La Bce e le relazioni pericolose con le grandi banche nel ‘Gruppo dei 30’: Draghi respinge la denuncia del mediatore europeo

  • Giuseppe Montalbano businessinsider.com 3 maggio 2018

Emily O’Reilly, mediatore europeo e Mario Draghi, presidente Bce. Getty

Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, resterà membro del Gruppo dei 30 – il forum internazionale che raccoglie banchieri centrali ed esponenti dell’industria finanziaria – contro la richiesta avanzata dal mediatore europeo per via dei possibili conflitti di interesse con l’istituto di Francoforte.

Lo scorso gennaio l’ufficio del mediatore (Ombudsman) europeo Emily O’Reilly aveva inoltrato alla Bce una richiesta formale di sospensione del suo Presidente dal Gruppo dei 30 al fine di tutelarne la reputazione pubblica e prevenirne possibili conflitti di interesse. Il “G30” si presenta infatti come un forum consultivo per promuovere “scambi di vedute” fra alcuni dei principali attori pubblici e privati del sistema bancario internazionale. Ai suoi tavoli si riuniscono insieme i presidenti delle banche centrali dei principali centri finanziari internazionali, accademici esperti di questioni finanziarie e rappresentanti dei grandi gruppi bancari, per confrontarsi – a porte chiuse e senza documentazione pubblica relativa a tali incontri – sui grandi temi dell’economia e della finanza globale.

A rendere particolarmente sensibile la questione, il fatto che in questo club esclusivo il presidente Draghi scambi opinioni anche con esponenti delle banche direttamente vigilate dalla Bce in qualità di autorità di supervisione europea dal 2014 con l’entrata in vigore del meccanismo unico di vigilanza dell’Unione bancaria. Una pericolosa prossimità fra vigilanti e vigilati denunciata dal Corporate Europe Observatory, e che il mediatore europeo ha riconosciuto come possibile minaccia alla credibilità e fiducia pubbliche nei confronti della Bce che dal 2010 in poi ha visto espandere le sue competenze e poteri, sia formali che de facto, nella gestione della crisi dell’eurozona.

La denuncia avanzata nel 2016 del Corporate Europe Observatory, da cui ha preso avvio l’indagine del mediatore europeo, evidenziava – oltre la regolare presenza di Draghi alle iniziative del G30 -, la partecipazione di membri dei comitati esecutivi e di vigilanza della Bce ai gruppi di lavoro e alle conferenze del G30. In particolare la Ong europea si soffermava sul contributo attivo della Bce nella redazione di documenti di analisi e indirizzo da parte del Gruppo dei Trenta, mettendo in luce l’alto rischio di conflitto di interesse. Nel mirino la pubblicazione di due report su tematiche di diretto interesse per la vigilanza europea dei gruppi bancari, presentati come prodotto di gruppi di lavoro al cui interno figuravano anche esponenti del comitato esecutivo Bce, per di più senza il tradizionale disclaimer relativo alla separazione fra le opinioni espresse dai partecipanti in quanto singoli dalle posizioni ufficiali delle istituzioni da essi rappresentate. Due report di evidente rilevanza nel dibattito internazionale ed europeo sulla regolamentazione finanzia: il primo parlava di “un nuovo paradigma” nel rapporto fra istituzioni finanziarie e autorità di supervisione, mentre il secondo esprimeva una call per una riforma complessiva della condotta e cultura dell’attività bancaria. Fra i ringraziamenti alla realizzazione di questo ultimo report compariva anche il nome di Julie Dickson, membro del comitato di vigilanza della Bce, nonostante la sua presenza fosse formalmente in qualità di “osservatrice”.

Vicinanza fra autorità pubbliche e attori privati ad alto rischio se si tiene presente che i membri del G30 e dei suoi gruppi di lavoro provenienti dall’industria finanziaria sono esponenti di grandi gruppi bancari integralmente o in parte sottoposti alla vigilanza della BCE, tra cui ad esempio Axel Weber, presidente del gruppo Ubs e insieme dell’Institute of International Finance, la principale organizzazione rappresentativa degli interessi delle grandi banche americane e internazionali con base a Washington; Jacob Frenkel di JP Morgan (presidente del consiglio di amministrazione del G30); Tidjane Thiam di Crédit Suisse; Gerald Corrigan di Goldman Sachs; Gerd Häusler della Bayerische Landesbank; Guillermo de la Dehesa  del Gruppo Santander e Maria Ramos  della banca inglese Barclays.

Nelle sue raccomandazioni finali alla Bce, il mediatore europeo osservava che l’adesione del presidente della Bce al gruppo Trenta potrebbe dar vita alla “pubblica percezione” che l’indipendenza della Banca centrale “possa essere compromessa”, e che dar adito a tale percezione per un periodo prolungato costituiva un caso di “mala amministrazione”. Pertanto la Bce avrebbe dovuto assicurare la sospensione del suo Presidente dal G30 per la rimanente durata del suo mandato e proibire la partecipazione a tale forum ai suoi futuri presidenti e membri dei suoi organi decisionali.

In una dettagliata risposta pubblicata lo scorso 18 aprile, la Bce ha respinto le raccomandazione del mediatore europeo, affermando che la partecipazione del suo presidente ed esponenti del suo comitato esecutivo al Gruppo dei Trenta si conforma ai più alti standard di trasparenza e riservatezza, tra cui l’obbligo di non affrontare questioni relative a “single banche” per evitare ogni possibile interferenza con i suoi compiti di vigilanza. Al contrario, gli scambi di vedute con i soggetti pubblici e privati membri del G30 sarebbero “nell’interesse della BCE” in quanto supporto al “compimento del suo mandato”, considerato il loro contributo a una “migliore comprensione degli sviluppi degli scenari economici e finanziari internazionali di interesse globale” (TdA).

Nella dichiarazione pubblica rilasciata lo scorso 18 aprile, il mediatore O’Reilly non ha usato mezzi termini nell’esprimere il suo rammarico parlando di una “occasione mancata per una maggiore fiducia” nei confronti della Bce che avrebbe potuto evitare che “emergesse anche la minima percezione che esistano relazioni troppo strette fra i regolatori e le istituzioni regolamentate” (TdA). Molto più duro il commento di Kenneth Haar, ricercatore del Corporate Europe Observatory, secondo cui la scelta di Draghi di ignorare le indicazioni del mediatore europeo sarebbe “oltraggiosa”, annunciando nuove azioni e interventi per garantire un’effettiva trasparenza nelle relazioni della Bce con il settore privato.

In un momento storico in cui l’accresciuto ruolo assunto dalla Bce all’indomani della crisi nel controllo dei sistemi bancari nazionali e nella politica dell’eurozona nel suo complesso si è accompagnato a un crollo generalizzato della fiducia nei suoi confronti da parte della cittadinanza degli Stati membri, come mostrano i dati di un’indaginecondotta dall’Eurobarometer nel 2016, anche un episodio apparentemente secondario come quello in questione aggiunge un colpo ulteriore alla legittimità pubblica verso l’istituzione custode dell’euro e della sua sopravvivenza.