Nuove regole bail-in, Bankitalia: con Mrel banche rischiano aumento costi raccolta

“Il costo medio della loro raccolta, pari a circa 70 punti base nel giugno 2017, potrebbe aumentare tra i 10 e i 30 punti base. A parità di altre condizioni, …Mrel, ovvero minimum requirement for own funds and eligible liabilities (requisito minimo di fondi propri e di passività idonee da sottoporre al bail-in)Si tratta di un altro acronimo che definirà la storia delle banche italiane e non, e che si affiancherà ad altri termini entrati nel vocabolario finanziario mondiale, ma anche nella vita quotidiana di risparmiatori e investitori: come bail-in, per esempio, o anche NPL.Bankitalia ricorda che “la direttiva UE/2014/59 sul risanamento e la risoluzione delle banche (Bank Recovery and Resolution Directive, BRRD) prevede un requisito minimo di fondi propri e passività soggette a bail-in (minimum requirement for own funds and eligible liabilities, MREL) per assicurare che ogni intermediario, in caso di risoluzione, disponga di un ammontare adeguato di risorse patrimoniali e di altre passività in grado di assorbire le perdite e ricostituire il capitale. Il requisito MREL mira a preservare la stabilità finanziaria, promuovendo un sistema di gestione delle crisi ordinato ed efficace”.

L’Unione europea, di fatto, vuole che le banche europee dispongano di cuscinetti di capitale e di passività adeguate a mo’ di scudo, per essere pronte in qualsiasi momento a fronteggiare una qualsiasi eventuale grave condizione di liquidità, che si potrebbe verificare con l’avvento, per esempio, di una nuova crisi sistemica.

Il requisito Mrel non chiede alla banca di proteggersi ‘solo’ con mezzi propri, ma di lanciare anche una nuova categoria di passività, attraverso emissioni di bond ad hoc, da sacrificare in caso di necessità: i cosiddetti bond bailinable, bond creati appositamente per essere utilizzati nel worst case scenario di una risoluzione, bail-in e/o liquidazione. Bond pronti dunque a essere azzerati al posto di altri bond, come quelli degli obbligazionisti privilegiati.

A tal proposito, lo stesso vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis aveva salutato l’introduzione delle nuove regole della direttiva bancaria che disciplina il bail-in, la BRRD, dicendo chiaro e tondo che l’intenzione era stata quella di “creare una nuova classe di titoli obbligazionari che permettessero di analizzare meglio i rischi”.

Detto questo, l’applicazione del requisito Mrel potrebbe dar via ad alcuni effetti collaterali, e non di poco conto.

Di questi parla Bankitalia, nel suo rapporto, laddove afferma che, “allo stesso tempo, la sua introduzione potrebbe dar luogo a un rilevante aumento del costo della raccolta per gli intermediari e a una minore disponibilità di credito bancario per l’economia, come documentato nel rapporto sulla definizione e l’attuazione del requisito MREL pubblicato dall’Autorità bancaria europea (European Banking Authority, EBA) alla fine del 2016″.

Le emissioni stesse di questi bond, insomma, rischiano di provocare un aumento dei costi della raccolta, dunque di finanziamento, minacciando ulteriormente i profitti delle banche italiane, che sono di per sé già insufficienti a coprire i costi di capitale.

Basti pensare che, al netto delle voci straordinarie di bilancio, come riporta Bankitalia, le banche italiane hanno garantito l’anno scorso ai loro azionisti un ritorno, in media, pari al 4,1%, meno della metà del costo medio del capitale, pari al 9%.

Nel rapporto sulla stabilità finanziaria di Bankitalia si avverte inoltre che le “nostre analisi – basate sulla proposta di revisione della BRRD presentata dalla Commissione europea alla fine del 2016 – stimano che, alla fine di un periodo di transizione ipotizzato di tre anni, le banche italiane significative (il cui requisito verrà stabilito dal Comitato per la risoluzione unico) potrebbero registrare una carenza aggregata di passività idonee tra i 30 e i 60 miliardi di euro, a seconda del grado di subordinazione del requisito tuttora in discussione. Le stime confermano la conclusione del rapporto dell’EBA riguardo all’ampia variabilità tra banche degli effetti sul costo della raccolta in relazione alla loro rischiosità e capacità di accesso al mercato”.

In particolare, “nelle attuali condizioni – caratterizzate da premi per il rischio particolarmente bassi – l’aumento del costo medio della raccolta dovuto alla ricomposizione delle passività sarebbe molto contenuto per i gruppi che già emettono obbligazioni in modo continuativo. Per le altre banche le stime sono più incerte: il costo medio della loro raccolta, pari a circa 70 punti base nel giugno 2017, potrebbe aumentare tra i 10 e i 30 punti base. A parità di altre condizioni, ciò comporterebbe un calo del margine di intermediazione compreso tra il 2 e l’8 per cento. Alcune banche inoltre potrebbero trovare meno oneroso rispettare il requisito mediante una diminuzione delle attività ponderate per il rischio (risk weighted assets, RWA), ottenuta ricomponendo o riducendo le proprie attività”.

Tutto ciò con ripercussioni sui fondamentali dell’economia.

“Sia l’aumento del costo della raccolta sia gli interventi sulle attività” si rifletterebbero infatti “in una minore disponibilità di credito per l’economia”, con effetti  “tanto più ampi quanto maggiore è la quantità di passività MREL da soddisfare con strumenti subordinati”.

Al fine di “mitigare questi effetti negativi, la revisione delle regole sul MREL dovrebbe quindi prevedere risorse proporzionate in quantità e qualità alle effettive esigenze della risoluzione, nonché un periodo transitorio sufficientemente ampio per permettere alle banche di costituire il requisito in modo graduale”.

L’avvertimento arriva in concomitanza con l’entrata in vigore dei nuovi principi contabili riassunti in un altro nuovo termine che presenta l’evoluzione delle regole bancarie in Europa: l’Ifrs 9.

La nuova regola impone alle banche di effettuare accantonamenti non solo per i crediti deteriorati contro cui si imbattono al momento ma anche a fronte di NPL previsti per il futuro.

Ora, è vero che che l’Ecofin si è impegnata a ridurre l’impatto della nuova normativa IFRS 9, lanciando un periodo di transizione di cinque anni per impedire che una immediata applicazione arrechi detrimento alle banche interessate.

Detto questo, come conferma un articolo dell’FT, la nuova regola ha già messo sull’attenti le banche italiane, che hanno effettuato più di 10,7 miliardi di accantonamenti sulle perdite che potrebbero soffrire in quelle operazioni di smobilizzo degli NPL che hanno pianificato per migliorare la qualità dei loro asset.