LUSSO POPOLARE – GIRA IN ASTON MARTIN MA ABITA IN UNA CASA POPOLARE: CONSULENTE INDAGATO PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA – MARCO SARTI VIVEVA A MALTA E GLI SONO STATI SEQUESTRATI BENI PER MILIONI DI EURO, EPPURE RISULTAVA ASSEGNATARIO DI UN ALLOGGIO ALER A BERGAMO – LE LAMENTELE DEI VICINI: “DA QUELLA CASA SI SENTONO URLA A NOTTE FONDA…”

DAGOSPIA.COM 30 APRILE 2018

Tommaso Accomanno per “Corriere della Sera – Bergamo

case popolari via ungaretti bergamo 2CASE POPOLARI VIA UNGARETTI BERGAMO 2

La Guardia di Finanza di Lecco gli ha sequestrato un’Aston Martin, una Porsche e una Ferrari, una moto Yamaha, e 26 immobili tra terreni e case nelle province di Bergamo, Lecco, Catania e Sassari (in Sardegna aveva a disposizione una villa). Ma a suo carico sono stati anche congelati soldi per 700 mila euro e le quote di sette società. Eppure Marco Sarti, 59 anni, consulente lecchese tuttora indagato e sottoposto l’anno scorso alla misura cautelare in carcere (poi alleggerita), risulta assegnatario di un appartamento dell’Aler a Bergamo, al secondo piano della palazzina B al civico 31 di via Giuseppe Ungaretti, a Campagnola.

marco sartiMARCO SARTI

Sarti, 59 anni, ha la residenza a Malta ed è stato arrestato a maggio 2017 per bancarotta fraudolenta, evasione fiscale e contributiva: «È stato in carcere per una settimana», chiarisce al telefono il suo avvocato Alessandro Dell’Oro, in attesa degli sviluppi del procedimento penale.

aston martinASTON MARTIN

Oltre ai beni di lusso che gli inquirenti riconducono a lui, è spuntato anche l’alloggio Aler. Sul campanello non c’è nessun riferimento a Sarti, ma, secondo l’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale, l’assegnatario è ancora lui. «Sarti pagava l’affitto regolarmente e se ha avuto l’alloggio vuol dire che aveva i requisiti — chiarisce il direttore generale dell’Aler di Bergamo Lorella Sossi —. Gli accertamenti sono in corso. Stiamo procedendo per vie legali da agosto 2017, ma non è così semplice. Sono in corso le procedure per la decadenza dell’alloggio. La residenza dell’inquilino risulta a Malta ed è stato spedito là l’avviso: così i tempi si sono allungati. È stato certificato da Aler il meccanismo per far sgombrare l’alloggio. Appena sarà possibile verrà riassegnato subito».

case popolari via ungaretti bergamoCASE POPOLARI VIA UNGARETTI BERGAMO

Secondo alcuni residenti l’appartamento sarebbe abitato da sconosciuti. «Sono almeno tre anni che c’è una situazione strana — spiega Milena Crevena, 50 anni, inquilina con il marito e una figlia diciottenne, al terzo piano della scala B —. Sarti arrivava, le poche volte che lo vedevamo, con auto di lusso. Ci sono persone che vanno e vengono in quella casa, soprattutto di notte. Lì dentro non ci sono più acqua e corrente. Una ragazza, con cui ho anche litigato, vive lì. Una volta ha chiesto in malo modo a una vicina se poteva fare la doccia in casa sua. L’impresa delle pulizie ha trovato anche tracce di sangue davanti a casa».

case popolari via ungaretti bergamo 1CASE POPOLARI VIA UNGARETTI BERGAMO 1

Dirimpettaio della Crevena è Mario Previtali, 76 anni, in pensione: «Io continuo sempre a mandare segnalazioni all’Aler su questa situazione. A notte fonda si sentono urla di persone». Le urla hanno disturbato più e più volte anche Giorgio, 16 anni, e la sua famiglia: «Mi sono svegliato di soprassalto anche alle 3 di notte, il nostro appartamento è esattamente sopra».

«Abbiamo raccolto le denunce e sappiamo quello che succede — spiega l’Aler —. Sono state fatte delle verifiche ma non è emerso nulla, è andato anche il presidente in persona a verificare, così come la polizia locale. La porta di quella casa non è mai stata aperta e non si può buttare giù». La vicenda è al limite anche per Fabio Cochis, segretario provinciale dell’Unione Inquilini: «Le procedure per lo sgombero sono lunghe. L’abusivismo non è così diffuso come a Milano, quindi è un caso raro. A Bergamo però ci sono moltissime case sfitte che andrebbero riassegnate, noi ne abbiamo contate tra le 400 e le 450».

Idrogeno, il petrolio di domani?

Luigi Jorio tvsvizzera.it 1 maggio 2018

riempimento del serbatorio con l'idrogeno
Fare il pieno con l’idrogeno, un gesto comune in futuro?

(Keystone)

È considerato un elemento centrale della transizione energetica. In Svizzera, il ricorso all’idrogeno per stoccare l’elettricità e alimentare i veicoli è però ancora ridotto. La sfida è di produrlo in modo sostenibile e sicuro.

“Metti un tigre nel motore”, recitava un vecchio slogan pubblicitario. Ideato da una grande compagnia petrolifera statunitense, invitava gli automobilisti a utilizzare la sua benzina e a riempire il serbatoio con la potenza e l’esplosività di una tigre.

Oggi, nell’era delle energie rinnovabili e della lotta all’inquinamento e al cambiamento climatico, benzina e diesel sono sotto pressione. Come la tigre nel suo habitat naturale, anche i carburanti fossili potrebbero essere destinati, presto o tardi, all’estinzione. Al loro posto, un altro propulsore, l’idrogeno, e un altro… animale, la formica.

+ Il futuro incerto del dieselLink esterno

Un quinto dell’energia dall’idrogeno

L’idrogeno potrebbe rappresentare quasi un quinto dell’energia consumata nel mondo nel 2050, sostiene uno studioLink esterno realizzato da Hydrogen Council, un gruppo che riunisce 18 multinazionali (tra cui General Motors, Honda e Shell) lanciato durante l’edizione 2017 del Forum economico mondiale (WEF).

Questo sviluppo, sostiene il gruppo, potrebbe contribuire nella misura del 20% alla riduzione delle emissioni di CO2 necessaria per limitare a 2 °C il riscaldamento globale.

Secondo le stime, l’idrogeno potrebbe alimentare 10-15 milioni di automobilie 500’000 autocarri entro il 2030.

Fine della finestrella

Che cosa c’entrano le formiche con l’idrogeno, lo scopriremo più in avanti. Per ora, il dato che conta è che l’idrogeno (H2) si presenta come uno dei vettori energetici più promettentiLink esterno per sostituire i combustibili fossili.

“L’idrogeno prodotto in modo sostenibile può, in combinazione con altre tecnologie, fornire un contributo importante per un approvvigionamento energetico sostenibile”, scriveLink esterno l’Ufficio federale dell’energia. Nel quadro della transizione energetica, l’idrogeno ha sicuramente “delle carte da giocare”, concorda Rudolf Blessing, ingegnere presso auto-suisseLink esterno, l’associazione degli importatori di automobili. E al recente Salone dell’auto di Ginevra, anche l’Unione petroliera svizzera ha riconosciuto che i veicoli a idrogeno potrebbero rappresentare la mobilità del futuroLink esterno.

Ma che cos’è l’idrogeno e quali sarebbero i suoi vantaggi?

Acqua invece del CO2

L’idrogeno è l’elemento chimico più abbondante nell’universo. Basti pensare che ogni molecola di acqua è formata da due atomi di idrogeno.

Utilizzato da decenni nell’industria chimica e nella propulsione spaziale, da qualche anno sta conquistando anche il settore automobilistico. Sempre più modelli sono alimentati dall’idrogeno, che attraverso le cosiddette pile a combustibileLink esterno si combina all’ossigeno generando elettricità, come illustra il filmato seguente.

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funzionamento di una pila a combustibile

Il vantaggio dell’idrogeno, rispetto agli idrocarburi, è che non comporta emissioni di CO2 o sostanze nocive. Dai tubi di scarico esce soltanto vapore acqueo. Inoltre, l’idrogeno offre le stesse comodità di utilizzo dei carburanti convenzionali (autonomia, velocità di riempimento del serbatoio, costo per km percorso…).

Una buona notizia dunque per i conducenti. Ma per fare il pieno, ci vogliono anche le stazioni di rifornimento. Ed è qui che i veicoli a idrogeno subiscono una battuta di arresto.

L’uovo e la gallina

In Svizzera, le stazioni a idrogeno si contano sulle dita di una mano. Tolti i siti sperimentali, come quelli del Laboratorio federale di prova dei materiali e di ricerca (EMPA) e del Politecnico federale di Losanna (EPFL), rimane soltanto la stazione di rifornimento di Hunzenschwil, nel canton Argovia. Inaugurata nel novembre 2016 nel quadro di un partenariato tra il dettagliante Coop e l’EMPA, è l’unica ad essere aperta al pubblico.

La stazione di Hunzenschwil rifornisce prevalentemente dodici automobili di servizio e un autocarro per le consegne di Coop. Sebbene i suoi responsabili parlino di “clienti abituali esterni” e dell’intenzione di aprire altri tre punti di rifornimento nel paese, i veicoli a idrogeno rimangono una rarità in Svizzera.

Sulle strade ne circolano una cinquantina, indica Rudolf Blessing. A titolo di paragone, i veicoli da turismo elettrici, che pur sono una minoranza, sono circa 13’000 (su un totale di circa 4,6 milioni di veicoli da turismo).

Per i professionisti del settore è il classico dilemma dell’uovo e della gallina: senza una rete di stazioni di servizio sufficiente, solo pochi utilizzatori sceglieranno questo tipo di veicoli. E senza questi veicoli, l’infrastruttura non può essere redditizia.

La stazione di rifornimento argoviese ha però una particolarità. Un atout che potrebbe contribuire in modo decisivo allo sviluppo di una mobilità senza emissioni.

 “Il 92% dell’idrogeno prodotto nel mondo proviene da fonti fossili quali petrolio, gas naturale e carbone”

Gabor Laurenczy, EPFL

Fine della citazione

Idrogeno dal fiume

Il suo idrogeno è infatti prodotto dalla start-up elvetica H2 EnergyLink esterno, che lavora unicamente con fonti rinnovabili. Nella fattispecie, utilizza l’elettricità prodotta da una centrale idroelettrica per scomporre l’acqua in idrogeno e ossigeno (elettrolisi).

Una situazione tutt’altro che scontata poiché, come spiega il professore dell’EPFL Gabor LaurenczyLink esterno, “il 92% dell’idrogeno prodotto nel mondo proviene da fonti fossili quali petrolio, gas naturale e carbone”. Se vogliamo disporre di un vettore energetico davvero ecologico, l’idrogeno va prodotto con le rinnovabili, insiste Laurenczy.

Ed è proprio nel contesto della promozione delle fonti puliteLink esternoche l’idrogeno può essere considerato un pilastro della transizione energetica. E che possiamo ritornare alle formiche citate in precedenza.

Formiche nel motore

L’idrogeno, spiega Laurenczy, è un’ottima soluzione per lo stoccaggio dell’energia. L’elettricità prodotta in eccesso dalle fonti rinnovabili, ad esempio da impianti solari durante l’estate, può essere immagazzinata sotto forma di idrogeno.

Per ovviare ai problemi tecnici e di sicurezza legati a questo gas altamente esplosivo, il professore dell’EPFL propone di trasformare l’idrogeno in acido formico. “È un prodotto biodegradabile, facile da immagazzinare, trasportare e maneggiare”. I più grandi produttori, prosegue, sono le industrie e, come suggerisce il nome, le formiche.

Gabor Laurenczy, professore all'EPFL
Gabor Laurenczy, professore all’EPFL, crede che le formiche detengano le chiavi del futuro della mobilità.

(©EPFL_AlainHerzog/)

“L’aspetto interessante è che si può produrre acido formico combinando l’idrogeno con l’anidride carbonica. Si potrebbe così recuperare il CO2 presente nell’atmosfera, ciò che contribuirebbe a frenare il riscaldamento globale”.

