Sorrentino, non ti curar di Loro

Giuseppe PastoreGiuseppe Pastore, Contributor forbesitalia.com 28 aprile 2018

 
 

L’ego ipertrofico di Paolo Sorrentino incontra – com’era fatale che, prima o poi, fosse – la gigantesca vicenda umana, il corpo e lo spirito di Silvio Berlusconi, l’ultimo dei toreri (parafrasando le parole dello stesso regista, che a sua volta stava citando Hemingway).

In Loro 1, la portata principale è talmente prelibata che Sorrentino ci si butta a capofitto, attaccando la materia con una precisione, un’attenzione e un’ispirazione che non si vedevano dai tempi del suo Divo: solo il tempo (e la seconda parte, in uscita il 10 maggio) diranno se si deciderà ad affondare il coltello nella carne del Capo come fatto nel 2008 con Andreotti, oppure si limiterà a saltellare sull’acqua come nelle prime due ore. Agli atti però c’è già un film che comprende tutto ciò che non ci aspettavamo, nella forma e nella sostanza: invece che battere la trafficata autostrada del cafonal – come sembrava automatico che fosse, seguendo un filone che va dalla Grande bellezza in giù – Sorrentino prende strade più contraddittorie e tortuose, in cui la volgarità e il lirismo si scambiano le parti in un balletto di miracoloso equilibrio.

Il film dà in pasto allo spettatore un inizio alla Wolf of Wall Street, sempre a rischio deragliamento, in cui brillano clamorosamente le stelle di Riccardo Scamarcio (nei panni dell’impresario Tarantini/Sergio Morra) e della sua complice-compagna Euridice Axen (l’avevamo intravista in The Young Pope, con un personaggio senza nome); poi, non appena qualcuno trova finalmente il coraggio di chiamarlo per nome, “Silvio”, Loro scompaiono e si fa da parte persino Sorrentino, non ritenendo necessario essere d’intralcio con i suoi arzigogoli alla mostruosa performance di Servillo, così vicino eppure così lontano dalla caricatura delle caricature.

Si può legittimamente pensare che la seconda parte del film, così insolitamente pianeggiante dal punto di vista tecnico, fatta quasi solo di sketch coniugali e campi/controcampi, sia l’espediente trovato da Sorrentino per raccontare il Nostro Uomo: il Berlusconi berlusconizzato come una rassicurante fiction Mediaset, sorridente, motteggiante, positivo con la moglie snob e depressa e risoluto con le serpi in seno nel partito. All’orizzonte naturalmente i due universi, fin qui collegati solo da uno sguardo di binocolo, collideranno come da copione (il tempo della narrazione di Loro 1 è il 2006, quando Berlusconi è all’opposizione e abbacchiato da una crisi di coppia non ancora di dominio pubblico).

Al momento Loro è un film inclassificabile: non odia, non adora, non fotografa l’ovvio, non si erge a giudice né tantomeno a magistrato, non scade nell’ennesima macchietta, non riduce tutto a barzelletta, non pontifica: è l’opera di Sorrentino meno sentenziosa, in cui quasi tutti i personaggi abbandonano i toni assertivi da terrazza romana nel nome di un linguaggio da trivio che riluce a contrasto con la magniloquenza della regia e della fotografia.

Nel lungometraggio ci sono, esibiti e compiaciuti come da stile dell’autore, tutti i suoi più noti e discussi marchi di fabbrica: dalle incongrue presenze animalesche al “momento musicale” che aveva già avuto tra i suoi protagonisti l’incartapecorito Venditti della Grande bellezza e il Renato Zero alla tv nel Divo (e poi ancora David Byrne, Nada, Ornella Vanoni…), a conferma che Sorrentino è un regista infallibile nel produrre senso ed emozione usando le canzoni.

L’ultimo capitolo della saga sorrentiniana ha attirato moltissime critiche “a prescindere”, alcune delle quali scritte con un vocabolario che non sfigurerebbe in bocca al Sergio Morra della situazione (“Sorrentino ci prende tutti per il culo!”, è il titolo della recensione del sito di un noto magazine di musica e costume), come se la colpa del film fosse quella di non essere ciò che loro avrebbero voluto che fosse. Ma non è questo il segnale che un artista ha fatto centro?

Vi spiego la reale situazione dell’isola di Capri

capri

Il saggio di Raffaele Vacca, ideatore del Premio San Michele 

Il terzo comma dell’articolo 119 della nostra Costituzione dice:”Per provvedere a scopi determinati, e particolarmente per valorizzare il Mezzogiorno e le isole, lo Stato assegna per legge a singole Regioni contributi speciali”.

Promossa dall’ANCIM (Associazione Nazionale Comuni Isole Minori) è in corso nell’isola, condivisa dalle amministrazioni comunali di Capri ed Anacapri, una raccolta di firme per chiedere che, nell’articolo 119, venga inserito la seguente dicitura:”Lo Stato riconosce il grave e permanente svantaggio naturale derivante dall’insularità e dispone le misure necessarie a garantire una effettiva parità e un reale godimento dei diritti individuali e inalienabili”.
Persone che vivono in città si sono meravigliate nel leggere che l’isola di Capri è ritenuta dalla due amministrazioni isolane un luogo disagiato e svantaggiato. Ciò perché finora avevano sempre sentito dire che l’isola è un luogo a sé, lontano dal mondo, dove sia coloro che vi soggiornano sia coloro che vi abitano vivono una vita di godimenti, ovvero la filosofica vita dell’Anima e core.

Anche in questa occasione ad intervenire su un problema del vivere isolano, andato improvvisamente in evidenza, sono stati invitati capresi di vacanza ed alcuni capresi che hanno alimentato ed alimentano quel mito che nasconde l’autentico vivere dell’isola. E non abitanti che questo quotidianamente e concretamente vivono, e non coloro che, come isolani, da decenni sono intenti ad osservare, analizzare, valutare, rivelare il vivere della loro isola.

La proposta dell’ANCIM porta a riconsiderare attentamente il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione e l’articolo 29 del Decreto legislativo numero 267 del 18 agosto 2000 sulla Costituzione delle Comunità isolane, riporta la necessità di una precisa risposta alla domanda “Quale Capri?”, ed ispira una serie di riflessioni di carattere culturale, anche riprendendo e ripensando cose già scritte.

Inizierò da queste soffermandomi sulla letteratura caprese

LE CARATTERISTICHE E LE MANCANZE DELLA LETTERATURA CAPRESE

Autori delle opere di questa letteratura sono stati, per lo più, quasi sempre stranieri di varie nazionalità, e poi anche italiani. Essi hanno alimentato quella retorica, per dirla con Raffaele La Capria, che gli abitanti hanno accettato, ritenendo che giovasse alla fama dell’isola e al turismo.
In un articolo, pubblicato dapprima ne “Il Mattino”, e poi raccolto in un libretto nel 1993, Fulvio Tessitore scrisse che ormai su Capri si era detto e scritto tutto ed il contrario di tutto. In un articolo, pubblicato subito dopo su”L’Osservatore Romano”, obbiettai che, sotto un certo aspetto, non si era ancora scritto quasi nulla. Mi riferivo al vivere concreto degli abitanti.

Non è stato solo per motivi economici che parecchi se ne sono andati per sempre via dall’isola. Spesso è stato per sfuggire anche a quel disagio impalpabile, a quella diffusa insoddisfazione, a quella mancanza di senso, che già riscontrava il Rapporto Censis del 1982, ma che la letteratura ha sempre tralasciato, considerando l’isola unicamente come luogo di vacanza, di piaceri e di mondanità, e non anche come luogo del mondo che subisce i suoi influssi, quasi sempre senza quelle difese, anche psicologiche, che per lo più hanno i cittadini del continente.

LA SAGGISTICA

Nel dire che la letteratura caprese non ha rivelato l’autentico vivere degli abitanti dell’isola, mi sono riferito alla narrativa ed alla poesia, non alla saggistica.
La narrativa e la poesia hanno lasciato al mito, ovvero all’immaginazione e alla mondanità, un immenso spazio della realtà, che ora è arduo poter recuperare.
Del resto, stando così le cose, io stesso, quantunque sia nato ad Anacapri avendo ascendenti anacapresi, e quantunque sia sempre vissuto nell’isola, nello scrivere le mie principali opere narrative di imminente pubblicazione, sono stato psicologicamente spinto ad ambientarle in luoghi, reali o immaginari, lontani dall’isola.
“Verità e Poesia” è stata ambientata a Sorrento, “Anni dopo” in un paese ed in una località delle Dolomiti, con gli avvenimenti, di cui si parla nella seconda parte, ambientati in un’isola immaginaria, così come immaginaria è l’isola indipendente e sovrana, per la quale ho scritto anche la Costituzione, in cui si svolge la mia maggior opera teatrale.

Senza dubbio ci sono state molte opere di saggistica superficiali, ripetitive ed alimentatrici del mito. Ce ne sono state altre dove insigni studiosi si sono lasciati “prendere la mano dal desiderio di vagabondare con il loro spirito tra i fantasmi del passato e non soltanto del passato”, tradendo, almeno in parte, il loro compito di distinguere “tra fiaba e storia, tra mito e realtà”.

Tuttavia non sono mancate opere di straordinaria precisione e rigore, come lo erano le otto monografie che Norman Douglas, ora in duecentocinquanta copie, ora solamente in cento copie, pubblicò tra il 1904 e il 1908. E che Joseph Conrad giudicò troppo colte per quella massa di lettori che non ama l’intelligenza, anzi si infastidisce per questa.

