«Ex popolari venete, legge fondo ristoro è un imbroglio»

Vvox.it 28 aprile 2018

Riceviamo e pubblichiamo la lettera scritta da diverse associazioni a tutela dei risparmiatori sul fondo di ristoro per i soci truffati nel crac delle ex banche popolari venete e diretta a tutti i parlamentari nazionali ed europei, a tutti i consiglieri regionali, a tutti i sindaci eletti in Veneto ed in Friuli Venezia Giulia

governo Gentiloni, per mano del sottosegretario Baretta sta commettendo un’azione gravissima che impedirà a migliaia di soci delle banche popolari venete di ottenere un risarcimento per l’esproprio dei risparmi. Nonostante quel governo sia solo un simulacro, esso intende agire in modo spregiudicato per completare la truffa ai danni dei risparmiatori e del territorio veneto. Con la fretta e la superficialità che ha caratterizzato l’attività politica e di governo della scorsa legislatura, tutte le parti politiche avevano dato voto favorevole alla legge istitutiva del “fondo di ristoro“, senza accorgersi del trabocchetto che esso conteneva. Poi, anche a seguito della nostra costante azione di denuncia, in molti hanno visto che quella legge altro non è che uno dei tanti subdoli inganni che i governi Renzi-Gentiloni hanno consumato sulla pelle dei Veneti e dei cittadini italiani.

La stampa riporta che il sottosegretario Baretta, che neppure è stato rieletto, esulta nel comunicare che i decreti attuativi sono pronti e sono il frutto del proficuo lavoro di collaborazione con le associazioni dei risparmiatori. Come in tante altre occasioni il sottosegretario Baretta non riferisce con esattezza le situazioni. Il governo, per sostenere e legittimare le proprie scelte si è costruito una corte di associazioni che asseriscono rappresentare i risparmiatori ma che di fatto rappresentano la parte politica governativa ed i propri interessi. Avvalendosi del supporto di tali associazioni il governo ancora una volta mistifica la realtà ed afferma di poter agire in sintonia con i risparmiatori. È falso. Le associazioni dei risparmiatori che sottoscrivono il presente documento non sono mai state interpellate dal governo e dal sottosegretario Baretta. Le sottoscritte associazioni, che rappresentano la stragrande maggioranza dei soci delle banche popolari venete e del centro Italia, da mesi manifestano con scritti, incontri pubblici, azioni sociali la propria avversione al fondo di ristoro in quanto si tratta di un imbroglio, di una legge scritta per agevolare, ancora una volta, quella finanza che ha fatto una sfacciata speculazione sulla pelle dei risparmiatori, del tessuto economico del Veneto, dei cittadini italiani tutti che dovranno pagare a Banca Intesa il finto salvataggio delle banche, che in realtà è uno straordinario business.

A tutti i destinatari della presente chiediamo di intervenire in ogni modo lecito al fine di impedire che la legge istitutiva del fondo di ristoro diventi esecutiva. In qualsiasi maniera vanno fermati i decreti attuativi. Noi risparmiatori confidiamo nella lealtà delle forze politiche che in campagna elettorale hanno dichiarato di voler risarcire i risparmiatori. A loro, ma anche ai tanti onesti che militano in differenti partiti, ci rivolgiamo invitando tutti a riflettere su quale ginepraio giuridico si troverebbe il nuovo governo che davvero volesse varare provvedimenti che effettivamente andassero a risarcire i risparmiatori. Sarà oltremodo difficile armonizzare la legge sul fondo di ristoro con la nuova legge a favore di tutti i risparmiatori, salvaguardando i diritti di coloro che avessero presentato domanda di ristoro e senza creare procedure parallele etc. È dunque sempre più evidente che il governo Gentiloni vuole avvelenare i pozzi per rendere difficile, se non impossibile, il risarcimento dei risparmiatori, risarcimento che dovrebbe essere pagato con i soldi degli amici del governo (sia si attinga al fondo interbancario che ai “favolosi” fondi dormienti, sia che si usino gli NPL sui quali i banchieri amici del governo Gentiloni contano di fare ottimi affari o che paghi Banca Intesa).

Coordinamento Associazioni Banche Popolari Venete “don Enrico TORTA”

Avvocato Andrea Arman

Noi che credevamo nella banca popolare di Vicenza e Veneto banca

Luigi Ugone

Associazione soci banche popolari

Gianni Miazzo

Azionisti Associati banca Popolare di Vicenza

Dottoressa Caterina Baratto

Movimento Difesa del Cittadino – Veneto

Avvocato Matteo Moschini

ADUSBEF

Avvocato Paolo Polato

Ridacci i soldi Veneto Banca

Fabio Bello

Movimento Difesa del Cittadino – Friuli Venezia Giulia

Raimondo Gabriele Englaro

Intesa sblocca certificato a correntista, della serie: quando il giornalismo è utile Dopo un servizio di Vvox sui disguidi nelle due ex popolari venete, la banca risolve il problema di un depositante. Lettori, scriveteci i vostri

Vvox.it 29 aprile 2018

Il 20 febbraio scorso Vvox si era occupato dei disguidi che subiscono i correntisti delle due ex banche popolari venete oggi in Banca Intesa. Tra questi c’era un vicentino, Giovanni Licata, che si era lamentato di avere chiesto e richiesto invano un certificato di deposito che gli era necessario per ottenere un attestato di esenzione Isee. Anzi, di più: gli era proprio indispensabile, perchè grazie ad esso avrebbe potuto permettersi un intervento chirurgico in una clinica privata convenzionata, che é chiamata ad accertare lo stato di bisogno economico del paziente anche chiedendogli i certificati bancari.

Il signor Licata ci ha poi chiamato, raccontandoci che Intesa si era adoperata subito dopo per risolvere in pochi minuti il disservizio che si trascinava da settimane. Ci piace darvi conto dell’episodio, e non tanto per esibire meriti da giornalismo di servizio. Ma per invitare i lettori a non limitarsi a commentare sui social le notizie, ma piuttosto a segnalare i problemi. Usateci. Se vi resta un briciolo di fiducia in noi che di mestiere dovremmo mostrare anzitutto quel che non va, scriveteci, contattaci, rompeteci le scatole. Fateci sentire un po’ meno inutili.

(Ph. Wallpapers-HQ)

La Popolare di Bari imbarca Sapelli e ora è pronta al grande salto della spa

Gianluca Zapponini formiche.net 29 aprile 2018

L’assemblea dei soci approva il bilancio, rinnova la governance e getta le basi per la svolta

La Popolare di Bari è pronta a diventare spa. Questa mattina l’assemblea dei soci del maggiore istituto bancario del Meridione si è riunita per approvare il bilancio 2017 (qui l’approfondimento di Formiche.net) e dare una spinta decisiva al cambio di statuto della banca. Ma soprattutto per rinnovare la governance con l’ingresso di nuovi consiglieri.

Alla presenza di circa 6 mila soci (tra soci presenti e deleghe) è arrivato l’ok al bilancio del 2017 chiuso con un risultato netto consolidato del 2017 di 1 milioni di euro, rispetto ai 5,2 milioni del 2016. Al netto delle rettifiche il risultato sarebbe stato di 13,4 milioni. L’assise ha poi ratificato l’entrata nel board di Raffaele De Rango, Giorgio Papa (attuale ceo), l’economista Giulio Sapelli e Francesco Venturelli. I soci hanno eletto Alberto Longo presidente del Collegio Sindacale in sostituzione di Roberto Pirola, “che per motivi strettamente personali ha lasciato l’incarico con l’approvazione del bilancio 2017″.

Ma gli occhi dell’assemblea erano già rivolti al futuro e cioè alla trasformazione da società cooperativa in società per azioni come prevede la riforma delle Popolari varata dal Governo Renzi ma incagliatasi nei ricorsi al Consiglio di Stato e alla Corte Costituzionale, che alla fine ha dato il via libera alla riforma..

A tale proposito sarà convocata una nuova assemblea a settembre, subito dopo la pausa estiva, per deliberare sulla definitiva trasformazione in spa che, senza smarrire il legame con il territorio, cambierà la strategia della banca ponendo al centro l’obiettivo di una crescente redditività, a vantaggio dei soci. In considerazione del prossimo traguardo della spa e dell’arrivo di nuovi soci, l’assemblea non ha deliberato sul sovrapprezzo delle azioni.

E proprio in merito al cambio di statuto, in un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno, il presidente Marco Jacobini (nella foto) ha spiegato come “la filosofia della spa è radicalmente diversa dalla logica cooperativistica. La nostrastoria parla da sola: esprime una visione cooperativistica, più congeniale alle attese e alle esigenze del territorio. Questo non vuol dire che la Banca Popolare di Bari in più di mezzo secolo di vita abbia trascurato la redditività. Anzi. Lo dimostra la crescita costante della nostra azienda di credito. Ma la spa è un’altra cosa: redditività e convenienza economica diventano un obiettivo esclusivo”.

Filantropia, boom nel mondo: Europa e Usa in testa

Firstonline.it 29 aprile 2018

Dal Global Philantropy Report condotto da Hervard Kennedy School per Ubs (e pubblicato qui in allegato) emerge la crescita vertiginosa del fenomeno con un aumento del 72% delle Fondazioni negli ultimi 25 anni. Sono pochi i Paesi a raggiungere il 5% di risorse in rapporto al Pil. L’Italia al quinto posto nel mondo, subito dopo gli Usa. Il patrimonio complessivo sfiora ormai 1,5 trilioni di dollari

UBS ha pubblicato nei giorni scorsi il nuovo “Global Philanthropy Report“, condotto da ricercatori dell’ Hauser Institute for Civil Society della Harvard Kennedy School.

Nel Report, redatto in lingua inglese e che qui alleghiamo, emerge un vero e proprio boom della filantropia, in forte espansione nonostante, segnalano i ricercatori, la maggior parte delle Fondazioni agiscano ancora in modo isolato.

