TU VO’ FA L’AMERICANO – LA SALINI PUNTA ALLA QUOTAZIONE A WALL STREET: IN AMERICA IL 26% DEL BUSINESS. “MA NON LASCEREMO L’ITALIA. QUI POTREMMO AVERE 10MILA PERSONE OCCUPATE IN PIÙ, TANTO LAVORO, SE I PROGETTI CHE ABBIAMO GIÀ IN PORTAFOGLIO POTESSERO ANDARE AVANTI IN MANIERA RAGIONEVOLE”

DAGOSPIA.COM 2 MAGGIO 2018

Antonio Spampinato per ”Libero Quotidiano”

SALINI COSTAMAGNASALINI COSTAMAGNA

 Pietro Salini vuole seguire l’ esempio di Miuccia Prada. Entrambi gli imprenditori intendono mantenere saldamente la sede delle loro holding in Italia, e seguire le annesse leggi di riferimento, ma vogliono anche fuggire dal provincialismo della nostra Borsa: la regina della moda lo ha già fatto da tempo, nel 2011, con la quotazione ad Hong Kong, il re delle costruzioni invece lo farà presto, entro 18 mesi, preferendo però New York.

La seconda dipartita, se possibile, sarà ancora più dolorosa. Non tanto, o non solo, perché la Salini Impregilo fattura oltre il doppio di Prada (6,5 miliardi contro 3), ma perché molto probabilmente dirà addio a Piazza Affari, dove vi fluttua liberamente da molti anni, ben prima della fusione tra la Salini e Impregilo.

Wall StreetWALL STREET

L’ azienda del fashion made in Italy invece ha debuttato direttamente nella borsa asiatica e a niente sono servite, almeno per ora, le avances fatte dalla società mercato italiana, controllata dalla britannica Lse, per convincere Miuccia, o meglio il marito Patrizio Bertelli, mente strategica del gruppo, di quotarsi anche nel nostro mercatino. Diversi sono i recenti esempi di Luxottica e di Fca. Nel primo caso è stata la fusione con la francese Essilor a persuadere il patron Del Vecchio a lasciare Milano, anche se tenterà di convincere i soci a una doppia quotazione. Nel secondo Sergio Marchionne pur lasciando Fiat nel listino tricolore, ha cambiato leggi di riferimento spostando all’ estero la sede legale.

impregiloIMPREGILO

L’ ad e azionista del colosso delle costruzioni ha invece detto nel corso dell’ assemblea che il gruppo Salini Impregilo sta valutando «una potenziale quotazione negli Usa». Salini ha spiegato che il baricentro del gruppo si sta spostando sul mercato americano che rappresenta il 26% circa del business. L’ Italia invece rappresenta solo il 10%. Non ha dato l’ addio alla Madonnina, ma le probabilità che ciò avvenga sono alte. Anche perché qui si lavora male.

miuccia prada patrizio bertelliMIUCCIA PRADA PATRIZIO BERTELLI

«Qui stiamo facendo diverse cose: non vogliamo lasciare l’ Italia. Ma potremmo avere 10mila persone occupate in più, tanto lavoro, se i progetti che abbiamo già in portafoglio potessero andare avanti in maniera ragionevole. In Italia tutti fanno un problema di risorse. Bugia, le risorse ci sono, manca la competenza. Non ci sono le norme adeguate e le persone che vogliono farle, ci si nasconde dietro l’ idea che non ci sono i soldi, i soldi sono stanziati, ma è un tema di responsabilità».

Il colosso italiano delle grandi opere ha messo in vendita la divisione americana “asfalto” di Lane. Questo per fare cassa e poter valutare con maggiore serenità «acquisizioni nel large corporate». Sempre negli Stati Uniti però. «Le opportunità offerte nei nuovi progetti ci hanno spinto a valutare un rafforzamento delle nostre attività negli Usa e il consolidamento del nostro mercato», ha spiegato.