L’acido formico – conservabile in bidoni di plastica, come si fa con la benzina – fornirebbe poi l’idrogeno, e in seguito elettricità, al momento richiesto.

Per questa trasformazione, Laurenczy e il suo team hanno sviluppato in prima mondiale una particolare pila a combustibileLink esterno. “Da una parte si mette l’acido formico e dall’altra esce elettricità”, semplifica il professore.

Funzionamento della pila a combustibile all'acido formico HYFORM-PEMFC sviluppata all'EPFL
Funzionamento della pila a combustibile all’acido formico HYFORM-PEMFC sviluppata all’EPFL.

(EPFL Infographie: Laura Cipriano)

Potenziale ancora da sfruttare

Rispetto a una tipica pila a combustibile a idrogeno, quella all’acido formico offre dei benefici in termini di dimensioni, facilità di trasporto, sicurezza e costi, sottolinea Laurenczy.

Il ricercatore è fiducioso: una volta sviluppato un sistema completo e integrato, capace di immagazzinare l’energia rinnovabile in eccesso, la pila a combustibile all’acido formico potrà essere utilizzata per riscaldare gli edifici ed alimentare battelli, autobus e automobili.

Considerare l’idrogeno il carburante del futuro è però forse eccessivo, puntualizza Rolf Huber, presidente del Cda di H2 Energy. “Lo vedo piuttosto come un carburante possibile, capace di risolvere un certo numero di problemi. Ma non abbiamo ancora sfruttato tutto il suo potenziale”.

Cinque miliardi di € in più ricevuti da Intesa Sanpaolo per BPVi e Veneto Banca: ne riservi due per chiudere la partita con i soci truffati

Di Riccardo Federico Rocca vicenzapiu.com 1 maggio 2018

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Ospitiamo e sottoponamo all’attenzione dei lettori, di Intesa Sanpaolo e del Governo un interessante scritto del dr. Riccardo Federico Rocca, che da tempo ci onora della sua firma e che fa parte del milanese studio legale Rocca, che, nato nel 1948 occupandosi fin dall’inizio di diritto civile e societario, a partire dal 2007 si è specializzato in diritto finanziario e, in particolare, nel settore della tutela degli investitori danneggiati da false comunicazioni rese da società di capitali. Il direttore

Lo scorso venerdì 27 aprile a Torino nel corso della propria Assemblea ordinariaIntesa Sanpaolo [ISP] a fronte di una precisa domanda di un azionista che lamentava l’enormità della dote di sette miliardi di euro erogatale dallo Stato a carico di tutti i contribuenti, ha letteralmente risposto come di seguito.

«È del tutto improprio e fuorviante parlare di “dote”, quasi si trattasse di un regalo, di fronte ai rilevantissimi oneri organizzativi e operativi di cui Intesa Sanpaolo si è fatta carico nel contesto dell’operazione e, ancor prima, di fronte al fatto che Intesa Sanpaolo ha consentito di evitare che lunedì 26 giugno 2017 gli sportelli di quelle banche (Banca Popolare di Vicenza Veneto Banca, ndr) non potessero essere riaperti, i depositanti non potessero disporre dei loro depositi, i dipendenti perdessero il posto di lavoro, tutti i creditori chirografari venissero irrimediabilmente pregiudicati dal default e il sistema (in primis quello bancario e subito dopo lo Stato Italiano) dovesse farsi carico dell’intera situazione in dissoluzione. I cosiddetti “rami in bonis”, cui si riferisce la domanda, erano un insieme di attività, passività e rapporti giuridici che comunque presentavano notevoli criticità: si pensi al fatto che Intesa Sanpaolo si è fatta carico di gestire e far fronte al contenzioso in essere al 26 giugno 2017 (sono state escluse quelle che coinvolgevano azionisti e obbligazionisti subordinati delle ex Banche Venete, in ossequio a quanto previsto dalla normativa europea sugli aiuti di Stato): anche questo è un peso (di grande rilevanza per le stesse strutture della Banca) che è stato accettato al solo fine di sollevare dal relativo onere le Liquidazioni Coatte».
Risposta che ne dimostra la coda di paglia poiché è facile osservare che “i rilevantissimi oneri organizzativi e operativi di cui Intesa Sanpaolo si è fatta carico” in nessun caso possono valere sette miliardi di euro.
Tutti oggi riconoscono che il disastro delle due ex banche popolari venete sia in buona parte originato dalla totale assenza di controlli e interventi da parte degli organismi pubblici a ciò preposti, e in specie, Banca d’ItaliaConsob e, per taluni aspetti, la Procura di Vicenza e la Procura di Treviso. E che per evitare danni peggiori, lo scorso giugno lo Stato sia intervenuto mettendo sul piatto ben sette miliardi di euro. Importo più che adeguato a chiudere la partita, se solo fosse stato destinato a risolvere i problemi piuttosto che arricchire gli amici. Invero, Intesa San Paolo [ISP] che la stampa filogovernativa dipinge come il salvatore della Patria, fin da subito ha messo in chiaro di non avere alcuna intenzione di ricoprire tale ruolo, sicché i 19 miliardi di euro di NPL sono oggi in carico alla SGA – ovvero allo Stato – e i due miliardi di debiti risarcitori nei confronti degli investitori truffati vagolano nel buio. Laddove ISP si è limitata a prendersi carico di 28 miliardi di crediti in bonis, dei quali la maggior parte rappresentati da mutui immobiliari ipotecari, e la restante parte da affidamenti che, stante le informazioni che mi pervengono da varie fonti, non vengono rinnovati a scadenza con l’immediata richiesta di rientro a prescindere dal merito creditizio dell’affidato. Crediti il cui acquisto non ha comportato per ISP l’esborso di liquidità alcuna, ma la semplice assunzione di debiti per un importo di ammontare equivalente nei confronti dei depositanti.
Più che giusto, pertanto, che attivi e passivi di corrispondente ammontare siano stati rilevati da ISP al prezzo di un euro. Nessuna motivazione economica, giuridica o morale può invece giustificare il regalo dell’ex ministro Pier Carlo Padoan a tutto carico dei contribuenti italiani a ISP di ben 4,785 miliardi di euro esentasse corrispondenti a oltre 7 miliardi di euro lordi. I circa diecimila dipendenti delle due ex banche popolari venete costavano complessivamente circa 600 milioni di euro annui, quindi con due miliardi di euro si potevano pagare gli stipendi pieni per tre anni a tutti quanti: avanzano pertanto ben cinque miliardi di euro che il prossimo Governo, di qualsiasi colore e orientamento politico sia, dovrà richiederle indietro, poiché consumatori e partite Iva, commercianti e artigiani, non potranno tollerare il preannunciato aumento di un solo millesimo delle vigenti aliquote prima di tale restituzione.
Per inciso, proprio la misura di tale importo di sette miliardi rende davvero cialtronesco da parte del sottosegretario Pier Paolo Baretta & C. l’avere stanziato la miseria 100 milioni di euro suddivisi in quattro anni [sic] per rimborsare l’universalità delle vittime di truffe già accertate in sede giudiziaria da diverse sentenze della Corte di Appello di Venezia. Che nel motivare le conferme delle sanzioni applicate ai sindaci/dirigenti/amministratori delle ex popolari, illustrano coram populi le tecniche fraudolente da quelle poste in essere per ingannare gli investitori. Cento milioni che rappresentano, a tutto dire, neppure l’1,5% della dote versata pronta cassa dal ministro Padoan a ISP il 26 giugno 2017.
Per allontanare la vicenda dall’attenzione del pubblico a ISP sarebbe sufficiente destinare un paio di miliardi dei cinque in soprannumero ricevuti per chiudere la partita con gli investitori truffati, potendo così trattenerne in tutta sicurezza i restanti tre. È troppo chiedere un pizzico di lungimiranza a chi ha l’ambizione di diventare la prima banca d’Europa?

Verona, dove comanda l’estrema destra

di Giulia Siviero – @glsiviero ilpost.it 1 maggio 2018

Come la saldatura tra neofascismo, leghismo e cultura da stadio – «gioventù, ignoranza e testosterone» – hanno creato un contesto unico e pericoloso

 Il luogo dove è stato picchiato Nicola Tommasoli in via Leoni a Verona. (ANSA/DAVIDE BOLZONI/DRN)

A Verona c’è una strada in cui la domenica si fatica a camminare, perché ci sono decine e decine di turisti. La strada è famosa perché lì, si dice, c’è il balcone di Giulietta: in realtà è un falso dichiarato. Poco più avanti, oltre la biblioteca civica e proprio accanto a Porta Leoni, uno degli ingressi principali alla Verona romana, la notte del primo maggio di dieci anni fa venne picchiato un ragazzo di 29 anni, Nicola Tommasoli. Gli diedero calci nella pancia e poi sulla testa. Venne portato in ospedale, fu operato e dopo qualche giorno morì.

I giornali scrissero che Nicola Tommasoli aveva rifiutato una sigaretta a cinque ventenni che gli si erano avvicinati. La storia della sigaretta e del pestaggio-per-un-futile-motivo circola ancora oggi. Non fu un’aggressione a sfondo politico, continuarono a ripetere i giornali locali riproponendo le minimizzazioni iniziali della questura e dell’allora sindaco di Verona, Flavio Tosi. Di sicuro però non c’entravano né i rom – che tanto stavano al centro del suo discorso politico – né gli immigrati, che si tenevano ben lontani da quella che veniva a quel tempo definita la “destra imborghesita” del centro storico.

Nicola Tommasoli non era conosciuto in città e non frequentava gruppi politicamente schierati, ma aveva il codino: era “diverso”, come disse l’ex procuratore capo di Verona Guido Papalìa, che per molti anni indagò sul neofascismo veneto. Forse la versione più sincera su quello che accadde la diede il cugino di Tommasoli, studente del liceo classico Maffei, intervistato da Anno Zero: «Nicola non è stato ucciso perché era comunista, è stato ucciso perché quei cinque sono nazisti».

Nell’aggressione di Tommasoli erano coinvolti Guglielmo Corsi, Andrea Vesentini, Nicolò Veneri, Federico Perini e Raffaele Dalle Donne. Lo lasciarono a terra agonizzante. Quattro di loro avevano precedenti legati a episodi di violenza da stadio, tre erano conosciuti come militanti di estrema destra. Perini e Veneri avevano a che fare con Forza Nuova, Dalle Donne era un ex attivista di Blocco Studentesco, l’associazione giovanile legata a Casa Pound. Lui e Veneri erano già indagati dalla procura di Verona per vari pestaggi avvenuti tra il 2006 e il 2007 e per i quali si ipotizzava il reato di associazione a delinquere con l’aggravante della legge Mancino. Perini e Veneri, infine, e proprio con l’aiuto di alcuni militanti di Forza Nuova, dopo il pestaggio del primo maggio scapparono a Londra. Quattro giorni più tardi decisero di costituirsi. Nicola Tommasoli era morto da qualche ora.

«Quella a Tommasoli fu l’ultima di decine di aggressioni denunciate in quegli stessi anni, quasi sempre a danno di ragazzi colpevoli di essere non conformi, di avere un aspetto “differente” o un atteggiamento indecoroso (tipo sedersi per terra)». Lo racconta Paola Bonatelli, ex giornalista del Manifesto che da Verona si è occupata di queste storie quasi quotidianamente, raccontando come in quasi tutti gli episodi tornassero parole comuni e relazioni costanti: l’estrema destra, la curva della squadra di calcio Hellas Verona e un’ideologia identitaria riconducibile al nazifascismo.

Verona nera
Storicamente Verona è stata il crocevia dell’estremismo della destra italiana in tutte le sue forme: fu una delle capitali della Repubblica di Salò e fu la sede del comando generale della Gestapo. Dagli anni Settanta divenne un centro fondamentale per le diverse organizzazioni eversive neofasciste come la “Rosa dei venti” del generale Amos Spiazzi, il “Fronte nazionale” di Franco Freda, “Ordine Nuovo” e la banda neonazista Ludwig, responsabile di 15 omicidi («La nostra fede è nazismo. La nostra giustizia è morte. La nostra democrazia è sterminio»). Più avanti, Verona fu un luogo fecondo per le organizzazioni giovanili dei ricostituiti partiti fascisti o ex fascisti (Fronte della Gioventù e Azione Giovani) e dei movimenti della destra radicale collegati con le frange più violente della curva sud, la curva della tifoseria dell’Hellas.