In particolare dal 1980 ai nostri giorni non sono mancate opere di saggistica che contribuiscono a far comprendere quello che è stato e quello che è l’autentico scenario della vita caprese, e quello che è stato e quello che è l’autentico vivere degli abitanti dell’isola, sia pure sotto l’aspetto razionale e non quello poetico (che nella sua autenticità è sempre armoniosa espressione del sentire e del pensare).
Purtroppo esse sono state e sono per lo più ignorate.

Paradossalmente, quando alcune sono state presentate nell’isola, si è cercato di mettere in evidenza particolari che non contrastassero con la visione mondana – utilitaristica dominante, lasciando nell’ombra la realistica visione che pure esprimevano.

Capofila di queste opere potrebbe essere il Rapporto Censis del settembre 1982. Fu distribuito nel suo formato di fascicolo in dattiloscritto, composto da 113 pagine oltre le 31 dell’allegato. Non è mai stato stampato in volume.

Titolo del Rapporto è “Alla ricerca di nuova identità”. Il sottotitolo è “Realtà e problemi di Capri con particolare riferimento al turismo”.
Nel Rapporto si presta grande attenzione alla qualità della vita dei capresi, ritenendo che questa attenzione, con quella alla qualità dello sviluppo dell’isola, sia il modo più avveduto ed intelligente di preoccuparsi del suo avvenire, anche in termini di stretto interesse economico. E ritenendo inoltre che sia le risorse naturali (paesaggi, acque, aria, tranquillità…), sia l’immagine siano beni che richiedono di essere coltivati ed amministrati con oculatezza, e che pertanto esigono di essere tenuti costantemente sotto controllo, evitandone il deterioramento o peggio la dissipazione incontrollata.

Il Rapporto, nel suo insieme, indicò temi preziosi alla narrativa ed alla poesia. Ma narratori e poeti non se ne avvidero, mentre esso veniva dimenticato sempre più, sia nel campo civile, sia in quello politico, sia nel campo religioso, sia nell’intero campo culturale.

Se la società frana e la politica abdica al populismo. La versione di Dario Di Vico

Andrea Picardi formiche.net 28 aprile 2018

Se la società frana e la politica abdica al populismo. La versione di Dario Di Vico

Conversazione con Dario Di Vico, inviato ed editorialista del Corriere della Sera e autore del libro “Nel Paese dei disuguali” (Egea editori)

Una mappa aggiornata delle ansie e delle angosce della nostra società. Un viaggio attraverso le contraddizioni e la complessità dell’Italia di oggi di cui la disuguaglianza crescente – e a tutti i livelli – è una delle spie principali. “Un tema che non può e non deve essere semplificato”, ha commentato in questa conversazione con Formiche.net l’inviato ed editorialista del Corriere della Sera Dario Di Vico, che ha di recente scritto il libro “Nel Paese dei disuguali” (edito da Egea) presentato nella sede romana dell’Istituto per la Competitività (qui le foto di Umberto Pizzi e qui l’intervista realizzata a margine del dibattito con la vicepresidente di Confindustria Antonella Mansi). Oltre 160 pagine di agile ma dettagliato racconto di un’Italia di cui troppo spesso si fa a fatica a parlare, nel quale Di Vico ha evidenziato come la disuguaglianza assuma nel nostro Paese una pluralità di forme: generazionale, di genere, territoriale e non solo. Una realtà complessa che i soli e freddi numeri non sono in grado di cogliere e descrivere pienamente: “Gli economisti hanno semplificato la questione e l’hanno ricondotta unicamente ai temi della distribuzione del reddito. Nel libro ho cercato di fare una ricognizione più ampia e di mettere in rilievo come ci sia un’interessenza tra gli aspetti economici, sociologici e anche politico-culturali”. In questo contesto una valenza spesso sottovalutata – ha osservato Di Vico – la detiene il concetto di “deprivazione relativa”, che può essere “riferita alla scarto tra aspirazioni individuali e risultati conseguiti dal singolo” oppure concretizzarsi nella “sensazione che il proprio gruppo di riferimento sia stato defraudato rispetto a una condizione ideale e desiderata”. Il motivo per cui, ad esempio, chi arriva terzo a una gara olimpionica è più felice e soddisfatto di chi vince la medaglia d’argento. Un meccanismo psicologico che incide sulla disuguaglianza percepita e che, se esteso a interi o ampi strati della popolazione, come ad esempio i giovani, può produrre effetti evidentemente negativi pure in termini di sistema Paese: “Questo per dire che dentro le questioni della disuguaglianza convergono più elementi ed è necessaria per tale ragione una riflessione a tutto tondo”.

Tra gli aspetti che Di Vico ha messo a fuoco nel libro c’è pure quello che attiene all’origine della disuguaglianza e al suo rapporto con la crisi. “La lettura americana non può applicarsi al nostro Paese”, ha affermato il giornalista del Corriere che ha ricordato come la disparità reddituale si sia generata in particolare negli anni ’90, mentre la crisi ha soprattutto determinato una riduzione generalizzata della ricchezza delle persone, indipendentemente dalla loro condizione economica: “Nel caso italiano lo zoccolo duro delle disuguaglianze è rappresentato dalla questione giovanile e del mancato ingresso nel mercato del lavoro”. Un fenomeno da leggere anche alla luce di un’altra peculiarità italiana: “Abbiamo una spesa sociale che è ancora largamente determinata dalle prestazioni previdenziali, nonostante le importanti leggi di correzione approvate nel corso di questi ultimi anni. E’ chiaro che una spesa centrata sulla previdenza ha finito con il sacrificare le esigenze di intervento su singoli segmenti sociali a rischio”. Come emerge pure dal ritardo con cui il nostro Paese è intervenuto a sostegno di chi ha più bisogno: “Abbiamo accumulato notevoli ritardi tanto è vero che il Rei – il reddito sociale di inclusione – è stato introdotto da pochissimo: siamo stati il fanalino di coda nel prevedere un provvedimento di questo tipo”. Un esempio che la dice lunga.

Inevitabile per un libro che affronta il tema della disuguaglianza concentrarsi pure sulla questione della globalizzazione e dei suoi squilibri i cui effetti sono così dirompenti in Occidente, Italia compresa. In questo senso Di Vico ha osservato in primis la contraddizione esistente tra le conseguenze economiche e politiche della globalizzazione. Perché è vero che da un lato ha certamente contribuito a migliorare le condizioni di vita di milioni di persone in tutto il mondo, ma dall’altro ha anche avuto un innegabile impatto sull’economia dei Paesi occidentali, i cui cittadini hanno risposto al loro impoverimento generale attraverso l’arma più democratica di cui dispongono: il voto. Un cortocircuito ben rappresentato dall’esito di molte elezioni degli ultimi anni: “Milioni di cinesi sono usciti dalla povertà e hanno preso il dividendo della globalizzazione. Ma quei milioni di cinesi non influenzano il risultato elettorale dei mercati politici nazionali, come il nostro. E’ vero che la globalizzazione ha ridotto in assoluto il numero dei poveri, ma questo meccanismo non si è distribuito equamente sul mercato politico e ha generato quei contraccolpi che ben conosciamo. In fondo non è che i cinesi votino da noi”. I flussi dell’economia e della politica, d’altronde, sono asimmetrici. Una condizione generale che in Italia si è sommata a un’altra circostanza, tale da rendere il mix esplosivo: “Avere un sistema delle imprese in cui era forte la componente delle Pmi a basso valore aggiunto ha fatto sì che in Europa fossimo quelli che hanno pagato di più gli effetti della concorrenza della Cina”. La vera vincitrice della globalizzazione secondo Di Vico: “Ci sono centinaia di beni che non produciamo più. Le mollette e gli ombrelli, per fare un esempio. Dietro quei prodotti c’era occupazione. Siamo stati i più colpiti dai successi cinesi”. E la politica? La sinistra – ha confermato Di Vico – non rappresenta più, in Italia e non solo, coloro che più di tutti subiscono le disuguaglianze. La fine dell’utopia – cui il giornalista del Corriere si riferisce espressamente – ha fatto il resto. E la conseguenza è stato l’affermarsi dei populismi nelle sue varie forme.

In tutto questo, ovviamente, non si può dimenticare la questione meridionale e lo storico divario tra Nord e Sud: “Nel Mezzogiorno, nonostante ci siano significativi nuclei di industria, sta sprofondando la società. L’industria c’è e tiene. E’ la società che purtroppo sta franando”. Anche, o soprattutto, per via dell’atavica difficoltà dei giovani di trovare un posto di lavoro degno di questo nome, con l’inevitabile conseguenza di dover abbandonare il loro territorio per raggiungere altre zone del Paese oppure optare per l’estero.

La Banca nazionale svizzera deve ripensare i suoi investimenti

Celia Luterbacher tvsvizzera.it 26 aprile 2018

fumo esce da un tubo di scappamento di un'auto
Attraverso la sua politica d’investimenti, la Banca nazionale svizzera può contribuire al raggiungimento degli obiettivi per contenere l’aumento globale della temperatura.

(Keystone)

Per raggiungere l’obiettivo fissato dall’Accordo di Parigi sul clima, la banca centrale svizzera deve ridurre massicciamente gli investimenti in società che operano nel settore dei combustibili fossili. È quanto chiede l’Alleanza Clima Svizzera, che formula una serie di raccomandazioni.