CATTELAN PIAZZA AFFARI BORSA MILANOCATTELAN PIAZZA AFFARI BORSA MILANO

Potrebbero essere previsti acquisti anche nel Belpaese ma che non implichino «aumenti di capitale o peggioramento della posizione finanziaria». «Potremo», ha aggiunto, «valutare opportunità di acquisizione di lavori e/o di rami d’ azienda, laddove ci sia un’ opportunità derivante dall’ esigenza di garantire continuità operativa a contratti per la realizzazione di grandi opere».

Burrini (SpS): “Da Mps ai partiti 10 o 153 milioni?”

ILCITTADINOONLINE.IT 2 MAGGIO 2018

SIENA. Da Sergio Burrini (Sinistra per Siena) riceviamo e pubblichiamo.

“In occasione dell’assemblea ordinaria del 12 aprile 2018 di Banca Monte dei Paschi di Siena, fra le domande poste dai soci per iscritto ce ne sono due che hanno avuto risposte differenti. Eppure dalle risposte si può aggiungere un altro piccolo tassello di verità all’enorme mosaico rappresentato dai crediti in sofferenza (tre volte la media del sistema creditizio italiano) che rappresentano tuttora l’ostacolo principale al rilancio della Banca stessa.

Nella prima domanda si chiedeva l’elenco dei versamenti e dei crediti ai partiti, alle fondazioni politiche, ai politici italiani ed esteri. Nella risposta si affermava che il MPS al 31 dicembre 2017 vantava crediti nei confronti di 13 partiti politici per complessivi €10 milioni.

La seconda domanda era simile alla prima, ma ampliava l’arco delle erogazione comprendendovi anche sindacati, partiti o movimenti, fondazioni politiche (come ad esempio italiani nel mondo) ed associazioni di consumatori, insomma “Istituzioni ed enti con finalità di assistenza, beneficienza, istruzione, culturali, sindacali, politiche, sportive, ricreative e simili”, vale a dire tutto il mondo che indirettamente è legato a gruppi di potere politici.

La risposta a questa domanda apre una voragine: altro che 10 milioni di Euro! Le cifre sono strabilianti: in totale 153 milioni di Euro!

Comunque sia questi €153 milioni complessivi rappresentano a loro volta una modesta porzione di quanto concesso, a suo tempo, da parte della Banca MPS ad alcune società, cooperative ecc. legate a gruppi di potere politici e non.

A questo punto mi chiedo, perché è stato dato rilievo solo alla prima risposta, senza rendersi conto di quanto sia stata parziale, e non c’è stata un’informazione completa?

Non è giustificabile che queste notizie non vengano colte con indifferenza dalle istituzioni di vigilanza bancaria e della Borsa, dai governi che si sono succeduti, per non parlare delle istituzioni senesi (Fondazione, Consiglio comunale e Sindaco in testa), nonché da gran parte dell’opinione pubblica. Non sono stati colpiti solo coloro che hanno subito rilevanti perdite finanziarie (azionisti e sottoscrittori di obbligazioni subordinate) e uno sparuto gruppo di cittadini che si sono attivati affinché emergessero le responsabilità di quanto accaduto, ma la città e la sua economia in generale. Evidentemente per questi soggetti le regole, le norme legislative, la correttezza, l’etica, la moralità sono termini privi di consistenza e significato”.

E’ SALTATO L’EQUILIBRIO FRA DEMOCRAZIA, STATO E MERCATO PERCIO’ SIAMO DESTINATI PRESTO A SOCCOMBERE (di A.M. Rinaldi)

 SCENARIECONOMICI.IT 2 MAGGIO 2018

Mentre i più si arrovellano nel trovare soluzioni tecniche per uscire dall’attuale stato di crisi, non solo economica, che sta distruggendo letteralmente interi paesi con il rischio di diventare irreversibile, in pochi analizzano quali siano realmente le cause che l’hanno prodotta.

Infatti se analizziamo cosa è successo dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi, ci accorgiamo che sono saltati gli equilibri sui fondamenti che sono alla base della società moderna: quelli che dovrebbero coesistere fra Democrazia, Stato e Mercato.

