Jobs Act sotto esame: quanti posti di lavoro ha creato realmente?

globalist.it 1 maggio 2018

Ma ha ragione Renzi sui numeri della sua riforma del lavoro? E Zaia sulla tassazione delle imprese?

Jobs Act

L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, ospite su Rai Uno a Che tempo che fa, ha detto (al min. 19’ 50’’): “Per me il Jobs Act ha dato un milione di posti di lavoro”.
Nell’intervista con Fabio Fazio, il segretario dimissionario del Partito Democratico ha confermato la sua chiusura all’ipotesi di un governo con il Movimento 5 Stelle e ha colto l’occasione per rivendicare alcuni successi del suo esecutivo.
ll presidente della Regione Veneto Luca Zaia ha invece pubblicato un video su Facebook accompagnato da alcune frasi in cui riassume il suo intervento, tra cui: “Le nostre imprese non chiedono finanziamenti a pioggia o aiuti, ci chiedono di essere lasciate lavorare, liberate da una tassazione al 68,5% rispetto a una media europea del 46%”.

Zaia sostiene poi che la flat tax sia una possibile soluzione alle troppe elevate tasse in Italia, e critica il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento Cinque Stelle.

Ma ha ragione Renzi sui numeri della sua riforma del lavoro? E Zaia sulla tassazione delle imprese? Iniziamo dalla prima dichiarazione.

Con questo nome si fa riferimento a diverse misure prese dal governo Renzi nel campo del lavoro. Alcune di queste sono strutturali, come l’introduzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Altre sono temporanee, come le decontribuzioni per i nuovi assunti introdotte dalla legge di Stabilità 2015, poi ridotte con quella del 2016.

In generale, il Jobs Act racchiude una serie di provvedimenti creati per raggiungere una maggiore liberalizzazione nel mercato del lavoro italiano e per aumentare l’occupazione. Il principale di questi è stato approvato dal Parlamento a dicembre 2014, mentre il primo provvedimento – il cosiddetto “decreto Poletti” – era diventato effettivo qualche mese prima, a marzo 2014.

Altre misure riguardano la modifica della disciplina sui licenziamenti: il Jobs Act ha eliminato la possibilità di reintegrare un lavoratore licenziato per motivi economici, sostituendola con il pagamento di un indennizzo. Capire con precisione di che cosa stiamo parlando quando parliamo di Jobs Act è cruciale, perché misure diverse hanno avuto impatto diverso: ad esempio, le decontribuzioni non hanno modificato il funzionamento delle leggi sul lavoro – come hanno fatto ad esempio i cambiamenti all’articolo 18 – ma hanno avuto effetti sull’occupazione. Intorno al dubbio se inserire o meno le decontribuzioni ruota gran parte della risposta alla domanda su quanti posti di lavoro abbia creato il Jobs Act.

Secondo l’ultimo aggiornamento disponibile (4 aprile 2018), da febbraio 2014 – data dell’insediamento del governo Renzi – a oggi, il numero totale degli occupati è aumentato di 900 mila unità (891 mila, per la precisione), da 22 milioni e 164 mila a 23 milioni e 55 mila. La crescita si avvicina a quella sottolineata nella dichiarazione dell’ex presidente del Consiglio, ma quest’ultima ha almeno tre limiti.

Il primo riguarda il punto di partenza del calcolo. Come detto in precedenza, se consideriamo come “Jobs Act” solo le modifiche più celebri alle leggi sul lavoro fatte dal governo Renzi, come l’introduzione del contratto “a tutele crescenti”, queste sono state approvate il 15 dicembre 2014. Secondo i dati Istat, gli occupati a dicembre 2014 erano 22 milioni e 390 mila. Da quella data, il numero di occupati totale è aumentato di 665 mila unità. Ma già se consideriamo il decreto Poletti (a marzo 2014) come parte del Jobs Act – se insomma ne diamo un’interpretazione “estesa” – allora i numeri si avvicinano ai 900 mila e al milione citato da Renzi.

Il secondo limite riguarda proprio ciò a cui fanno riferimento questi numeri. Renzi parla di “posti di lavoro”, mentre le statistiche Istat quantificano i dati sugli “occupati”. Non è una differenza da poco: secondo la definizione dell’Istituto nazionale di statistica, infatti, un occupato può essere un lavoratore saltuario o occasionale. Per esempio, è un “occupato” chi ha più di 15 anni e ha svolto almeno un’ora di lavoro retribuita alla settimana, o chi ha lavorato almeno un’ora presso la ditta di un familiare, anche senza essere retribuito.

Il terzo limite è dovuto alla complessità dell’argomento. È semplicistico sostenere che una riforma del lavoro abbia, da sola, portato a effetti così evidenti. In realtà, come per tutti gli interventi di politica pubblica, è difficile calcolare con precisione l’impatto di un provvedimento. In questo caso, va anche tenuto in considerazione ad esempio che un aumento degli occupati è un trend che negli ultimi anni si è registrato in tutta Europa. Per andare più a fondo alla questione, possiamo analizzare alcuni studi condotti da economisti, che sul tema sono piuttosto divisi.

Una ricerca di Paola Sestino ed Eliana Viviano, pubblicata a marzo 2016 dalla Banca d’Italia, si è concentrata sul mercato del lavoro del Veneto e ha stimato che, nel 2015, quasi metà delle nuove assunzioni a tempo indeterminato (il 45 per cento) in quella regione era dovuta ai nuovi incentivi introdotti e al Jobs Act. Ma più nel dettaglio quest’ultimo avrebbe contribuito solo per il 5 per cento all’aumento, mentre gli incentivi per circa il 40 per cento.

Questo studio assegna quindi un ruolo marginale alla riforma del lavoro del governo Renzi nella crescita occupazionale. Un recente contributo arriva da uno studio pubblicato dall’Inps a febbraio 2018, a firma di Tito Boeri e Pietro Garibaldi. Il presidente dell’Inps e il collega hanno preso in considerazione i dati dell’istituto di previdenza per valutare gli effetti dell’introduzione del contratto a tutele crescenti tra il 2015 e il 2017. In totale, sono state selezionate circa 220 mila imprese, con un numero di dipendenti tra 10 e 20. I due ricercatori hanno così analizzato le carriere lavorative di 6,2 milioni di lavoratori, e hanno calcolato gli effetti della nuova formula contrattuale proposta dal Jobs Act. I due risultati più interessanti riguardano le assunzioni a tempo indeterminato e i licenziamenti.

Le prime sono aumentate del 50 per cento nelle imprese con più di 15 addetti, ossia quelle che operano in condizioni di maggiore flessibilità, rispetto alle imprese più piccole. Un risultato simile riguarda però anche i licenziamenti, aumentati di circa il 50 per cento dopo marzo 2015 tra le imprese più grandi.

Nel video dell’emittente televisiva Tva Vicenza, dove era ospite il presidente della Regione Veneto, Zaia si è riferito con precisione al “Total rate tax”. Secondo Zaia, questa espressione fa riferimento alla “tassazione globale sul reddito prodotto” dalle aziende, e in Italia sarebbe di oltre venti punti superiore alla media europea. Il Total tax rate (e non “Total rate tax” come affermato da Zaia) è in effetti un indicatore utilizzato dalla Banca mondiale, che si riferisce alla percentuale di tasse e contributi sui profitti commerciali che le aziende devono versare allo Stato per finanziare la spesa pubblica.