Quando nel 1994 leghisti ed ex missini entrarono nel primo governo Berlusconi, a Verona il terreno era pronto da tempo: «La Lega ha attecchito e si è rigogliosamente sviluppata sostenuta dalle associazioni integraliste cattoliche, con i loro nomi più o meno esotici, […] e da quella dei movimenti della destra radicale, dalla Fiamma a Forza Nuova che il Carroccio favorisce», scriveva Paola Bonatelli su un Manifesto vecchio più di dieci anni, e che lei stessa ripesca da una montagna di scatoloni. Quegli scatoloni, insieme ai dossier redatti nel tempo e con costanza dai movimenti antifascisti veronesi, sono un importante archivio, per la storia di cui stiamo parlando.

Stando a quello che raccontano Bonatelli e molti altri che conoscono la storia di quegli anni, a Verona la cosiddetta “svolta di Fiuggi” – cioè il passaggio con cui gli ex fascisti costituirono Alleanza Nazionale e una “destra democratica” – consistette solo in un passaggio da fuori a dentro: da fuori a dentro le istituzioni. Le destre, sia quelle istituzionali sia quelle che non lo erano, continuarono (e continuano) a mantenere confini molto labili e spesso sovrapponibili.

Gli anni Novanta a Verona furono quelli del manichino nero impiccato allo stadio per protestare contro l’acquisto di un giocatore nero e quelli della prima celebrazione delle Pasque Veronesi – riscoperte dalla politica prima che dalla storiografia – organizzata da integralisti cattolici e Lega con sponsorizzazione dell’assessorato alla Cultura. Furono gli anni delle mozioni omofobe mai abolite e mai sconfessate, della prima edizione delle “ronde padane”, dei riti di riconsacrazione all’interno delle sale pubbliche utilizzate una settimana prima dalla comunità musulmana per celebrare la fine del Ramadan, dei concerti finanziati dal comune delle band cosiddette “nazirock”, come i Gesta Bellica, e delle fiere della cosiddetta “editoria non conforme” (non conforme al riconoscimento dell’esistenza dei campi di sterminio, in sostanza).

Dal 1994 al 2002 a Verona c’era una sindaca – Michela Sironi Mariotti, di Forza Italia – a capo di una giunta in cui si fecero notare soprattutto tre assessori di Alleanza Nazionale, che favorirono e legittimarono il tracimare nella politica istituzionale delle pratiche e dei discorsi della destra militante di strada, di cui alcuni di loro avevano fatto parte: Luca Bajona, Massimo Mariotti e Fabio Gamba.

Bajona, il vicesindaco, era stato arrestato nel 1981 per aver partecipato a un’aggressione contro alcuni militanti della FGCI, l’organizzazione giovanile del PCI (oggi è sparito dal panorama politico locale). Fabio Gamba, assessore alla Sicurezza e attuale direttore generale del comune con il nuovo sindaco Federico Sboarina, divenne famoso per aver dotato la polizia municipale delle cosiddette “mazzette di segnalazione”, cioè dei manganelli, e per aver difeso il sequestro delle coperte di alcuni senzatetto che dormivano in Piazza Isolo facendo poi bagnare la pavimentazione con acqua gelata perché ghiacciasse e nessuno potesse sdraiarsi di nuovo. Massimo Mariotti, esponente della destra sociale che ha ricoperto negli anni vari incarichi politici e che è stato nominato alla presidenza di molte aziende municipalizzate, fece notizia quando utilizzò l’indirizzo email del comune per spedire inviti a feste e iniziative in cui era «gradita la camicia nera». Lo scorso febbraio Mariotti, eletto di nuovo alle amministrative del 2017, ha rinunciato al seggio per essere nominato dal nuovo sindaco alla presidenza di Ser.i.t, la società a cui il comune affida i servizi di igiene ambientale.

Qualche giorno prima dello scorso 25 aprile, Mariotti ha inviato un testo su WhatsApp a diversi conoscenti e amici, nel quale invitava «gli Amministratori» a evitare la partecipazione alle celebrazioni delle lotte per la Liberazione, «ke restano invece nella memoria del Camerati x quello che erano: una mattanza di Soldati ke avevano deposto le armi, oltre a stupri e sevizie nei confronti di civili ke avevano la sola colpa di credere in una Italia migliore. (🤚 🇮🇹)».

Ho incontrato Mariotti in un bar dietro al Comune: mi ha parlato delle destra sociale a Verona, della sua lunghissima esperienza politica, di come l’area di cui fa parte abbia cambiato varie sigle ma non obiettivi e valori. E ha confermato di aver scritto quel messaggio, di cui avevo ricevuto uno screenshot: dice che il 25 aprile non l’ha mai festeggiato, per coerenza. «Quando in consiglio comunale ricevevo l’invito, declinavo con una lettera in cui spiegavo i miei motivi: gli italiani hanno dimenticato il significato di questa data che dopo tanti anni potrebbe diventare un momento di pacificazione nazionale, e che invece è diventata una celebrazione nostalgica, in questo caso, di situazioni drammatiche che si sono create. Il rispetto di chi è stato ucciso durante quegli eventi, soprattutto successivi alla fine della guerra, a mio avviso viene poco considerato».

Mariotti ha spiegato che gli “Amministratori” a cui era rivolto il suo messaggio sono consiglieri e assessori di destra, che “camerata” non è un’offesa ma una parola che nel gergo militare «si usa da secoli»; e quando gli chiedo dell’omicidio Tommasoli mi risponde che è stato un «momento drammatico» in cui la politica «non c’entra»: che alcuni dei picchiatori «fossero vicini o lontani» all’estrema destra è una loro «questione personale: problemi loro».

Nel 1994, con Sironi sindaca, in consiglio comunale fu eletto anche Flavio Tosi, che tre anni dopo divenne segretario provinciale della Lega Nord-Liga Veneta. Con Tosi le iniziative di piazza presero definitivamente i toni degli ultrà da stadio (i comizi si concludevano al grido di “Chi non salta tunisino è”). Tosi fu tra i promotori dell’istituzione delle ronde padane contro «drogati, clandestini e puttane», presentò una mozione per creare sui mezzi pubblici entrate differenziate per veronesi e immigrati e – con la sorella e altri quattro militanti della Lega – venne condannatoper la violazione della legge Mancino, in quanto responsabile di istigazione all’odio razziale.

La saldatura tra l’odio xenofobo neofascista, in particolare di Forza Nuova, e le fobie etniche di matrice leghista a cui Tosi lavorò con fecondità in quegli anni portò a grandi risultati. Nel 2007 Tosi si candidò contro il sindaco uscente di centrosinistra, Paolo Zanotto, assemblando una lista civica in suo sostegno in cui si ritrovavano i nomi delle destre cittadine più diverse: integralisti cattolici legati a Don Floriano Abrahamowicz (quello che celebrò una messa per Erich Priebke), negazionisti dell’Olocausto, sostenitori delle messe in latino, nostalgici di Salò, organizzatori delle Sentinelle in Piedi e delle messe riparatrici per il Gay Pride.

Tosi stravinse. Non appena eletto cominciò a fare quel che aveva promesso: tra le altre cose, come capogruppo della sua lista in consiglio comunale scelse Andrea Miglioranzi, esponente storico del Veneto Fronte Skinhead e del gruppo musicale Gesta Bellica (“Furti, droga, musi neri, tutto questo non mi va: Potere bianco, sola possibilità”). Miglioranzi fu tra i primi in Italia ad andare in carcere per istigazione all’odio razziale grazie alla legge Mancino («Fascista? Definirmi così in passato mi è costato il carcere. Non rinnego nulla, è un termine che mi è molto caro») e dal 2012 è presidente di AMIA (Azienda municipale di igiene ambientale). Miglioranzi fu nominato da Tosi persino ai vertici dell’Istituto veronese per la storia della Resistenza, ma si dimise dopo pochi giorni per le molte proteste e per non «offrire a un’opposizione incapace di affrontare i problemi della città, il pretesto per strumentalizzazioni e attacchi contro il sindaco e la giunta».

Nel 2003 un gruppo di esponenti di Forza Nuova entrò negli studi dell’emittente televisiva Telenuovodove si stava svolgendo un dibattito in cui era presente Adel Smith, allora presidente dell’Unione Musulmani d’Italia. Alla fine gli indagati veronesi furono Yari Chiavenato, Stefano Armigliato e Luca Castellini

La nuova amministrazione
Dopo due mandati di Tosi, la sua uscita dalla Lega e la sua trasformazione in un «leghista doroteo», dopo la condanna del suo vicesindaco e le divisioni interne alle destre locali e il loro riposizionamento, nel 2017 è stato eletto sindaco Federico Sboarina. Ex assessore allo Sport con Alleanza Nazionale durante la prima amministrazione di Tosi, Sboarina è stato sostenuto dal movimento “Battiti per Verona”, dalla lista civica “Verona più sicura”, da “Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale”, e poi da Forza Italia, Lega Nord, partito dei Pensionati e movimento “Indipendenza Noi Veneto”: formazioni trasversalmente attraversate da vecchi nomi che un tempo avevano sostenuto Tosi e, di nuovo, dai movimenti cattolici e conservatori.

Il vescovo Giuseppe Zenti – che nel 2013 durante la messa di Natale aveva fatto parlare Tosi dal pulpito della chiesa e che nel 2015 in occasione delle elezioni regionali aveva inviato una lettera agli insegnanti di religione per sostenere una candidata della Lega – alle amministrative del 2017 intervenne nuovamente nella campagna elettorale dopo alcune dichiarazioni molto pesanti di Salvini per spiegare che lui li conosceva bene i leghisti del Veneto: dei moderati, attenti al sociale.

Il dibattito su TeleArena tra il vescovo Giuseppe Zenti e don Bruno Fasani che aveva criticato il sostegno esplicito di Zenti a una candidata della Lega alle regionali del 2015 – 28 maggio 2015

La notte della vittoria, Sboarina ha festeggiato indossando una maglietta che a Verona rappresenta un simbolo e un messaggio ben preciso: l’appartenenza alla destra radicale che, ha scritto il Corriere di Verona, il nuovo sindaco «ha sempre evitato di far apparire ufficialmente tra le sue fila. Ma che in realtà non solo ha sostenuto la sua campagna, ma ne è stata parte integrante». È una maglietta blu con lo stemma delle arche scaligere in giallo, ha un nome (“Old School Verona”) e un marchio: The Firm, un negozio che si trova nella zona dello stadio e che è una Srls. «I soci sono Yari Chiavenato, ex responsabile di Forza Nuova con guai giudiziari per risse e aggressioni (indagato per il manichino impiccato allo stadio, ndr); Andrea Iacona, condannato per l’aggressione di piazza Viviani (un atto di violenza discriminatorio avvenuto nel 2009 da parte di un gruppo di ragazzi legati all’estrema destra e al tifo calcistico, ndr); Nicola Martello, problemi con la legalità per tifo violento, danneggiamento e lesioni; Omar Abd El Rahman, ex responsabile cittadino di Azione Universitaria, organizzazione studentesca di destra».

Ancora, sempre dal Corriere del Veneto:

«Il “feeling” del nuovo sindaco con la destra radicale non è solo una questione di “guardaroba”. A fargli da “cordone protettivo” nella passeggiata trionfale in centro sfilavano volti che la storia della “Verona nera” l’hanno scritta. A prevenire eccessive “effusioni” da parte degli elettori c’era Stefano Stupilli, indagato nella prima metà degli anni Novanta con Franco Freda per aver fatto parte del Fronte Nazionale, che per gli inquirenti altro non era se non un rigurgito del partito fascista. A dirigere i cori (…) Alberto Lomastro, uno dei capi storici delle disciolte Brigate, candidato in tempi andati anche alla Camera per il Msi-Fiamma Tricolore con qualche guaio giudiziario per le sue idee politiche. Perché quello al sindaco di “centrodestra” da parte della destra radicale che non rifulge in partiti, comitati o movimenti è stato un apporto non indifferente. Nella “pratica”, come domenica sera. Ma, soprattutto, nella dote di voti – non pochi – che gli ha portato».