Finché vi è stato un equilibrio fra questi principi, ovvero un sistema che permetteva correzioni a questi tre fondamenti perché lo ritrovassero, vi è stata crescita e giustizia sociale, mentre non appena uno di essi ha preso il sopravvento sugli altri (Mercato) sugli altri due depotenziandola, la situazione è precipitata.

E’ innegabile che attualmente il sistema delle regole e dei vincoli previsti dai Trattati a fondamento dell’Unione Europea e per la convergenza monetaria per l’adozione e mantenimento dell’euro, hanno spostato il baricentro verso il Mercato, determinando un cortocircuito che non consente più di adottare un modello in cui solo l’equilibrio con le altre due forze, Democrazia e Stato, siano l’esclusiva garanzia per la crescita, il benessere e l’equità sociale.

Gli Stati sono stati progressivamente espropriati della loro funzione di correggere gli squilibri perché i rispettivi Parlamenti nazionali sono stati relegati a semplici certificatori di imposizioni provenienti da un potere esterno (UE) e in tutto questo la Democrazia è stata costretta ad abdicare alla sua fondamentale funzione di controllare ed approvare le scelte compiute per mezzo del suffragio universale, poiché il consenso popolare non ha più il suo ruolo previsto. I Governi non vengono più decisi dalla volontà e orientamento dei cittadini, ma bensì da quelli del Mercato.

Ormai tutto è in funzione del Mercato, qualsiasi scelta viene compiuta per assecondare e non turbare gli interessi del sistema finanziario, bypassando le esigenze, diritti e aspettative dei cittadini che in ogni caso sono, e devono rimanere, il fulcro dell’interesse su cui devono occuparsi le istituzioni nazionali e sovranazionali.

In parole semplici, il popolo non è più Sovrano, così come previsto dagli elementari principi posti a fondamento della Democrazia e sancito dalle Costituzioni  nazionali, ma sostituito in questo ruolo da un redivivo Sovrano-despota ormai smaterializzato, che si identifica non più in una persona fisicacome avveniva nel passato, ma da un potere (Troika) che si avvale di regole e imposizioni in nome del Mercato.

In questo modo l’equilibrio tra le tre forze è venuto meno e ciò ha immancabilmente provocato che le conquiste che avevano consentito, nel bene e nel male, di raggiungere nel Vecchio Continente livelli di benessere ed equità sociale fino ad ora mai raggiunti, tornassero drammaticamente indietro come se l’orologio della Storia avesse riportato le proprie lancette indietro di decenni e decenni.

Per poter uscire dall’impasse dove è precipitata l’Europa è necessario quindi che si ricrei un equilibrio fra Democrazia, Stato e Mercato, dove ognuno di questi fondamenti recuperi il proprio ruolo e funzione altrimenti il destino di ciascuno di noi sarà sempre più relegato a quello di suddito e non di libero cittadino.

Antonio M. Rinaldi

 

GIUSEPPE CASTAGNA QUANDO RENDERAI PUBBLICHE LE TUE VICENDE CHE NON VENGONO MENZIONATE NEL TUO CURRICULUM PUBBLICATO SUL SITO BANCO BPM – TE NE METTIAMO UNA OGGI

PARADISI FISCALI

Soldi in Lussemburgo, ecco i nomi

Centinaia di milioni nascosti nel Granducato. Grazie a un broker con decine di clienti. La procura di Milano indaga sul ruolo di Banca Intesa. E poi archivia. Ma ora la Cassazione può riaprire il caso

DI VITTORIO MALAGUTTI E GLORIA RIVA

Soldi in Lussemburgo, ecco i nomi

Centinaia di milioni di euro decollati dall’Italia per rimbalzare fino in Lussemburgo, via Svizzera, Montecarlo e i paradisi offshore dei Caraibi. E un lungo elenco di imprenditori e professionisti che hanno scelto un rifugio offshore per il loro denaro. Un’inchiesta dell’Espresso, in edicola da venerdì 1 luglio , racconta una nuova storia di straordinaria evasione fiscale. E svela il ruolo giocato da due grandi banche come Intesa e Ubi.