Il 60% degli investimenti in azioni della Banca nazionale svizzera (Bns) originano emissioni di anidride carbonica (CO2) pari a 48,5 milioni di tonnellate all’anno, una quantità superiore alle emissioni totali della Svizzera (48,3 milioni). “La Bns promuove così un aumento della temperatura globale compresa tra quattro e sei gradi”, scrive l’Alleanza Clima SvizzeraLink esterno. Questa associazione, che rappresenta oltre 70 organizzazioni in tutto il paese, ha pubblicato martedì uno studioLink esterno che analizza appunto gli investimenti della banca centrale e formula una serie di raccomandazioni

Secondo il direttore dell’Alleanza clima Svizzera Christian Lüthi, ciò non significa che la Bns sia responsabile di questo aumento delle temperature, bensì che “i suoi investimenti contribuiscono a… e sono in linea con questo scenario”, elaborato dall’Agenzia internazionale dell’energiaLink esterno (Aie).

Questi risultati – rileva Lüthi – vanno chiaramente “in direzione contraria” di quanto stabilito dall’Accordo di Parigi sul clima del 2015, ratificato dalla Svizzera, che si pone come obiettivo di limitare il riscaldamento globale a due gradi.

“Abbiamo potuto dimostrare che la politica d’investimento della Bns annienta gli sforzi della Svizzera per proteggere il clima e migliorare la situazione nei paesi più poveri”, dichiara Markus Keller, vicepresidente di Fossil-free.ch, coautore dello studio assieme all’associazione Artisans de la TransitionLink esterno.

La “domanda scottante” dell’Alleanza Clima Svizzera

(1)

il video di spiegazione dell’alleanza clima svizzera

Raddoppiare gli investimenti nelle rinnovabili

Petrolio, gas e carbone emettono gas a effetto serra e quindi la prassi della Bns di finanziare società che sviluppano nuove riserve di combustibili fossili deve cambiare, sostiene l’Alleanza Clima Svizzera.

E le altre banche?

Mercoledì 25 aprile, militanti di Greenpeace, dell’associazione Anziani per la protezione del clima e una delegazione di donne autoctone provenienti dal Canada e dagli Stati Uniti hanno inscenato una manifestazione sulla centralissima Paradeplatz di Zurigo.

Scopo della dimostrazione: protestare contro gli investimenti in società che nuocciono al clima da parte delle due più grandi banche svizzere. Secondo un rapporto di Greenpeace, dal 2015 al 2017 Credit Suisse e UBS hanno messo a disposizione di aziende che sfruttano combustibili fossili particolarmente inquinanti 12,3 miliardi di dollari.

Fine della finestrella

Ad esempio – viene rilevato nello studio – la Bns “sotto-investe” nelle tecnologie per le energie rinnovabili. Solo l’11% delle quote detenute nel settore della produzione di elettricità riguarda imprese che puntano sull’energia ‘verde’, contro il 73% nell’energia fossile. Per rimanere al di sotto del limite di due gradi fissato dall’Accordo di Parigi, gli investimenti nelle rinnovabili dovrebbero almeno raddoppiare.

Stabilità finanziaria e ambientale

Affinché la Bns “possa adempiere al suo mandato in modo da rispettare il clima e realizzare la sua missione di assicurare la stabilità finanziaria tenendo conto dei rischi climatici”, l’Alleanza Clima Svizzera formula una serie di raccomandazioni, elaborate dopo aver consultato esperti di economia, finanza, ambiente e clima di diverse università elvetiche.

In particolare, si consiglia alla Bns di effettuare dei “test di stress climatico” per l’insieme del settore finanziario svizzero – assicurazioni, banche, casse pensioni – e di pubblicare misure per contenere i rischi macroeconomici. Inoltre, la banca centrale dovrebbe escludere dai suoi investimenti quelle “imprese che causano sistematicamente gravi danni climatici”.

Traduzione di Daniele Mariani, swissinfo.ch

Unione monetaria, l’eredità che Draghi deve lasciare di Giorgio La Malfa.

scenari economici.it 28 aprile 2018

Nella conferenza stampa che, come di consueto, segue la riunione mensile del Consiglio della Bce, Mario Draghi ha dichiarato l’altro ieri che nulla cambia nella politica monetaria. La Banca centrale europea non modifica quindi la sua impostazione né in senso più restrittivo, come chiedono insistentemente alcuni Paesi fra cui la Germania, né in senso più espansivo, come potrebbe essere suggerito dal fatto che vi sono segni molto consistenti – come ha riconosciuto lo stesso Draghi – di un raffreddamento della congiuntura in tutta l’area dell’euro.

Una conferenza stampa piuttosto noiosa – sembra abbia commentato qualcuno dei giornalisti presenti. In realtà è probabile che nel Consiglio della Bce la discussione sia stata ani- mata dal momento che i segnali che vengono dall’economia portano a conclusioni che vanno in direzioni diverse: i tedeschi probabilmente continuano a insistere per rialzare i tassi e anche a tenere alto il cambio fratturo e dollaro.

I segnali congiunturali negativi giustificherebbero invece, una politica economica di sostegno dell’economia e un tasso di cambio fra euro e dollaro che aiuti le esportazioni. Sono linee divergenti fra le quali è difficile me-
diare.
Ma qui si tocca il vero problema. Forse
ha ragione Draghi nel ritenere che in questo momento non vi sono elementi certi per modificare la politica monetaria. Però vi sono già – e da tempo – elementi sufficienti per un giudizio complessivo sulla efficacia della politica monetaria. La Bce ha avviato dal 2014 una politica di forte espansione monetaria con l’obiettivo di riportare la crescita annuale dei prezzi nell’area dell’euro «sotto, ma vicino al 2% per anno».

Non era detto esplicitamente, ma era implicito in questa analisi che i prezzi sarebbero tornati a crescere quando vi fosse stata una ripresa economica sufficientemente forte e solida. A distanza di tre anni quello che si può dire è che i prezzi non hanno ancora raggiunto il traguardo che era stato fissato, il che vuol dire che la ripresa è stata inferiore al previsto e soprattutto alle necessità di riassorbire la disoccupazione. Su questa situazione ora viene anche il probabile raffreddamento della congiuntura che è probabile ritardo ulteriormente la crescita dei prezzi verso l’obiettivo del 2%.

Qual è la conclusione? È che la politica monetaria non ha l’efficacia che le era stata attribuita. Naturalmente questo non vuol dire che – come dicono i tedeschi – è stato sbagliato il quantitative easing. Al contrario, esso è stato indispensabile e se non vi fosse stato, tutta l’area dell’euro starebbe peggio. Ma – questa è la conclusione – la politica monetaria da sola non basta. E il modo di completarla non è, come
ha insistentemente chiesto l’Europa in questi anni, la riforma del mercato del lavoro. Questa vi è stata, per esempio in Italia, e l’esito è praticamente nullo.

In realtà si è sperimentata ampiamente la politica economica che le istituzioni europee hanno predicato e gli esiti sono stati modesti. Il binomio dei conservatori: rigore fiscale e riforme del lavoro è stato ampiamente sperimentato e non ha dato i risultati voluti.

Ieri Draghi ha ripetuto che l’Unione monetaria europea è incompleta e che questo comporta una sua debolezza, ma il suo riferimento è all’Unione Bancaria, che effettivamente è incompleta per il rifiuto tedesco di immaginare strumenti europei di sostegno nei casi di crisi bancarie. Ma la vera incompletezza della politica economica europea e dell’Unione monetaria non è questa. L’incompletezza riguarda gli strumenti macroeconomici. Negli ambienti europei, a Bruxelles, come a Francoforte, si continua a ignorare l’altro strumento di politica economica che può accompagnare la politica monetaria che è la politica di bilancio. Su questo punto Draghi ripete che bisogna «consolidare» i miglioramenti della finanza pubblica. Ma se la congiuntura peggiora e se la politica monetaria è inefficace, quale può essere se non lo stimolo fiscale il modo per sostenere l’economia?

Tradizionalmente, prima che nascesse
l’Unione monetaria europea e prima che le vecchie idee prekeynesiane si reimpadronissero del mondo, si sapeva che gli Stati avevano tre strumenti di politica economica a disposizione: la politica monetaria, la politica di bilancio e il tasso di cam- bio. L’Ume è stata costruita sul presupposto che da tre strumenti si passasse a uno: il cambio non può essere modificato, il bilancio pubblico va sterilizzato, resta la politica monetaria. Ma se essa, come si è vi- sto, è solo parzialmente efficace nel senso che allargando le maglie si evita il peggio, ma non si riesce a sostenere davvero l’economia, che si fa? Si abbandona il campo e si accetta come inevitabile la disoccupazione? Si abdica cioè alla responsabilità di governare i fatti economici?

Questa è la vera riflessione che Draghi farebbe bene ad avviare se volesse lasciare un’eredità importante del suo mandato al vertice della Bce. Ma ovviamente è una riflessione che richiederebbe di sfidare le opinioni dominanti. Forse Draghi pensa di avere sufficientemente ben meritato fronteggiando e sconfiggendo la ver- sione estrema del rigore tedesco. Questo è vero. Ma uno Stato o Unione monetaria che non persegua e non garantisca la pie- na occupazione ha i piedi di argilla di fronte al malcontento che cresce in tutti i paesi europei. Le recenti elezioni in molti paesi dovrebbero averlo dimostrato a sufficienza.

Giorgio La Malfa, Il Mattino, 28.4.18

Investire in diamanti: tutto quello che devi sapere

Investire in diamanti

Le banche ci sono ricascate e ancora una volta e a pagare il conto sono i risparmiatori. Un po’ per il fascino della pietra, un po’ per la resistenza al tempo, l’investimento in diamanti è spesso associato con l’idea di sicurezza, come se si trattasse di un bene rifugio, una scelta sulla quale è impossibile sbagliare.

In realtà, si tratta di un tipo di investimento estremamente complesso e purtroppo, come spesso avviene in questi casi, banche e intermediari hanno intravisto una possibilità per truffare i risparmiatori.