La percentuale citata da Zaia non sembra corrispondere però ai dati della Banca Mondiale. Il Total tax rate, in Italia, è calcolato al 48 per cento nel 2017, non al 68,5 per cento. Ma le stime citate da Zaia potrebbero non essere così sbagliate come sembrano. La CGIA di Mestre, ad esempio, scriveva in una pubblicazione del 2016 che in Italia “il totale delle imposte pagate in percentuale sui profitti commerciali di un’impresa media è pari al 64,8 per cento. L’associazione considerava anch’essa i dati della Banca Mondiale: faceva però riferimento sia a sue elaborazioni che ai dati del 2016, in cui il Total tax rate registrato dalla Banca Mondiale era del 62 per cento: una cifra assai più vicina rispetto a quella citata da Zaia.

A cosa è dovuto questo forte calo? Come hanno scritto la Banca Mondiale e PwC in occasione della pubblicazione del rapporto Paying Taxes 2018, e come specificato nello stesso rapporto, il 2017 è stato in effetti un anno eccezionale per l’Italia. L’indicatore si è abbassato di 14 punti (dal 62 al 48 per cento), con il primo calo così consistente da molti anni, e questo è dovuto principalmente “agli sgravi contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato”.

Una misura temporanea, come abbiamo scritto a proposito della dichiarazione di Renzi, ma che comunque ha permesso un calo sostanzioso della tassazione presso le aziende che vi hanno fatto ricorso. Quanto al confronto europeo, Zaia dice che l’UE ha un total tax rate del 46 per cento. In realtà, quella percentuale venne toccata nel 2006, ma da allora è sempre stata inferiore. Nel 2017, l’UE era poco sopra il 40 per cento, mentre l’Italia al 48. Ad ogni modo, è vero che negli anni precedenti la differenza nel total tax rate tra il nostro paese e l’UE è stata a lungo ai venti punti percentuali: 62 contro 41,3 nel 2016, 64,8 contro 41,5 nel 2015 e così via.

Dunque. L’affermazione di Renzi, secondo cui il Jobs Act ha creato un milione di posti di lavoro, è discutibile. L’aumento citato si avvicina ai numeri corretti solo se si fa riferimento agli “occupati” e non ai “posti di lavoro”, due concetti che vanno tenuti ben distinti. è difficile poi stabilire con certezza il contributo della riforma del lavoro nell’aumento occupazionale in Italia. Alcuni studi sull’argomento sono stati pubblicati, e sembrano indicare che, più delle modifiche alla legislazione del lavoro, il governo Renzi abbia inciso positivamente sull’occupazione grazie alle decontribuzioni temporanee. L’affermazione di Luca Zaia fa riferimento al “total tax rate”, una statistica calcolata dalla Banca Mondiale con una specifica metodologia. Nel 2017, il report della Banca Mondiale ha registrato un repentino calo (dal 62 al 48 per cento), mentre fino al 2016 le cifre erano più o meno quelle citate da Zaia, compresa la differenza di circa venti punti percentuali con la media europea.

BUFFETT CALDO – HAI CAPITO IL VECCHIACCIO! QUANDO TUTTI CRITICAVANO APPLE E PRONOSTICAVANO UN CROLLO DEL LISTINO, WARREN BUFFETT HA FATTO SCORTA DI AZIONI: HA COMPRATO 75 MILIONI DI TITOLI, ED ORA VALGONO 13 MILIARDI DI DOLLARI – NEL COMPLESSO, IL FINANZIERE HA UN INVESTIMENTO DA 42,5 MILIARDI

dagospia.com 4 maggio 2018

Da La Repubblica

iphone xIPHONE X

Mentre molti addetti ai lavori si interrogavano sulle scelte di Apple, dubitando della capacità di continuare a crescere anche con il nuovo iPhone così esclusivo e caro (999 dollari), il guru della finanza Warren Buffett faceva scorta di titoli di Cupertino. E probabilmente sarà stato molto contento, quando nei giorni scorsi Tim Cook ha presentato conti trimestrali positivi che hanno fatto crescere il titolo nelle ultime sedute.

tim cookTIM COOK

Secondo un report della CNBC di cui dà conto Bloomberg, la Berkshire Hathaway Inc. – finanziaria di Buffett – ha comprato una quota aggiuntiva di 75 milioni di titoli Apple nel corso del primo trimestre dell’anno, scommettendo sulla capacità di Cupertino di continuare a fare profitti. Per la CNBC è una quota “sbalorditiva”. Se si guarda al valore medio di mercato nel periodo, la scommessa dell’Oracolo di Omaha si traduce in quasi 13 miliardi di dollari di valore.

warren buffettWARREN BUFFETT

Si tratta di una quota che si aggiunge alle circa 170 milioni di azioni già possedute, e che proietterebbe la holding di Buffett al terzo posto tra i maggiori investitori, sopra State Steet, secondo i dati dell’ageniza Usa. Già in precedenza, Apple costituiva la maggior posizione azionaria aperta da Buffett. Ora, il suo investimento di circa 240 milioni di azioni ha un valore di 42 miliardi di dollari e mezzo.

warren buffettWARREN BUFFETT

 

Indagata la presidente Rai Maggioni per abuso d’ufficio e peculato

globalist.it 4 maggio 2018

Monica Maggioni

I fatti contestati riguarderebbero il periodo in cui la giornalista era direttrice di Rai News: in particolare viaggi effettuati e gare d’appalto mancanti per le piattaforme della tv pubblica

Il presidente della Rai Monica Maggioni è indagata dalla procura di Roma in relazioni a fatti relativi a quando era direttore di Rai News. I reati ipotizzati, secondo quanto apprende l’agenzia di stampa Ansa che ha lanciato la notizia, , sono abuso d’ufficio e peculato. L’indagine riguarderebbe sia viaggi effettuati da Maggioni anche per presentare il suo libro sia affidamenti diretti e senza gara d’appalto di servizi per le piattaforme dei nuovi media da parte di Rai News.
L’indagine dei magistrati romani è partita in seguito ad un esposto presentato dal presidente dell’Associazione ‘Rai bene comune’ Riccardo Laganà nel quale si ipotizzavano una serie di presunti illeciti che sarebbero stati compiuti da Maggioni dal 2013 al 2015.
In seguito a quella denuncia, a ottobre scorso la Guardia di Finanza fece un’acquisizione di documenti nella sede Rai di viale Mazzini. “Stiamo fornendo tutta la documentazione richiesta – dissero allora fonti Rai – che era, tra l’altro, già stata consegnata all’Autorità nazionale anticorruzione”.
La Rai: solo un fatto tecnico
Gli avvocati che seguono la vicenda per Rai comunicano che le indagini si sono concluse, che l’iscrizione è solo un fatto meramente tecnico e che, ragionevolmente, si arriverà in breve tempo al definitivo chiarimento sulla vicenda”. Lo scrive Viale Mazzini in una nota a proposito delle indagini della Procura di Roma sulla presidente Rai, Monica Maggioni, con le accuse di abuso d’ufficio e peculato.
“Di più, su questa stessa vicenda Anac ha svolto approfondite indagini che si sono concluse in data 7 marzo 2018 con un provvedimento di archiviazione”, conclude la nota della Rai.