Tra i protagonisti della vicenda troviamo nomi già noti alle cronache come il gruppo guidato da Giuseppe Pasini, l’immobiliarista milanese coinvolto e poi assolto sei mesi fa in primo grado nel processo per le tangenti del cosiddetto “sistema Sesto”. E poi Marco Marenco, imprenditore arrestato un anno fa per un crac da 3,5 miliardi e titolare, tra l’altro, della Borsalino, il famoso marchio dei cappelli.

ESPRESSO+  LEGGI L’INCHIESTA INTEGRALE 

Nella lista compare anche l’azienda meccanica friulana Brovedani con il patron Benito Zollia, le acciaierie Valbrunadella famiglia Amenduni, la Laworwash un tempo quotata in Borsa, la Electa Financial Engineering di Simone Strocchi, vice presidente del gruppo vitivinicolo Italian Wine Brands. Nelle carte giudiziarie vengono citati anche gli imprenditori di Potenza Giuseppe e Pasquale Di Leo con la loro Astor Immobiliare, insieme a numerosi altri nominativi che saranno pubblicati nel numero de l’Espresso. Professionisti e imprenditori erano tutti clienti del broker Alessandro Jelmoni, arrestato a maggio del 2012 e fino ad allora attivissimo in Lussemburgo.

Quattro anni fa, una lite tra gli eredi del gruppo piemontese Giacomini ha portato allo scoperto gli ingranaggi del sistema. La procura di Verbania e poi quella di Milano hanno raccolto e analizzato migliaia di documenti che disegnano i contorni di quella che appare come una gigantesca frode fiscale. Si è così scoperto, per esempio,  che all’occorrenza Intesa inviava propri dirigenti ad amministrare le società lussemburghesi da cui transitavano i flussi di denaro sospetti. Nelle carte della procura di Milano compare anche il nome del banchiere Giuseppe Castagna, all’epoca dei fatti in forza a Intesa, da poco promosso amministratore delegato del nuovo grande gruppo che nascerà dalla fusione tra Popolare Milano e Banco Popolare.

Il processo contro Jelmoni e i suoi principali collaboratori (Nerina Cucchiaro, Mario Iacopini e altri) è iniziato ai primi di giugno. Nel 2012 i pm Baggio e Civardi avevano iscritto nel registro degli indagati anche Intesa e la sua controllata in Lussemburgo, la Société Européenne de banque (Seb), insieme all’amministratore delegato di quest’ultima, Marco Bus, e a Castagna.

A ottobre dell’anno scorso, i due pubblici ministeri hanno però chiesto e ottenuto l’archiviazione del filone d’inchiesta che riguarda Intesa, Seb e i due manager, Bus e Castagna. Adesso però la vicenda potrebbe riaprirsi. Il prossimo 12 luglio la Cassazione sarà chiamata a decidere sul ricorso presentato dai legali del gruppo Giacomini contro l’archiviazione del manager Bus.

L’inchiesta integrale sull’Espresso in edicola venerdì 1 luglio e online su Espresso+

Ecco gioie e dolori di Huawei e Zte

di  STARTMAG.IT 2 MAGGIO 2018

Huawei

Iniziativa inedita del Pentagono contro i colossi cinesi Huawei e Zte. Sulla scia di un forcing commerciale e geopolitico contro i big di Pechino non solo in campo tlc, dagli Stati Uniti arriva un altro segnale chiaro contro la Cina in materia di telecomunicazioni. Ecco tutti i dettagli che ora riguardano i militari americani. Mentre i gruppi asiatici continuano a svettare nelle classifiche di vendite, come emerge dai dati odierni.

LA NOTIZIA DEL WALL STREET JOURNAL

Il Pentagono si sta muovendo per fermare la vendita di telefoni realizzati da Huawei e Zte nei punti vendita delle basi militari statunitensi in tutto il mondo, citando potenziali minacce alla sicurezza che dicono che i dispositivi potrebbero rappresentare, scrive oggi il Wall Street Journal.