L’Antitrust ha recentemente multato per più di 15 milioni di euro, due società specializzate nella vendita di diamanti e quattro banche per aver venduto a prezzi gonfiati le pietre ai clienti. Gli istituti sono stati accusati di comunicazione improprie: l’investimento veniva spacciato ai clienti come sicuro, senza nessun accenno ai rischi e all’impossibilità di rivendere i preziosi.

Il malcostume era stato già denunciato dal programma televisivo “Report”, al quale va il merito di aver riacceso i riflettori sui rischi connessi agli investimenti in diamanti, sempre più in voga, loro malgrado, anche tra i piccoli risparmiatori. Prima ancora che le autorità di vigilanza si interessassero della faccenda, alcune importanti banche italiane erano capaci di vendere un diamante del valore di 1.700 euro a 7.016 euro (di cui 16 di marca da bollo!).

Come tutte le altre vicende di risparmio tradito, purtroppo anche questo scandalo è frutto dell’asimmetria delle informazioni che c’è tra il risparmiatore e il consulente nonché del conflitto di interessi (in questo caso, quello tra società intermediarie e banche).

Per questo abbiamo ritenuto utile fornire una breve guida, per sottolineare le caratteristiche, ma anche tutti i rischi dell’investimento in diamanti. Il suggerimento, in ogni caso, se stai cercando una soluzione permanente per il tuo risparmio, è quello di rivolgerti a un consulente indipendente che ti aiuti a chiarire i tuoi obiettivi e ti consigli il miglior modo per raggiungerli, possibilmente con una strategia diversificata e non puntando su una sola asset class. La consulenza indipendente, eliminando il conflitto di interessi, è l’antidoto per evitare il ripetersi di casi come quello sanzionato dall’Antitrust.

Diamanti da investimento: quello che devi sapere

Come investire in diamanti?

Il diamante è considerato la pietra più preziosa in commercio. Esattamente si tratta di un minerale naturale composto esclusivamente da carbonio cristallizzato e noto ai geologi per essere il più duro minerale esistente sul pianeta Terra.

Il più desiderato gioiello tra le donne, simbolo di virtù morale, fedeltà e sincerità è stato rinvenuto per la prima volta in India, tra depositi alluvionali, circa 6000 anni fa. Successivamente sono stati scoperti altri giacimenti in Sud America, Brasile e infine in Sud Africa dove attualmente si estraggono, spesso senza controllo, il maggior numero di diamanti al mondo. Oggi questo prezioso minerale non rappresenta più solo un oggetto di grande valore e bellezza ma è entrato a far parte del mondo degli investimenti finanziari. Le più importanti borse di diamanti da investimento con sede a Londra, Anversa e New York forniscono in tempo reale le variazioni di quotazione del gioiello sulle quali, di solito, non sono previsti slittamenti “giornalieri” in perdita e/o viceversa di grande importanza.

L’alto valore del diamante da investimento deriva dalla difficoltà di reperirne in larga scala: vale la regola che meno se ne trovano e meno ce ne sono in commercio e, per contro, più valgono. Investire in diamanti sembrerebbe, quindi, in prima analisi, un investimento abbastanza sicuro per quel che riguarda la garanzia del mantenimento del valore nel tempo. E ad oggi, considerato l’elevato rischio degli investimenti azionari, l’insicurezza dei rendimenti obbligazionari e in generale la difficoltà a ottenere buoni rendimenti, investire in diamanti può sembrare qualcosa di più allettante rispetto alle tradizionali formule di risparmio o di investimento finanziario.

Investire in diamanti conviene?

L’investimento in diamanti è spesso visto come un porto sicuro vista la scarsità della pietra e la sua tendenza ad accrescere il valore nel tempo. Nel breve termine, in maniera analoga ad altre materie prime, il prezzo è determinato dall’offerta (andamento estrazione e scorte). Nel lungo periodo esiste un trend di crescita ma la consistenza di esso dipende dalla qualità della pietra.

Diverse forme o diversi livelli di purezza possono fare davvero la differenza. Quando si sceglie di investire in pietre preziose bisogna tenere presente che si sta facendo un investimento non liquido: il prezzo di vendita può oscillare molto a seconda della valutazione della pietra. Una valutazione iniziale sbagliata potrebbe rivelarsi estremamente rischiosa e lasciare l’investitore con in mano un prezioso impossibile da liquidare. Non si può negare che il mercato sia diventato più trasparente negli ultimi anni, grazie all’avvento di intermediari specializzati che operano online. In molti casi è possibile vendere i preziosi alle banche per prezzi concordati, ma a quale prezzo? Occhio alle commissioni!

In definitiva, investire in diamanti conviene? Non esiste un investimento buono per tutte le tasche e per tutte le fasi di mercato. I diamanti possono essere un buon bene rifugio in periodi di turbolenza, ma è sconsigliabile impegnare più del 5-10% del proprio capitale, a meno che non si riesca a ottenere un accesso privilegiato all’acquisto.

Diamanti da investimento: quotazioni

Le quotazioni dei diamanti da investimento possono variare molto, a seconda della qualità della pietra. A determinare il valore, oltre alla dinamica di domanda e offerta di mercato, sono anche caratteristiche della pietra come il taglio e il carato. Una guida può essere il listino Rapaport, pubblicato settimanalmente, che indica la valutazione tipica dei diamanti da investimento (basata sui prezzi della borsa di New York) in base ad alcune delle caratteristiche principali di essi.

Chi valutasse un investimento in diamanti, però, dovrebbe stare bene attento perché le combinazioni contenute nel listino sono tali e tante che può diventare complesso orientarsi tra centinaia di voci.

La quotazione di un diamante può arrivare a decine di migliaia di euro l’anno. Anche un piccolo errore di valutazione può fare un’enorme differenza.

Quando si pensa quotazioni di investire in diamanti bisogna infine considerare il fattore fiscale:sull’acquisto dei diamanti si paga l’Iva, a meno che non si comprino pietre depositate in una zona franca (Anversa, Le Havre, Genova, Rotterdam).

Dove investire in diamanti?

L’investimento in diamanti non è un regolamentato e addirittura le perle sotto il mezzo carato non necessitano di un certificato. Di solito ci si affida alle banche, che a loro volta si affidano ad aziende specializzate. Abbiamo visto come questi istituti abbiano abusato della loro posizione.

Non aiuta neanche il fatto che in Italia la maggior parte del business sia in mano a pochi intermediari, alcuni dei quali – come abbiamo visto – sono stati coinvolti nei recenti scandali. Di solito ci si affida alle banche, che a loro volta si affidano ad aziende specializzate. Abbiamo visto anche investire in diamanti in banca non dà delle vere e proprie garanzie: abbiamo visto in passato come questi istituti abbiano abusato della loro posizione.

Investire in diamanti pro e contro: tutti i rischi

Investire in diamanti ha pregi e difetti. Prima di investire devi essere consapevole del funzionamento e dei rischi del tuo investimento. E perché optare per un investimento palesemente poco efficiente data la scarsa trasparenza in merito si sui costi, il rischio di non riuscire a venderlo e il peso elevato delle commissioni? Ma vediamo nel dettaglio quali sono i rischi concreti.

Investire in diamanti certificati. Sarà davvero un diamante?

Prima cosa non tutti i diamanti hanno valore finanziario ma esclusivamente quelli che possiedono un certificato di autenticità che viene rilasciato, ad esempio, in Italia, da un istituto gemmologico come l’Istituto gemmologico italiano con sede a Roma. Il certificato garantisce che il diamante, con un peso che varia da mezzo carato ( 0,100 gr) a 2 carati (0,400 gr) sia perfetto nelle sue “4C” (carat, clarity, color, cut) ovvero peso, purezza, colore e taglio.

Il diamante riceve un punteggio in base al suo carato ma il suo valore aumenta in maniera esponenziale all’aumentare del suo peso; questo significa che 4 diamanti ciascuno del peso di 1/4 di carato valgono insieme quanto 1/4 del valore di un unico diamante da 2 carati. Esso viene classificato in più o meno raro in base al colore, identificato nella purezza per la presenza o meno di componenti al suo interno e per il taglio che parte dal presupposto che il diamante debba riflettere la luce da ogni porzione di spettro per poi rimandarla verso l’alto e spiccare così in lucentezza e brillantezza.

Rischio cambio valuta: il cambio col dollaro sarà favorevole quando dovrai vendere?

Dopo essersi accertati che il diamante è qualificabile in tali termini è importante sapere che viene quotato in borsa in dollari americani e che un’eventuale conversione da dollari in euro, ad esempio, può rappresentare una fonte di rischio. Investire in diamanti non contempla un tipo di opzione speculativa, questa materia prima tende generalmente ad aumentare il suo valore in modo quasi costante e a conservare al suo interno il denaro investito e viene pertanto identificato, così come l’oro, come un “bene rifugio”.

Assenza di vigilanza: perché la Consob non vigila sugli investimenti in diamanti?

L’investimento in diamanti non è un investimento di natura finanziaria e per questo è al di fuori dalla disciplina in materia della Consob. Non esiste alcun istituto bancario che regolarizza o accetta lo scambio di questo bene così come accade, invece e in modo costante per l’oro e quindi, aldilà dell’indiscutibile preziosità del diamante, può risultare complicato rivenderlo al prezzo del suo valore effettivo correndo il rischio di una svendita più o meno consistente.