Ho incontrato Federico Sboarina nel suo ufficio in comune che guarda Piazza Bra, dove c’è l’Arena. Sul muro accanto alla grande scrivania c’è il simbolo delle arche scaligere in ferro battuto; di fronte, accanto alla foto del presidente della Repubblica, ci sono le foto «di tutti e due i papi», mi fa notare: Bergoglio e Ratzinger.

Sboarina è quello che a Verona si potrebbe definire un “butel”: è di destra, va «tutte le domeniche in curva, anche in trasferta», è cattolico e crede fermamente nella divina provvidenza. Quando, durante l’intervista, gli ricordo che il prossimo 22 maggio saranno i 40 anni dalla legge 194 sull’interruzione di gravidanza, mi risponde che il 22 maggio per lui è più che altro il giorno in cui si festeggia Santa Rita da Cascia, monaca cristiana italiana dell’ordine agostiniano.

Della famosa maglietta, Sboarina dice che «è bellissima»: «La uso sempre, anche per girare per la città. Semplicemente riporta uno dei simboli storici di Verona, le arche scaligere». «C’è chi ha avuto l’intuizione geniale di riportare quel simbolo su una maglietta». Tutto qui. «Quando vado a comprare una Fred Perry vuol dire che sono fascista perché le vende Castorina?» (il riferimento è ad Alessandro Castorina, storico esponente del Veneto Fronte Skinheads, bassista dei Gesta Bellica, titolare di un negozio di abbigliamento a Verona che si chiama Camelot, ndr).

Qualcuno effettivamente la maglietta in quel negozio non la comprerebbe mai, sapendo quanto è storicamente legato all’estrema destra: nei dossier dei movimenti antifascisti si racconta che lì si potevano trovare «bandiere dell’Hellas con l’aquila nazista e la scritta “Gott mitt uns”, la stessa frase che accompagnava i delitti di Ludwig, o con il dente di lupo e i dischi della naziband Gesta Bellica».

Nel suo programma, Sboarina ha promesso di voler bandire i cosiddetti “libri gender” da scuole, asili e biblioteche, e di voler ostacolare le iniziative «in contrasto con i valori della vita e della famiglia naturale». La promessa è stata mantenuta almeno in parte: un’iniziativa che in città si svolgeva da anni, la “Biblioteca Vivente”, che racconta attraverso le persone storie di esclusione e di discriminazione, è stata annullata «perché non adatta al contesto».

Poco dopo un consigliere comunale di maggioranza, Andrea Bacciga, ha deciso di fare una donazione alla biblioteca civica: una serie di libri «identitari», come li definisce Bacciga, che fanno riferimento all’estrema destra e che sono finiti immediatamente nel catalogo nonostante la biblioteca avesse sospeso ufficialmente le donazioni. C’è quello di Léon Degrelle, una delle figure principali del nazionalsocialismo e militante nelle Waffen-SS, c’è quello del già citato Franco Freda e c’è anche un libro della fondamentalista cattolica Costanza Miriano. La giunta ha poi proposto una mozione contro lo ius soli (approvata, nei fatti inutile), una proposta «per istituire dei parcheggi gratuiti per le donne Veronesi in gravidanza» (maiuscolo loro), una mozione nella quale si chiede alla giunta di impegnarsi a non concedere patrocini e spazi a movimenti e associazioni di “sinistra” o “anarchiche”.

Lo scorso febbraio, poi, a Verona è stato accolto il “Bus per la Libertà”, cioè un pullman con la scritta “Non confondete l’identità sessuale dei bambini”; ed è stato organizzato il primo “Festival per la Vita” in Gran Guardia, uno degli edifici più prestigiosi della città, da un’organizzazione che si chiama Pro Vita e ha diversi legami con Forza Nuova. A entrambi gli eventi erano presenti sia Sboarina che il suo vicesindaco Lorenzo Fontana, ex europarlamentare, tifoso dell’Hellas «rigorosamente e da sempre in curva sud» e da poco eletto vicepresidente della Camera dei deputati con la Lega. Durante il convegno in Gran Guardia, Fontana ha spiegato che «quella per la vita è la battaglia finale», una battaglia che deve essere «culturale, per la nazione, per il popolo», dato che i «nostri popoli sono sotto attacco». Il suo auspicio è il ritorno «di un’Europa cristiana».

Gli integralisti cattolici
«A Verona già negli anni Cinquanta c’era l’humus culturale che ha permesso lo sviluppo delle organizzazioni tradizionaliste cattoliche. Nel 1954, ad esempio, venne fondata la rivista Carattere, redatta da alcuni missini che intendevano spostare l’asse culturale dell’MSI su posizioni filocattoliche. Nacque per volontà di un veronese e fu la palestra dell’intellighenzia filocattolica con tendenze nostalgiche. Quel progetto durò dieci anni, venne chiuso e riprese nel 1996», spiega Emanuele Del Medico, attivista e studioso dell’ex centro culturale di documentazione anarchica di Verona “La Pecora Nera”, che nel 2004 ha pubblicato il libro All’estrema destra del padre. Tradizionalismo cattolico e destra radicale, occupandosi del «paradigma veronese».

Verona, racconta Del Medico, «è stata la capitale del tradizionalismo cattolico per numero di associazioni che hanno sempre avuto stretti legami con le frange della destra più radicale e con i partiti espressione di quella destra. Spesso chi militava da una parte stava anche dall’altra.
L’obiettivo comune a questi ambienti era ed è ancora oggi ripristinare un ordine del passato – sia esso monarchico, teocratico o fascista – andato perduto. Politicamente questo continuo rimando alla tradizione si è tradotto a livello locale in tentativi, spesso violenti nelle forme e nei modi, di costruire una forte identità comune, etnica, nazionale o culturale fondata sull’esclusione del diverso. Da un mondo all’altro, c’è stata una specie di travaso di ideologismi: il razzismo, l’intolleranza, l’omofobia e una certa forma di violenza si sono coniugati con la ben collaudata visione dio-patria-famiglia». Una lunga cronologia di eventi in città mostra come integralismo cattolico, estrema destra e amministrazioni locali si siano trovate fianco a fianco in diverse occasioni: dai convegni omo-bi-transfobici alle messe di riparazione fino alle mozioni contro il gender portate avanti da un ex consigliere comunale per la Lista Tosi, Alberto Zelger, che ora è in consiglio comunale con Sboarina.

L’entrata di questi mondi nelle istituzioni è avvenuta con la sindaca Sironi, «ma è stato Tosi durante il suo primo mandato» – prosegue Del Medico – «a diventare una perfetta cinghia di trasmissione tra i due ambienti. Nel suo secondo mandato, quando ha cominciato l’iter di smarcamento e ripulitura da molte pratiche e linguaggi del passato, queste organizzazioni hanno iniziato a non fargli più comodo dal punto di vista della visibilità e della rappresentanza. Questo portò a una ridefinizione di quelle stesse associazioni e al loro ricollocamento in un ambiente più accettabile che ha messo al centro la cosiddetta “famiglia naturale”. Le parole d’ordine, oggi, sono rimaste invariate, ma sono cambiati i toni e i modi. Mentre prima era manifesta la collusione di intenti tra gli ambienti filo-nazisti e il tradizionalismo cattolico, con il tempo questo legame è diventato meno evidente (con alcune eccezioni). La perdita di quella modalità di militanza, però, ha comportato un guadagno di influenza: ora Sboarina, che è un uomo di destra, che è un ex uomo di Tosi, che è molto vicino agli ultras e ai gruppi neofascisti, è il volto perbene di una presunta destra moderata, più tradizionale che tradizionalista».

Lo stadio e la destra fuori dalle istituzioni
Lo stadio a Verona è sempre stato un vivaio dell’estrema destra che ha sfruttato, secondo alcuni, «gioventù, ignoranza e testosterone». A poche settimane dalla sua elezione, Federico Sboarina si è trovato a dover gestire con equilibrismo una faccenda che riguardava proprio la curva sud e il rapporto, di nuovo, tra le destre che stanno dentro e le destre che stanno fuori. Durante la festa dell’Hellas, infatti, i tifosi hanno cantato: «Siamo una squadra fantastica, fatta a forma di svastica». Poco prima un uomo sul palco, un capo degli ultrà che è anche il coordinatore del Nord Italia di Forza Nuova, Luca Castellini, aveva urlato: «Chi ha permesso questa festa, chi ha pagato tutto, chi ha fatto da garante ha un nome: Adolf Hitler!».

Il sindaco ha commentato con un generico «È da condannare», spiegando però che si è trattato di un «caso singolo messo in moto a tarda notte probabilmente da qualche bicchiere di troppo». Ha aggiunto poi che «sono comunque atteggiamenti che non devono avvenire, perché ottengono solamente effetti negativi», e che «la ricaduta immediata è quella di dare alla città e alla tifoseria dell’Hellas Verona un’immagine che non le rappresenta. Verona e i tifosi dell’Hellas hanno un alto concetto dei valori, conoscono i fatti che appartengono alla Storia e non meritano giudizi negativi superficiali». Quando chiedo a Sboarina un commento più preciso mi dice che non ha niente da aggiungere a quello che ha detto allora. Quando, insistendo, gli chiedo se non voglia dire qualcosa di più (queste espressioni di generica condanna si potrebbero adattare a qualsiasi altro contesto, anche a un cestino rovesciato davanti allo stadio), risponde: «No. Va bene così».

Solo tre anni prima, nel 2014, alla festa dei tifosi della curva sud alcune auto vennero parcheggiate in modo da formare una svastica.

Lo stadio è il luogo dove le destre hanno trovato un terreno fertilissimo. In uno dei dossier compilati dai gruppi antifascisti veronesi si legge che lo stadio «ha funzionato come un collante: simbolicamente l’attaccamento alla maglia è diventato l’attaccamento alla città, in una retorica che utilizza gli elementi tradizionali locali in forma di propaganda»: lesso e pearà (un piatto della tradizione) con la croce celtica, proverbi in dialetto sulle magliette della squadra, il dente di lupo nelle sciarpe.


«La tifoseria veronese organizzata ha da sempre un’impostazione di destra, ma fino ai primi anni Novanta la componente politica era superficiale e ambigua. Alle tipiche canzoni e agli striscioni che si rifacevano alla matrice nazifascista si affiancava una forte componente che potremmo definire “nordista”: la tifoseria finì sulle cronache nazionali per i cori rivolti ai meridionali e per gli immancabili tafferugli che connotavano ogni fine partita. Dalla metà degli anni Novanta le cose cominciarono a cambiare: la componente politicamente schierata si fece sempre più forte coinvolgendo i tifosi più giovani, e cominciando ad ottenere il controllo dell’intera curva. Le prime avvisaglie di questo cambiamento sono state documentate dalla stampa nazionale, in particolare quando, nel 1996, venne impiccato in curva sud un pupazzo nero per contestare il possibile acquisto del giocatore olandese e nero Maickel Ferrier».

Lo striscione che accompagnava l’azione recitava: «Il negro ve lo hanno regalato, fategli pulire lo stadio».

Quell’anno allo stadio Marassi di Genova i tifosi della curva sud veronese esposero lo striscione con scritto “Gott mit uns”. Due anni dopo, nel 1998, quando l’Hellas stava trattando l’acquisto del calciatore brasiliano Ze Maria, alcuni tifosi raggiunsero in città il figlio del presidente e lo minacciarono perché rinunciasse. Allo stadio erano legati molti dei militanti che negli anni sono stati coinvolti in aggressioni e azioni violente, compreso l’omicidio Tommasoli; e allo stadio sono cominciate – o dallo stadio sono state sostenute – molte rilevanti carriere politiche locali.

La strada e il sindaco
Uno dei movimenti più attivi oggi a Verona si chiama Fortezza Europa. È nato quando un gruppo di militanti della sezione veronese di Forza Nuova ha deciso di sostenere Sboarina alle amministrative del 2017, invece che accettare la scelta del partito di restare fuori dalle elezioni, almeno formalmente. Festung Europa, in tedesco, era il termine impiegato dalla propaganda del Terzo Reich durante la Seconda guerra mondiale per indicare l’Europa nazista: la parte di Europa continentale dominata dalla Germania in contrapposizione con gli Alleati anglosassoni.

