non scade nell’ennesima macchietta, non riduce tutto a barzelletta, non pontifica: è l’opera di Sorrentino meno sentenziosa, in cui quasi tutti i personaggi abbandonano i toni assertivi da terrazza romana nel nome di un linguaggio da trivio che riluce a contrasto con la magniloquenza della regia e della fotografia.

Nel lungometraggio ci sono, esibiti e compiaciuti come da stile dell’autore, tutti i suoi più noti e discussi marchi di fabbrica: dalle incongrue presenze animalesche al “momento musicale” che aveva già avuto tra i suoi protagonisti l’incartapecorito Venditti della Grande bellezza e il Renato Zero alla tv nel Divo (e poi ancora David Byrne, Nada, Ornella Vanoni…), a conferma che Sorrentino è un regista infallibile nel produrre senso ed emozione usando le canzoni.

L’ultimo capitolo della saga sorrentiniana ha attirato moltissime critiche “a prescindere”, alcune delle quali scritte con un vocabolario che non sfigurerebbe in bocca al Sergio Morra della situazione (“Sorrentino ci prende tutti per il culo!”, è il titolo della recensione del sito di un noto magazine di musica e costume), come se la colpa del film fosse quella di non essere ciò che loro avrebbero voluto che fosse. Ma non è questo il segnale che un artista ha fatto centro?