Dai dati raccolti emerge che il settore della filantropia globale è giovane e in rapida crescita:  il 72% delle fondazioni  esistenti sono state create negli ultimi 25 anni. Con 6.222 fondazioni filantropiche considerate, l’Italia ha un quadro giuridico e fiscale che ne ha incoraggiato la crescita.

Dal punto di vista della collocazione geografica, le Fondazioni risultano fortemente concentrate con il 60% degli oltre 260.000 considerate dal report posizionate in Europa e il 35% in Nord America. Proprio le fondazioni nord-americane detengono la maggiore ricchezza.

Mentre gli asset combinati delle fondazioni mondiali sono stimati intorno a 1,5 trilioni di dollari, la metà non ha personale retribuito e ha piccoli budget inferiori a 1 milione di dollari. In effetti, il 90 % delle fondazioni considerate ha un patrimonio inferiore a 10 milioni di dollari. Proprio le fondazioni nord-americane detengono la maggiore ricchezza con 890 miliardi di dollari in termini di assets posseduti, seguite dall’Olanda e poi dalla Germania. L’Italia si trova in quinta posizione nella classifica globale con 86,9 miliardi.

E’ interessante però notare che, in termini di ricchezza in proporzione al Pil, Olanda e Svizzera ribaltano la classifica e risutlano i Paesi a maggior vocazione filantropica con rispettivamente il 14 e il 13,3 per cento di patrimonio dedicato alle attività filantropiche rispetto alla ricchezza nazionale prodotta. Al terzo posto gli Usa (con il 4,8%) e al quarto l’Italia (con il 4,7%). La concentrazione di risorse filantropiche in sostanza raramente raggiunge il 5% del Pil.

La concentrazione non è solo geografica ma anche di capitale visto che 7 Paesi in Europa rappresentano il 90% delle spese di beneficenza, con Fondazioni in Italia che detengono 86,9 miliardi di dollari in attività filantropiche. Le risorse sono concentrate prevalentemente in alcuni settori e tra questi la formazione (scolastica, universitaria, professionale, etc.) fa la parte del leone. Nonostante questo tuttavia, il 58% delle Fondazioni, osserva il Report di UBS, agisce in modo isolato e non collabora con le altre fondazioni.

Il Report – osserva Josef Stadler, Head Ultra High Net Worth Wealth, UBS Global Management – consente di fare un importante passo avanti nella comprensione del fenomeno globale della filantropia in modo di poter disegnare un futuro con una visione più strategica e collaborativa This report takes a much-needed step towards understanding global philanthropy so that, collectively, we might shape a more strategic and collaborative future, with philanthropists leading the way towards solving the great challenges of our time.”

Ecco il testo integrale del Global Philanthropy Report UBS.

TransferWise sbarca in Italia anche per i privati, l’abbiamo provata in anteprima

Nicola Di TuriNicola Di Turi, Contributor forbesitalia.com 26 aprile 2018
Pusztító támadás a bankjaink ellen: eurómilliókat buknak minden egyes nap

Sette minuti per ottenere conto corrente, codice IBAN, carta di debito. E al termine della procedura, la domanda consueta: “Quanto sei soddisfatto da uno a dieci?”. TransferWise sbarca ufficialmente in Italia. La startup estone lancia la prima carta senza confini per clienti privati. Obiettivo: imporre anche nel nostro Paese il tasso di cambio reale per l’invio di denaro all’estero. Consentendo un risparmio fino a settanta euro ogni mille euro inviati. E regalando nuove opportunità a imprese, professionisti e lavoratori divisi tra due o più Paesi. ForbesITALIA ha potuto provare a Parigi, in anteprima ed esclusiva italiana, la nuova carta senza confini di TransferWise.

Una comune carta di debito su circuito MasterCard, diretta in particolare alla clientela di privati a cui finora, in Italia, era precluso l’accesso ai servizi bancari TransferWise. Tutto ruota attorno all’app per smartphone: da lì si controllano i movimenti e si rimpingua il conto, predisponendo ricariche dirette da altre carte e conti correnti. Ma è dall’applicazione che si ordinano anche i trasferimenti di denaro verso gli altri Paesi. Il vero cavallo di Troia con cui TransferWise intende percorrere le praterie bancarie italiane (l’approfondimento di ForbesITALIA).

“Noi applichiamo sempre il tasso di cambio reale a tutte le somme trasferite da un Paese all’altro. Teniamo per noi solo una commissione che va dallo 0,35% al 2% della somma inviata. Questo significa che inviando 1000 euro su un conto corrente inglese, le trattenute saranno dello 0,5% circa, pari a 4,98 euro. Le banche tradizionali, comprese quelle italiane, applicano invece una commissione d’ingresso che va dai 5 ai 25 euro e fino al 5% della somma inviata per la conversione in sterline. In sostanza inviare 1000 euro a Londra con noi costa meno di 5 euro, con le altre banche fino a 75 euro”, spiega a ForbesITALIA Kristo Käärmann, cofondatore e ceo di TransferWise.

TransferWise выводит на рынок первый счёт без границ и дебетовую карточку

La non-banca estone, nata come startup fintech nella terra di Skype, sbarca così nel nostro Paese in diretta concorrenza con i gruppi bancari tradizionali. E sostanzialmente punta a imporre anche in Italia il concetto del tasso di cambio reale sulle transazioni finanziarie tra Paesi diversi.

“Usando il sistema integrato digitale TransferWise, inoltre, si può decidere anche di non convertire le somme ricevute in altra valuta. Sfruttando così l’opportunità di acquistare beni e servizi direttamente in dollari, ad esempio, pur trovandosi in Europa, se sul conto corrente ci ritroveremo un gruzzolo in valuta americana”, ragiona Kristo Käärmann. “Benvenuti dove il denaro non ha frontiere”, recita lo slogan che campeggia sul sito di TransferWise, dove si può adoperare il calcolatore che restituisce in tempo reale la stima sulla conversione in dollari della somma in euro che si vorrebbe inviare negli Stati Uniti, ad esempio. “È la prima volta che apri un solo conto corrente, ma è come se ne avessi decine in tasca. Fino a quando risiedi e abiti in Italia, non hai problemi con il tuo conto corrente italiano. Ma quando vai a Londra, a Stoccolma o a New York, scopri che la tua banca usa un tasso di cambio fino al 5% più caro rispetto a quello vero, aggiornato in tempo reale. Le banche tradizionali ti fanno pagare anche se prelevi all’estero, noi no. E se hai dollari sul conto, usando TransferWise puoi comprare un aereo in dollari, risparmiando fino a 10 volte rispetto alla conversione da euro in dollari applicata da altre banche”, spiega il cofondatore di TransferWise.

La non-banca estone, che conta già su oltre 3 milioni di clienti nel mondo, non rilascia dati ufficiali sui correntisti italiani, che finora rappresentano comunque il terzo mercato europeo dietro tedeschi e francesi. Ma naturalmente la clientela potenziale assume le sembianze delle migliaia di studenti Erasmus italiani nei Paesi fuori dall’Eurozona, oppure potrebbe essere ben rappresentata dagli oltre 600 mila italiani a Londra, persuasi finora di trovarsi di fronte a un bivio: aprire un conto corrente nel Regno Unito, oppure utilizzarne uno italiano all’estero. “Con TransferWise invece si ottengono un codice IBAN e una carta di debito per movimentare somme in 40 valute diverse, direttamente dallo smartphone. Con costi di conversione e tasso di cambio reale, verificabili in rete sui canali ufficiali Google, XE, Yahoo Finance. E al momento più opportuno, ovvero con il tasso di cambio atteso più vantaggioso”, spiega il cofondatore e CEO di TransferWise. Ma non è difficile immaginare come gli stessi 6 milioni di immigrati in Italia possano rappresentare un enorme bacino d’utenza potenziale nel nostro Paese. Costretti finora ad affidarsi ai Money Transfer, potrebbero trasferire a basso costo le rimesse verso i Paesi d’origine, scegliendo tra i 69 Paesi e le 47 valute supportate dal sistema TransferWise. “Ma il nostro conto è la soluzione giusta anche per un italiano a Londra. Se lavori nella City per un’azienda italiana e ti pagano 2 mila euro al mese, convertirli in sterline e spenderli con noi a Londra ti costa meno di 10 euro al mese, con una banca inglese o italiana perdi fino a 100 euro al mese”.

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Secondo i dati della società fondata in Estonia nel 2011 da Taavet Hinrikus e Kristo Käärmann, più di mille persone di 60 nazionalità diverse lavorano oggi per TransferWise. I 3 milioni di correntisti nel mondo movimentano somme per 2 miliardi di euro al mese, mettendo da parte circa 2 milioni di euro al giorno “di risparmi sulle commissioni nascoste applicate dalle altre banche”. Dopo 6 anni di bilanci in perdita, la società è in utile dallo scorso esercizio, con ricavi in crescita del 140% nel 2017 a 67 milioni di sterline. Accreditata come uno dei pochi unicorni tra le startup valutate più di un miliardo di dollari in Europa, TransferWise ha ricevuto finanziamenti per poco meno di 400 milioni di dollari, di cui 280 milioni lo scorso novembre. Tra i finanziatori della società estone figurano Sir Richard Branson, fondatore di Virgin eMax Levchin di PayPal.

Giusto la scorsa settimana per TransferWise è arrivato il battesimo diBank Of England, che ha riconosciuto la società estone come la prima non-banca al mondo autorizzata a partecipare al sistema di pagamenti inglese, abilitando funzioni come i bonifici da smartphone accreditati in 20 secondi. “Non c’è banca in Italia, Stati Uniti e Australia che può muovere denaro così velocemente nel Regno Unito”, dice a Forbes Kristo Käärmann. Nel frattempo continuano le integrazioni dei sistemi e della tecnologia TransferWise all’interno delle strutture degli istituti di credito tradizionali e non. La banca digitale N26, in Germania, ha adottato la tecnologia estone per consentire ai clienti di trasferire e convertire denaro a basso costo in altre valute fuori dall’Eurozona. Costi bassi e rapidità: le due ossessioni della piccola repubblica dell’Est provano a varcare definitivamente i confini nazionali.