Fortezza Europa si definisce “associazione culturale” e uno dei suoi personaggi più in vista è Yari Chiavenato: quello del manichino. Il loro simbolo è un cerchio con al centro quattro frecce, che ricorda le insegne dei movimenti filonazisti del passato e che rappresentano l’identità («che va difesa dal caos migratorio e dal pensiero globalista, che porterà al decesso il nostro continente»), la famiglia («intesa come gens, stirpe, clan»), l’autarchia («anche con l’autosufficienza energetica») e l’aristocrazia («col rifiuto radicale di ogni logica egualitaria: non siamo tutti eguali»).

Solo per ricordare gli eventi più recenti. Fortezza Europa ha ottenuto i crediti formativi dall’Ordine degli avvocati di Verona per un corso, molto contestato, sulla legittima difesa. Il giorno dopo il 25 aprile, il comune ha concesso il patrocinio e una sala a Fortezza Europa per un convegno su Sergio Ramelli (a cui ha partecipato anche Roberto Bussinello, uno dei difensori dei ragazzi coinvolti nell’aggressione di Tommasoli, ex dirigente di Forza Nuova, candidato a sindaco alle ultime elezioni sostenuto da Casa Pound, che quando morì Priebke scrisse su Facebook «Capitano ora sei per sempre con i tuoi guerrieri nei Campi Elisi»).

Fortezza Europa ha manifestato contro la presenza di un rapper italo egiziano in una scuola pubblica della città con uno striscione con scritto «Ius music nelle tue canzoni, il futuro dell’Europa nelle nostre azioni». La manifestazione, organizzata davanti all’istituto tecnico durante le ore scolastiche dedicate in teoria all’antirazzismo e alle discriminazioni, era autorizzata: e vi hanno partecipato diversi minorenni che evidentemente in quel momento non erano in classe. Il responsabile dell’ufficio stampa della Digos di Verona mi ha spiegato che è stato tutto tranquillo, «che stiamo parlando di un gruppo di estrema destra che non ha mai manifestato un certo rilievo di ordine e sicurezza pubblica» e che quindi, la loro, è stata «una semplice manifestazione del pensiero».

Fortezza Europa ha anche rivendicato l’organizzazione, lo scorso marzo, di un’assemblea di istituto in cui si sono ricordate le foibe e l’esodo Giuliano-Dalmata, altri temi storicamente cari all’estrema destra. Il preside mi ha inviato la circolare dell’assemblea e mi ha spiegato che Fortezza Europa non c’entrava niente, ma dopo avermi detto di aver telefonato al consigliere comunale Andrea Bacciga, relatore dell’evento e presenza frequentissima agli eventi di Fortezza Europa, il post pubblicato su Facebook qui sotto è stato cancellato.

Non è chiaro quanti siano i militanti di Fortezza Europa, ma è noto che ne facciano parte decine di ragazzini molto giovani che si dichiarano esplicitamente nazisti, che negano l’esistenza dell’Olocausto, che sostengono l’esistenza di razze inferiori, che citano il Mein Kampf, Julius Evola o Léon Degrelle. Si ritrovano in una sede nel quartiere di San Zeno, dove organizzano incontri e feste studentesche e a cui è collegato un negozio che vende magliette con frasi come “Supremacy”, “European Empire”, o in cui si ricorda la “gloriosa battaglia di Lepanto”.

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Filippo Comencini, che fa parte dell’Assemblea 17 dicembre, movimento che raccoglie le energie dell’antifascismo veronese, ha spiegato su cosa si è invece concentrata Forza Nuova negli ultimi mesi: «La scelta di Forza Nuova è stata non partecipare alle elezioni per investire “nella lotta di strada”, come dicono loro, alimentando le iniziative popolari di una nuova associazione chiamata Verona ai Veronesi, protagonista di una serie di atti contro gli immigrati e i centri di accoglienza: le cronache degli ultimi mesi hanno raccontato i pedinamenti, gli atti vandalici nel cimitero contro il padre di un vice sindaco di provincia che aveva accettato il centro di accoglienza nel paese, i presidi con i fari delle auto accesi e puntati contro le finestre degli appartamenti che accoglievano i rifugiati, le minacce in un Cas di Pescantina».

Poi c’è Casa Pound. Nel dicembre del 2017 Casa Pound ha spostato la propria sede cittadina proprio accanto all’ANPI, nella zona universitaria e nel quartiere multietnico e più politicamente attivo e di sinistra della città: Veronetta. Per l’inaugurazione gran parte del quartiere è stata blindata: tra gli altri era presente anche Andrea Antonini, vicepresidente del partito riconosciuto colpevole e condannato a due anni di carcere, nel 2016, per aver favorito la latitanza di Mario Santafede, implicato in un traffico internazionale di droga e arrestato nel 2008.

Dal momento dell’apertura della nuova sede e in coincidenza con l’inizio della campagna elettorale, Casa Pound ha iniziato a muoversi in maniera differente rispetto ai mesi precedenti, durante i quali c’erano state almeno sei aggressioni contro ragazzi e ragazze considerati “diversi”. In linea con l’operazione di cosmetica nazionale, dice Comencini, i suoi membri «hanno cercato di apparire nella maniera più pulita possibile alla stampa e agli occhi delle persone; lavorando soprattutto attraverso la distribuzione di volantini, l’organizzazione di incontri elettorali e altre azioni “patriottiche” quali la distribuzione di regali per Natale e Santa Lucia ai bambini italiani». Una volta terminate le elezioni, però, la situazione sembra essere tornata quella di sempre: provocazioni, scritte sui muri accanto all’ANPI e un nuovo recente episodio di violenza, proprio il 25 aprile.

«In Veronetta ci sono delle situazioni di tensione da una parte e dall’altra», dice il sindaco Sboarina. «Non ho mai sentito di un novanta per cento di aggressori di destra contro un dieci per cento di aggressori di sinistra: ho sentito sempre, nel comitato per l’ordine e la sicurezza, di una situazione di tensione da monitorare costantemente per la presenza di due nuclei contrapposti».

Al sindaco Sboarina ho chiesto anche quali fossero i suoi rapporti con le “destre di strada” e che cosa è cambiato nella destra veronese rispetto agli anni di Tosi. Mi ha spiegato che a quel tempo «c’erano dei partiti molto strutturati e un sindaco che era l’espressione di un partito, la Lega Nord», mentre «nel 2017, a distanza di dieci anni, il sindaco (cioè lui, ndr) è espressione di una lista civica che prende la maggioranza relativa della coalizione di centrodestra. (…) Oltre ai numeri, io parlo per me, non è cambiato niente: sono sempre lo stesso, i miei valori sono sempre gli stessi e il mio modo di fare politica anche: non sono uno che urla, ma sui principi sono inamovibile».

Sboarina cita i valori legati alla sua formazione cattolica,« la difesa della vita fin dal concepimento» e la trasparenza. E precisa che cerca «di portarli avanti in una maniera molto serena e non aggressiva. Ho la possibilità di affermarli e di viverli dando il buon esempio». Con questi principi, dice, si è presentato alle elezioni ed è stato votato. Quando gli ricordo gli episodi del passato che hanno coinvolto alcuni membri della sua giunta o delle sue liste, o gli mostro l’sms di Mariotti sul 25 aprile, mi risponde che non lo sapeva, che «gli anni Ottanta non sono il 2018» e che «il contesto storico e sociale è diverso».

Sui suoi rapporti con la cosiddetta destra non istituzionale, diciamo, Sboarina risponde: «Sono tutte persone che conosco da tanti anni, vado in curva tutte le domeniche, anche in trasferta. Verona non è una città così grande, fai anche presto, conosco tantissime persone, come conosco tantissime persone anche di sinistra e di centro, e con quei tipi di mondi (della destra non istituzionale, diciamo, ndr) ho buoni rapporti».

Su Fortezza Europa, in particolare, dice: «Andrea Bacciga, che è un collega avvocato che è stato eletto nella lista di Battiti… con queste persone condividiamo tutta una serie di valori, di impostazioni, di tematiche di un certo tipo: la famiglia, l’opposizione al gender, ed è chiaro che ci sono dei percorsi». Quando gli faccio notare i richiami espliciti al Terzo Reich di Fortezza Europa, e quando gli chiedo dei suoi rapporti con l’integralismo cattolico, la sua risposta è sempre la stessa. E colpisce la contraddizione tra la retorica muscolare dell’estrema destra e una difesa obliqua ai limiti del pavido: «Al di là dei rapporti personali e umani che liberamente ho, i rapporti politici li baso sempre sul mio programma. L’ho costruito un anno prima delle elezioni, con i miei amici e con i miei collaboratori: l’ho scritto io. I miei rapporti istituzionali e politici li baso su quello che c’è li dentro».

«Chi vive il territorio», ci racconta Filippo Comencini, «respira lo stesso clima di un tempo, lo stesso senso di impunità e le stesse parole d’ordine che dieci anni fa, in qualche modo, crearono il contesto in cui Nicola Tommasoli venne ucciso. Allora, come oggi, c’erano tutte le premesse che portarono a quell’aggressione. Ci sono persone che sono tornate ad evitare certe zone della città o associazioni e movimenti che hanno cominciato a rimuovere le foto dove chi ne fa parte risulta riconoscibile. Il timore è che ancora una volta sentiremo dire “Non fa storia, capita una volta su un milione”».

Giovanni Zardini del Circolo Pink, che a Verona lavora per il diritti GLBT, conferma: «Sembra di essere tornati ai tempi bui di quindici anni fa, quando Verona era il laboratorio dell’estrema destra. Le scritte sui muri si sono moltiplicate e sono diventate molto più sfacciate. Quando il braccio politico e il braccio armato sono così vicini, c’è poco da star sicuri. Nel momento in cui il comune approva una mozione o patrocina un evento che si rivolge contro una determinata parte della città o di cittadine e cittadini ne scaturisce sempre qualcosa di reale. Sempre qualcosa di violento».

Un deposito di munizioni da 3,6 miliardi di franchi che fa discutere

RED tio.ch 1 maggio 2018

Keystone

Il programma d’armamento 2017 prevedeva un credito straordinario per ricostituire le scorte. «È difficile dire se sia appropriato»

BERNA – Il valore globale delle riserve di munizioni accumulate in Svizzera ha raggiunto la cifra di 3,646 miliardi di franchi. Lo riportava ieri il Tages-Anzeiger, secondo cui lo scorso anno è stato fatto uno tra i più grandi acquisti della storia dell’esercito.

Il programma d’armamento 2017 prevedeva infatti l’ammodernamento degli F/A-18 e l’acquisto di munizioni. Guy Parmelin aveva lanciato l’allarme: l’esercito non aveva più scorte di munizioni. «Nell’arco di dieci anni, abbiamo diviso per quattro le spese in questo settore, che sono passate da 400 a 100 milioni di franchi», aveva indicato Martin Sonderegger. Per questo motivo era stato chiesto al Parlamento un credito straordinario di 225 milioni al fine di ricostituire le scorte di munizioni.

Il Tages-Anzeiger, però, ha paragonato l’attuale deposito con il consumo effettivo di munizioni da parte dell’esercito: nel 2016, così come nel 2017, sono state utilizzate cartucce e proiettili per un valore di circa 60 milioni di franchi. Cioè l’1,3% delle riserve totali.

Un’attenta analisi indica che in realtà questo non dimostra che l’esercito disponga di troppe munizioni, perché le armi e i proiettili utilizzati per l’addestramento in tempo di pace non corrispondono a quelle (più costose) che un Paese necessita nell’inventario della sua scorta.

La politica, però, non è contenta di queste cifre. Secondo Beat Flach, consigliere nazionale argoviese dei verdi liberali, non è possibile giudicare se le munizioni acquistate siano realmente necessarie. E ha aggiunto: «L’obiettivo di Parmelin di ricostituire una scorta per l’esercito genera nuovi costi e nuovi rischi per la sicurezza che non devono essere sottovalutati».

Gli fa eco il consigliere nazionale zurighese dei verdi Balthasar Glätti: «È davvero difficile dire se un deposito da 3,646 miliardi sia appropriato. Soprattutto se si considera quante munizioni ogni anno vengono distrutte in quanto inutilizzabili».