LA DICHIARAZIONE DEL PENTAGONO

“I dispositivi Huawei e ZTE possono rappresentare un rischio inaccettabile per il personale, le informazioni e la missione del dipartimento”, ha affermato il comandante dell’esercito Dave Eastburn, un portavoce del Pentagono, in una dichiarazione.

DOVE SARA’ IL DIVIETO

“Alla luce di queste informazioni, non era prudente per gli scambi del dipartimento continuare a venderli”. Si riferiva ai punti vendita presso o vicino a installazioni militari negli Stati Uniti e all’estero che si rivolgono a soldati e marinai americani.

DOSSIER SICUREZZA

Eastburn ha detto che il Pentagono non può dettare se le truppe dovrebbero comprare i telefoni altrove, per il loro uso personale. Ma ha detto che “dovrebbero essere consapevoli dei rischi per la sicurezza posti dall’uso” dei dispositivi. Il Pentagono sta anche valutando se sia necessario un parere a livello militare per quanto riguarda l’acquisto o l’uso dei dispositivi, ha affermato. Il comandante comunque non ha fornito dettagli sui problemi di sicurezza specifici del Pentagono, ha aggiunto il Wall Street Journal.

CHE COSA HA AGGIUNTO IL WALL STREET JOURNAL

Il quotidiano americano che ha lanciato la notizia ha poi scritto: secondo le persone che hanno familiarità con la questione, i funzionari militari temono che il governo cinese possa rintracciare dove si trovano soldati che usano dispositivi Huawei o Zte. Ciò potrebbe consentire alle spie di conoscere le operazioni di base, o sapere quando le truppe partecipano ad assemblee fuori base, per esempio.

I NUMERI DANNO RAGIONE A HUAWEI

Quale sarà il vero impatto della decisione del Pentagono? Si vedrà se davvero ci saranno effetti rilevanti dal punto di vista commerciale, posto che il significato geopolitico dell’annuncio è chiaro. Al momento, comunque, i colossi cinesi del settore continuano a mettere a segno numeri cospicui. Il mercato degli smartphone ha chiuso il primo trimestre con consegne globali a quota 345 milioni di unità, in calo del 2% rispetto al pari periodo del 2017. A diffondere i dati è la società di ricerca Strategy Analytics, che evidenzia il buon andamento di Huawei e l’exploit di Xiaomi.

LA CLASSIFICA COMPLETA

In testa alla classifica si conferma Samsung con consegne in diminuzione del 2% a 78,2 milioni di unità. La compagnia coreana detiene il 22,6% del mercato, un decimo di punto in meno rispetto a un anno fa. Al secondo posto c’e’ Apple, che ha appena comunicato di aver commercializzato 52,2 milioni di iPhone, pari a un +2,9%. La Mela ha una market share del 15,1%, in crescita rispetto al 14,4% del primo trimestre 2017. La parte bassa della top-five e’ occupata da tre societa’ cinesi. Huawei conserva la medaglia di bronzo grazie a consegne in aumento del 14% su base annua a 39,3 milioni di unita’, e una quota mondiale che passa dal 9,8 all’11,4%. Al quarto posto si piazza Xiaomi, che nel trimestre vede i volumi crescere del 125%, da 12,6 milioni a 28,3 milioni di smartphone. A pagare il prezzo del successo di Xiaomi e’ Oppo, quinta con consegne in calo da 27,6 a 24,1 milioni di unita’ e market share dal 7,8% al 7%.

CARLO MESSINA TU TI PERMETTI TRAMITE IL TUO LEGALE AVVOCATO SEVERINO DI RESCINDERE IL CONTRATTO CON LE BANCHE VENETE SE VIENI CHIAMATO A PAGARE I DANNI – MA I CLIENTI PASSATI IN BANCA INTESA HANNO LO STESSO DIRITTO DI MANDARTI IN QUEL PAESE? SE SI ALLORA CARI CLIENTI DELLE BANCHE VENTE MANDIAMO IN QUEL PAESE CARLO MESSINA UNA VOLTA PER TUTTE E ALLA FINE VEDREMMO CHI SARA’ VERAMENTE IL PIU’ FORTE