L’Africa è “pronta” per l’alta moda?

Claudia VantiClaudia Vanti, Contributor forbesitalia.com 29 aprile 2018

Il marchio Vogue, uno dei media brand più conosciuti a livello globale, da qualche tempo è al centro di movimenti e discussioni molto vivaci: da un lato le possibili –ma non ancora annunciate – dimissioni di Anna Wintour dal suo trono di regina di Vogue USA, dall’altro la questione (significativa tanto sul piano economico che su quello culturale) del possibile lancio di un’edizione per il continente africano. In occasione delle settimane della moda svoltesi a Lagos, Accra e Johannesburg (un altro evento è in programma per giugno a Dakar) molti si sono chiesti come mai non esista ancora un Vogue Africa. A far parlare è stata soprattutto Naomi Campbell – contributing editor di Vogue UK – che a margine delle sfilate nigeriane ha sottolineato la necessità di dare all’Africa un’edizione della bibbia della moda. Condé Nast International, l’editore di Vogue, pubblica infatti versioni dedicate al Medio Oriente, all’America Latina e soprattutto all’Europa (ad agosto è previsto il lancio di Vogue Česká, la versione ceca), ma nulla di pensato appositamente per i Paesi africani.

Altre riviste internazionali di moda presenti nel continente segnalano invece interesse, a testimonianza dell’esistenza di un mercato per le testate di target alto: l’edizione sudafricana di Elle, ad esempio, è attiva dal 1996. L’economia di molti Paesi africani sta attraversando una fase positiva, con buone previsioni (il Fmi vede al 2020 l’intera regione africana come la seconda economia in più rapida crescita), e i cambiamenti socio-culturali del continente vengono agevolati dall’innovazione tecnologica. Marchi di lusso come Gucci e Vuitton hanno già aperto flagship store per rispondere alla domanda di una nuova classe benestante che finora ha fatto shopping nelle capitali straniere. Le disparità sociali e le aree di estrema povertà, naturalmente, persistono e altrettanto ovviamente rappresentano un grave problema: ma questa è una condizione comune a molte regioni del mondo in cui il mercato del lusso genera comunque grandi fatturati.

L’aumento del numero dei potenziali shoppers è un fattore determinante nella valutazione di nuovi mercati per una testata come Vogue, dipendente principalmente dalle entrate dovute agli inserzionisti. Un altro fattore in gioco è la necessità di costituire dei team “forti” alla base delle redazioni, capaci di mantenere uno sguardo internazionale sulla moda, e, allo stesso tempo di mettere in risalto la creatività locale, fornendole una piattaforma di lancio verso il resto del mondo. Trovare professionisti all’altezza non è un problema, e gli staff più interessanti sono cosmopoliti e multiculturali, come è già stato dimostrato dalle due recenti nomine di Edward Enninful, editor-in-chief di British Vogue e di Virgil Abloh, designer del menswear Louis Vuitton, entrambi di origini ghanesi.

Op-Ed | It’s Time for Vogue Africa

Più complesso è mantenere l’equilibrio fra inserzionisti, istanze locali e l’approccio culturalmente globalista del “mondo Vogue”, come è accaduto, per esempio, con il recente debutto di Vogue Arabia, che ha visto un repentino cambio di direttore ad appena un mese dalla prima uscita (causa, probabilmente, la visione troppo occidentale della prontamente rimossa principessa Deena Aljuhani Abdulaziz).

La questione culturale, per l’ipotetico Vogue Africa, è altrettanto spinosa ma di ordine molto diverso: le voci contrarie fra addetti ai lavori e media pongono l’accento sul carattere troppo unificante di un’operazione di questo tipo: l’Africa è un continente con 54 Paesi molto diversi fra loro; perché dovrebbero essere raggruppati? Questo concetto è espresso anche da Eric Otieno, che, sulla rivista Griot, ha in qualche modo risposto a Naomi Campbell e ha messo in luce come, a fronte di ben 24 “edizioni Paese”, questa pubblicazione “perpetuerebbe il mito che aleggia su queste aree, ovvero che siano luoghi omogenei, uguali, e continuerebbe a diffondere l’idea che non ci sia bisogno di fare ulteriori approfondimenti geografici perché a tutti gli africani piacciono le stesse cose”.

Un altro punto critico è “la politica della convalida”, e cioè, sempre secondo Otieno “il fenomeno per cui i creativi, i designer o gli stilisti – anche gli scrittori e gli attori – di un dato Paese africano sono considerati “validi” solo dopo essere apparsi su Vogue, o su qualsiasi altra pubblicazione/piattaforma occidentale di un certo livello. Gli africani giustamente potrebbero rivendicare una propria autonomia culturale, ma dal punto di vista pratico è anche innegabile che Vogue sia uno dei più autorevoli punti di riferimento nel settore della moda, come Griot stesso riporta. L’analisi sulla quale basare l’uscita di un futuro Vogue Africa e soprattutto il suo successo è quindi tutt’altro che banale e solleva molti argomenti. Intanto l’hashtag #VogueAfricaYourTimeIsNow si è imposto su Twitter e Instagram, dove è già possibile vedere elaborazioni grafiche e possibili, ipotetiche copertine.

CIMICI E INTERCETTAZIONI INGUAIANO BAZOLI. E NON SOLO PER LE OPERAZIONI SU UBI BANCA

https://unaliraperlitalianotizie.blogspot.it 11 febbraio 2017

sabato 11 febbraio 2017

CIMICI E INTERCETTAZIONI INGUAIANO BAZOLI. E NON SOLO PER LE OPERAZIONI SU UBI BANCA

CONVINSE NAPOLITANO CHE ALL’ENI BISOGNAVA METTERE DESCALZI, SU CONSIGLIO DI SCARONI

RENZI VOLEVA UNA DONNA, MA KING GEORGE LO DISSUASE

Maurizio Tortorella per la Verità
GIOVANNI BAZOLIGIOVANNI BAZOLI
Non ci sono soltanto gli incontri e i suggerimenti del presidente emerito Giorgio Napolitano, che nel marzo 2015 introduceva l’ indagato Giovanni Bazoli presso il neoeletto capo dello Stato, Sergio Mattarella. Non c’ è solo quello, nei brogliacci di migliaia di telefonate intercettate depositati dalla Procura di Bergamo lo scorso 17 novembre, alla conclusione delle indagini sui vertici di Ubi Banca.
Gli inquirenti, che con Bazoli accusano 38 manager e azionisti di ostacolo alla vigilanza e d’ illecita influenza sull’ assemblea dei soci, dall’ inizio del 2014 e per metà del 2015 hanno messo sotto controllo una serie di telefoni.
DE BORTOLI E BAZOLIDE BORTOLI E BAZOLI
Di certo il più «interessante» è il cellulare dello stesso Bazoli, nel 2007 fondatore di Ubi Banca, ma anche di Intesa-SanPaolo, il colosso creditizio di cui nel 2014 era ancora al vertice (si dimetterà il 27 aprile 2016). E proprio quel telefono conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l’ ottuagenario banchiere è al centro di mille intrecci e di continue trattative: dalle nomine nel consiglio d’ amministrazione della Scala di Milano, su su fino alla guerra per conservare il controllo del Corriere della Sera.
RENZI NAPOLITANORENZI NAPOLITANO
Il suo cellulare è in contatto diretto con alti prelati, direttori di giornali, sindaci, parlamentari, grand -commis di Stato, ministri, banchieri, e alcune delle più alte cariche della Repubblica. Ci sono addirittura cardinali che premono per conservare le consulenze di Intesa-SanPaolo a un loro protetto, uno che (così dice Bazoli, con un filo di cinico realismo) «deve avere fatto loro tutta una serie di piaceri…».
L’ 11 aprile 2014 chiama anche Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’ Eni, colosso dell’ energia controllato dal Tesoro, il quale rivela a Bazoli che «il nuovo amministratore delegato sarà Claudio Descalzi», o almeno questo è quello che lui vorrebbe fosse designato come suo successore, mentre il nuovo presidente del consiglio Matteo Renzi «vorrebbe che fosse una donna». Nel brogliaccio si legge che Scaroni aggiunge di «averne parlato con il presidente Giorgio Napolitano». Scaroni richiama allarmato due giorni dopo, il 13 aprile, per avvertire che «l’ indomani Renzi andrà da Napolitano con la lista delle nomine, per cui se uno vuole poter dire qualcosa…». Insomma, Bazoli deve intervenire in fretta.
Descalzi ScaroniDESCALZI SCARONI
Il banchiere rivela di avere già chiesto un appuntamento al Colle per giovedì 17. I due si risentono il 18, e Bazoli riferisce dell’ incontro con Napolitano: «Ho capito che alcune cose sono andate per il verso giusto», attacca Bazoli, poi aggiunge poche parole: «L’ azienda rimane in mani fidate». Insomma, quattro importanti cariche all’ interno del gruppo. La mattina del 14 maggio 2014, quando l’ inchiesta viene svelata dalle prime perquisizioni tra Brescia e Bergamo, i telefoni di molti indagati diventano roventi. Alcuni, però, sono più accorti di altri.
Francesca, per esempio, parla dell’ inchiesta con un notaio di Milano, il quale sostiene che l’ accusa «che gli fa più paura» è quella che ipotizza che Bazoli abbia gestito tutte le nomine di comune accordo con Emilio Zanetti, il leader dell’ Associazione amici di Ubi, la compagine azionaria bergamasca.
UBI BANCAUBI BANCA
È proprio la «cabina di regia» che ipotizzano i magistrati di Bergamo, Walter Mapelli e Fabio Pelosi. Il notaio aggiunge che l’ Associazione banca lombarda e piemontese, la compagine azionaria bresciana di cui proprio Giovanni Bazoli è presidente, «si può considerare un patto parasociale che…». Ma Francesca lo interrompe bruscamente: «Meglio non parlare al telefono». La stessa preoccupazione traspare il 16 maggio, quando Francesca chiama un amico al dipartimento della pubblica sicurezza presso il ministero dell’ Interno e gli confida, forse provocando qualche legittimo imbarazzo, che le «hanno detto che i telefoni sono sorvegliati».
victor massiahVICTOR MASSIAH
Francesca, comunque, non riesce sempre a trattenersi. Lo stesso 14 maggio 2014, alla fine della convulsa giornata delle perquisizioni, parla al cellulare con l’ amministratore delegato di Ubi, Victor Massiah, a sua volta indagato. Costui si dice ottimista sull’ inchiesta: «Ne usciremo», dice, «anche perché lo spessore di chi ci accusa non è…». E lei risponde: «La cosa più triste è che una Procura si presti a tutto ciò».
FRANCESCA BAZOLI