Pecunia Olet, smontato il reato di riciclaggio

D.M.tio.ch 30 aprile 2018

LUGANO – Ci sono nuovi sviluppi nell’inchiesta denominata “Pecunia Olet”, aperta in Italia in seguito al presunto riciclaggio di denaro che vede coinvolti anche un’imprenditrice bresciana residente a Lugano e il granconsigliere e consigliere comunale luganese Tiziano Galeazzi.

Il Tribunale penale federale, come riferisce la Rsi, ha infatti confermato il sequestro in Svizzera di oltre 3,9 milioni di euro. La decisione, viene reso noto, fa seguito ad un ricorso dell’indagata e dei suoi genitori, che chiedevano lo sblocco dei conti. Altri 1,5 milioni saranno invece sbloccati in quanto frutto di omesso versamento di imposte, reato che non è contemplato in Svizzera e per questo non suscettibile del principio di doppia punibilità.

Il TPF, che segnala anche errori procedurali nell’operato della procura italiana, smonta anche il reato di riciclaggio. «I soldi – si legge nella sentenza – sarebbero stati versati nelle banche svizzere prima del reato tributario contestato dall’Italia».

Trump ha sospeso di nuovo i dazi all’Europa

ilpost.it 1 maggio 2018

Una decisione definitiva dovrà essere presa entro l’1 giugno: i funzionari americani sperano che l’UE si impegni a diminuire le proprie esportazioni di acciaio e alluminio

 (SAUL LOEB/AFP/Getty Images)

Lunedì sera il presidente americano Donald Trump ha deciso di sospendere l’introduzione di dazi sull’importazione di alluminio e acciaio dall’Unione Europea. È la seconda volta che Trump sospende questi dazi per i paesi europei: l’aveva fatto già a fine marzo. La sospensione durerà un mese e darà tempo ai funzionari americani ed europei di cercare una soluzione per scongiurare una guerra commerciale, come quella attualmente in corso fra Stati Uniti e Cina.

La vicenda è iniziata a marzo, quando Trump – che in campagna elettorale aveva promesso una serie di misure protezionistiche – ha deciso di imporre dazi del 25 per cento sulle importazioni di acciaio e del 10 per cento su quelle di alluminio. La misura ha colpito soprattutto la Cina, che ha risposto imponendo dazi simmetrici su moltissimi prodotti americani. L’Unione Europea, forte di una storica alleanza politica e commerciale con gli Stati Uniti, sperava di ricevere un’esenzione permanente dai dazi. Canada e Messico, ad esempio, sono stati temporaneamente esentati dai dazi per via delle trattative in corso sulla modifica del NAFTA, il trattato commerciale che regola i loro rapporti.

Trump però ha dimostrato di non curarsi molto di queste cose: di recente ha definitol’Unione «un insieme di paesi meravigliosi che trattano male gli Stati Uniti nel commercio». L’Unione Europea si è comunque preparata all’eventualità che Trump imponga i dazi e ha anticipato tariffe su prodotti di importazione americana come bourbon e motociclette Harley Davidson, per un valore complessivo di circa 3 miliardi di euro l’anno.

L’obiettivo dell’amministrazione Trump, reso chiaro da un comunicato stampadella Casa Bianca, è quello di costringere i principali paesi esportatori di acciaio e alluminio negli Stati Uniti a fissare una quota massima annuale. I dazi funzionano come una minaccia per forzare i singoli paesi ad avviare un negoziato. Qualcuno lo ha già fatto: la Corea del Sud è stata esentata dai dazi su alluminio e acciaio dopo aver accettato di diminuire del 30 per cento le proprie esportazioni di acciaio negli Stati Uniti. Ieri l’amministrazione americana ha detto di avere raggiunto un accordo con Australia, Brasile e Argentina che permetterà anche a questi paesi di essere esentati dai dazi; i dettagli dell’accordo non sono ancora noti e saranno negoziati nel dettaglio nelle prossime settimane, ma sembra che prevederanno l’introduzione di quote o l’impegno a diminuire le proprie esportazioni negli Stati Uniti.

La sospensione dei dazi nei confronti dell’Unione Europea è ovviamente temporanea, e una soluzione definitiva andrà trovata nelle prossime settimane. Il timore di molti analisti è che tensioni di questo tipo portino a una guerra commerciale dalle conseguenze globali: se Trump imponesse dei dazi e l’Unione Europea reagisse con tariffe simmetriche, si potrebbe innescare una reazione a catena che rischierebbe di compromettere la ripresa economica, soprattutto quella dei paesi che più basano la loro ricchezza sulle esportazioni, come ad esempio l’Italia.

Finpiemonte, Gatti resta in carcere

Andrea Giambartolomei lo spiffero.it 30 aprile 2018

Gli avvocati dell’ex presidente rinunciano al Riesame in attesa di novità nell’inchiesta sugli ammanchi alla finanziaria della Regione. E la sua Gem, che avrebbe dovuto essere “salvata”, finisce gambe all’aria

Fabrizio Gatti rimane in carcere. L’ex presidente di Finpiemonte, assistito dagli avvocati Luigi Chiappero e Luigi Giuliano, ha rinunciato a ricorrere al tribunale del riesame, che avrebbe dovuto decidere se confermare, riformare o annullare l’ordinanza di custodia cautelare che il 6 aprile scorso l’ha condotto in cella alle Vallette. Sono ormai passati i dieci giorni da quell’arresto e i difensori, inizialmente intenzionati a seguire quella procedura, non hanno depositato nessuna richiesta. Così hanno fatto anche gli avvocati di Pio PicciniMassimo Pichetti, i due imprenditori che secondo l’accusa tramite la società Gesiavrebbero contribuito al salvataggio della Gem immobiliare di Gatti grazie ai soldi fuoriusciuti dalla finanziaria della Regione Piemonte e transitati attraverso la svizzera Vontobel Bank, dalla quale sono poi partiti tre bonifici per un totale di quasi sei milioni di euro. Salvataggio poi non avvenuto visto che la Gem è stata dichiarata fallita dal tribunale di recente. I tre sono indagati di peculato continuato e aggravato insieme a due persone, Giuseppe Colucci, legale rappresentante della Gesi, e Giuseppe Arabia, omologo della Gem. Soltanto quest’ultimo ha fatto ricorso al tribunale del Riesame per ottenere il dissequestro di una porzione di un appartamento.

Il ricorso al Riesame per ottenere la scarcerazione sembrava un’opzione molto probabile, ma alla fine è stata messa da parte. Dietro ci sarebbero alcuni motivi molto pratici: da una parte c’è la volontà di evitare una decisione che, se contraria, potrebbe avere influenze negative nel corso del procedimento; dall’altra c’è anche l’intenzione di non rallentare un’inchiesta che potrebbe terminare in tempi rapidi: «Abbiamo interesse che le indagini portate avanti si chiudano rapidamente», spiega l’avvocato Chiappero. I difensori di Gatti potranno sempre consegnare al tribunale un’istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare in un altro momento. L’ex enfant prodige della sinistra subalpina quindi resta in cella alle Vallette e medita. La sua posizione potrebbe essere stata alleggerita da Piccini che è stato interrogato sabato 14 aprile: «Secondo noi non si tratta di peculato e se fosse una truffa aggravata dovrebbe essere attenuata da alcuni elementi. Vorremmo che si chiarisse a fondo il ruolo di alcuni rappresentanti della banca svizzera», aveva spiegato allo Spifferoil suo difensore, l’avvocato Manlio Morcella. Se dovesse essere una truffa, allora Gatti potrebbe esserne la vittima e non un complice. Al momento, però, questa ipotesi non è contemplata dagli inquirenti.

Più probabile, invece, il coinvolgimento di altre persone. Gli accertamenti della polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza, coordinata dal procuratore aggiunto Enrica Gabetta e dal sostituto Francesco Pelosi, potrebbero portare a nuovi indagati. Una delle piste seguite è quella “interna”: c’è qualcuno in Finpiemonte che potrebbe aver aiutato gli indagati a far uscire dalle casse della società i 45 milioni di euro depositati nei conti della banca svizzera e investiti in un fondo ad alto rischio, contrario alle norme societarie?

Attrarre clienti e recuperare reddito la doppia sfida per le banche italiane

Luigi dell’Olio repubblica.it 1 maggio 2018

<p>Milano L a controprova si avrà nelle prossime due settimane, quando la maggior parte delle banche italiane pubblicherà i risultati relativi al primo trimestre 2018. La sensazione diffusa tra gli addetti ai lavori è comunque di una svolta già in atto. La stagione delle grandi pulizie di bilancio sembra alle spalle, anche se il ritorno alla redditività è complicato. La selezione sul mercato sembra destinata a proseguire e nuove aggregazioni sono da mettere in conto. Prevarranno non solo gli istituti più capaci di assorbire le tossine della lunga crisi, ma anche quelli che sapranno adattarsi meglio al nuovo contesto di mercato, che vede la clientela sempre più selettiva sul fronte della qualità e su quello dei costi. Un utile strumento di orientamento arriva dall’Istituto Tedesco Qualità e Finanza, guidato da Christian Bieker, che ha condotto uno studio sulle principali banche operanti in Italia soffermandosi su due aspetti: da una parte la qualità dei servizi forniti dagli istituti e la percezione ricavata dalla clientela; dall’altra i costi applicati sui conti correnti. Un’analisi che cade in una fase di grande cambiamento per il settore, alle prese da una parte con le riforme strutturali rese necessarie in primis dall’evoluzione normativa (che, in particolare, impone requisiti patrimoniali sempre più stringenti, obbligando di fatto ad assumere un atteggiamento di grande prudenza nella concessione dei nuovi prestiti) e di mercato (sempre meno clienti si recano in filiale, per cui occorre ripensare la presenza sul territorio e accelerare l’adozione di strumenti digitali); settore alle prese dall’altra parte con la ripresa economica che porta benefici sul conto economico. Con la situazione che potrà migliorare ulteriormente quando i tassi risaliranno anche nell’Eurozona, sostenendo la marginalità degli istituti. Lo stesso governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, nelle ultime settimane ha ripetuto a più riprese che il peggio è alle spalle, pur ricordando che vi sono ancora diverse criticità sul tappeto.

A cominciare dai non performing loans, crediti concessi in passato, che difficilmente verranno restituiti perché i debitori sono stati travolti dalla crisi. L’Italia ha fatto più di tutti per affrontare questo problema, attesta una recente analisi di Fitch. L’agenzia di rating ricorda che dal record di 344 miliardi di euro lordi (senza cioè considerare le svalutazioni a bilancio) segnato nel terzo trimestre 2015, l’ammontare è sceso del 20%, grazie non solo alle crescenti pressioni da parte delle autorità di vigilanza, ma anche al miglioramento del contesto economico e allo sviluppo del mercato secondario dei crediti deteriorati. Su quest’ultimo fronte va segnalato il recente accordo tra Intesa SanPaolo e Intrum che ha consentito all’istituto di Ca’ de Sass di cedere sofferenze lorde per 10,8 miliardi a un prezzo pari al 29% del nominale. Un livello elevato rispetto a quanto si era visto finora (basti pensare che per i quattro istituti avviati alla risoluzione alla vigilia del bail-in il prezzo era stato stabilito al 17% di quello nominale), che ha consentito al primo gruppo bancario italiano di uscire senza perdite. E, se è vero che ogni portafoglio è diverso dagli altri, inevitabilmente i contorni di questa operazione sono destinati a fare scuola, contribuendo ad alzare il livello medio di valorizzazione nelle cessioni attese per i prossimi mesi. Un buon viatico considerato che la vigilanza della Bce spinge per nuovi criteri di contabilizzazione dei deteriorati che prevedono di svalutare al 100% anche i crediti con garanzie certificate da esperti indipendenti. Un altro nodo da sciogliere riguarda la redditività, particolarmente compressa negli ultimi anni anche a causa dei tassi bassi. La Bce non è intenzionata a iniziare la normalizzazione prima di un anno e mezzo, per cui agli istituti non resta che cercare altre strade. “Il consolidamento delle banche italiane sembra logico”, ha spiegato nei giorni scorsi Elisabeth Rudman, managing director e capo dell’area European Financial Institution Group di Dbrs. L’agenzia di rating ricorda che nella Penisola le banche restano ancora mediamente più numerose della media europea, a fronte di una maggiore difficoltà di generare utili. Dunque servono meno gruppi bancari, ma più grandi, in modo da cercare di generare economie di scala. Ma lo sguardo non può essere puntato solo sui costi, sottolinea uno studio di Accenture. Lo scorso anno il Roe (redditività del capitale proprio) degli istituti di casa nostra è stato positivo, ma il dato del 5% è comunque inferiore di due punti rispetto alla media europea e meno della metà rispetto a quello nordamericano (12%). Condizioni che non garantiscono la sostenibilità del modello retail, così come è stato strutturato finora. Il bilanciamento fisico-digitale è la sfida più importante per i nostri istituti, sottolinea la società di consulenza, ricordando come non sia il caso di temporeggiare. La concorrenza cresce, anche con l’avanzata dei big di Internet, che entrano con forza nel settore grazie a una straordinaria conoscenza dei propri clienti. Dal lato dei risparmiatori, questo scenario non può che fare bene nella misura in cui spinge l’offerta ad accelerare sulla qualità e a comprimere i costi. </p>