Evitare questo rischio significa altrimenti attendere pazientemente che il valore del diamante abbia superato almeno di un 20% il valore al suo momento dell’acquisto così da assorbire qualsiasi perdita in fase di rivendita; in poche parole ciò significa un’attesa di almeno 20 anni. Sono fattori da tenere in considerazione quando si deve stabilire quanto rende un investimento in diamanti. Bisogna poi tenere in considerazione che è molto più semplice riuscire a rivendere i diamanti da investimento che hanno un peso minore e che valgono relativamente anche molto meno, rispetto ad un diamante da 2 carati il cui valore monetario è altissimo e di gran lunga superiore a quello dell’oro, ma che rimane estremamente difficile da rivendere sul mercato.

Esiste sicuramente la possibilità di proporre i diamanti a collezionisti privati ma si tratta di un mercato specifico, che richiede una certa esperienza e conoscenza accurata della materia prima oggetto dello scambio, un mercato all’interno del quale non può di certo muoversi con dimestichezza un investitore medio un po’ inesperto.

Vale la pena investire in diamanti? Chi garantisce sul prezzo dei diamanti?

Investire in diamanti è un’operazione affascinante ma si presuppone che dall’altra parte ci sia un investitore con un alto potenziale di acquisto che intende diversificare le sue forme di investimento e optare in parte o per tutto verso un investimento di lungo periodo. Non è trascurabile neanche la formula di conservazione del diamante stesso; non essendo riconosciuto come strumento finanziario esso non riceve le tutele e le garanzie riservante agli altri strumenti finanziari riconosciuti come tali e questo rappresenta un ulteriore rischio che grava sulle spalle dell’investitore.

Inutile dire che è quasi impensabile considerare di conservare i diamanti in casa magari chiusi in cassaforte o in un altro nascondiglio segreto e ancor peggio esibirli anche per una sola occasione, decidendo di indossarli. La migliore prospettiva per un investitore che decide di investire il suo denaro con l’acquisto di diamanti, è quella, intanto, di cercare di acquistare il diamante ad un prezzo il più vicino possibile al valore reale della pietra, cosa tra l’altro abbastanza difficile poiché non esiste alcuna regolarizzazione per la determinazione del prezzo e si intravedono sempre sfumature soggettive per la sua individuazione.

«Bazoli controllava anche Ubi banca». A processo in trenta

 ILMANIFESTO.IT 28 APRILE 2018

Giovanni Bazoli, 85 anni, presidente onorario e “inventore” di Intesa San Paolo

È il banchiere di più lungo corso rimasto in Italia. Fattosi le ossa nel far resuscitare il Banco Ambrosiano fino a inventarsi Intesa San Paolo. Ha sempre fatto dell’etica (cattolica) una ragione di vita e non ha mai nascosto le simpatie per il centrosinistra. Ora però l’85enne bresciano Giovanni Bazoli andrà a processo con una accusa molto grave: aver controllato due banche concorrenti ed aver impedito i controlli della autorità competenti.

IL CONFLITTO DI INTERESSI è gigantesco. Secondo i magistrati di Bergamo mentre continuava ad essere presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo (ora è presidente emerito), Bazoli controllava anche Ubi, istituto terzo in Italia per numero di sportelli e più forte del territorio fra Bergamo e Brescia, dove «il professore» è una istituzione da decenni.

L’ACCUSA DI OSTACOLO agli organi di vigilanza riguarda i presunti patti parasociali occulti che sarebbero stati stretti tra il 2009 e il 2016 dai due gruppi di azionisti della banca, l’associazione Amici di Ubi, guidata da Emilio Zanetti, e l’Associazione Banca Lombarda e Pimontese, presieduta da Bazoli, per influenzare governance, nomine e scelte aziendali. Nel capo di imputazione, i magistrati bergamaschi contestano anche Bazoli di aver continuato, dal marzo 2009, «a mantenere sia la presidenza di Banca Intesa Sanpaolo oltre che l’amministrazione e gestione di fatto all’interno del gruppo Ubi banca, imprese bancarie fra loro in concorrenza, così ostacolando le funzioni di vigilanza». La seconda ipotesi di reato è invece relativa a presunto rastrellamento di deleghe in bianco che sarebbe stato effettuato in vista dell’assemblea dei soci dell’aprile 2013 dedicata al rinnovo del consiglio di sorveglianza di Ubi.

Le accuse per le quali il pm Fabio Pelosi aveva chiesto il rinvio a giudizio sono ostacolo all’esercizio degli organismi di vigilanza e presunte irregolarità nella raccolta delle deleghe in vista dell’assemblea del 2013 che avrebbe determinato la governance di Ubi. Il processo comincerà il 25 luglio.

SUL BANCO DEGLI IMPUTATI, insieme all’amministratore delegato di Ubi Victor Massiahad Massiah, ci saranno anche due manager di Ubi attualmente in carica: il presidente del consiglio di sorveglianza, Andrea Moltrasio, e il suo vice Mario Cera. Oltre al loro altri 26 dirigenti. Il gup di Bergamo, Ilaria Sanesi, ha accolto la richiesta del pm Fabio Pelosi e mandato e giudizio tutti gli imputati compresa la stessa Ubi Banca, sotto accusa ai sensi della legge 231 sulla responsabilità amministrativa di società per reati commessi da propri dipendenti.

AL MOMENTO DELLA LETTURA del verdetto, il banchiere bresciano, che si era difeso nella discussione, non era presente in aula. Il rinvio a giudizio disposto dal gup di Bergamo arriva dopo la sentenza emessa in un procedimento “parallelo” dalla Corte d’Appello di Brescia che, nel maggio 2017, aveva annullato le sanzioni inflitte dalla Consob a Ubi escludendo ogni ipotesi di ostacolo alla vigilanza ed altre omissioni informative.

«NESSUN OSTACOLO ALLA vigilanza da parte mia» – ha commentato in una nota Bazoli -. Prendo atto della decisione, che era prevedibile in considerazione dei limiti propri dell’udienza preliminare. Il dibattimento sarà certamente la sede più adeguata per accertare che l’intero impegno da me dedicato alla nascita e all’avvio di Ubi è stato improntato alla massima correttezza e trasparenza. Ubi Banca «prende atto con rammarico» della decisione del giudice ma «è certa e ribadisce che il dibattimento, entrando nel merito, dimostrerà l’infondatezza delle accuse rivolte all’ente e ai propri esponenti, ritenendo che non vi sia stato alcun ostacolo alla Vigilanza, alcun patto occulto, alcuna omissione informativa, alcuna influenza nel determinare la maggioranza assembleare».

 

FRANCIA O SPAGNA (o inglesi, USA, Germania) PURCHE’ SE MAGNA (le ossa buttate per cani e servi dalla tavola del VERO POTERE STRANIERO).

SCENARIECONOMICI.IT 28 APRILE 2018

Il 29 aprile è un’altra data da ricordare. Una data in cui dalla barbarie sgorgò altra barbarie.

Il giorno in cui i cadaveri mitragliati a Dongo di Mussolini e altri del seguito furono appesi al distributore di benzina di P.le Loreto come maiali al mattatoio in un delirio di barbarie medioevale.

Una barbarie inutile e stupida perché da vivo Mussolini avrebbe potuto chiarire tanti, TANTISSIMI lati oscuri della politica italiana fin da quando lui e D’Annunzio avevano tramato lautamente finanziati per l’ingresso (stupido e inutile, perché con la neutralità si poteva ottenere lo stesso risultato) dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale al fianco degli inglesi e francesi.

Lo si poteva anche condannare a morte, ma dopo un regolare processo in cui il carteggio segreto fra Mussolini e Churchill, che aveva al seguito, avrebbe riservato molte sorprese, chiarito chi aveva fatto sparire l’enorme quantità d’oro che aveva al seguito, chi aveva ucciso i testimoni dell’esecuzione di Dongo, ecc… Il tutto avrebbe aiutato a chiarire e contribuire a riappacificare un paese devastato fisicamente, economicamente, socialmente e moralmente.

Invece la barbarie di piazzale Loreto scatenerà seimesi di clima stile rivoluzione francese pseudo-bolscevica in cui decine di migliaia di fascisti o presunti tali furono umiliati e scannati senza alcun cenno di legalità.

Omicidi spesso fondati da vendette personali, faide private, errori allucinanti (il gerarca TERUZZI venne fucilato varie voltepeccato che in realtà morì serenamente nel suo letto anni e anni dopo, quindi furono fucilati vari innocenti al suo posto, solo perché gli assomigliavano), delazioni, dicerie, condanne improvvisate e spesso ingiuste.

Si uccide di giorno e di notte, poi la mattina le decine di morti vengono portati dalla NETTEZZA URBANA all’obitorio dove a centinaia giacciono senza che i parenti, per paura di fare la stessa fine, li reclamino:

Solo a Milano nella prima settimana dopo la fine della guerra si conteranno 150 cadaveri senza nome.

I compagni si sentivano vincitori (ancor oggi) e pensavano di prendere il potere alle prime elezioni (‘48), ma con la geniale mossa del dare il voto alle donne vennero sconfitti politicamente.

“Fortunatamente” per noi l’Italia era stata conquistata e messa sotto “tutela” dagli americani e non dai russi. Quindi essendo sotto tutela anglosassone ci siamo preservati dalla Peste Comunista che ha ridotto a fantasmi i paesi della Cortina di Ferro, mentre l’Europa Occidentale venne convinta ad apprezzare gli USA dal benessere diffuso che gli venne permesso di raggiungere, anche per contrastare politicamente l’est comunista politicamente, con fatti evidenti e concreti di miglior qualità della vita dei cittadini.