 

Crac BPVi e Veneto Banca, a lezione sulle banche: 1 milione di euro dalla Regione

Di Rassegna Stampa vicenzapiu.com 4 maggio 2018

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Azioni e obbligazioni, «derivati» e titoli di Stato. Piani di investimento, piani di accumulo, piani di risparmio. Fondi pensione. Fondi assicurativi. Fondi azionari, obbligazionari, bilanciati, monetari, aperti, chiusi. «Armonizzati». Sembra arabo? Per molti – quasi tutti – lo è. Eppure i soldi, alle volte i risparmi di una vita intera, vanno a finire lì, quasi sempre perché a consigliarlo è un esperto di cui, obtorto collo, ci si deve fidare ciecamente.

«L’analfabetismo finanziario», e cioè la scarsa (nulla?) conoscenza dei meccanismi che regolano l’economia e la finanza, è un problema noto agli addetti ai lavori, preoccupante a tal punto che nel 2017 la Banca d’Italia ne ha fatto oggetto di un apposito focus in cui si sottolinea la diffusa incapacità degli italiani, «popolo di risparmiatori», di adottare comportamenti adeguati ai loro mezzi di sostentamento (tipo: non indebitarsi per coprire le spese quotidiane), fare scelte appropriate nel lungo periodo, distinguere rischi e opportunità nel mare magnum dell’offerta di prodotti finanziari. In Veneto l’argomento è tornato prepotentemente d’attualità dopo il crack di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, quando giorno dopo giorno, scoperchiando un vaso di Pandora, si è scoperto che molti risparmiatori avevano firmato senza sapere che stessero firmando, semplicemente «sulla fiducia» verso un direttore di filiale e la sua stretta di mano. E così hanno perso tutto. Proprio da qui, e dal lavoro svolto dalla prima commissione d’inchiesta sul sistema bancario del Veneto (ora è al lavoro una seconda), il consiglio regionale ha approvato ieri all’unanimità una legge dal titolo «Iniziative regionali di accrescimento del benessere sociale attraverso l’educazione economica e finanziaria» che intende intervenire proprio sull’alfabetizzazione economico-finanziaria dei veneti. Funzionerà? La Regione ci scommette (meglio: ci investe) un milione di euro solo per il 2018.La legge, primo firmatario Maurizio Conte di Forza Italia (che della commissione d’inchiesta fu il presidente) prevede una serie articolata di iniziative, sotto la regia del consiglio. Uno: l’allestimento di programmi di educazione finanziaria ed economica, con l’università o altri soggetti pubblici o privati, che consentano di prevenire guai, valutare la professionalità degli operatori, riconoscere la qualità delle consulenza, valutare criticamente i diversi prodotti. Due: la concessione di finanziamenti alle associazioni dei consumatori che istituiscono sportelli informativi e di assistenza. Tre: corsi di formazione e informazione rivolti alle piccole e medie imprese realizzati tramite Veneto Sviluppo, con particolare attenzione alla strutturazione finanziaria dell’azienda e il miglioramento del rapporto con gli istituti di credito. Quattro: l’attivazione, d’intesa con l’Ufficio scolastico regionale, negli istituti di ogni ordine e grado, di iniziative di istruzione e formazione sui temi dell’economia, della finanza e del risparmio. Infine, si vorrebbe indire una «Settimana regionale dell’economia e del risparmio», che si potrebbe strutturare sull’esempio del Festival dell’Economia di Trento o il Festival Città Impresa di Vicenza. Tutti soddisfatti in consiglio, dall’autore Maurizio Conte («E nostro compito, in qualità di legislatori, fornire strumenti utili per la protezione dei cittadini, evitando a tanti risparmiatori di ritrovarsi in futuro ad affrontare nuove truffe») alla Lega, il Pd e il M5S. Unico perplesso, l’indipendentista Antonio Guadagnini: «Non vorrei – ha chiosato pur votando a favore che passasse l’idea che chi ha perso i soldi nel crack era un povero sprovveduto ignorante o che peggio si spingesse la gente verso una sorta di “autocura” che incentiva il fai-da-te: quando si tratta di finanza è sempre meglio rivolgersi agli esperti».

di Marco Bonet dal Corriere del Veneto 

Perché la PSD2 è un’opportunità per le banche (e spiana la strada alla trasformazione digitale)

https://www.economyup.it/innovazione/perche-la-psd2-e-unopportunita-per-le-banche-e-spiana-la-strada-alla-trasformazione-digitale/ 4 maggio 2018

Da inizio anno è entrata in vigore la nuova normativa europea sui pagamenti. Il mercato dei servizi finanziari si aprirà ai colossi della tecnologia, con vantaggi significativi anche per i consumatori. Per gli istituti di credito il futuro sembra incerto, ma chi saprà innovare potrà consolidare la propria leadership

Lo scorso 13 gennaio è entrata ufficialmente in vigore la normativa europea sui pagamenti digitali, denominata PSD2 (Payment Service Direttive 2). Si tratta di una novità rilevante per il mondo dei servizi finanziari, in grado di spianare la strada alla cosiddetta digital transformation nel settore bancario. A guidare il cambiamento è soprattutto il paradigma dell’open banking, destinato a cambiare in modo radicale il modo di fare banca. Perché se da un lato ci troveremo di fronte a servizi più aperti, più accessibili e più facili da utilizzare, tanto per i clienti quanto per le aziende; dall’altro il panorama competitivo muterà profondamente, dando il via all’ingresso in campo di nuovi attori, fino ad oggi lontani da questo settore, ma oggi fortemente interessati al business dei servizi finanziari. Ma andiamo con ordine.

Che cosa cambia con l’introduzione della PSD2

I principali vantaggi derivanti dall’introduzione della PSD2 sono rivolti in prima istanza ai consumatori. Come spiega il sito pagamentidigitali.it, a loro sarà data la possibilità di utilizzare servizi diversi da quelli delle banche (rivolgendosi ai cosiddetti TPP, Third Party Provider) sia per quanto riguarda le operazioni di pagamento, sia per richiedere prestiti o effettuare investimenti. A livello di costi, poi, più di qualcosa si è mosso. A cominciare dalla modifica dell’articolo 62 del codice del consumo (relativo alle tariffe per l’utilizzo dei mezzi di pagamento), secondo cui d’ora in avanti nessun professionista potrà imporre ai consumatori spese aggiuntive per l’utilizzo di strumenti di pagamento digitali. Inoltre le commissioni interbancarie non potranno superare lo 0,2% del valore dell’operazione, per i pagamenti tramite carta di debito, valore che sale allo 0,3% se il pagamento viene effettuato tramite carta di credito. Senza dimenticare l’abilitazione del credito telefonico come modalità di pagamento per alcune tipologie di beni e servizi.

Ma maggiore apertura significa anche maggiore sicurezza. Il testo della PSD2, infatti, si apre allo sviluppo di misure di sicurezza e di protezione della privacy utili a garantire sempre più tranquillità ai consumatori. Anche perché tra le rivoluzioni in capo alla normativa, c’è la possibilità da parte di chiunque di accedere ai dati dei clienti (solo nel caso in cui questi ne forniranno il consenso). A questo proposito giocano un ruolo fondamentale le piattaforme di Big Data, sempre più utili per lo studio dei comportamenti, dei gusti e delle esigenze di ciascun cliente, nell’ottica di proporre offerte sempre più personalizzate.