FRANCESCA BAZOLI

Mesi dopo, nel febbraio 2015, padre e figlia sembrano un poco più preoccupati dell’ inchiesta che avanza. Il 13 di quel mese, Giovanni Bazoli per chiamare Francesca usa il telefono di un dipendente di Banca Intesa e fa mostra di grande pessimismo: contro di loro, dice, «c’ è un piccolo oltretutto una mole di materiale immenso, non si fermano nel modo più assoluto».
Nelle carte depositate dalla Procura c’ è infine il brevissimo capitolo della microspia piazzata nell’ ufficio di Giovanni Bazoli. Verso le ore 13 di giovedì 15 maggio 2014, l’ indagata Francesca Bazoli è a colloquio con suo padre Giovanni. La donna, che forse sospetta di essere stata intercettata per mesi e tra quelle mura si crede più al sicuro, cerca di consolare l’ anziano banchiere e parla degli articoli appena usciti. Giovanni Bazoli le risponde con un implicito invito alla cautela: «Per i reati contestati c’ è la possibilità di effettuare le intercettazioni».
BAZOLIBAZOLI
L’ audio a quel punto si abbassa, forse la cimice comincia a funzionare male, o forse i due parlano più piano. Francesca si lascia andare: «Ma com’ è possibile che un’ indagine tanto delicata sia in mano a un pubblico ministero giovanissimo, inesperto? Queste notizie lasciano allibita la gente e l’ opinione pubblica». A quel punto, la conversazione diventa per un breve tratto incomprensibile. Quindi Francesca sostiene che «in questo momento è impossibile tirarsi fuori da questi attacchi» e consiglia al padre di «lasciare perdere le relazioni con Ubi». Bazoli si lamenta dell’ esposizione mediatica.
Un vero peccato che la «cimice» piazzata in quell’ ufficio, da quel momento in poi, smetta di funzionare. Perché da quel momento, annotano i funzionari di polizia giudiziaria, si sentono praticamente solo rumori di fondo.

Bufera giudiziaria su Bazoli, il banchiere “cattolico” amico e sponsor di Prodi…

di  14 maggio 2014

http://www.secoloditalia.it/

Bufera giudiziaria su Bazoli, il banchiere “cattolico” amico e sponsor di Prodi…Arriva una raffica di perquisizioni nell’inchiesta Ubi Banca nata da una serie di esposti, in particolare in seguito alle denunce dell’ex-parlamentare Pdl, Giorgio Jannone, azionista di Ubi Banca e di Elio Lannutti, presidente dell’Adusbef, Associazione Difesa Utenti Servizi Bancari, Finanziari, Assicurativi, esposti fatti nel 2012 e relativi a Ubi Leasing e Ubi Factoring e da un esposto del luglio 2013 presentato dai consiglieri di sorveglianza eletti nella lista di minoranza «in merito alla presunta esistenza di patti parasociali» occulti.
E nel mirino dei militari  del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza – un centinaio in tutta Italia – inviati dalla Procura di Bergamo, finiscono anche il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, e del presidente di Italcementi Giampiero Pesenti i cui uffici vengono “profanati” dai militari delle Fiamme Gialle.
Il terremoto nel prestigioso istituto inizia a farsi sentire già di prima mattina quando gli uomini della guardia di Finanza di Bergamo spediti dalla locale Procura bussano al portone di Ubi Banca, quinto gruppo bancario italiano, cercando carte compromettenti negli uffici dei manager. L’accusa è di ostacolo alla vigilanza ma ancora non è chiaro dove andrà a parare. Mano a mano che i finanzieri procedono bussando di ufficio in ufficio si inizia a capire che la faccenda si fa seria. Si aprono gli armadi e i cassetti delle scrivanie degli uffici del presidente del comitato di gestione di Ubi-Banca Franco Polotti e del presidente del comitato di sorveglianza Andrea Moltrasio, del vicepresidente del Comitato di Sorveglianza della banca Mario Cera e dei consiglieri Victor Massiah e Italo Lucchini. Poi quando la perquisizione si estende anche agli uffici di Ubi-Leasing spa – controllata di Ubi-Banca – e agli ex-dirigenti della società, In Ubi-Leasing la faccenda prende forma. Finiscono perquisiti gli uffici della Direzione Credito Anomalo e gli uffici del Servizio Recupero e Vendita Beni. Perquisizioni delle Fiamme Gialle anche negli uffici di Giampiero Bertoli, ex-amministratore delegato di Ubi-Leasing, Alessandro Maggi, ex-direttore generale, e Guido Cominotti, ex-responsabile del servizio Recupero e Vendita Beni di Ubi-Leasing.
La magistratura ipotizza nei loro confronti i reati di truffa aggravata e riciclaggio.
Il banchiere bresciano Giovanni Bazoli, amicissimo di Romano Prodi, animatore del gruppo Etica e Finanza e presidente dell’Opera per l’Educazione Cristiana di Brescia, è indagato per ostacolo alle funzioni di vigilanza insieme al presidente del consiglio di gestione di Ubi-Banca Franco Polotti, al presidente del consiglio di sorveglianza Andrea Moltrasio e al vicepresidente Mario Cera, e ai consiglieri dell’istituto Victor Massiah e Italo Lucchini. Il reato di ostacolo all’attività di vigilanza si riferisce a presunte, gravi anomalie nella modalità di comunicazione riguardo alle indicazioni dei vertici di Ubi-Banca, nata dalla fusione di Banca Popolare di Bergamo e altre Banche Popolari. Secondo l’accusa, due gruppi di azionisti di Ubi-Banca – l’Associazione Amici di Ubi e l’Associazione Banca Lombarda e Piemontese, quest’ultima presieduta da Bazoli – avrebbero messo in campo, senza che le autorità di vigilanza ne avessero compiuta conoscenza, un sistema di regole tale da predeterminare i vertici di Ubi-Banca.
Giampiero Pesenti, ex-presidente di Gemina, e del patto di sindacato di Rcs MediaGroup, nonchè presidente di Italmobiliare e Italcementi e nel Cda di Pirelli, invece, è coinvolto nel filone di indagine che riguarda Ubi-Leasing e i suoi ex-dirigenti Giampiero Bertoli, Alessandro Maggi e Guido Cominotti: i reati di truffa e riciclaggio ipotizzati dalla magistratura di Bergamo riguardano una compravendita anomala di beni da parte di Ubi-Leasing. La magistratura ipotizza, in questo caso, gravi irregolarità nella compravendita di beni di lusso, tra i quali imbarcazioni e aeromobili. Tali beni – sempre secondo le ipotesi dell’accusa – venivano ceduti in leasing a persone fisiche e società. Di fronte alle prime difficoltà di pagamento delle rate concordate, i beni venivano sottratti a coloro che avevano sottoscritto il contratto di leasing e subito ceduti, a un prezzo di gran lunga inferiore al valore reale, a persone vicine a Ubi-Leasing.
«La tutela dei diritti e del patrimonio di migliaia di azionisti, che ho voluto con forza difendere, spesso solo, in questi anni, impone la massima cautela – scrive in una nota Giorgio Jannone, autore di esposti alle autorità di vigilanza e alla magistratura con cui ha denunciato, tra l’altro, episodi di “mala gestio” in Ubi Leasing – Dobbiamo tutti salvaguardare il valore del titolo Ubi, lasciando lavorare la Magistratura, Banca d’Italia e Consob».
«Il quadro che emerge – aggiunge il presidente delle Cartiere Pigna, che lo scorso anno ha provato a correre per il vertice della banca sfidando l’attuale gruppo dirigente di Ubi – è certamente molto delicato, riguarda una tra le principali banche italiane, quotata in Borsa, e riflette dati e informazioni, attinenti alla gestione della banca e ai risultati assembleari, al vaglio delle istituzioni preposte».
Il quadro all’interno del quale matura la decisione della magistratura di procedere alle perquisizioni è presto fatto: quattro bilanci in rosso, perdite cumulate vicine ai 200 milioni tra il 2010 e il 2013, due aumenti di capitale uno da 60 milioni nel 2011 e uno da 300 nel 2013 e sanzioni per 360 mila euro da parte di Bankitalia a componenti ed ex-componenti del cda, del collegio sindacale e all’ex-direttore generale. Oltre a una serie di operazioni sospette al vaglio della magistratura. Ubi Leasing, il tallone d’Achille di Ubi Banca, uno degli istituti meglio capitalizzati d’Italia e che ha il suo cuore pulsante nelle ricche province di Brescia e Bergamo, sedi delle due banche (Banca Lombarda e Bpu) da cui nel 2007 è nata quella che, con la crisi di Mps, è diventata la terza banca del Paese, aveva finito per accentrare su di sé l’attenzione dei magistrati in seguito ai ripetuti ed articolati esposti presentati da Jannone.
L’accusa di “mala gestio” formulata dal presidente delle cartiere Pigna aveva indotto gli ispettori della Banca d’Italia a fare visita all’Istituto. Poi era stata la volta della magistratura che aveva deciso di vederci chiarro in quel tourbillon.
Jannone aveva parlato di beni concessi in leasing, pignorati dalla banca a fronte della sospensione del pagamento delle rate da parte dei clienti e ceduti a prezzi di favore ad “amici” del vertice. Come il Falcon Cessna a 9 posti, costo 1,8 milioni di dollari, acquistato da Lele Mora, ritirato dalla banca quando l’ex-agente diventò insolvente e poi rivenduto «per 60 mila euro a una società in Delaware» dichiarò Jannone, che presentò esposti a raffica, presto affiancato nella sua crociata dal presidente dell’Adusbef, Elio Lannutti. O una barca Akhir 108 del valore di circa 10 milioni acquistata da Giampiero Pesenti per poco meno di 4 milioni, vicenda in relazione alla quale l’imprenditore bergamasco, hanno riferito fonti a lui vicine, è fiducioso che «emerga la totale congruità e correttezza della transazione».
Già nel 2012 su Ubi Leasing era in corso un’ispezione di Bankitalia che si chiuse con una raffica di multe per carenze nell’organizzazione, nei controlli e nella gestione del credito. «Nel 2013 è stato sostituito il management e da oltre un anno e mezzo sono state adottate soluzioni gestionali e organizzative, anche in coerenza con quanto raccomandato dalla Banca d’Italia», aveva ricordato solo qualche giorno fa, il Ceo di Ubi, Victor Massiah, sottolineando la «grande energia» con cui il nuovo vertice lavora «per condurre fuori dalla crisi la società». Ieri è toccato anche a lui aprire i cassetti di fronte ai finanzieri spediti dalla Procura di Bergamo.