Interessante notare come il benessere inizia a crollare quando i “residuati bellici” del ex P.C.I. riescono ad andare al potere dal ‘94 (in alternanza con Berlusconi) in poi, ma ci riescono solo perché ormai di rosso dovrebbero avere solo la vergogna dato che nel frattempo da feroci comunisti si sono trasformati nella trivella del neoliberismo ANGLOSASSONE! E sono diventati gli utili idioti economici che per un ricco piatto di lenticchie (per se) hanno privatizzato gli enormi asset strategici che il paese aveva accumulato nel dopoguerra e hanno reso l’Italia nuovamente una colonia finanziaria anglosassone e economicamente una colonia della Germania.

E come diceva Montanelli: “ai  comunisti piacciono così tanto i poveri che ogni volta che quando governano fanno del loro meglio per aumentarne il numero”.

Quindi rendere omaggio alle decine di migliaia di morti (anche se una consistente parte erano indubbiamente criminali da processare e condannare) della barbarie senza legge che si scatenò dal 29 aprile 1945 farebbe tanto, tanto bene allo spirito di unità nazionale.

La barbarie non giustifica mai la barbarie, infatti il nazismo venne chiuso con onore della legge dal Processo di Norimberga, il fascismo no! Per questo l’Italia è un paese tuttora lacerato dalle ferite del fascismo e dell’antifascismo.

Come ancora vive e deleterie sono le ferite di un’Unità d’Italia in cui il Sud Italia venne truffato, tradito e ridotto a colonia depressa dalla nefasta casata dei Savoia! Che permisero agli inglesi, per interesse personale, di fare l’Italia per risanare (CON LE ENORMI RISERVE D’ORO DEI BORBONI) i debiti dei Savoia in bancarotta nei loro confronti e di mettere le mani su un monopolio strategico che i Borboni possedevano indispensabile per fare le guerre e la gestione militare del mondo che agli anglosassoni piace tanto (LO ZOLFO SENZA CUI LA POLVERE DA SPARO NON SI FA) e dell’Italia una pedina geopolitica nelle loro mani da allora fino a oggi.

Quindi visto tutto ciò cari 5 Stelle e Lega dimenticatevi il PD che ha tradito il paese e i cittadini e il leader “bollito” che per due decenni ha fatto solo i caz… cavoli suoi per dirla in modo “garbato”

(caro Salvini guardatelo bene questo video contenente solo FATTI E SENTENZE DEFINITIVE prima di pensare di rimanere “agganciato” a “costui”: ormai gli italiani hanno messo la parola fine o lo capisci o verrai asfaltato anche tu) fate finta che siamo nel 1945 e che siamo appena usciti da una guerra terribile (economicamente siamo in una guerra  con migliaia di vittime da un decennio) e che ci sia da ricostruire un paese distrutto economicamente, socialmente, moralmente e lacerato politicamente (come in effetti è) e datevi una mossa: mezzo programma in comune ce lo avete già e c’è di che lavorare per il bene comune del paese per almeno una legislatura.

In particolare un appello ai 5 Stelle: avete avuto una delega in bianco dal Sud Italia che spera in voi, non traditeli come fecero i Savoia alleandovi con i Vicerè tedeschi del PD che hanno ridotto l’Italia da Roma in giù a un paese quasi del terzo mondo.

Il Sud Italia ha delle potenzialità inespresse e compresse tali che può diventare il motore più forte del Rinascimento Italiano.

Italia libera, equa, sostenibile e soprattutto sovrana.

Marco Santero

Blackrock, il più grande fondo al mondo Così funziona il colosso da 4mila miliardi

CAMILLA CONTI espresso.repubblica.it 16 giugno 2014

Gli uomini chiave, le partecipazioni importanti (anche in italia), i rapporti con la politica e le preoccupazioni per il suo potere globale. Cosa è, e cosa fa, il fondo di investimento americano

Blackrock, il più grande fondo al mondo 
Così funziona il colosso da 4mila miliardi

Otto e quindici del mattino, ora di New York. Al quarto piano di un edificio di Manhattan compreso tra due avenue di grido come la Madison e la Park, una pattuglia di manager armati di tazze di caffè si riunisce attorno a un tavolo ovale. Uno schermo a cristalli liquidi si accende e compaiono tante piccole caselle: sfilano gli sfondi di Londra, San Francisco, Tokyo, Hong Kong. Più di una dozzina di uffici-satellite si connettono in videoconferenza per analizzare l’impatto delle principali notizie economiche e politiche della giornata su valute, petrolio, titoli e mercati. Le risposte dai diversi angoli del globo possono durare al massimo 45 secondi: il giro del mondo in un quarto d’ora.

Con questo rito quotidiano comincia la giornata nel quartier generale di Blackrock, la più grande società di investimento al mondo, capace di spostare masse di milioni di dollari con un clic. Una sorta di esploratore del mercato che, quando suona la carica, viene seguito a ruota dagli altri investitori internazionali, ma anche un interlocutore strategico di governi e autorità. Blackrock oggi è fra i primi azionisti di colossi come Google, Apple o Chevron, con un patrimonio gestito globale che, a marzo 2014, ammontava a 4.400 miliardi di dollari, più del doppio del debito pubblico italiano. Al timone di questo panzer della finanza mondiale ci sono il presidente Robert Kapito e l’amministratore delegato Larry Fink, uno dei consiglieri più ascoltati in politica economica dal presidente americano Barack Obama.

VEDI ANCHE:

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A Siena sperano nel grande ritorno

Il fondo di investimento è stato il secondo azionista della banca, prima di vendere parte delle quote. E ora ci si chiede quali saranno le sue prossime mosse alla luce dell’aumento di capitale

I due manager sono oggi delle vere star per le nuove leve di Wall Street o della City londinese, che un tempo bramavano una scrivania in banche d’affari come Goldman Sachs o Lehman Brothers. Non è un caso se la rivista “Fortune” nel 2013 ha assegnato a Blackrock il titolo di società «più ammirata del mondo» nel settore del risparmio gestito. I circa 11.200 dipendenti sparsi in trenta nazioni hanno un’età media di trentatré anni e uno stipendio medio che dopo, cinque anni di lavoro, si aggira attorno 115 mila dollari l’anno, più alto di quello dei concorrenti. Invidiatissimi nella tribù finanziaria, sono assai ricercati anche da chi è in caccia di un buon partito da sposare. Secondo Hinge, social network americano di appuntamenti, i golden boy di Blackrock sono infatti fra i più cliccati dalle ragazze in cerca di fidanzati rampanti.

Larry Fink, ceo Blackrock
Larry Fink, ceo Blackrock

Entrare a far parte della squadra, però, non è facile. Ogni anno Glassdoor.com, un sito molto cliccato negli Stati Uniti dove chi lavora può raccontare in forma anonima la propria esperienza, stila una classifica delle 25 società americane con i colloqui più difficili da superare: nel 2013 Blackrock si è piazzata al diciassettesimo posto. Sul sito compaiono anche alcune testimonianze sulle domande cui hanno dovuto rispondere i candidati: da «Come investiresti un miliardo di dollari?» a «Quanti diamanti da un carato servono per riempire questa stanza?». Un anonimo del Delaware racconta di lavorare in Blackrock da otto anni e regala un suggerimento: «È facile per un soldato sentirsi un patriota durante la battaglia. Ma deve essere capace di sentirsi allo stesso modo anche quando pela le patate». In sostanza: se sei bravo a gestire le piccole sfide quotidiane e non solo le operazioni d’alta finanza, questo è il posto giusto per te.

Eppure Blackrock deve fare anche i conti con una certa immagine da “lupo di Wall Street”, costruita attorno ai protagonisti della finanza Usa dopo la crisi del 2008. Certo, quando si muove la “roccia nera” fa rumore. Anche in Italia, dove oggi è il primo investitore estero e il secondo in assoluto dietro lo Stato, con circa 20 miliardi di euro di partecipazioni, il doppio di dodici mesi fa. Non è un caso se quest’anno ha scelto la Borsa di Milano per riunire i suoi 150 top manager. E se, durante la trasferta, Fink ha incontrato il premier Matteo Renzi. Gli addetti ai lavori, e anche Renzi, vedono l’interesse di Blackrock per l’Italia come una benedizione, altri invece come un’invasione. Soprattutto i cultori del complotto, quelli per cui l’investitore straniero è uno speculatore per definizione.

A Milano Fink ha voluto vedere anche il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, che in passato gli ha mosso più di una contestazione. Come nel caso di Saipem: lo scorso 3 gennaio la Commissione ha avviato un procedimento civile nei confronti del responsabile del team azionario europeo di Blackrock per la vendita del 2,2 per cento di Saipem, realizzata a ridosso dell’allarme sull’andamento dei risultati lanciato a gennaio 2013. Le vendite secondo la Consob partirono infatti prima di quando è stato dichiarato. «Blackrock», si legge nel bilancio 2013 della società americana, «ha condotto un’indagine approfondita e non ha trovato prove a sostegno delle accuse. Ha pienamente cooperato con Consob, e continuerà a farlo».

L’alone di mistero, e di sospetto, è anche alimentato dall’esenzione prevista dalle normative per i fondi, che permette loro di non dichiarare le quote inferiori al 5 per cento conquistate nel capitale di molte società tricolori. Ma la strategia è di mercato, assicurano dal gruppo Usa. Che di mestiere fa il gestore di investimenti, ovvero raccoglie il denaro di tutta una serie di investitori, anche piccoli, e lo impiega in diversi modi. I clienti di Blackrock investono per più di due terzi in gestioni cosiddette “passive”: ovvero il cliente (un gestore, una famiglia o un altro fondo) compra i cosiddetti fondi Etf, che non fanno altro che replicare i titoli che compongono i principali indici. L’altro terzo di attività di investimento ha invece natura attiva e viene svolto da gestori localizzati in varie città del mondo che devono selezionare le aziende.