Ad alimentare questo il processo di trasformazione digitale del settore finanziario saranno senza dubbio smartphone e dispositivi wearables. Grazie a questi device, infatti, negli ultimi anni si è parlato sempre di più di pagamenti digitali. Tutto il filone del mobile payment, per esempio, è già una realtà consolidata e sono ormai diverse le iniziative che permettono di digitalizzare la carta di credito, con la possibilità di effettuare pagamenti con lo smartphone. Non meno importante sarà il compito dei dispositivi indossabili, che ci permetteranno di pagare un caffè al bar con un smartwatch o un braccialetto elettronico.

Perché la PSD2 spiana la strada all’innovazione nelle banche

E le banche? Come stanno reagendo a questa ventata di innovazione? La regolamentazione dei servizi di pagamento è anche frutto dell’interesse che arriva dal mondo degli OTT (Over The Top). Società come Google, Facebook, Amazon, Apple, Alibaba, infatti, hanno messo da tempo gli occhi (e le mani) sui servizi finanziari. E la loro forza sta soprattutto in due fattori: il potenziale finanziario di cui godono, e la grossa mole di dati degli utenti di cui sono in possesso.

In questo contesto, per non perdere la leadership, gli istituti di credito hanno necessità di innovare. Il rischio è di finire travolti dalla potenza di fuoco di questi nuovi giocatori digitali. Marco Bragadin, CEO di ING Italia, gruppo che ha fatto dell’innovazione il suo cavallo di battaglia, sostiene che: «l’avvento nel settore dei servizi finanziari di colossi del Tech come Amazon, Apple Facebook, Google e Alibaba è certamente un fattore di cui il settore bancario deve tener conto per non mettere a rischio la sua sopravvivenza. L’introduzione della PSD2, di fatto ridefinisce il mercato europeo dei pagamenti aprendo le porte dell’open banking. È pensabile che anche i colossi del tech potranno presto proporsi come istituti di credito, fornendo forme di finanziamento, piccoli prestiti e investimenti. Per questo è fondamentale che le banche investano in modalità sempre più innovative per l’erogazione di servizi di pagamento e di credito».

E in questa direzione si è mossa proprio ING. Dalla collaborazione con una startup, Kabbage – azienda americana leader nel settore dei prestiti veloci alle pmi –  il gruppo olandese ha realizzato “Prestito Arancio Business”, un  servizio di instant lending che offre finanziamenti fino a 100mila euro, senza garanzie reali/personali totalmente paperless, con un processo di richiesta rapido e che garantisce una risposta sulla valutazione creditizia in soli 10 minuti.

Dalla festa dell’Esercito un messaggio alla politica: servono più risorse

Stefano Vespa formiche.net 4 maggio 2018

Dalla festa dell’Esercito un messaggio alla politica: servono più risorse

Chi c’era e cosa si è detto alla festa per il 157° anniversario della costituzione dell’Esercito

Sono finiti i tagli alle risorse e, con il Libro bianco, è stato messo a punto un progetto di ampio respiro per la riforma della Difesa, ma tanto resta ancora da fare. L’intervento di Roberta Pinotti alla festa per il 157° anniversario della costituzione dell’Esercito è stato inevitabilmente un bilancio della sua attività di ministro della Difesa. “Non sono stati anni facili, in un contesto economico difficile”, ha detto, ma si è intensificata la trasformazione interforze e sono state attivate nuove capacità “come nel caso della difesa cibernetica”. Il ministro ha ammesso di “di non essere riusciti a fare tutto ciò che avremmo voluto”: le misure per la riduzione dell’età media dei militari, la necessità di stabilizzare il flusso di risorse per rinnovare gli equipaggiamenti, gli interventi di riorganizzazione “per avere una linea di comando più snella e per rafforzare la dimensione interforze”, riferimento quest’ultimo alla mancata approvazione del Libro bianco nella scorsa legislatura. Ecco perché il ministro crede che “la politica saprà assumere le decisioni che servono” per mantenere le Forze armate al passo con i tempi. Quanto all’Esercito, oggi è composto da “‘professionisti adulti’ che sanno combattere se e quando necessario, sanno usare la diplomazia e la persuasione, sanno addestrare ed educare, sanno soccorrere ed aiutare”. È la sintesi degli impegni degli ultimi anni: dalle capacità espresse nelle missioni agli interventi in caso di calamità naturali come i terremoti nel Centro Italia.

Anche il generale Salvatore Farina, alla sua prima festa come capo di Stato maggiore dell’Esercito, ha detto di auspicare “vivamente un aggiornamento dello strumento militare” aggiungendo che, in prospettiva, sono necessarie ulteriori integrazioni e sinergie interforze. Le cifre che ha ricordato confermano l’impegno della sua forza armata: circa 7mila soldati in Italia nell’operazione “Strade sicure” e più di 4mila nelle missioni in 14 Paesi diversi tra cui Libia, Kosovo, Afghanistan e (anche se per ora solo con 40 unità) Niger, dove la missione è in stand by e “si svolgerà sulla base delle richieste dell’autorità nigerine in un’area complessa”, come ha detto a margine della festa il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano.

Nel suo intervento Graziano ha rilevato che ormai si opera sempre più in ambiti internazionali dove “si conta per quanto si fa e per come ci si presenta”. Da appassionato di storia, anche stavolta ha ricordato certi passaggi della Prima guerra mondiale, quando “l’Italia fu un sistema-Paese ante litteram: dal 1917 al 1918 tutta l’Italia fu impegnata a vincere la guerra” aprendo la strada per “costruire l’unità nazionale”. Le sue parole non avevano il minimo retrogusto politico, eppure, in questa fase così convulsa, ricordare l’unità di intenti di quei drammatici momenti per l’interesse comune potrebbe portare a un soprassalto di responsabilità e convincere i partiti a dare una mano al Presidente della Repubblica.

INNO ALLA STUPIDITÀ – VIDEO: A BERLINO UN RAGAZZO SALTA DA UN VAGONE DELLA METROPOLITANA IN CORSA NELLE ACQUE DEL CANALE LANDWEHR – LA SCENA VIENE RIPRESA DA TRE TELECAMERE E IL VIDEO FINISCE SUI SOCIAL A CACCIA DI “LIKE” – LA POLIZIA PARLA DI “ISTIGAZIONE AL SUICIDIO”

dagospia.com 4 maggio 2018
VIDEO: TRAIN SURFING A BERLINO

DAGONEWS

ragazzo salta da un treno in corsa 4RAGAZZO SALTA DA UN TRENO IN CORSA 4

È già diventato virale l’ennesimo filmato, inno alla stupidità, girato da ragazzi a caccia di emozioni estreme che rischiano la vita in modo totalmente incosciente pur di vivere sensazioni adrenaliniche e raccogliere sul web visualizzazioni e “like” a più non posso: una moda che dilaga da anni e che non accenna ad arrestarsi.

Visto già da oltre 110mila persone, l’ultimo video che sta spopolando online è stato realizzato recentemente a Berlino: nelle immagini si vede un adolescente che, in piedi con un amico sul tetto di un vagone della metropolitana lanciato a tutta velocità, prende la rincorsa e si lancia nel vuoto, facendo un volo di 20 metri prima di finire nelle acque del canale Landwehr.

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La scena è ripresa da tre telecamere: una è manovrata dall’amico che resta sul tetto del vagone, l’altra è la bodycam del ragazzo che si lancia e la terza è quella nelle mani di un loro amico che da terra filma il salto nel fiume.