Idea Fondi di credito per ripulire dagli Npl i bilanci delle banche

Francesco Capriglione repubblica.it 1 maggio 2018

<p>Tra le implicazioni negative della crisi finanziaria assume specifico rilievo l’ingente quantitativo di crediti deteriorati, causati soprattutto dalle difficoltà incontrate dagli operatori in un mercato divenuto particolarmente rischioso.Ne è derivato un aggravio alle gestioni bancarie, cui si ricollegano ostacoli di vario genere nell’adozione di strategie volte a evitare perdite patrimoniali. E anche ritardi nel ripristino di condizioni che consentano di dar corso ad un ampliamento operativo e, dunque, al conseguimento di elevati livelli di profittabilità. È uno scenario la cui complessità è alla base di specifici interventi della autorità di settore europea e nazionale. Significativi, in proposito, sono le linee guida per le banche sugli Npl e l’addendum a tali linee guida emanate dalla Bce nel 2017 e nel 2018, rivolti a ridurre l’impatto negativo sul credito bancario all’economia dei crediti deteriorati. Rileva, altresì, la proposta di direttiva formulata dalla Commissione Ue (135 final 118/0063) destinata ad incidere sulle tecniche di recupero di tali crediti introducendo un regime comune relativo alle società di gestione dei medesimi e, in particolare, disciplinando l’accesso all’attività di acquisto del credito sul mercato secondario» Con riguardo alla regolazione domestica vengono in considerazione le Linee Guida per le banche Less Significant italiane in materia di gestione di crediti deteriorati, disposte dalla Banca d’Italia nel 2017 e, più di recente, il provvedimento 16 marzo 2018 di quest’ultima (documento di consultazione relativo alla «Disciplina degli investimenti in immobili delle banche e degli immobili acquisiti per recupero crediti»). Si prescinde, in questa sede, dall’approfondimento delle cause che hanno interagito negativamente su una realtà resa precaria dagli eventi di crisi; cause riconducibili in via prevalente ai comportamenti degli intermediari bancari, i quali hanno valutato inadeguatamente il «merito creditizio », disattendendo le regole che impongono il perseguimento della «sana e prudente gestione», di cui all’art. 5 del Testo unico bancario. Per converso, ciò che qui ci occupa è l’identificazione di forme tecniche idonee a facilitare una pronta dismissione degli Npl, sottraendo le banche ai rischi di un eccessivo immobilizzo degli attivi. Ho riguardo, in particolare, alla possibile ristrutturazione dei crediti deteriorati e, dunque, al complesso dei rimedi contrattuali (vale a dire cartolarizzazioni, cessioni pro soluto, fondi di crediti e Sicaf), praticabili dagli intermediari al fine di realizzare la riduzione dell’ammontare dei crediti suddetti.

L’analisi di tali rimedi evidenzia differenti capacità di recupero degli strumenti in parola, consentendo opzioni consapevoli delle distinte conseguenze ai medesimi ricollegabili. Gli intermediari si trovano, infatti, di fronte all’alternativa di conseguire una pronta acquisizione di una parte, per vero molto ridotta, degli impieghi effettuati (è il caso delle cessioni pro soluto e delle cartolarizzazioni) ovvero di effettuare una innovativa forma di gestione degli NPLs, demandata ad organismi specializzati in negoziazioni di mercato preordinate al loro recupero (è il caso dei fondi di credito e delle Sicaf eterogestite). Le operazioni suddette producono l’effetto benefico di consentire una immediata e definitiva cancellazione degli Npl dai bilanci e, dunque, una liberazione di capitale ai fini del rispetto delle «regole di Basilea», oltre ad una positiva riduzione degli oneri fiscali. Nel caso di cessioni e cartolarizzazioni, in contropartita le banche sono costrette ad accettare significative percentuali di riduzione sul nominale dei crediti da esse erogati; riduzione che, per i chirografari, si risolve in un sostanziale azzeramento degli stessi (essendo valutati al più il 3-4 % dell’ammontare). È evidente come, in questo caso, l’operazione appare poco vantaggiosa per la banca, la quale se non ha per tempo effettuato una corretta classificazione dei crediti in parola – dovrà affrontare gli squilibri connessi a tale rilevante cambiamento della propria posizione economico patrimoniale (per cui si rende, in molti casi, indispensabile un’adeguata ricapitalizzazione). Nella differente ipotesi della costituzione di fondi comuni d’investimento destinati alla gestione di non performing loans, le banche conseguono ricavi dalla dismissione delle posizioni debitorie più favorevoli rispetto a quelli consentiti dalle operazioni in precedenza esaminate. Al riguardo, denota peculiare importanza la tipologia degli Oicr ad apporto – applicabile anche ai crediti chirografari, oltre che a quelli ipotecari – nella quale gli enti creditizi, che cedono gli Npl, possono avvalersi di uno schema procedimentale che ne preserva in ampia parte il valore. In particolare, rilevano una più congrua valutazione degli asset da parte di ‘periti indipendenti’ (cui, in tali fattispecie operative, compete la stima dei crediti) e la certezza di un’affidabile attività di dismissione, curata da un servicer (per solito un intermediario non bancario ex art. 106 tub e dunque sottoposto a vigilanza) che deve conformare il proprio agere alle previsioni normative del regolamento del fondo. Da segnalare che la trasformazione dei crediti deteriorati in quote partecipative negli Oicr è fonte di profittabilità per le banche, alle quali viene (per tal via) redistribuito il rendimento delle gestioni; quest’ultimo sommato al valore di apporto degli Npl consentirà, in numerosi casi, recuperi finali che non si discostano in modo notevole dai dati di iscrizione in bilancio dei medesimi. Analoghe considerazioni possono farsi anche con riferimento alla gestione degli Npl effettuata dalle Sicaf, figure riconducibili agli Oicr ‘chiusi’, strutturate in forma di società per azioni. Si è in presenza, dunque, di veicoli di investimento che sono disciplinati in via primaria, oltre che dal codice civile, dagli artt. 35 – bis e seguenti del tuf e, in via secondaria, dal ‘Regolamento sulla gestione collettiva del risparmio’ adottato dalla Banca d’Italia (Provvedimento del 19 gennaio 2015). È evidente come gli strumenti dianzi richiamati offrono alle banche differenziate possibilità di recupero dei crediti deteriorati, inducendo a guardare con favore le tecniche di gestione esternalizzata degli Npl. In tal senso orientano la recente iniziativa della Banca d’Italia volta a semplificare lo smobilizzo dei crediti ipotecari degli enti creditizi, nonché la sicurezza procedimentale e le tutele previste dalla nominata proposta di direttiva della Commissione europea, nella quale in subiecta materia viene riconosciuto un importante ruolo alle società di servicing (cui si impone di «dotarsi di misure e procedure di controllo interne adeguate »). Tale convincimento è avvalorato, inoltre, dal fatto che – a fronte di un deconsolidamento contabile immediato – anche i soci delle banche potranno limitare le proprie perdite in quanto è consentito ad essi di intercettare parte dei più elevati livelli di recupero realizzati grazie alla professionalità di operatori specializzati. * Ordinario di diritto dell’economia all’Università Guglielmo Marconi di Roma </p>

DI MAIO: UN PESSIMO DISCORSO, LONTANO DALLA REALTA’

Fabio Lugano scenarieconomici.it 1 maggio 2018

 

Cari amici,

una persona saggia mi desse una vota di contare fino a venti prima di rispondere ad un’offesa, per dare una risposta migliore e non sotto l’influenza dell’ira. Allo stesso modo un politico, soprattutto alle prime armi, non dovrebbe mai rispondere prima di 24 ore, cioè prima di aver ragionato e rivisto la propria visione della situazione attorno a se.

Purtroppo Luigi di Maio, incoronato non si sa bene come leader del Movimento Cinque Stelle, dopo il discorso di chiusura ad un possibile governo di Matteo Renzi, ha risposto subito ed in modo irrealistico.

Premettiamo che la risposta di Renzi, che comunque, nella peggiore delle ipotesi controlla ancora una nutrita minoranza del PD, era ovvia, anche perchè gli ha permesso di prendere due piccioni con una fava:

  • umiliare un avversario politico che lo ha sempre offeso;
  • azzerare qualsiasi velleità di leadership dell’opposizione interna al PD.

Questa seconda parte del gioco non è ancora terminata e vedrà il suo culmine alla prossima direzione di dopodomani, dove tutti i suoi avversari, da Franceschini a Orlando ad Emiliano, saranno uniti per mettergli il bavaglio. Comunque vada sarà uno scontro interessante.

Torniamo al discorso di di Maio che vi proponiamo:

Prima di tutto quello che è fastidioso è il tono da “Incoronato dagli Dei”, e  quel tono di superiorità sugli altri, assolutamente fuori luogo. Proseguiamo con l’elenco:

  • le altre forze politiche si sono presentate ai colloqui, anzi se son passati 50 giorni è proprio perchè i colloqui ci sono stati, ma , evidentemente , fra i veti incrociati di tutte le parti, non si è ancora giunti alla qudratura del cerchio;
  • piantiamola con questa stupidaggine del contratto. Lo si è sempre fatto e si chiamava “Programma di governo”. Non puoi collaborare con qualcuno che si è offeso e disprezzato sino al giorno prima;
  • “Hanno pensato solo alle loro poltrone”, beh a dir la verità, ed è sotto gli occhi di tutti, anch i Cinque Stelle, e con grande profitto, hanno pensato alle proprie poltrone, visto che Fico è presidente della Camera, un pentastellato è ad una commissione speciale, e sono numerosi i questori e le altre cariche in Camera e Senato. Insomma questa è una falsità bella e buona, e non conduce da nessuna parte;
  • l’attacco a Salvini che non avrebbe dialogato sui temi pratici è insensato, perchè dei temi pratici non si è mai parlato. Evidentemente a Di Maio il fatto che una persona tenga fede, nei limiti del possibile, ad un impegno preso sembra essere di fastidio, ma non credo che la pensino allo stesso modo gli italiani. Tra l’altro accusare Forza Italia di aver votato la Fornero è un boomerang, perchè lui sta trattando ancora con il partito che più fortemente ha voluto, ed ancora difende, la Fornero. Sono questi gli elementi che mettono in luce l’incoerenza totale del discorso politico di Di Maio;
  • tra l’altro se Di Maio avesse voluto veramente spaccare il centrodestra, non pestando i piedini, ma con fatti politici, sarebbe stato semplicissimo, infatti sarebbe bastato mettere a capo del programma comune elementi come i minibond, le clausole di prevalenza dela costituzione, insomma tutti qui punti che sono di divisione nel centrodestra. Peccato che questi punti non sono graditi al nuovo corso di Di Maio, Cassese, Della Cananea etc. Parliamo chiaramente: dovendo scegliere opportunisticamente fra due forze fortemente europeiste con cui allearsi, scegliereste quella al 32 % con una dirigenza giovane e confusa, o quella al 14% in calo, in mano ad un ottantunenne anche lui un po’ confuso?
  • quindi l’attacco a Renzi , al Jobs Act, etc. Il PD infido che “Scrive una cosa e ne fa un’altra” con cui “Fare un contratto”.. Voi sapete che un venditore abusivo di autoradio truffa i clienti e fa trovare un mattone al posto dell’oggetto venduto e voi cosa fate ? Andate da lui a comprare un’autoradio, però , prima, dato che siete più furbi, gli fate scrivere un contratto in cui assicura che nel pacco c’è un’autoradio, non un mattone. Intelligente, vero ?
  • I temi e le poltrone, ma intanto avete portato a casa le poltrone. Sui temi, almeno con il 50% del parlamento, come scritto sopra , non avete provato neanche a parlare….. probabilmente perchè in quel caso i temi sarebbero stati un po’ troppo scottanti per il M5s neodoroteo.
  • Alla fine un appello  Salvini, che si è attaccato fino a 5 minuti prima,  a salire al Quirinale e chiedere le elezioni anticipate , come “Se fossero un ballottaggio”. A parte che le elezioni le decide il Presidente della Repubblica, questa è l’ultima cosa che Salvini farà. Prima di tutto perchè è tradizione che chi chiede le elezioni le perda. Quindi perchè il centrodestra non ha ancora provato a fare un governo, e , pur non riuscendoci, ha tutto l’nteresse a mettere in evidenza le contraddizioni pentastellate. In questo momento l’unico che non ha interesse a chiedere le elezioni anticipate è proprio il Movimento Cinque Stelle, perchè perfino il PD potrebbe vederle come un’occasione , per il leader vincente, per affermare il proprio potere.