Carlo Messina ,

PAOLO POLITIA

MESSINA CHE FLOP! L’AD DI INTESA PREPARA UN’OFFERTA SOFT SU GENERALI PER SALVARE LA FACCIA – I FONDI AMERICANI SCETTICI SULL’OPERAZIONE. IN PIU’, BAZOLI E GUZZETTI SONO DISTRATTI RISPETTIVAMENTE DALLE INTERCETTAZIONI SULLA VICENDA UBI (CHE NESSUN GIORNALONE HA PUBBLICATO) E DAI CASINI DI ATLANTE E DELLE BANCHE VENETE (L’IRA DELLA BCE) Prossimo articoloArticolo precedente Condividi questo articolo

22 FEBBRAIO 2017 DAGOSPIA.COM

DAGONEWSalberto nagel carlo messinaALBERTO NAGEL CARLO MESSINA

DAGONEWS

I grandi fondi (soprattutto americani) guardano con sempre maggiore sospetto l’operazione di Banca Intesa sulle Generali. E non solo perché hanno quote sia nell’istituto di credito sia nell’assicurazione di Trieste, ma anche perché Oltreoceano si sono convinti che l’integrazione industriale fra banche ed assicurazioni non funzioni un granchè.

philippe donnet gabriele galateri di genolaPHILIPPE DONNET GABRIELE GALATERI DI GENOLAgiovanni bazoli (3)GIOVANNI BAZOLI (3)

Sarà per queste ragioni, sarà per altre motivazioni ma sembra che Carlo Messina abbia abbandonato la determinazione di qualche giorno fa. E sia sul punto di presentare al Leone una offerta che chi l’ha vista definisce “morbida. Di certo poco aggressiva”.

giuseppe guzzettiGIUSEPPE GUZZETTI

Insomma, è alla ricerca di una way out che gli salvi la faccia. Anche perché sa benissimo che qualunque sia l’offerta, verrà rispedita al mittente da Trieste.

ALESSANDRO PENATIALESSANDRO PENATI

Nel repentino cambio di rotta, un peso non indifferente arriverebbe dall’atteggiamento tenuto dai Grandi Vecchi di Banca Intesa. L’”arzillo vecchietto” di Giovanni Bazoli s’è allontanato dall’operazione, distratto com’è ad impedire che escano sulla stampa le sue intercettazioni sull’Ubi. Mentre Giuseppe Guzzetti è catturato dalla vicenda Atlante. Ha già fatto “mea culpa” sull’istituzione del Fondo, ma vuole comunque proteggere Alessandro Penati: ormai sotto attacco un po’ da tutte le parti. Compreso ministero dell’Economia e Banca centrale europea.

fabrizio violaFABRIZIO VIOLA

In modo particolare, la Bce lamenta una gestione non all’altezza del curriculum dell’economista della crisi della banche venete. La fusione “a freddo” prevista ha fatto storcere la bocca a Francoforte. Anche perché la nomina di Fabrizio Viola ad amministratore delegato ha preceduto la fusione vera e propria fra i due istituti; mentre sarebbe stato auspicabile (oltre che proceduralmente corretto) che avvenisse successivamente.

 

L SALVATAGGIO DELLE BANCHE VENETE COSTERA’ ALTRI 1,4 MILIARDI DI EURO AI CONTRIBUENTI ITALIANI (CHE A LORO INSAPUTA HANNO GIA’ SGANCIATO 17 MILIARDI) – IL SENATO SMONTA I DATI DI BANKITALIA SUI PRESTITI MARCI DI POPVICENZA E VENETO BANCA: LA STIMA DI RECUPERO E’ TROPPO OTTIMISTICA

31 AGFOSTO 2017 DAGOSPIA.COM

ancesco De Dominicis per “Libero Quotidiano

Altri 1,4 miliardi di euro a carico dello Stato per salvare le due banche del Nord Est. Un ulteriore pacco di quattrini dei contribuenti – tanto per essere più chiari – che si aggiunge ai 17 miliardi già stanziati e «girati» a IntesaSanpaolo che ha rilevato – al prezzo ridicolo e simbolico di 1 euro – la Popolare di Vicenza e pure Veneto Banca. Dunque, corre il rischio di crescere – e non di poco – il totale di fondi pubblici investiti per tenere a galla i due istituti veneti. Una prospettiva non troppo remota, secondo un documento – pubblico, ma inedito – confezionato dai tecnici del Senato nel corso dell’ estate.