Non solo. Blackrock dispone di una piattaforma tecnologica battezzata Aladdin, acronimo di “Asset liability and debt derivatives investment network”. Il computer-genio traduce i dati di mercato in scelte d’investimento per 170 fondi pensione di tutto il pianeta, fondi sovrani e banche. Vi si appoggiano oltre 200 operatori, generando transazioni miliardarie. Secondo il settimanale “The Economist”, Aladdin rischia di creare una sorta di pensiero unico che può condizionare i mercati e impattare sulle politiche di interi Stati.

Entrare in questa rete è oggi l’obiettivo di tutti quei giovani laureati o manager a inizio carriera che, da grandi, vogliono diventare come Larry Fink, californiano classe 1952, famiglia ebrea, madre professoressa di inglese, padre titolare di un negozio di scarpe. Arriva nel 1976 a New York con in tasca un Master in Business Administration dell’University of California e al fianco l’ex fidanzatina del liceo, Lori, con cui ha avuto tre figli ed è sposato tuttora. Nel 1988 crea Blackrock da una costola di un altro fondo d’investimento, Blackstone, insieme all’attuale presidente Kapito, plurimedagliato in quanto a prestigio universitario, avendo frequentato Harvard e Wharton. La società cresce, ingloba Merrill Lynch Investment Managers nel 2006 e poi Barclays Global Investors (entrambe le banche sono fra i principali azionisti). La fortuna è stata essere al posto giusto al momento giusto, crescendo per acquisizioni quando esplodeva la moda dei gestori professionali e affiancando il governo Usa nelle operazioni di vendita di Bear Stearns e nel salvataggio di AIG.

Per la rivista “Forbes”, Fink è il 42° uomo più influente al mondo, in grado di orientare le decisioni di industrie e governi, tutti suoi clienti. Nel 2010 un articolo su “Vanity Fair” lo definiva «il più importante personaggio della finanza mondiale» e, nonostante questo, «uno sconosciuto a Manhattan», dove vive in un appartamento sull’Upper East Side. Calmo, riflessivo, in apparenza il contrario dell’archetipo della finanza anni Ottanta. Ma «quando la crisi colpisce, la maggior parte dei leader mondiali alza il telefono e chiama Fink», ha scritto il “Financial Times”.

Robert Kapito, presidente Blackrock
Robert Kapito, presidente Blackrock

Nel 2013 ha incassato un compenso di 22,9 milioni di dollari, mentre Kapito si è staccato un assegno da 17,6 milioni di dollari. I due hanno stili di leadership diversi: Fink è in ufficio alle 5.30 tutte le mattine e passa in aereo più di 200 giorni l’anno. Spende gran parte del tempo al telefono con primi ministri, clienti importanti e autorità dei singoli Stati. Kapito si occupa delle operazioni giorno per giorno ed è il custode della cultura aziendale, ispirata al concetto che gli americani chiamano del “window and mirror”: se fai bene, tutta la squadra deve mostrarsi alla finestra per godersi il successo; se fai male, devi guardarti allo specchio e capire dove hai sbagliato.

Del consiglio di amministrazione fanno parte anche il co-presidente Charlie Hallac, l’architetto di Aladdin, e Ben Golub, capo dell’ufficio rischi, che ha tre dottorati alla Mit Sloan School of Management. Ci sono poi manager che vengono da altre esperienze, come Ivan Seidenberg, arrivato dal colosso americano delle telecomunicazioni Verizon, e l’italiano Fabrizio Freda, che ha guidato il gruppo dei cosmetici francese Estée Lauder. Non mancano le quote rosa: nel board siedono l’ex braccio destro di Fink, Susan Wagner, e Barbara Novick, che tiene le relazioni con i rappresentanti dei diversi governi.

Ad aprile Blackrock ha cominciato a porre le basi per un cambio soft ai vertici, preparandosi a una futura uscita di Fink. Il piano di successione punta a individuare una generazione di manager esecutivi più giovani. Come Rob Goldstein, oggi capo del business dei clienti istituzionali, e Mark McCombe, presidente di Blackrock in Asia. La panchina è pronta e la “messa” delle otto di mattina, in diretta con il mondo, può continuare.

Intesa Sp, Messina: No garanzie statali su bad bank, bene BlackRock

http://www.lapresse.it/ 26 febbraio 2014

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Milano, 26 feb. (LaPresse) – Il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, a margine della presentazione del sesto rapporto sui distretti industriali, non ha escluso che la banca faccia ricorso a una bad bank per i crediti in sofferenza. “Nel piano faremo una presentazione analitica su questi temi – ha detto Messina – ma creare un sistema per separare i crediti in sofferenza è un asset importante di qualsiasi piano di qualsiasi banca che presenterà un piano nei prossimi mesi”. Messina ha poi escluso decisamente il ricorso a garanzie statali sui crediti deteriorati. “Non abbiamo alcuna necessità di questo tipo – ha detto – non ne abbiamo bisogno, lo escludo”. Inoltre Messina ha sostenuto che l’ingresso del fondo americano BlackRock nel capitale di Intesa Sanpaolo con una quota del 5% “ci fa molto piacere. Questi sono gli investitori che vogliamo avere nel capitale”. Quanto al possibile ingresso di altri investitori esteri, il consigliere delegato ha spiegato che “nei prossimi mesi, dopo che avremo approvato il piano industriale, se verrà valutato in modo positivo, ci potranno essere altri investimenti da parte di investitori istituzionali”. Messina ha poi affermato che l’offerta di credito di Intesa Sanapaolo “per i prossimi 4 anni sarà superiore a 150 miliardi di euro”. “La domanda – ha sottolineato – non dipende da noi, ma dalla qualità della domanda, perché non possiamo permetterci di creare sofferenze siamo la banca delle imprese e delle famiglie italiane, non siamo la banca dei quattro dossier che sono tutti i giorni sui media, ma dei 400 miliardi di affidamenti di imprese e famiglie”.

I VERI PADRONI DEL MONDO. Le 4 banche e le 8 famiglie

http://www.hackthematrix.it/?p=12144 27 novembre 2016

LE QUATTRO GRANDI BANCHE DI WALL STREET E LE OTTO FAMIGLIE COLLEGATE CHE DOMINANO LA FINANZA MONDIALE. I media russi che trasmettono informazioni in forma alternativa (rispetto ai media occidentali) si sono presi la briga di sviscerare e segnalare in modo specifico quali siano gli oligopoli finanziari anglosassoni- le quattro mega banche- che hanno il controllo della finanza mondiale, come è venuto alla luce dai risultati inquietanti di una ricerca fatta da “Russia Today”: queste sono BlackRock, State Street Corp,- FMR/Fidelity,- Vanguard Group. E’ risultato fra l’altro che, anche che la “privatizzazione globale dell’acqua” viene attuata dalle stesse megabanche di Wall Street, in concomitanza con la Banca Mondiale, fatto questo che arreca benefici nel suo insieme al nepotismo dinastico della famiglia Bush (grande famiglia di petrolieri), i cui componenti stanno cercando anche di prendere il controllo delle fonti d’acqua dell’Acuífero Guaraní in Sud America, una delle maggiori riserve d’acqua dolce del pianeta. Già nel 2012 il precedente legislatore texano Ron Paul –padre del candidato presidenziale Rand, uno dei creatori del poi rinnegato “Partito del Te”, venuto poi meno, ma che è stato anche uno dei migliori esperti fiscali degli Stati Uniti- aveva segnalato che i Rothschild possiedono le azioni delle 500 principali multinazionali riportate nella rivista Fortune che sono controllate a loro volta dalle quattro grandi banche di Wall street (“the Big Four”): la BlackRock, la State Street, FMR/Fidelity e Vanguard Group (che strana coincidenza). Adesso Lisa Karpova (LK), della Pravda.ru, è riuscita a penetrare,con la sua indagine, nei dedali della finanza globale ed ha commentato che si tratta di ” sei, otto o forse 12 famiglie , che sono quelle che veramente dominano il mondo, pur sapendo che è un mistero difficile da decifrare”.

I VERI PADRONI DEL MONDO- Le 4 banche e le 8 famiglie

COME PUO’ ESSERE POSSIBILE CHE ESISTA IN PIENO SECOLO XXI, un secolo ultra tecnologico e di trasparenza democratica (secondo gli apologeti del progresso, ben controllati anche loro) tanta opacità per arrivare a conoscere coloro i quali sono i plutocrati mega banchieri oligopolisti/oligarchici che detengono le finanze del pianeta? LK arriva alla conclusione che le otto ridotte famiglie , che sono state ampiamente citate nella letteratura, non si trovano lontane dalla realtà: Goldman Sachs, Rockefellers, Loebs Kuhn e Lehmans a New York, i Rothschild di Paris/Londra, i Warburgs di Amburgo, i Lazard di París, e Israel Moses Seifs di Roma. Vada pure avanti la polemica per cui, a mio giudizio, la lista risulta incompleta e non sono tutti quelli che vi si trovano e neppure tutti sono quelli che compaiono. LK ha ha iniziato l’”inventario delle maggiori banche del mondo” e si è accertata dell’identità dei loro principali azionisti, così come di quelli che “prendono le decisioni”. Qualcuno potrà criticare, non senza ragione, che l’inventario di LK non arriva alla sofisticazione di Andy Coghlan e Debora MacKenzie, della rivista scientifica “New Scientist”, i quali rivelano la plutocrazia bancaria e le sue reti finanziarie- l’1% che governa il mondo-, basandosi in una ricerca di tre teorici dei “sistemi complessi”, che tuttavia alla fine dei conti, i risultati della ricerca coincidono in forma sorprendente, nonostante la sua semplicità di sistema di indagine. LK ha scoperto che le sette mega banche di Wall Street che controllano le principali multinazionali (corporations) globali sono Bank of America, JP Morgan, Citigroup/Banamex, Wells Fargo, Goldman Sachs, Bank of New York Mellon e Morgan Stanley. LK ha verioficato che le megabanche del tempo passato erano controllate a loro volta dal nucleo dei “Quattro Grandi (The Big Four)”: BlackRock, State Street Corporation, FMR/Fidelity e Vanguard Group.