Insomma un discorso pessimo, lontano dalla realtà dei fatti in modo così palese che sarà una passeggiata per chiunque demolirlo. C’è un problema di guida politica nel M5s, proprio nel senso che qualcuno deve, prima o poi, iniziare a ragionare prima di scrivere, o improvvisare, i discorsi. La vita, la politica, non sono il web.

Nel frattempo il limite dei due mandati, per Di Maio, è già saltato.

SIBILIA: DI MAIO AVRA’ TERZO MANDATO

ed i “Furbetti” ed i massoni perdonati .

 

Omba, dal 3 maggio in arrivo le lettere di licenziamento

VITTORIA PULEDDA repubblica.it 30 aprile 2018

La società, che era di proprietà della famiglia Malacalza e ora in concordato, non ha ricevuto offerte. La procedura di licenziamento collettivo diventerà operativa nei prossimi giorni. Cinque manager stanno tentando di mettersi in proprio e far ripartire la produzione ma servono una ventina di milioni di finanziamenti

MILANO – Festa del lavoro amara per i lavoratori della Omba in liquidazione. La società specializzata nella carpenteria meccanica di grandi dimensioni – acquistata dalla famiglia Malacalza nel 2001 – all’inizio dell’anno ha avviato una procedura di concordato in bianco, finalizzato alla liquidazione. E ora, con il 30 di aprile, è scaduto il termine per la procedura di licenziamento collettivo, già dilazionata di un mese. A partire dal 3 maggio non sembrano quindi esserci alternative alle lettere di licenziamento per una prima parte del personale.

Complessivamente Omba ha 87 dipendenti. La prima parte resterà a casa con i primi di maggio, un’altra parte concluderà i lavori per una commessa recente e un’ultima parte di personale amministrativo resterà in carica per la liquidazione. Al momento sono infatti falliti i tentativi di tenere in vita l’azienda, travolta a sua volta dalla crisi di Condotte (che deve circa una trentina di milioni ad Omba). Il ministero dello Sviluppo economico ha aperto un tavolo per seguire da vicino la vicenda e agevolare una soluzione, finora inutilmente.

“Purtroppo non abbiamo avuto riscontro ad ipotesi di ripresa – ha spiegato Giampietro Castano, responsabile della Unità di gestione vertenze aziende in crisi del Ministero delle Sviluppo – tutti i soggetti interessanti dovevano dare un riscontro positivo e non tutti l’hanno fatto”. Le parti in causa, oltre ai lavoratori, sono la liquidazione della società, dopo che i Malacalza hanno deciso la strada della liquidazione e i potenziali acquirenti. E qui tornano in gioco ancora una volta i Malacalza: lo stabilimento in cui ha sede Omba infatti non rientra nella procedura di liquidazione e fa capo ad un’altra società della famiglia.

Il prezzo di affitto (o di vendita) ad un soggetto terzo ha la sua rilevanza.

Sembra che una parte delle manifestazioni di interesse – peraltro non particolarmente determinate – si sia comunque raffreddata proprio sullo scoglio dell’immobile. In attesa della lettera di licenziamento, comunque, i vecchi dipendenti Omba non si danno ancora per vinti. Cinque manager stanno studiando una soluzione per affittare (o comprare) la società e far ripartire la produzione. Stabilimento compreso, si parla di un fabbisogno di una ventina di milioni (di cui una parte cospicua per il capitale circolante, necessario per lavorare). Il mese di maggio sarà dedicato a trovare i finanziamenti, la nascita di una cooperativa potrebbe favorire l’ingresso di capitali pubblici.

Popolare di Sondrio, strada in salita sull’acquisizione della Cassa di Cento

http://carlofesta.blog.ilsole24ore.com/ 29 aprile 2018

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La Popolare di Sondrio trova qualche ostacolo da superare sulla strada dell’acquisizione della Cassa di Cento. L’assemblea straordinaria della Popolare di Sondrio ha autorizzato l’aumento da 40 milioni che porterà l’istituto guidato da Mario Alberto Pedranzini a rilevare il piccolo istituto. Tuttavia all’orizzonte ci sono alcuni problemi da risolvere. Proprio nelle ultime ore dall’assemblea dei soci della Fondazione Cassa di Cento c’è stato infatti un no corale alla vendita del piccolo istituto. L’assemblea si è dunque schierata contro la firma dell’accordo con la Banca Popolare di Sondrio.

Quella di CariCento (1,7 milioni di utili e 49 sportelli tra Emilia e Veneto con un Cet 1 del 12,4%) sarebbe la prima acquisizione in 147 anni di storia della Sondrio.

L’operazione con Cento dovrebbe avvenire per lo più in azioni e quindi nella Popolare di Sondrio dovrebbe entrare come socio (si stima con il 5% circa) la Fondazione di Cento: un possibile alleato prezioso in vista della trasformazione in Spa. L’operazione prevede due fasi: prima Sondrio acquisirà il 51% di CariCento carta contro carta e, in parte minore, in denaro poi, entro fine 2020, salirà perlomeno al 67% ma forse al 100% della Cassa emiliana.
Tramite lo shopping, Sondrio potrebbe completare la sua rete in una zona oggi poco presidiata. L’operazione si potrebbe concretizzare in attesa che ci sia la pronuncia del Consiglio di Stato, dopo l’avvallo della Corte costituzionale, alla riforma Renzi che ha imposto al settore di abbandonare la veste «popolare» e la trasformazione in Spa. Anche per Sondrio si preannuncia dunque una rinuncia al voto capitario.

Nel quartier generale di Piazza Garibaldi a Sondrio si starebbe ragionando sulla modalità tecnica della trasformazione: l’idea, secondo le indiscrezioni, sarebbe la creazione di una holding intermedia. A monte della catena di controllo nascerebbe una cassaforte cooperativa in cui riunire i soci, previo scorporo delle attività bancarie in una Spa. Tuttavia resta da capire il giudizio di Banca d’Italia su questa possibile architettura. Di certo la trasformazione in Spa potrebbe riaprire i giochi del risico bancario, con Sondrio possibile candidato.

Cola a picco Bavaria Yachtbau. Fallisce il colosso tedesco della nautica da diporto

Zavorrata da un debito che si dice superi 1 miliardo di euro,il colosso tedesco della cantieristica di diporto, Bavaria, ha alzato bandiera bianca e questa settimana ha portato i libri in Tribunale. Il fallimento di uno dei principali costruttori di barche da turismo (a vela e a motore) ha suscitato sorpresa nel mondo della nautica europea, che sta vivendo un periodo di buona crescita dopo la terribile crisi seguita al 2008.

600 dipendenti di Bavaria Yachtbau continueranno a lavorare e ad essere pagati fino a fine giugno per portare a termine la produzione delle barche già ordinate. Intanto il tribunale della città tedesca di Würzburg ha aperto la procedura di amministrazione controllata.

La decisione dei due azionisti di Bavaria, i fondi americani Oaktree e Anchorage, sembra irremovibile: prima hanno licenziato su due piedi l’amministratore delegato Lutz Henkel, poi hanno annunciato che non sosterranno più finanziariamente l’azienda che senza l’iniezione di nuova liquidità non è in grado di proseguire l’attività.

Secondo alcuni esperti del settore, Bavaria ha pagato duramente il mancato rinnovo dei suoi modelli, una colpa da attribuire più al management precedente che a Lutz Henkel, il quale al contrario ha varato i nuovi cabinati C45 e C50 che hanno avuto un grande successo in termini di ordini, ma i conti sono rimasti schiacciati dal forte stock di vecchi modelli non venduti.

Intanto la domanda mondiale di yacht è in crescita. Secondo la società di ricerca Rodiquez Consulting  nel 2017 il mercato mondiale ha registrato un incremento di circa il 20% e un’espansione analoga è prevista per quest’anno.

Produzione mondiale di yacht nel 2017

Tutt’altri numeri rispetto al drammatico 2009, che in Europa vide la domanda di nuove barche crollare dell’80% e forse anche più. Furono tanti i cantieri che nel pieno della crisi finanziaria mondiale andarono a gambe all’aria. Basta ricordare il caso dell’italiana Ferretti, uno dei nomi più prestigiosi negli yacht di lusso, che aveva fatto default nel gennaio 2009.

Leggi anche: Italia, il Paese dei super yacht di lusso. Metà di quelli costruiti nel mondo nel 2017 viene dal Belpaese

Per Bavaria, come per la concorrente francese  Benetau, leader mondiale delle barche a vela, il mercato principale non è rappresentato dalle vendite ai privati, ma dalle flotte delle società di charter.

Il limite storico di Bavaria è stato di fare imbarcazioni su misura per i tedeschi che vanno in vacanza in Croazia e vogliono veleggiare nell’Adriatico: le definirei barche da crociera costruite attorno al portabirra nel pozzetto”, dice Giuliano Luzzatto, analista del settore e autore del sito pressmare.

In effetti questa era l’idea del fondatore dell’azienda, Winfried Hermann, che avviò Bavaria nel 1978 con il proposito di realizzare imbarcazioni “di qualità sufficiente ad un prezzo popolare”. Soprannominato non a caso l’Henry Ford della nautica, Hermann introdusse per primo la produzione industriale in un mondo dominato da un’attività sostanzialmente artigianale e si rivelò un geniale uomo d’affari, tanto da vendere la sua Bavaria nel 2007, un anno prima della crisi, per circa 1,2 miliardi di euro.

La comprò il fondo americano Bain Capital che nel 2009, pur di disfarsene, accettò di registrare in bilancio una drammatica svalutazione e la cedette a Oaktree e ad Anchorage, due fondi specializzati nella ristrutturazione del debito, che ormai aveva superato i 950 milioni di euro. Con il nuovo azionariato Bavaria sembrava destinata a un forte rilancio: comprò in Italia il Cantiere del Pardo e in Francia Nautitech, oggi ribattezzata Bavaria Catamarans, attività che vanta ottimi risultati e non entra nel perimetro del fallimento. Il Cantiere del Pardo, invece, è stato ceduto nel 2013 alla famiglia Trevisani.

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Il triste epilogo di Bavaria segna l’ennesimo smacco in questo settore per i fondi di investimento, che a partire dagli anni 2000 sono stati protagonisti di diverse operazioni nella cantieristica, raramente finite bene”, dice Luzzatto.

Per esempio Ferretti,  dopo essere stata oggetto di un’operazione di leveraged buy out molto aggressiva da parte di Candover Partners, è stata salvata dalla cinese Weichai Group, società produttrice di scavatrici e trattori, controllata dal governo di Pechino, che nel 2013 rilevò il 58% di Ferretti Group per 374 milioni di euro. Al momento dell’operazione la Ferretti contava un debito di 600 milioni di euro.

La speranza – dice Luzzatto – è che questo genere di investitori speculativi si renda conto che nella nautica contano di più la conoscenza specifica, l’esperienza e la passione rispetto agli schemi appresi in qualche master in business administration”.

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