GIANNI ZONIN E VINCENZO CONSOLIGIANNI ZONIN E VINCENZO CONSOLI

Gli esperti di palazzo Madama hanno fatto le pulci al decreto legge varato dal governo di Paolo Gentiloni domenica 25 giugno, a poche ore dal crac di Vicenza e Montebelluna. Lo studio è stato messo a disposizione dei parlamentari nel corso dell’ iter di conversione del provvedimento dell’ esecutivo.

Oltre 20 cartelle dettagliate, quelle preparate dai funzionari del Servizio bilancio del Senato e sostanzialmente ignorate da senatori e deputati, nelle quali vengono messi in dubbio diversi aspetti della discussa operazione. A cominciare dal fatto che la «procedura selettiva» per decidere chi fosse l’ acquirente delle due aziende creditizie del Nord Est fosse stata «già svolta» prima che il decreto d’ urgenza prendesse forma.

Tant’ è che dal Senato è stata spedita, a palazzo Chigi, una richiesta di «maggiori informazioni sull’ anticipazione eventualmente effettuata dal Ministero (dell’ Economia, ndr) a copertura delle relative spese». Quasi una costosa e inutile pagliacciata, quella del bando preconfezionato per Ca’ de Sass. Un enorme regalo: Intesa non ha speso nulla e ha comprato due banche, ricevendo un assegno di 4,8 miliardi cash dal Tesoro oltre all’ impegno di altri 12 miliardi sotto forma di garanzie. E qui si entra nella parte calda della faccenda.

zonin popolare vicenzaZONIN POPOLARE VICENZA

Perché è il capitolo relativo alla valutazione della liquidazione dei cosiddetti attivi, e in particolare dei prestiti marci, quello più rilevante nell’ analisi di palazzo Madama. La questione riguarda da vicino le finanze pubbliche, visto che tocca allo Stato garantire ed eventualmente coprire, con fondi statali, i non improbabili buchi aggiuntivi. Buchi che si potrebbero materializzare a stretto giro.

Stiamo parlando di 17,8 miliardi di crediti deteriorati. Secondo le valutazioni della Banca d’ Italia – contestate dai tecnici del Senato – la percentuale di recupero di quei prestiti non rimborsati è stimata al 46,9%. Tasso che «è una media del decennio, periodo in cui però l’ ultimo biennio ha registrato tassi inferiori alla media e rispettivamente al 39% e 44,5% nel 2014 e nel 2015%» si legge nelle carte di palazzo Madama che giudica troppo ottimistica la previsione dell’ autorità di vigilanza. Solo un errore oppure un assist al governo per evitare di far salire troppo il conto del salvataggio bancario?

padoanPADOAN

Rispondere è complesso. Frattanto, proviamo a fare un po’ di calcoli. Se si applica la stima di Bankitalia, la cifra recuperabile è di 8,3 miliardi. Se, invece, si considera la percentuale più bassa, il bottino scende a 6,9 miliardi. Calcolatrice alla mano, vuol dire una differenza di circa 1,4 miliardi. È questa la cifra che il Tesoro sarebbe costretto a sborsare a qualora l’ obiettivo del 46,9% non fosse centrato. Somma che, come già accennato, va aggiunta ai fondi già prenotati sul bilancio pubblico.

Ovvero, come ricordato anche nell’ analisi del Senato, una «iniezione di liquidità» di «circa 4,8 miliardi» (di cui 3,5 miliardi per assicurare gli affidamenti alla clientela e 1,2 miliardi per la gestione degli esuberi) oltre che «la concessione di garanzie statali» per «un ammontare massimo di circa 12 miliardi». Totale: 16,8 miliardi che potrebbero diventare ben 18,2, con l’ extra paventato dal Senato.