La bravata, tanto inutile quanto pericolosa, è stata effettuata lungo la linea U1 della metro nei pressi della stazione Moeckernbruecke, su uno dei tratti di ferrovia più antichi di Berlino, gran parte del quale corre in superficie lungo un viadotto.

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Definita dalla polizia come una “istigazione al suicidio”, sembra realizzata non a caso negli stessi luoghi dove fu girato il film “Bourne Supremacy” del 2004, con Matt Damon, in perfetto stile Jason Bourne.

La moda del surf sui tetti dei treni prese piede negli anni ’90 e da allora ha fatto registrare molti incidenti, alcuni dei quali mortali.

Nello stesso tratto della metro di Berlino, nel settembre 2016, alla stazione di Moeckernbruecke un ragazzo di 22 anni fu trovato morto sul tetto di un vagone dopo aver sbattuto violentemente la testa contro la trave di un ponte durante la corsa del convoglio.

ragazzo salta da un treno in corsa 2RAGAZZO SALTA DA UN TRENO IN CORSA 2ragazzo salta da un treno in corsa 1RAGAZZO SALTA DA UN TRENO IN CORSA 1

 

Banche, dopo gli NPL la BCE guarda ai rischi di mercato

A CURA DI 

https://www.creditvillage.news/2018/05/04/banche-dopo-gli-npl-la-bce-guarda-ai-rischi-di-mercato/

Dopo aver fissato le nuove linee guida sulla gestione dei Non Performing Loans, la Banca Centrale Europea è intenzionata a mettere nuovi paletti anche sui rischi di mercato, tra cui spicca il controllo degli strumenti meno liquidi Level 2 Level 3. Poiché stiamo andando verso un rialzo dei tassi di interesse e un aumento della volatilità nei mercati finanziari (considerando anche le conseguenze della Brexit), le banche potrebbero trovarsi impreparate, anche perché il lungo periodo di liquidità abbondante e tassi sotto lo zero hanno incentivato l’assunzione di rischi e carry trade.

Lo ha spiegato due giorni fa in un discorso alla Financial Times Fitch Global Banking Conference a Londra Ignazio Angeloni, membro del Consiglio di Vigilanza che fa capo alla Bce. In sostanza fin’ora l’attività del Single Supervisory Mechanism si è concentrata soprattutto sui requisiti patrimoniali delle banche europee, per migliorarne la solidità, e si è chiesto loro di liberarsi dei crediti problematici in pancia. E infatti negli ultimi 3 anni, da fine 2014 a fine 2017, il ratio dei crediti deteriorati lordi è sceso dal 7,6% al 4,9% in media, con una riduzione sullo stock in essere dei NPLs del 25%. Nello stesso periodo, però, il CET-1 per le banche più significative direttamente vigilate dalla Bce è salito in media del 3% portandosi al 14,6%.

All’orizzonte ci sono la fine del Quantitative Easing e dell’era dei tassi negativi che rappresenteranno una nuova sfida per le banche. Da un’analisi della Bce sul rischio di tasso d’interesse nei bilanci delle banche è emerso come i modelli interni tendano ad essere basati “solamente” su un periodo di tassi in calo. A tal proposito Angeloni ha sottolineato che in futuro la supervisione della BCE darà maggior peso alle analisi di impatto per misurare gli effetti della regolamentazione bancaria. D’altronde già nel 2016 è scattata l’operazione TRIM (Targeted review of internal models), che si concluderà nel 2020, e che ha l’obiettivo di monitorare più da vicino gli strumenti meno liquidi Level 2 Level 3.

Dunque una BCE che sposta la sua attenzione sui derivati, dopo aver chiuso il cerchio sui requisiti patrimoniali, mettendo in guardia le banche sulle maxi rettifiche. Qualche giorno fa, infatti, la vigilanza europea avrebbe inviato una lettera riservata alle banche e alle società di revisione per “avvertire” un’attenzione particolare da parte di Francoforte sulle valutazioni contabili legate ai nuovi standard contabili Ifrs9. Stando a quanto ha scritto il Sole 24 Ore, la BCE avrebbe comunicato di star esaminando i conti degli istituti significativi per capire se ci siano stati effetti “indesiderati” sul calcolo del Cet1 ratio causati da un “incorretto utilizzo dei fattori” utilizzati per il calcolo delle rettifiche. L’ipotesi che la BCE vuole verificare è che le banche non abbiano approfittato dei benefici derivanti dall’introduzione graduale dell’impatto della riforma del principio contabile. La regolamentazione infatti prevede di poter diluire l’extra svalutazione nei prossimi cinque anni, in maniera graduale, andando a erodere il capitale senza impattare sul conto economico. Secondo la Vigilanza, le banche potrebbero aver effettuato “un’errata stima dello stock degli accantonamenti determinati in base allo Ias39 a fine 2017” oppure “nell’importo totale e nell’assegnazione degli accantonamenti nel quadro della first time adoption dell’Ifr9”, come si legge nella lettera che Il Sole ha avuto modo di visionare.

INTESA SAN PAOLO – CONTRATTO NOTAIO MARCHETTI BANCHE VENETE DEL 26 GIUGNO 2017 –

MI DOMANDO QUALCUNO DI VOI HA MAI SENTITO PARLARE DEL SIGNOR PAOLO MARIA GRANDI NATO A MILANO IL 27 NOVEMBRE 1954 IN FORZA DI QUANTO PREVISTO DALL’ARTICOLO 21 DELLO STATUTO DI INTESA ED IN QUALITA DI CHIEF GOVERNANCE OFFICER IN ESECUZIONE DELLA DELIBERA INTESA DEL 25 GIUGNO 2017 AUTORIZZATO A FIRMARE IL CONTRATTO DI CESSIONE DI AZIENDA?

FINO AD OGGI HA PARLATO SOLO CARLO MESSINA CONSIGLIERE DELEGATO – E MI DOMANDO PERCHE IN QUALITA DEI POTERI A LUI ATTRIBUITI DA INTESA SAN PAOLO NON HA SOTTOSCRITTO LUI STESSO  IL CONTRATTO BANCHE VENETE CON I COMMISSARI LIQUIDATORI?

UNA RISPOSTA C’E’ SEMPRE .

MA CARLO MESSINA EVITA DI RISPONDERE E ALLORA LA GIUSTIZIA DEVE FARE IL SUO CORSO VELOCEMENTE.

PAOLO POLITI

CONTRATTO DEL 26 GIUGNO 2017

https://drive.google.com/file/d/0B79_g8yAOzcBdEhHdkdZZXJOemc/view

DOMANDA FACILE FACILE:COME FINIRA’ LA VICENDA BANCHE VENETE INTESA SAN PAOLO E CHE RISVOLTI PENALI E CIVILI AVRA’ SU MOLTE PERSONE COINVOLTE DAL CONTRATTO DEL NOTAIO MARCHETTI AL DECRETO 99/2017 FINO AD ARRIVARE AD OGGI ?

IL MIO PARERE :

MOLTO PESANTI PER CHI HA VOLUTO O HANNO VILUTO FARE I FURBI SULLE SPALLE DEGLI AZIONISTI E CORRENTISTI GENTE UMILE E LAVORATORI.

