Perché Confindustria mugugna sul reddito di cittadinanza a 5 stelle

 STARTMAG.IT 2 MAGGIO 2018

Boccia confindustria

Che cosa sostiene il centro studi di Confindustria in un focus che confronta il Reddito di inclusione varato dal governo Gentiloni con il Reddito di cittadinanza annunciato dal Movimento 5 Stelle

Nella fissazione di un limite temporale per la fruizione di un reddito minimo, esiste un trade-off tra l’obiettivo di contrasto alla povertà, che in principio ne escluderebbe la fissazione, e il rischio di benefit dependency e di riduzione dell’offerta di lavoro. L’assenza di un limite temporale, come è il caso nella maggior parte dei paesi europei, deve essere dunque accompagnata da stringenti ed efficaci misure di attivazione al lavoro oltre che a revisioni periodiche e ravvicinate della situazione economica e lavorativa del beneficiario, come d’altronde avviene in Germania (ogni sei mesi) e Francia (ogni tre). La proposta di reddito di cittadinanza, pur non prevedendo alcun limite temporale, è vaga sia sul lato delle misure di attivazione sia sui meccanismi di revisione, a riguardo limitandosi ad elencare tra gli obblighi dei beneficiari la “comunicazione tempestiva di qualsiasi variazione di reddito”, senza specificare le modalità di verifica. Il REI, invece, prevede il sostegno per un periodo massimo di 18 mesi e, se necessario, un rinnovo per ulteriori 12 mesi, ma a distanza di 6 mesi. Tra i redditi minimi esistenti nei paesi EU15, limiti temporali sono previsti solo in Grecia (6 mesi) e alcune regioni della Spagna.

PARTECIPAZIONE A PROGETTI UTILI ALLA COLLETTIVITÀ: NUOVI LSU?

La proposta di reddito di cittadinanza prevede tra gli obblighi del beneficiario quello di “offrire la propria disponibilità alla partecipazione a progetti gestiti dai comuni, utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni”. Vi sono almeno due rischi legati a tale previsione. Primo, che la partecipazione a tali progetti generi attese di stabilizzazione nel pubblico impiego, come d’altronde è avvenuto in passato nel caso dei Lavoratori Socialmente Utili. Secondo, tali progetti potrebbero spiazzare posti di lavoro negli stessi ambiti. Alla luce di queste considerazioni, è importante che questo requisito sia connotato esplicitamente non come una forma di ingresso al lavoro quanto piuttosto come un “quid pro quo”. Questo pay back welfare approach è stato per esempio esplicitamente adottato dall’Olanda. In Germania è previsto che accettare un’offerta di lavoro ha priorità sulla permanenza in un Ein-Euro-Job, pena l’esclusione dal programma.

CRUCIALE VALUTARE LA MISURA: MA RISPETTO A QUALI PARAMETRI?

Alla luce dei molti trade-off che emergono nel disegnare uno schema di reddito minimo risulta essenziale valutare empiricamente gli effetti di tali misure una volta introdotte, al fine di apportare correttivi e migliorarne l’efficacia. Quali le lezioni che traiamo dalle valutazioni condotte in paesi che già da tempo hanno redditi minimi? Ma soprattutto, quando e rispetto a quali parametri tali schemi possono essere considerati di successo? L’efficacia di un reddito minimo va prima di tutto valutata in relazione al suo obiettivo principale, ovvero ridurre la povertà. La letteratura comparata indica elevata efficacia in questo senso: all’inizio degli anni 2000 tali schemi hanno ridotto la povertà del 60% in Finlandia, del 50% nel Regno Unito e del 40% in Svezia. Il successo è correlato con le risorse messe a disposizione e nettamente superiore rispetto ad altre misure, quali le politiche attive o il sistema formativo. Riguardo all’efficacia occupazionale, va innanzitutto sottolineata la distinzione tra schemi di contrasto alla povertà e schemi (in prima battuta assicurativi) contro la disoccupazione, rivolti a chi ha perso il lavoro e finalizzati a dare un sostegno economico durante il periodo di ricerca di un nuovo impiego. A differenza di questi ultimi, per i primi il tasso di reinserimento lavorativo non può essere il principale criterio su cui basare la valutazione. D’altronde nella maggior parte dei paesi europei gli schemi di reddito minimo svolgono un ruolo residuale, mentre gran parte della protezione sociale viene da altre prestazioni, sussidi di disoccupazione in primis. Alla luce di ciò non stupiscono i bassi tassi di attivazione e gli ancor più bassi tassi di reimpiego dei beneficiari degli schemi di reddito minimo in paesi europei per cui dati sono disponibili.

In Finlandia sono stati introdotti negli anni passati i centri integrati Lafos con l’obiettivo di migliorare l’occupabilità dei disoccupati di lungo periodo e in generale dei beneficiari di reddito minimo più problematici. I tassi di partecipazione ai servizi di attivazione, sebbene aumentati rispetto al passato, si sono fermati al 35% e i risultati in termini occupazionali sono stati bassi: circa il 10% dei beneficiari riesce a trovare un lavoro mentre un 20% stipula un contratto di lavoro sovvenzionato. In Olanda nel 2005 circa il 50% dei beneficiari del Wet Werk en Bijstand partecipava a una delle misure di attivazione e di questi il 27% ha trovato un lavoro nel corso dei due anni successivi. In Germania tra i 6,5 milioni di beneficiari dell’Alg II (Arbeitslosengeld II) nel 2011 circa i ¾ erano considerati attivabili ma solo il 12% di questi è stato effettivamente attivato.

L’evidenza internazionale sull’efficacia occupazionale delle misure di attivazione, seppur scarsa, indica che questa dipende dal tipo di intervento adottato: gli esiti migliori sono associati a incentivi al settore privato e all’autoimprenditorialità, servizi all’impiego e alla formazione sul posto di lavoro, che, rispetto alla formazione in aula, ha maggiori probabilità di portare a risultati occupazionali positivi. Per condure una rigorosa attività di monitoraggio e valutazione di uno strumento di contrasto alla povertà in Italia, servono: (i) un database longitudinale sulle famiglie in difficoltà economica, (ii) indagini campionarie che seguano i beneficiari a distanza di tempo dall’accesso e osservino sullo stesso orizzonte anche individui in fasce di reddito immediatamente superiori alle soglie di accesso; (iii) esperimenti randomizzati su strumenti alternativi di formazione e collocamento, per stabilirne la relativa efficacia in termini di inserimento lavorativo. Ad oggi in Italia, con il REI appena partito e ben disegnato, non è efficiente affrettarsi a sostituirlo con uno strumento diverso, anche perché ciò significherebbe creare incertezza e allungare i tempi di implementazione. Più opportuno darsi il tempo per condurre una seria valutazione, su cui basare eventuali modifiche. Nel frattempo meglio indirizzare le risorse per aumentare platea e beneficio, oggi troppo basso rispetto alla linea di povertà assoluta.

Ecco il link allo studio completo