 JPMorgan:

QUESTE SONO LE TRACCE DEI CONTROLLANTI DI CIASCUNA DELLE SETTE MEGABANCHE.
1.- Bank of America: State Street Corporation, Vanguard Group, BlackRock, FMR/Fidelity), Paulson, JPMorgan, T.Rowe, Capital World Investors, AXA, Bank of NY Mellon.
2.- JPMorgan: State Street Corp., Vanguard Group, FMR/Fidelity, BlackRock, T. Rowe, AXA, Capital World Investor, Capital Research Global Investor, Northern Trust Corp. e Bank of Mellon.
3.- Citigroup/Banamex: State Street Corporation, Vanguard Group, BlackRock, Paulson, FMR/Fidelity, Capital World Investor, JPMorgan, Northern Trust Corporation, Fairhome Capital Mgmt e Bank of NY Mellon.
4.-Wells Fargo: Berkshire Hathaway, FMR/Fidelity, State Street, Vanguard Group, Capital World Investors, BlackRock, Wellington Mgmt, AXA, T. Rowe y Davis Selected Advisers.
5.- Goldman Sachs: “I Quattro Grandi”, Wellington, Capital World Investors, AXA, Massachusetts Financial Service y T. Rowe.
6.- Morgan Stanley: ” I Quattro Grandi”, Mitsubishi UFJ, Franklin Resources, AXA, T.Rowe, Bank of NY Mellon e Jennison Associates.
7.- Bank of NY Mellon: Davis Selected, Massachusetts Financial Services, Capital Research Global Investor, Dodge, Cox, Southeatern Asset Mgmt… e “I Quattro Grandi”.

Dei Quattro Grandi che dominano le sette megabanche e che godono di sovrapposizioni ed incroci azionari, si evidenziano soltanto quelli che controllano State Street y BlackRock.
1.- State Street: Massachusetts Financial Services, Capital Research Global Investor, Barrow Hanley, GE, Putnam Investment e… “I Quattro Grandi(Loro stessi sono azionisti!).
2.-BlackRock: PNC, Barclays e CIC.

 JPMorgan:

COME ESEMPIO DELLE SOVRAPPOSIZIONI ED INCROCI AZIONARI, si può prendere la PNC Bank, che viene controllata da tre dei “Quattro Grandi”: BlackRock, StateStreet y FMR/Fidelity. Nel suo libro “La Guerra delle Valute”, l’autore cinese, Song Hongbing , catalogava in questo ai Rothschild come la famiglia più ricca del pianeta, con un capitale accumulato di 5 milioni di milioni di US. $. Se i Rothschild fossero un paese, avrebbero avuto quindi, il quinto posto del ranking globale dietro il PIL di 7, 3 milioni di milioni di US. $ dell’India (quarto posto), e maggiore del Giappone, di 4,8 milioni di US-$, quinto posto, prima della Germania (sesto posto), della Russia (settimo posto), del Brasile (ottavo posto) e della Francia (nono posto). Io avrei citato un articolo delle stesso Economist- anche questo di proprietà, come il Financial Times, del gruppo Pearson- tutti controllati dalla Black Rock, uno dei “Big Four”-, in cui si dimostrava quali fossero le multinazionali controllate dalla Black Rock: essendo questa la principale azionista della Apple,di ExxonMobil, di Microsoft, GE, Chevron, JP Morgan, P&G, Shell, Nestlé, senza contare la sua proprietà del 9% delle azioni di Televisa. Secondo i risultati ottenuti dalla ricerca svolta da Lisa Karpova e dalla sua equipe, i “Big Four” controllano inoltre le maggiori multinazionali anglosassoni:
Alcoa; Altria; AIG; AT&T; Boeing; Caterpillar; Coca–Cola; DuPont; GM; H–P; Home Depot; Honeywell; Intel; IBVM; Johnson&;Johnson; McDonald’s; Merck; 3M; Pfizer; United Technologies; Verizon; Wal–Mart; Time Warner; Walt Disney; Viacom; Rupert Murdoch’s News; CBS; NBC Universal. I padroni del Mondo!
Come se quanto esposto prima fosse poco, LK commenta che la Federal Reserve USA comprende 12 Banche, rappresentate da un Consiglio di sette persone, che rappresentano i “Big Four”.
In definitiva la Federal Reserve si trova sotto il controllo dei Big Four privati: BlackRock, StateStreet, FMR/Fidelity y Vanguard Group.
A mio giudizio, è molto probabile che esistano imprecisioni che sarebbero il prodotto della stesa opacità dei mega banchieri.
Nella fase della guerra geofinanziaria, quello che conta è la percezione degli analisti finanziari di Cina e Russia che sono arrivati alla determinazione dei Quattro Grandi e delle otto famiglie, tra le quali si evidenziano i banchieri schiavisti Rothschild: controllori nel loro insieme di altrettante mega banche della Federal Reserve. I padroni dell’Universo!

* di Alfredo Jalife Rahme
>Fonte< – >Tratto da<
Redatto da Pjmanc http://ilfattaccio.org

Blackrock, ancora tu?

 scenari economici 8 novembre 2016

Secondo il prestigioso giornale Limes fu proprio l’americana Blackrock a tessere la trama per la caduta del Governo Berlusconi nel 2011. Intanto, con la strategia già conosciuta da Ligresti di tenersi sotto il 5%, sta comprando l’Italia.

 

Gestisce 4,65 mila miliardi di dollari, circa due volte il famigerato debito italiano, ed è il primo Asset Manager Globale per volumi gestiti: per avere un ordine di grandezze la più conosciuta JP Morgan amministra un ammontare di 1,72 miliardi di dollari. Eppure non tutti sanno chi è Blackrock, il colosso finanziario americano, l’hedge fund nato nel 1988 sulle spoglie del crollo finanziario di Wall Street, e invigorito nel contesto di deregolamentazione finanziario della presidenza Clinton.

Con una strategia a macchia di leopardo la Roccia Nera ha acquisito piccole quantità di azioni in una moltitudine di banche e imprese e le ha poi incrementate. Con un occhio alle dinamiche di orientamento dei mercati finanziari, ha inoltre rilevato quote maggioritarie nelle due principali società di rating internazionali, Standard & Poors e Moody’s. Nel 2009 ha acquisito Barclays Investment Group, che detiene partecipazioni azionarie nelle principali multinazionali. Tra le partecipazioni di spessore Blackrock detiene una quota di circa il 6% di Deutsche Bank.

Come se non bastasse, ha acquisito il 5,8% del motore di ricerca più utilizzato al mondo, Google, e ha un proprio centro studi di eccellenza che studia le dinamiche economiche e sociopolitiche a livello mondiale. Detiene inoltre la piattaforma tecnologica “Alladin”, un sistema che è in grado di tradurre i dati di mercato in scelte di investimento per circa 200 fondi cui si appoggiano centinaia di operatori. Un congegno quasi fantascientifico, tanto che l’Economist lo ha considerato capace di manipolare il mercato e la società, creando “un pensiero unico” dei mercati che si ripercuote sulle politiche di interi Paesi.

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Al momento in Italia è tra i primi azionisti di Unicredit e Intesa San Paolo e detiene ingenti quote di Atlantia (la nuova Autostrade), Telecom. Enel, Banco Popolare, Fiat, Eni e Generali, Finmeccanica, Banca Popolare di Milano, Fonsai, Intesa San Paolo, Mediobanca e Ubi. La strategia seguita è quella di rimanere sotto la soglia del 5% (molte partecipazioni si attestano al 4,99%) in modo da sfruttare l’esenzione dalle comunicazioni, come previsto dall’art.120 del nostro Testo unico della finanza (lo stesso stratagemma già noto a Salvatore Ligresti).

Recentemente è entrato anche nella gestione del risparmio della privatizzata Poste e ha mostrato interesse ad acquisire quote della società del controllo del traffico aereo italiano (Enav) passata in Borsa. Un elenco che non si ferma qui, visti gli ottimi rapporti instaurati con il presidente del Consiglio. Nei giorni scorsi Morelli è andato negli Usa ad incontrare i vertici di Blackrock per decidere il futuro diMPS. Circolano voci che voglia comprare i mutui deteriorati delle nostre banche a prezzi stracciati. Di certo il motto di Blackrock “comprare quando scorre il sangue” trova terreno fertile nella crisi dell’economia italiana.

 

PS Solo per rifrescare la memoria. Forse non tutti ricordano che per la prestigiosa rivista Limes (del gruppo Espresso-Repubblica, immune quindi dai complottismi) fu il colosso americano Blackrock a contribuire alla caduta del governo Berlusconi architettata nel 2011. Azionista rilevante di Deutsche Bank, “Annunciando la vendita di titoli di Stato italiani, fece esplodere il divario tra Btp e Bund causando la resa di Berlusconi e l’avvento di Monti”. Per avere una conferma bisognerebbe chiedere a Giuliano Amato, che allora ricopriva il ruolo di senior advisor della banca tedesca.

 

Ilaria Bifarini