MI AUGURO CHE LA PROCURA INCARICATA POSSA VELOCEMENTE AGIRE VELOCEMENTE  PERCHE LA VITA DELLE PERSONE COLPITE ANCHE DA GRAVI MALATTIE E’ UNA SOLA E NON POSSONO PERMETTERSI DI ATTENDERE ANNI – CHI DEVE PAGARE PAGHI IMMEDIATAMENTE E SE NE VADA SUBITO IN GALERA.

ANNO 2016 -DOMANDA FACILE FACILE: IL MARCO MORELLI PROSSIMO AD DI MONTEPASCHI E’ LO STESSO MARCO MORELLI DIRETTORE FINANZIARIO DI MPS CHE GESTI’ L’ACQUISIZIONE DI ANTONVENETA? – INDAGATO ED ARCHIVIATO DALLA MAGISTRATURA PER I DERIVATI “ALEXANDRIA” E “SANTORINI”, VOLUTI DA MUSSARI – IL RUOLO DI BASSANINI

DAGOSPIA.COM 12 SETTEMBRE 2016

Andrea Giacobino per www.andreagiacobino.worldpress.com

Sembra il titolo di un giallo, ma è quello più adatto ad un film dell’orrore: l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Fuori di metafora, a meno di soprese dell’ultima ora, questa settimana il consiglio d’amministrazione di Mps incoronerà Marco Morelli, oggi top banker per BofA Merrill Lynch, come nuovo amministratore delegato.

marco morelliMARCO MORELLI

Fin qui si sono spese parole sui mandanti dell’uscita forzata del suo predecessore Fabrizio Viola, dal duo ex Goldman Sachs di Claudio Costamagna (Cdp) e Massimo Tononi (presidente della banca), al duo delle banche che hanno studiato l’aumento di capitale di 8 miliardi di euro, Jp Morgan (nelle cui fila Morelli ha militato) e Mediobanca. E parole si sono spese anche sui presunti “padrini” di Morelli, dallo stesso Matteo Renzi a Giuseppe Guzzetti, “arzillo nonnetto” capo di Fondazione Cariplo e dell’Acri.

In realtà nessuno si è soffermato di quanto, purtroppo, è stato già importante Morelli a Rocca Salimbeni. Basta andare sul sito personale del banchiere (www.marco-morelli.com) e ragionare.

VIGNI MUSSARIVIGNI MUSSARI

In esso si dice che Morelli “da giugno 2006 a febbraio 2010 ha ricoperto i ruoli di vice direttore generale di Banca MPS, responsabile divisione corporate banking e capital markets, e successivamente chief financial officer. E’ stato anche amministratore delegato di MPS Capital Services Banca per le imprese”.

Quindi cominciamo col dire che Morelli ha partecipato, in qualità di altissimo dirigente, al disgraziato acquisto di Antonveneta avvenuto sotto la presidenza di Giuseppe Mussari e la direzione generale di Antonio Vigni tra fine 2007 e inizio 2008, costato alla banca (di cui advisor era Mediobanca) circa 9 miliardi al netto dei finanziamenti.

Ma c’è di più. Quando esplode lo scandalo dei derivati Alexandria e Santorini e Mussari viene indagato e defenestrato, arriva al suo posto Alessandro Profumo. Il suo primo bilancio (2012) perde 3,17 miliardi, l’ultimo (2014) è finito in rosso per 5,3 miliardi con un 2013 in passivo per 1,4 miliardi: in totale in tre anni sotto la presidenza di “Arrogance” il Monte ha bruciato oltre 10 miliardi e varato due aumenti di capitale da 8 miliardi.

Alessandro Profumo Fabrizio ViolaALESSANDRO PROFUMO FABRIZIO VIOLA

Le chiacchiere sostengono che tutti i problemi di Mps sono legati ai famosi derivati, vicenda nella quale Morelli, che pure era informato, è stato indagato ma poi archiviato.

In realtà il buco del Monte arriva sia dalla svalutazione degli avviamenti (1,5 miliardi nel 2012), ma soprattutto dalla voragine delle perdite sui crediti: oltre 2,6 miliardi nel 2012, 2,8 miliardi un anno dopo e 7,8 miliardi nel 2014. La Banca Centrale Europea ha messo il dito sulla piaga quando nell’ottobre del 2015 ha compilato la sua Asset Quality Review sul Monte: “La qualità degli attivi della banca è ancora influenzata dalla politica espansiva adottata in anni recenti (2008-2010), dalla scarsa qualità (sotto la media) del portafoglio-crediti della ex Antonveneta e il basso livello degli standard di erogazione del credito verso parti correlate e il territorio di riferimento”.

ENRICO ROSSIENRICO ROSSI

In altre parole significa che sotto Mussari e sotto la direzione finanziaria di Morelli (che proponeva e deliberava i crediti) il Monte ha erogato denaro in modo scriteriato, anche e soprattutto agli “amici” (parti correlate) o esponenti vicini all’allora consiglio d’amministrazione. Chi sono stati i beneficiati? Nessuno lo sa. Profumo ha svalutato oltre 12 miliardi di crediti in tre anni ma non ha detto chi era cattivo debitore della banca.

La “glasnost” c’è stata solo per via indiretta con almeno due nomi di creditori: il pastificio Amato (cui Mps prestò 19 milioni) e la Sorgenia allora di Carlo De Benedetti, che vide il Monte oltre che azionista anche erogatore di almeno 600 milioni di fidi.

bassanini linda lanzillottaBASSANINI LINDA LANZILLOTTA

“Fuori i nomi dei beneficiari dei crediti facili”. Nella sua bacheca Faceboook il governatore della Toscana Enrico Rossi ha scritto qualche settimana fa: “Il Monte Paschi di Siena è in difficoltà estreme per i crediti deteriorati e il Sole 24 Ore chiarisce che il Monte vanta 24 miliardi di crediti malati: un’enormità anche rispetto ad altre banche italiane.

Di grazia, potete fornirci i nomi dei primi cento grandi beneficiari di questi crediti facili? Potremmo così capire meglio l’intreccio politico e affaristico che ha attraversato il Monte dei Paschi durante la gestione Mussari. Poiché si dovrà fare un intervento pubblico, noi cittadini abbiamo diritto di sapere!”.

L’antirenziano Rossi è servito: fra poco i 100 nomi potrà chiederli direttamente a Morelli. Della cui nomina sono lieti Franco Bassanini e la moglie Linda Lanzillotta. E l’ex presidente di Cdp, come tutti sanno, ha sempre contato molto a Siena.

Farinetti pronto a fare cassa. Eataly verso un socio cinese

 il giornale.it 4 maggio 2018

Oscar Farinetti sembra voler seguire lo stesso copione del 2002, quando ha venduto la catena di elettrodomestici Unieuro creata dal padre Paolo riuscendo a incassare 528 milioni.

Un conto salato pagato dagli inglesi di Dixons, del gruppo DSG International, che qualche anno dopo hanno deciso di liberarsi perdendoci della maggioranza della società.

Nel frattempo Farinetti junior aveva già reinvestito quei milioni per iniziare l’avventura di Eataly che ha chiuso il 2017 con un milione di utile dal rosso di 21 milioni dell’esercizio precedente. Farinetti ne ha già ceduto il timone (nel 2015) all’ex Luxottica, Andrea Guerra (oggi presidente esecutivo del gruppo), e passato le azioni ai figli. L’ultimo step è monetizzare, come aveva fatto nel 2002. Come? Quotando Eataly in Borsa e chiamando a bordo un nuovo compagno di viaggio. Cinese.