Ubi, ecco il sistema degli “onnipotenti”

di Gianni Barbacetto e Giorgio Meletti /

http://www.giannibarbacetto.it/ 4 aprile 2018

Ubi, ecco il sistema degli “onnipotenti”Un fantasma si aggira per il sistema bancario italiano, il fantasma del processo all’Ubi, la terza banca italiana installata tra Bergamo e Brescia. Sembra non fare notizia, eppure l’intero stato maggiore dell’istituto di credito più “pesante” dopo Intesa e Unicredit è imputato in un processo per ostacolo alla vigilanza in cui rischia fino a 8 anni di carcere. Quello che si sta svolgendo è il vero processo al capitalismo di relazione, un’araba fenice di cui tutti parlano ma a cui la Procura di Bergamo ha fatto la fotografia. Siamo abituati a vedere alla sbarra i banchieri caduti in disgrazia con i loro istituti. Il caso Ubi è diverso: è a processo il gruppo dirigente in carica e la Banca d’Italia non si è neppure costituita parte civile. Il processo è nato cinque anni fa dalle denunce dei risparmiatori dell’Adusbef, del piccolo azionista Giorgio Jannone (ex parlamentare di Forza Italia) e dell’economista Andrea Resti per conto dei cinque consiglieri di minoranza.

Le indagini le ha fatte la Consob, poi la Procura. La Banca d’Italia ha fatto sapere di non aver ravvisato indizi di colpevolezza, e nei prossimi giorni potremo misurare l’efficacia di questa implicita pressione. Il giudice dell’udienza preliminare Ilaria Sanesi dovrà infatti decidere sul rinvio a giudizio chiesto dal procuratore di Bergamo Walter Mapelli e dal suo sostituto Fabio Pelosi per trenta imputati, tra i quali: l’amministratore delegato Victor Massiah, il presidente Andrea Moltrasio, i vicepresidenti Mario Cera, Flavio Pizzini e Armando Santus, i consiglieri Francesca Bazoli e Pierpaolo Camadini. Poi ci sono i due imputati simbolo, considerati i veri capi: il bergamasco Emilio Zanetti e il bresciano Giovanni Bazoli, gli “onnipotenti” accusati di aver organizzato, gestito e diretto il patto di sindacato occulto che ha garantito ai due gruppi di potere, quello bergamasco e quello bresciano, un dominio assoluto sulla banca in spregio ai diritti degli azionisti di minoranza.

Ubi è un caso particolare per un altro motivo. L’anno scorso ha rilevato, dalla Banca d’Italia, Banca Marche, Banca Etruria e Carichieti, tre dei quattro istituti “risolti” a novembre 2015 con l’operazione che ha fatto esplodere la crisi bancaria. E ha un bilancio anomalo. Mentre le altre banche hanno svalutato i loro crediti inesigibili (le sofferenze) in media al 34 per cento del valore nominale, Ubi le tiene ancora al 55 per cento. Se si adeguasse ai valori correnti, brucerebbe 1,5 miliardi di patrimonio, dopo averne bruciati 2,2 nel 2017. Il processo di Bergamo interviene dunque in una situazione già delicata. Gli imputati, spalleggiati dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, si dichiarano innocenti. Nelle prossime pagine potete farvi una vostra idea leggendo come sono andate le cose, ricostruite sulla base delle carte processuali, delle intercettazioni, degli interrogatori e di un documento inedito, la lunga e articolata replica del pm Pelosi alle difese, in conclusione dell’udienza preliminare che dovrà decidere se rinviare a giudizio oppure no i 30 imputati eccellenti di Ubi Banca.

 

Tutte le date 
Il patto invisibile tra Bergamo e Brescia. Bazoli l’“onnipotente”. Le deleghe false per l’assemblea 2013. Il ruolo della Consob. Il silenzio di Bankitalia

Il primo aprile 2007 nasce Ubi Banca, dalla fusione della bresciana Blp (Banca Lombarda e Piemontese) e della bergamasca Bpu-Banche Popolari Unite. Adotta un modello federale, “consentendo”, afferma il pm Fabio Pelosi, “l’integrazione di due anime, corrispondenti a due realtà territoriali (quella di Brescia e quella di Bergamo), ma anche a due modelli diversi di impresa bancaria”. Giovanni Bazoli – fondatore di Ubi e presidente onorario di Intesa Sanpaolo – ha raccontato in un’intervista al Corriere della sera: “La Banca Lombarda e Piemontese era entrata nelle mire delle due maggiori banche spagnole, Santander e Bbva. Io ebbi conferma delle intenzioni del Santander in un incontro richiestomi personalmente dal presidente, Emilio Botin. Egli mi precisò che intendeva procedere con un’offerta pubblica di acquisto amichevole. Replicai subito che la banca stava considerando una diversa ipotesi e mi mossi senza indugio per proporre ai massimi responsabili di Blp e Bpu l’idea di una fusione”. La fusione coinvolge una spa, Blp, dove votano le azioni, e una banca popolare, Bpu, dove votano i soci (una testa, un voto) a prescindere dalle azioni possedute.

Ricostruzione del Corriere: “Fu deciso che la nuova banca avrebbe avuto la forma cooperativa: non solo era una condizione tassativa posta da Bpu, ma tale forma appariva anche più idonea a proteggere dal rischio di scalate esterne che, come si è detto, erano in quel momento allo studio. Per convincere i soci della banca spa ad accettare e ‘adeguarsi’ al principio cooperativo del voto capitario, indipendentemente dalle quote di capitale possedute, si studiarono regole e clausole del tutto nuove, intese a garantire, nella governance della nuova banca, un equilibrio – il principio di ‘pariteticità’ – fra le due componenti societarie”. Dice Bazoli: “La fusione non avrebbe mai potuto realizzarsi se non fossero state garantite tali condizioni di equilibrio: meccanismi complessi, riguardanti la composizione dei consigli di sorveglianza e di gestione, del comitato nomine, un’alternanza delle cariche apicali e così via. Regole di governance approvate da tutte le autorità interessate, in primo luogo Bankitalia, e rese pubbliche con l’atto fondativo di Ubi, lo statuto e i regolamenti”. Secondo l’accusa, invece, al momento della fusione i due presidenti firmano un Protocollo d’intesa che “non era destinato a disciplinare la sola fase originaria del gruppo bancario, ma costituiva un patto parasociale a tempo indeterminato (comunque rinnovato nell’estate 2012), dandogli attuazione senza che né lo Statuto né gli altri documenti societari consentissero alle Autorità di vigilanza (e conseguentemente al mercato) di capire il reale processo di individuazione dei componenti degli organi sociali”. È il reato di ostacolo alla vigilanza, articolo 2638 del codice civile, che prevede una pena fino a 8 anni di carcere.

28 marzo 2012. Bazoli si dimette dal consiglio d’amministrazione di Ubi per il cosiddetto divieto di interlocking deciso dal governo Monti: non può presiedere Intesa Sanpaolo e contemporaneamente stare nel cda di uno dei maggiori concorrenti. Secondo l’accusa, però, “dal 29 marzo 2012 ha continuato a mantenere sia la presidenza del gruppo bancario Intesa Sanpaolo, sia l’amministrazione e gestione di fatto all’interno del gruppo Ubi Banca, così ostacolando le funzioni di vigilanza”. La procura di Bergamo rileva che Ubi, con Bazoli sia consigliere della banca sia presidente di Intesa Sanpaolo, ha acquistato azioni Intesa Sanpaolo e le ha rivendute, dopo diverse svalutazioni, con una perdita di circa 600 milioni. Al di là se “l’operazione sia stata o meno vantaggiosa per la società Ubi”, la vicenda “assume comunque una peculiare importanza per delineare il contesto dei rapporti tra Bazoli e Zanetti”, in ragione degli “accordi sottostanti diretti al controllo del gruppo Ubi”.

5 novembre 2012. Un esposto alla Procura di Bergamo del presidente dell’Adusbef Elio Lannutti “prospettava la sussistenza di fatti integranti ipotesi di reato compiuti dal gruppo dirigente di Ubi”.

30 dicembre 2012. Riunione tra Andrea Moltrasio, Armando Santus e Italo Lucchini, ai vertici di Ubi. Secondo il resoconto di quest’ultimo, Moltrasio ha definito Bazoli “l’onnipotente” e ha detto: “Non discute più, ma dà solo ordini”.