Sul tavolo, ha detto ieri Guerra presentando il bilancio, ci sono due opzioni: una partnership con un socio locale o l’apertura del capitale a un investitore industriale cinese da chiudersi già entro l’estate. «Sono aperte entrambe le possibilità» ha commentato il manager senza fare nomi ma escludendo dalla possibile alleanza i colossi pubblici. «Abbiamo contatti con holding finanziarie, società attive nell’ospitalità e player digitali», ha detto accennando al «dialogo con i primi due o tre operatori cinesi». Impossibile non pensare ad Alibaba, il numero uno nel commercio digitale cinese, anche se poi conferme non ce ne è neanche l’ombra.

Il progetto di quotazione in Borsa infine resta confermato: sarà nel 2019 a Piazza Affari e portare sul mercato il 30% del capitale per una valorizzazione che, secondo le indiscrezioni di mercato, potrebbe attestarsi tra i 2 e i 3 miliardi. Al momento Eataly è controllata dalla la famiglia Farinetti con il 60% del capitale e partecipata da Tip con il 20% circa e dalla società Carlo Albero che fa capo a Luca Baffigo Filangeri e Elisa Miroglio con un ulteriore 20% circa. Lo stesso Guerra potrebbe salire nei prossimi mesi fino al 3% del capitale.

Farinetti è convinto che il gruppo possa valere fino a 3 miliardi e conta dunque di far incassare ai soci circa un miliardo. Livello considerato da alcuni esperti estremamente elevato alla luce di un ebitda che l’anno scorso è stato di circa 25 milioni. Resta da capire se l’Ipo sarà strutturata come semplice vendita di quote da parte dei soci o prevederà anche un aumento di capitale. Nei prossimi mesi, intanto, potrebbero entrare nella holding nuovi soci, come la famiglia Bastianich, il socio della controllata Usa. È infatti allo studio il passaggio della famiglia dalla controllata alla holding.

Quanto ai conti, il gruppo punta a superare i 700 milioni di ricavi nel 2020 dai 465 milioni raggiunti nel 2017.

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IL GRANDE PREGIO  DI FARINETTI E’ CHE UN BRAVO ASSEMBLATORE DI IDEE MA PURTROPPO ANCHE LUI COME TUTTI HA DEI GROSSI LIMITI

Tim, ribaltone in assemblea. Elliott mette all’angolo Vivendi e piazza 10 uomini in consiglio. Decisivo il sostegno della Cdp

Questa foto del 4 maggio 2018 raffigura il logo della Tim sul palazzo di Rozzano dove si è svolta l’assemblea degli azionisti. MIGUEL MEDINA / AFP (Getty Images)

E’ durata meno del previsto l’assemblea degli azionisti di Tim che ha consegnato la vittoria, e quindi il controllo del consiglio di amministrazione, al fondo americano Elliott e ha visto soccombere i francesi di Vivendi. Il tutto con il probabile sostegno agli americani della Cassa depositi e prestiti(Cdp). Non erano nemmeno le 14.30 del 4 maggio e l’assise era già terminata con un verdetto pesante come un macigno per i primi azionisti transalpini, presenti in assemblea con quasi il 24% del capitale: la maggioranza del cda, vale a dire dieci posti sui 15 disponibili, va al fondo attivista Elliott (8,85% del capitale).

Il vicepresidente di Tim Bernabè all’assemblea del 4 maggio 2018

Nel dettaglio, a fronte della presenza in assemblea del 67,15% del capitale di Telecom, la lista numero 2 del fondo americano di Paul Singer ha raccolto quasi il 50% dei voti(49,84%) contro il 47,18% della lista numero 1 dei francesi. Dato l’esito, è assai probabile che la Cdp, presente in assise con il 4,93% del capitale, si sia schierata a favore del fondo a stelle e strisce. Se così fosse, il suo voto sarebbe stato determinante per decretare la vittoria di Elliott.

Significativo per comprendere come abbia votato la Cassa, controllata a maggioranza dal ministero dell’Economia, è anche il “cinguettio” su Twitter riferito a Tim del ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda“Performance di borsa a parte, importante che diventi una vera public company, che i conflitti di interesse con gli azionisti (il riferimento sembra essere a Vivendi, ndrnon la danneggino più e che si acceleri su separazione rete. Monitoreremo con attenzione”. E la separazione legale della rete fissa è uno dei cardini del piano di Elliott.

Il tweet di Calenda

Che Cdp si sia schierata con il fondo americano ha suscitato le ire dei francesi. La vittoria di Elliott “non è stata decisa dal mercato” ma “dal fatto che la controllata dal governo Cdp ha votato per un hedge fund americano invece che per un socio di lungo termine industriale”, ha tuonato Simon Gillham, portavoce di Vivendi, dando quindi per scontato che la Cdp abbia sostenuto gli americani. “Siamo sorpresi da questo. Ci domandiamo come un azionista controllato dal governo con soldi pubblici possa votare per un hedge fund americano di breve termine che fa copertura della sua quota e che quindi non è qui per il lungo termine”, ha aggiunto Gillham.

L’esito del voto sul rinnovo del cda all’assemblea di Tim del 4 maggio 2018

La Vivendi di Vincent Bolloré, a questo punto, piazza in consiglio appena cinque rappresentanti. Tra questi, l’attuale amministratore delegato Amos Genish, che sarà confermato in questo ruolo anche dal nuovo cda espressione di Elliott; e il presidente del consiglio di gestione di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine. Per il fondo americano entrano invece in consiglio dieci amministratori, tra cui Fulvio Conti (proposto per la presidenza), Alfredo Altavilla, Massimo Ferrari e Luigi Gubitosi.

“Non siamo mica in curva sud!”, ha invitato gli azionisti all’ordine il vicepresidente uscente di Tim, Franco Bernabè, dopo che in assemblea si sono alzate urla di gioia per la vittoria di Elliott. Il fondo americano ha confermato in una nota che sosterrà completamente l’ad Genish, compreso il suo piano industriale, e tutto il management di Tim. “Elliott– ha spiegato il fondo in una nota – ora auspica un dialogo costruttivo e che vengano prese in considerazione dal management e dal cda indipendente le sue proposte per creare valore in Tim”.

Tim, assemblea 4 maggio 2018

Vivendi, in una nota, ha invece fatto sapere che vigilerà attentamente affinché Genish “riceva dagli amministratori proposti da Elliott tutte le assicurazioni e le garanzie che il piano industriale 2018-2020 possa essere realizzato nella sua interezza e nella sua coerenza”. Il gruppo dei media francese ha inoltre confermato il suo impegno di lungo periodo in Telecom, precisando che prenderà tutte le misure per evitare lo smantellamento della società telefonica. Nei giorni scorsi, più volte rappresentanti di Vivendi avevano messo in guardia circa l’eventualità che Elliott intendesse smantellare l’azienda (il piano degli americani prevede la vendita di partecipazioni nella rete fissa ma anche nella società di cavi sottomarini Sparkle e in quella delle torri Inwit).

Come detto, tra i punti chiave del piano di Elliott per lo sviluppo di Telecom c’è la separazione legale della rete di accesso, con la previsione di una ulteriore creazione di valore in arrivo dalla vendita di quote. Tim, in ultima analisi, dovrebbe restare con una partecipazione nella società della rete tra il 25 e il 75 per cento. L’ad Genish fino a poco tempo fa sembrava essere disposto, nella peggiore delle ipotesi, a cedere una quota di minoranza della rete e non il controllo. Cambierà idea alla luce dell’esito dell’assemblea?