Febbraio 2013. Secondo l’accusa della Procura bergamasca, su disposizione di Zanetti (presidente del consiglio di gestione Ubi), “vengono comunicati i dati personali dei soci Ubi alla Compagnia delle Opere”. L’obiettivo è portare più soci possibile, tra quelli appartenenti alla Compagnia delle Opere guidata da Rossano Breno, a votare per la Lista 1 di Zanetti e Bazoli all’assemblea dei soci fissata per il 20 aprile 2013. Il pericolo, ora, non viene più dalle banche spagnole, ma da due liste alternative, guidate da Andrea Resti e Giorgio Jannone, “estranei al gruppo di potere al momento dominante nella banca” e “immediatamente percepite come aggressive”. Si utilizza una lista dei soci Ubi, con “un trattamento illegittimo dei dati”, con l’avallo di “Zanetti, il quale autorizzò tale operazione”. Un gruppo di imputati (tra cui Zanetti, Bazoli, Italo Folonari, Victor Massiah, Andrea Moltrasio, Rossano Breno) saranno accusati di aver falsato i dati dell’assemblea, “con atti simulati o fraudolenti, ovvero mediante la predisposizione di deleghe in bianco e di deleghe (mai rilasciate) falsamente o artatamente disposte a vantaggio della cosiddetta Lista 1”. Sul lato bergamasco si attivano Zanetti, Breno, Cdo, Confiab (il Consorzio fidi imprese artigiane di Bergamo). Sul lato bresciano entra in scena Massiah che affida un incarico alla società Sodali per “effettuare una profilatura dei soci”, consentendo “un controllo anticipato del voto, al fine di evitare sorprese in sede assembleare”. La Guardia di finanza ha trovato anche 49 deleghe, su 264 analizzate, del tutto false, con i deleganti che dichiarano “di non aver mai firmato alcuna delega”.

2 marzo 2013. Trattative in corso tra bergamaschi e bresciani per la formazione del cda nella prossima assemblea del 20 aprile. Il consigliere Italo Lucchini annota nel suo diario: “In modo trionfale, Andrea Moltrasio (presidente in pectore dell’Ubi, ndr) ha comunicato che Calvi (Giuseppe, oggi imputato, ndr) aveva convinto il prof. Bazoli a non candidare la figlia Francesca. Armando Santus più tardi ha confermato che Calvi, per convincere l’onnipotente a mollare, ha minacciato di non fare la lista del Consiglio di sorveglianza”. Il pm Pelosi ha sostenuto davanti al gup che i movimenti per la “successione dei figli dei due soggetti di riferimento”, Matteo Zanetti e Francesca Bazoli, “al di là del profilo penale sono rilevanti solo al fine di meglio declinare il contesto degli accordi esistenti per la gestione della banca”.

8 marzo 2013. La relazione ispettiva della Banca d’Italia su Ubi fa riferimento ad anomalie in materia di antiriciclaggio e a possibili conflitti di interesse.

13 marzo 2013. Riunione a casa del presidente Ubi Franco Polotti a cui partecipa anche Bazoli. Tempo dopo Moltrasio, intercettato, dice a Polotti: “Queste riunioni fatte a casa tua con il presidente di Banca Intesa… Ma insomma, se lo venissero a sapere che figura ci facciamo?”. Replica Polotti: “Dipende da noi tenere la bocca chiusa”.

20 aprile 2013. Assemblea degli azionisti Ubi: la Lista 1 vince con 7.340 voti, quasi 5 mila dei quali con deleghe rilasciate da assenti. Battuta la lista Jannone. Moltrasio viene eletto presidente, Massiah confermato amministratore delegato. Scatta l’indagine della Procura di Bergamo, affidata al nucleo valutario della Guardia di finanza. L’inchiesta si chiuderà nel novembre 2016. Il pm Pelosi ritiene di aver trovato prove di un patto occulto, nascosto al mercato e alle autorità di controllo (Bankitalia, Consob e Autorità per la concorrenza), per consentire a una “cabina di regia” formata dai bresciani di Bazoli e dai bergamaschi di Zanetti di nominare i vertici, prendere le decisioni strategiche ed escludere “dalla gestione soggetti estranei alle due associazioni”.

24 giugno 2013. Una riunione tra i futuri imputati viene così verbalizzata da Italo Lucchini: “La contestazione dell’esistenza di un patto parasociale fra le Associazioni Amici Ubi e Ablp è stata giudicata in qualche misura fondata. L’amico Pierga (Piergaetano Marchetti, ndr) ha già fornito a Moltrasio qualche primo riscontro: sul passato siamo tranquilli, in quanto nei primi sei anni di Ubi vi è stata una completa disclosure sulla documentazione delle associazioni; dove invece vi è la conferma di un’interferenza di Ablp nelle decisioni che dovrebbero essere prese in piena autonomia da Ubi è nel meccanismo delle votazioni del comitato nomine/consiglio di sorveglianza, un vero e proprio patto parasociale che mette a rischio l’indipendenza dei consiglieri”.

20 luglio 2013. Esposto alla procura di Bergamo del consigliere di minoranza Andrea Resti. Il dirigente Consob Marcello Bianchi dice ai pm che l’esposto “evidenziava un sistema di governance non palesato” attorno alle due associazioni di azionisti bergamaschi e bresciani. Consob decide di fare l’ispezione.

10 ottobre 2013. In un incontro riservato presso lo studio del notaio bergamasco Armando Santus, vicepresidente Ubi, che “doveva rimanere del tutto riservato”, Bazoli (secondo il diario di Lucchini) denuncia gli “attacchi esterni” e invita i convenuti “a non lasciarci influenzare da fattori esogeni, rafforzando ciò che giova a Ubi, resistendo alle interferenze anche degli organismi di vigilanza”. Bazoli critica “l’incalzare di Banca d’Italia”. Poi dice che “la freddezza dei numeri e dei computer pone in secondo piano l’attenzione all’uomo e ci fa correre il rischio di essere battuti sia dalle grandi banche europee, sia dai due istituti italiani di maggiori dimensioni (Unicredit e Intesa, di cui Bazoli è presidente, ndr). È per questo che Ubi deve continuare a rimanere ancorata al proprio territorio: l’Italia è un Paese dove contano ancora i campanili e la storia”.

13 febbraio 2014. Bankitalia notifica a Ubi un verbale ispettivo “parzialmente sfavorevole”. Nel mirino tra l’altro i meccanismi di governance. Durante l’ispezione è stata avviata una riforma, ma secondo gli ispettori con “modifiche poco incisive”. Il punto delicato rimane l’accordo non pubblico secondo cui le due associazioni di azionisti Ablp (Brescia) e Amici di Ubi (Bergamo) si spartiscono tutte le nomine con criteri di pariteticità.

13 marzo 2014. Mentre è in corso un confronto tra Ubi e Banca d’Italia sulle modifiche allo statuto, Bazoli viene ricevuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nel pomeriggio, nuova riunione a casa di Polotti. Dal verbale di Lucchini: “È intervenuto il prof. Bazoli per affermare che, grazie al parere del prof. Marchetti, le presidenze possono riprendere i rapporti con la Banca d’Italia e la Consob, facendo presente che: la conduzione della governance nei primi sei anni è del tutto legittima; le innovazioni che verranno introdotte debbono tutelare i patti fondativi, in quanto nell’interesse della Banca”. C’è anche uno scontro tra Moltrasio e Bazoli sulla decisione di fondere in un’unica banca i vari istituti del gruppo Ubi. Bazoli (presidente del maggiore concorrente) è contrario. Lucchini appunta: “Bazoli mai visto così agitato”, reagisce “in modo duro e risentito”. Bazoli attacca: “Per risolvere i problemi di Bergamo non si possono certo mettere in discussione valori non negoziabili per Brescia”. Poi ricorda la battaglia assembleare di un anno prima contro Jannone: “Non dimenticatevi che nell’ultima assemblea insomma è stata Brescia… Cuneo, le fondazioni e tutto il resto… siamo noi che siamo venuti a difendere la banca perché altrimenti, a questo tavolo, oggi non ci sarebbe nessuno di noi sei” (i bergamaschi Moltrasio, Lucchini, Santus e i bresciani Bazoli, Polotti e Cera).

9 aprile 2014. Massiah telefona a Flavio Pizzini (vicepresidente Ubi): “Ci andiamo anche a cercar rogne, perché oltretutto c’è anche… per la seconda volta, una strategia sbagliata a negoziare con Banca d’Italia, perchè se ti dice ‘Non voglio vedere più le provenienze’ e tu, seppur con giri di parole, gliele ritiri dentro nel regolamento nomine, allora hai un problema eh!”.

30 aprile 2014. La Consob notifica a Ubi l’avvio della procedura sanzionatoria. Il responsabile corporate governance Marcello Bianchi ai pm: “Mancava una comunicazione al mercato”.

12 maggio 2014. L’ad Victor Massiah parla con il capo della Vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo. L’uomo di Visco avrebbe manifestato sorpresa e preso le distanze dalla Consob: “Mi ha dato segnali di fiducia e solidarietà”, dice Massiah a Cera. Il presidente Andrea Moltrasio incontra il presidente della Consob Giuseppe Vegas. Intercettato, riferisce: “Si ricorda, presidente, che mi aveva detto che in caso di accanimento dovevo rivolgermi a lei, eccomi qua!”.

13 maggio 2014. Vegas riceve Moltrasio e Cera. La Gdf sintetizza: “Moltrasio riferisce che Mario Cera è rimasto particolarmente colpito dalla sollecitudine manifestata da Vegas”. Vegas negherà: “Che mi sia dimostrato cortese con loro, come abitualmente faccio, non ha alcun significato rispetto all’esito della pratica”.

14 maggio 2014. Mentre Giovanni Bazoli è a colloquio con il governatore Visco, scattano le perquisizioni nel suo ufficio e in quelli di altri dirigenti Ubi. Alla Consob tesa riunione tra Vegas e Bianchi. Riferisce il dg Gaetano Caputi: “Il presidente era seccato perché credeva che la perquisizione avesse origine dall’attività Consob”. Racconta Bianchi: “Il segretario generale Stazi mi ha riferito che era molto arrabbiato perché aveva incontrato Cera che si sarebbe lamentato delle nostre contestazioni”.

23 maggio 2014. Visco riceve a Palazzo Koch lo stato maggiore di Ubi (Massiah, Cera, Polotti, Moltrasio, indagati per ostacolo alla vigilanza).

25 giugno 2014. Interrogato dai pm, Barbagallo minimizza: “Avevano ricevuto un provvedimento di perquisizione e si sono mostrati stupiti e un po’ meravigliati. Noi non abbiamo espresso valutazioni. (…) Laddove le decisioni della banca risultassero prese all’esterno dei suoi organi sarebbe fatto estremamente grave”.

16 luglio 2014. Il Corriere della sera pubblica gli estratti conto del commissario Consob Giuseppe Pezzinga presso Iw Bank (controllata Ubi) dai quali risulterebbero investimenti non ammessi dal codice etico Consob. Il pm Pelosi sente odore di bruciato e inscrive la vicenda “in un contesto di contrasti tra Pezzinga e Vegas in merito alla vicenda Unipol-Fonsai”.

2 febbraio 2015. Interrogato, Vegas nega lo “scambio” Consob/Ubi/Pezzinga: “Escludo categoricamente che ci sia stato un accordo tra me e Cera e Moltrasio secondo cui, a fronte di un mio interessamento in favore del gruppo Ubi riguardo alla procedura sanzionatoria, gli stessi si adoperassero per far uscire da Iw Bank gli estratti dei conti correnti di Pezzinga”.

4 febbraio 2015. Bazoli intercettato racconta alla figlia Francesca di aver parlato con Carlo Messina (ad di Intesa Sanpaolo) di una possibile acquisizione del Monte dei Paschi da parte di Ubi.

22 maggio 2015. Il direttore generale di Ubi Francesco Iorio viene designato dalla Vigilanza bancaria per affiancare il presidente della Popolare di Vicenza Gianni Zonin, in un tentativo di salvare la banca.

4 settembre 2015. Bankitalia decide “l’avvio di accertamenti sul gruppo Ubi Banca in tema di (…) contrasto del riciclaggio”. All’esito dell’ispezione avvierà una procedura sanzionatoria. Il riciclaggio è la spina nel fianco di Ubi: sulla controllata Iw Bank sono ancora in corso un’inchiesta della Dda di Brescia e una della Procura di Milano, nella quale è imputato il vicepresidente Cera. Il 12 aprile inizierà l’udienza preliminare sui rinvii a giudizio chiesti dal pm milanese Elio Ramondini.

24 settembre 2015. Interrogatorio di Cera. Si parla dello scontro sul progetto “banca unica” a cui Bazoli era ostile: “Polotti mi disse che questa operazione non si poteva fare senza l’avallo del prof. Bazoli, quale ultimo garante dei patti fondativi ovvero come ultimo padre fondatore”.

Ottobre 2015. La Consob sanziona il vertice Ubi che ottiene la secretazione per “grave rischio per i mercati finanziari/danno sproporzionato per le parti”.

18 gennaio 2017. Ubi compra dal Fondo di risoluzione della Banca d’Italia tre delle quattro banche “risolte” il 22 novembre 2015: Etruria, Banca Marche e Carichieti. Il 31 gennaio 2017 Bankitalia archivia il procedimento sanzionatorio per il riciclaggio Ubi.

9 marzo 2017. Interrogatorio di Italo Lucchini: nel 2013 “le nomine furono fatte da Bazoli, ricordo che voleva effettuare direttamente lui le nomine”.

24 marzo 2017. Gianluigi Gola, consigliere Ubi, dichiara al pm: “Io nel Consiglio di gestione del 28 marzo 2011 lamentai fortemente il disagio sulla scelta dei candidati, (…) contestavo di trovarmi di fronte a elenchi già predeterminati che ‘planavano’ in consiglio”.

22 maggio 2017. Ubi licenzia Roberto Peroni, il whistleblower che nel 2014 ha denunciato ai carabinieri le attività di riciclaggio protette dalla banca. Peroni aveva dettato a verbale: “La Ubi International in Lussemburgo è in pratica la banca utilizzata dagli amici degli amici per fare le peggio schifezze”.

30 maggio 2017. Il procuratore aggiunto di Brescia Sandro Raimondi ordina l’acquisizione di documenti presso l’Ubi per un’indagine su due alti dirigenti, Carlo Peroni, responsabile antiriciclaggio, e il suo capo Mauro Senati, responsabile del controllo rischi. Secondo il pm, dall’agosto 2012 al 31 dicembre 2016 “presso la struttura a cui sono demandati i compiti in materia di antiriciclaggio di Ubi banca si sono verificati sistematici episodi di omissione di segnalazioni per operazioni sospette”, per una selezionata platea di “soggetti legati a figure apicali in seno al gruppo bancario ovvero facenti parte della governance della banca”.

14 giugno 2017. Audizione del governatore Visco alle commissioni riunite Finanze di Camera e Senato. Dice a un deputato M5S: “Su Ubi non abbiamo informazioni, non c’è un rinvio a giudizio, leggiamo i giornali come lei, se ci saranno fatti gravi sarà la Bce che interverrà”.

10 novembre 2017. Inizio dell’udienza preliminare al tribunale di Bergamo.

9 marzo 2018. Bazoli per la prima volta parla, con dichiarazioni spontanee davanti al gup: “Sfido a dimostrare che il mio fine non è stato esclusivamente il bene della banca. Nessuno potrà mai dimostrare l’indimostrabile: che io abbia agito per fini personali”.

23 marzo 2018. Il pm Fabio Pelosi replica a Bazoli e agli altri imputati: “Siamo di fronte a un gruppo bancario di dimensione nazionale, le cui scelte strategiche (…) venivano assunte anche da chi non avrebbe potuto, come il prof. Bazoli”, che ricopriva ufficialmente “il ruolo di presidente del gruppo bancario Intesa Sanpaolo, società in concorrenza con il gruppo Ubi”. E ancora: “Nessuno può considerarsi al di sopra della legge: qui ho sentito sviscerare curriculum vitae (…) ma anche asserzioni finalizzate a ritenere alcune persone assolutamente ‘intoccabili’, come se il solo sospetto non potesse che costituire già un crimine di lesa maestà”. Infine inchioda Bazoli a una citazione della filosofa Hannah Arendt: “Siamo ormai pienamente consapevoli delle conseguenze disastrose che discendono da una linea di pensiero che costringe ad ammettere che tutti i mezzi, purché siano efficaci, sono leciti e giustificati per conseguire qualcosa di definitivo come fine”.

 

 

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La Scuola è finita. Venti di crisi nella finanza cattolica bresciana
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2014 -1. DIETRO LA CADUTA DALL’ALTARE DI ABRAMO BAZOLI, C’E’ UNA BANKITALIA ALLO SBANDO 2. UN INSIDER RIVELA: CHE BAZOLI FOSSE IL DOMINUS DI UBI LO SAPEVAMO TUTTI. UOMINI DI UBI IN BANKITALIA ERANO BAZOLIANI. I CONTROLLATI CONTROLLAVANO I CONTROLLORI 3. UBI GESTIVA I MUTUI DEI DIPENDENTI DI VIA NAZIONALE, NON ERA UNA BANCA QUALSIASI 4. LA TARANTOLA, RESPONSABILE DELLA VIGILANZA ALL’EPOCA DEI FATTI CONTESTATI, STRAVEDEVA PER FAISSOLA E NEL 2003 FECE UNA CROCIERA CON LE BANCHE COOPERATIVE 5. CHI HA ISPEZIONATO UBI OGGI E’ FINITO A OCCUPARSI DI RAPPORTI COI SINDACATI INTERNI 6. SIAMO SICURI CHE NON CI SIANO GRAVI OMISSIONI E/O RESPONSABILITÀ DA PARTE DI PALAZZO KOCH? NEL CASO BIPOP-CARIRE NESSUNO SI ERA ACCORTO DI NULLA. CON LA LODI, C’ERANO ACCORDI SEGRETI E BACI IN FRONTE DI ANTONIO FAZIO AL BUON CATTOLICO FIORANI. CON MONTEPASCHI NESSUNO SAPEVA DELL’ACQUISTO DEL PACCO ANTONVENETA

dagospia.com 16 maggio 2014

Uovo alla Koch per Dagospia

Ci risiamo. Con le indagini su UBI Banca (la quarta banca del Paese) che hanno portato alla perquisizione eccellente di “Nane” Bazoli, viene messo sotto accusa il sistema della finanza bianca.

LUIGI ABETE ALESSANDRO PROFUMO FEDERICO GHIZZONI GIOVANNI BAZOLI FOTO LAPRESSELUIGI ABETE ALESSANDRO PROFUMO FEDERICO GHIZZONI GIOVANNI BAZOLI FOTO LAPRESSE

Arzilli vecchietti, come direbbe Della Valle, e sistema bancario tutto, si ritrovano uniti da un medesimo destino. Viene messo in discussione il cosiddetto capitalismo di relazione e familiare sul quale si è sempre fondata questa Italietta.

La Banca d’Italia, giovedì, ha subito messo le mani avanti e si costituisce ancora una volta, come sempre, parte offesa, con la solita motivazione: ostacolo alla vigilanza. La sua.

La storia si ripete, è già successo con altri scandali come quello della Popolare di Lodi di Fiorani (protetto del governatore Antonio Fazio), di Bipop-Carire, di Banca Antonveneta ed del Monte dei Paschi. Nell’ultimo anno, quasi l’intero sistema bancario tricolore è stato scosso da scandali di vario genere. E’ stato messo in discussione il sistema della governance delle banche, quello del credito, delle carenze organizzative e dei sistemi dei controlli.

GIOVANNI BAZOLI E ENRICO CUCCHIANI FOTO LAPRESSEGIOVANNI BAZOLI E ENRICO CUCCHIANI FOTO LAPRESSE

L’Autorità di vigilanza, ovvero la Banca d’Italia, rimane l’unico baluardo e l’unica garanzia contro tale deriva, si dice. Ma siamo sicuri? Siamo davvero convinti che non ci siano gravi omissioni e/o responsabilità da parte di Palazzo Koch, che deve garantire la stabilità del sistema e assicurare la trasparenza?

Nel caso Bipop-Carire nessuno si era accorto di nulla. Con la Lodi, c’erano accordi segreti e baci in fronte al buon cattolico Fiorani. Con Montepaschi nessuno sapeva dell’acquisto del pacco Antonveneta. Saccomanni e Tarantola come le tre scimmiette: non c’erano e se c’erano dormivano. I manager senesi, oggi dipinti come una volgare banda di ladri con la percentuale su tutto, sono stati talmente furbi da fregare il fior fiore accademico e professionale di Bankitalia. Vigilanti a loro insaputa.

bankitaliaBANKITALIA

I casi oramai sono tanti e tanti, ma la favoletta è sempre la stessa: ostacolo ai poteri della vigilanza. E’ un reato anche grave, perché in teoria ti può costare anche 8 anni di galera. Ma molto in teoria, ovviamente. Come insegna la triste processione di prescrizioni eccellenti e processi che vagano, quando si tratta di alta finanza, da un tribunale all’altro.

Occorre che la magistratura faccia chiarezza, come per il passato, fino all’ultimo scandalo che oggi esplode tra Bergamo e Brescia, dove ci si augura che ci siano procure attrezzate. UBI Banca (“Fare banca per bene”, il loro triste claim) è una banca nel cuore di Annamaria Tarantola.

L’ex vice direttore generale della Banca d’Italia, oggi Presidente della Rai, ha sempre avuto rapporti e relazioni consolidate con i banchieri della piazza bresciana, e in particolare con il compianto Corrado Faissola, storico amministratore del gruppo Ubi banca, con l’avvocato Alessandro Azzi, presidente della Banca credito cooperativo del Garda e Presidente della federazione delle Banche di credito cooperativo (BCC) della Lombardia, nonché con il dominus di Banca Intesa, Bazoli.

ubi bancaUBI BANCA

La Tarantola partecipò anche nel 2003 a una crociera organizzata dalla federazione BCC, a spese delle banche di credito cooperativo, ovvero dei clienti di queste.

Nel 2008 la dottoressa Tarantola diventa il numero tre operativo di Via Nazionale. Per tale nomina gli sponsor d’eccezione sono stati proprio Faissola, Azzi, Cesare Geronzi, Bazoli e alti prelati, a cui rimane molto a cuore la sorte di un altro istituto disastrato come Carige che tra l’altro è la principale azionista della Banca d’Italia. Faissola e Azzi, nel 2008 ricoprono la carica di presidente e vice Presidente dell’Associazione bancaria italiana, quest’ultimo ancora in carica.

AnnaMaria TarantolaANNAMARIA TARANTOLA

Ebbene, i controllori decidono chi debba essere il loro controllore. E’ storia mai sufficientemente nota. Quale esempio di autonomia e indipendenza viene trasmesso al paese e ai cittadini, nonché ai risparmiatori?

Ecco un’altra storia che in Bankitalia sanno tutti. L’allora amministratore delegato di UBI Banca, Corrado Faissola, estimatore e sponsor della Tarantola, non gradì molto nel 2011 la concorrenza della CSR (cassa interna alla Banca d’Italia) che proponeva un tasso per i mutui dei dipendenti all’1%, con il rischio di far venire meno quel lauto compenso del 4% a favore di Centrobanca (gruppo UBI) comunque finita male, a carico della Banca d’Italia e dei suoi dipendenti. UBI Banca non voleva rinunciare a muti prima casa concessi a clientela molto affidabile che possono essere usate dalle banche come garanzia per ottenere prestiti dalla BCE ad un tasso molto vantaggioso e lucrare sulla differenza

E’ proprio ingrata, questa Banca d’Italia, prima ti aiuta e poi nel momento delle difficoltà mette le mani avanti e accusa: gli amministratori di UBI Banca hanno ostacolato la vigilanza. E’ sempre la solita favoletta, si ripete ormai da anni, rappresenta il salvacondotto per tirarsi fuori dalle responsabilità.

FAISSOLAFAISSOLA

Eppure gli strumenti ci sono, la Banca d’Italia non svolge la “moral suasion” della quale straparlano i giornalisti, ma svolge attività di analisi cartolare sulla base delle segnalazioni mensili, trimestrali e semestrali a distanza, con strumenti sempre più sofisticati, nonché attività ispettiva in loco con missioni profumatamente pagate ai signori ispettori, i quali beneficiano anche di apposita polizza assicurativa stipulata dalla Banca d’Italia per tutelarli in caso di giudizio. Dunque di che “ostacoli” stiamo parlando? Quando arrivano gli ispettori in una banca, se vogliono, ti aprono come un’anguria.

Ma la storia si ripete. Già nei confronti del Banco di Brescia (progenitore di UBI Banca) in precedenti ispezioni vengono rilevate attività sanzionabili nei confronti del presidente e direttore generale, Costantino Vitali. La pubblicazione delle sanzioni nei confronti degli amministratori del Banco di Brescia viene fatta secondo quanto disposto dal Testo unico bancario su almeno due quotidiani a diffusione nazionale. In modo singolare, all’epoca le banche provvedevano a pubblicare le sanzioni su “Finanza e Mercati”, quotidiano poco diffuso se non tra gli addetti ai lavori, cioè le stesse banche. Nel caso del Banco di Brescia, la pubblicazione della sanzione cade su “Il Messaggero”, quotidiano letto solo a Roma.

j fiorani cristina fazio GENTEJ FIORANI CRISTINA FAZIO GENTE

Oggi Bazoli (Presidente di Intesa) è l’indagato eccellente per ostacolo alle funzioni di vigilanza. Sembra di scoprire l’acqua calda. Ma come, in Banca d’Italia non se ne sono mai accorti prima? Il salvatore dell’Ambrosiano è stato il referente del sistema e rappresentava il faro per l’autorità di vigilanza, insieme al presidente del Consiglio di gestione di UBI Banca, Franco Polotti, nominato consigliere della Banca d’Italia, prima di ricoprire tale incarico. Uomini di fiducia che avrebbero attuato un sistema di regole per predeterminare i vertici della banca (UBi Banca) all’insaputa dell’autorità di vigilanza. Una specie di sistema Scajola. Le poltrone si incrociavano, ma non si conoscevano l’uno con l’altro.

ANTONIO FAZIOANTONIO FAZIO

L’Autorità di vigilanza, come si dice a Roma, o “ci è o ci fa”, quando suona la sveglia a seguito di esposti e denunce di altri, si precipita a registrare il disco: ostacolo alla vigilanza, fatti rappresentati in modo non veritiero, occultate informazioni. I poveri magistrati, non sempre espertissimi delle arcane regole bancarie, verificano gli atti e rilevano che gli ispettori hanno evidenziato le solite anomalie con applicazioni di sanzioni amministrative pecuniarie: carenze organizzative, carenze dei sistemi di controllo, carenze nell’istruttoria e gestione del credito, in sostanza sempre la solita minestra, fino a quando non scoppia la bomba.

Oggi tocca anche farvi sapere che tutti coloro che vengono coinvolti in attività di vigilanza e/o a conoscenza di fatti di rilevo presso i servizi della vigilanza in Roma e periferia di particolare sensibilità informativa, vengono sempre opportunamente rimossi e promossi con lauti compensi.

E’ stato il caso di Gianluca Trequattrini, oggi capo servizio segreteria particolare scambiatosi con Ciro Vacca. Di Enrica Vignoli, oggi capo servizio cassa generale. Di Maurizio Trifilidis, oggi Direttore a Venezia, di Antonio Cinque, oggi Direttore a Trento, di Luigi Donato, oggi vice capo dipartimento immobili, di Luigi Capra, oggi Direttore a Torino, di Patrizia Pietraforte, oggi direttore al Servizio Tesoreria, di Maurizio Cannistraro, oggi direttore a Bolzano, di Giuseppe Boccuzzi, direttore a Napoli, oggi in pensione. E ancora: Giorgio D’Acunto, oggi Ispettorato vigilanza, Carlo Gentile, oggi alla CSR, Umberto Proia, capogruppo ispettivo al Banco di Brescia (UBi Banca) oggi Funzionario generale impiegato a scazzarsi con i sindacati interni.

LOGO ANTONVENETALOGO ANTONVENETA

Con le nuove indagini in corso sul gruppo UBI Banca, si attendono nuove promozioni e spostamenti, applicando il noto principio: sia promosso affinchè sia rimosso. Ma soprattutto che dopo, quand’anche lo chiamassero i pm, sia omertoso in cambio di danaro.

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Quanto viene deciso dai vertici della Banca d’Italia nella pienezza della sua incontrastata autonomia, senza rendere conto ad alcuno del suo operato – anche quando premia con incarichi dirigenziali dipendenti che tessono rapporti di “amicizia”, e quindi si trovano in un conflitto di interessi, ed al tempo stesso allontanano quelli che, senza allinearsi, esplicano fedelmente la propria attività di vigilanza sulle banche “protette” sanzionandole per irregolarità – mette in evidenza un vero e proprio potere oscuro dell’autorità vigilante, non scalfibile.

Veltroni Giannini SaccomanniVELTRONI GIANNINI SACCOMANNI

Ancora una volta, i vertici di una struttura dedita ad attività di vigilanza, con inopportune frequentazioni con i principali banchieri, che ne hanno sponsorizzato l’ascesa, e spesso poco solerte rispetto ai gravi scandali bancari, configura un vulnus per l’operato trasparente e super partes di un’istituzione come Banca di Italia, che proprio in virtù dei fatti descritti perde sempre più la sua autorevolezza ed autonomia di giudizio,

Oscuri sono i criteri usati in Banca d’Italia per decidere nomine e promozioni interne tenuto conto che appare estremamente grave, che il controllore venga sponsorizzato dai controllati, ossia le banche azioniste in un gigantesco conflitto di interessi.

mario draghiMARIO DRAGHI

Se il quadro è questo, non sono sicuro che il passaggio della vigilanza bancaria alla Bce di Francoforte, previsto per l’autunno, sia una grande sciagura. Di sicuro, i Bazoli di turno dovranno almeno imparare il tedesco per interloquire con le “Autorità”.

SACCOMANNI E LETTASACCOMANNI E LETTA