Si vedrà. Certamente, con la presa del potere da parte di Elliott in cda, per Telecom sembra avvicinarsi un momento epocale: quello della separazione della rete fissa. Quel che non era riuscito – seppure con modalità differenti rispetto alle intenzioni di Elliott – nemmeno al governo di Romano Prodi con il famoso “piano Rovati” del 2006.

Il Tap, l’Europa e quel blitz (fallito) del M5S

Gianluca Zapponini formiche.net 4 maggio 2018

Il Tap, l’Europa e quel blitz (fallito) del M5S

Ieri l’europarlamento ha approvato la risoluzione pentastellata contro il gasdotto. Ma la Bei ha finanziato ugualmente il progetto. Il pressing di Pd e Fi

Pd e Forza Italia vanno in soccorso del Tap. Questa mattina le delegazioni dem e azzurra al Parlamento europeo hanno espresso pieno sostegno all’infrastruttura pugliese, strategica per l’approvvigionamento di gas in Italia. Una presa di posizione arrivata all’indomani dell’approvazione da parte dell’europarlamento della risoluzione non vincolante presentata dal Movimento 5 Stelle che invece esprime dubbi sul finanziamento dell’opera da parte della Bei, la banca europea per gli investimenti, che ha comunque concesso egualmente i fondi.

Per il Movimento Cinque Stelle che non è riuscito a trovare la giusta quadra con Pd e Lega per la formazione del nuovo governo, è comunque un duro colpo. Per Forza Italia e Pd, invece, la questione Tap rappresenta una rinnovata sintonia con l’Ue sui temi strategici.

Il Tap “è un progetto strategico per la sicurezza energetica dell’Italia e dell’Europa, preserva l’ambiente e il territorio e non comporta rischi per la popolazione; è stata dunque saggia la decisione della Banca europea per gli investimenti di finanziare il progetto”, si legge in una nota congiunta di Pd e Fi.

“Come recentemente affermato dalla Commissione europea, il Tap aiuta a diversificare le fonti e le rotte di approvvigionamento in regioni più vulnerabili come il Sud-Est e il Meridione in Italia. Per questa ragione la nostra posizione è di contrarietà al paragrafo che fa riferimento alla questione, votato ieri. La relazione del Movimento 5 Stelle, infine, dimentica il prezioso ruolo del gas naturale nella decarbonizzazione e le importanti prospettive in termini ambientali e di risparmi che si stanno aprendo in Italia e in Europa grazie allo sviluppo del gas come fonte rinnovabile attraverso il biometano. Un recente studio, infatti, dimostra come entro il 2050 l’Europa potrà risparmiare 140 miliardi di euro l’anno utilizzando il gas rinnovabile, raggiungendo più facilmente i suoi obiettivi climatici”.

Tutto è partito dalla relazione annuale sul controllo delle attività finanziarie della Bei scritta dal Movimento 5 Stelle e approvata dall’aula del Parlamento europeo, riunito oggi in sessione plenaria a Bruxelles. Nella quale viene espressa “preoccupazione per il finanziamento da parte della Bei per il gasdotto transadriatico che non rispetta, in misura diversa nei paesi di transito (Grecia, Albania a Italia), le norme ambientali e sociali minime”.

 Nella relazione, si esprime una ferma condanna nei confronti del Tap, “ritenuto non idoneo per un investimento da parte della Bei”. Un progetto, dice il Parlamento europeo, che non “dovrebbe essere preso in considerazione a fini di finanziamento da qualsiasi banca che aspiri a investimenti responsabili sul piano sociale e ambientale”.

Un atto, la relazione a firma M5S, con cui chiedere “maggiori risorse per le Pmi, più trasparenza sugli appalti e maggiore addizionalità ambientale e sociale per i progetti finanziati”, ha spiegato Marco Valli, eurodeputato M5s e autore della relazione. Il documento “critica direttamente il prestito al Tap, progetto che non andrebbe finanziato specialmente da una banca pubblica. Auspichiamo che la Bei segua con attenzione le indicazioni del Parlamento”.

La Chiesa italiana alla sfida del sovranismo e populismo. Parla Melloni

Simona Sotgiu formiche.net 4 maggio 2018

La Chiesa italiana alla sfida del sovranismo e populismo. Parla Melloni

Conversazione di Formiche.net con lo storico Alberto Melloni che richiama l’importanza del ruolo (mancato) dei vescovi. Il deficit di serbatoio di classe dirigente, la “minaccia” di Salvini e il sostegno al Capo dello Stato

Un unicum in Europa, una svolta un po’ inquietante e l’indicazione di un vuoto politico lasciato anche dalla Chiesa. Con queste parole Alberto Melloni, storico, ordinario di storia del cristianesimo nell’Università di Modena-Reggio Emilia e tra i massimi esperti del Concilio Vaticano II, commenta lo stato della politica italiana dopo il voto del 4 marzo ed il risultato dei cosiddetti “due vincitori” (M5S e Lega). Secondo lo storico, inoltre, l’Italia è un Paese anticipatore di mutamenti socio-politici che si ripresentano, poi, in Europa e a livello globale ed è per questo che la fase attuale necessita di un’attenzione particolare.

Professor Melloni, come si guarda da oltretevere allo stallo post elettorale?

Non lo so. So però che in queste nove settimane di crisi abbiamo visto una situazione che a me è sembrata abbastanza singolare, ossia un grande silenzio da parte dei vescovi. Non è una cosa che sia vista molte volte nel corso della vita repubblicana italiana, per un motivo o per un altro i vescovi hanno spesso espresso delle idee e delle opinioni anche in modo molto marcato. Questo silenzio, quindi, vuol dire una cosa che non mi meraviglia, ossia che in un momento di crisi sistemica come quello attuale, anche i vescovi condividono un dato di frustrazione e di confusione che tutti quanti sentono.

Si tratta di una situazione inedita?

L’Italia è un Paese che, nel corso degli ultimi 100 anni, ha anticipato molte delle movenze politiche di carattere generale, quasi globale, su scala mondiale. Abbiamo inventato il fascismo quando al mondo non c’era neanche l’autoritarismo, abbiamo inventato il centrosinistra prima che facessero il muro di Berlino, abbiamo inventato l’idea di un premier che si qualificava per la sua vita libertina quando Trump faceva ancora grattacieli. Siamo un Paese che in realtà è un grande anticipatore, che non deve copiare dai sistemi “avanzati”. Ma siamo anche un Paese che in questo momento si trova davanti a un problema inedito su scala europea.

A cosa si riferisce?

Su scala europea i partiti lepenisti e populisti hanno favorito i partiti di sistema. Da noi, invece, un partito lepenista come la Lega e un partito populista come il Movimento 5 Stelle hanno guadagnato la fiducia di metà dell’elettorato. È venuto al pettine quello che è stato un grande nodo della storia italiana, e quindi anche un grande nodo della storia religiosa italiana.

Quale?

La Chiesa cattolica non ha mai avuto delle posizioni particolarmente originali, diciamo così, sulla scena nazionale, ma ha sempre avuto la capacità di costruire e di tenere in linea delle figure di riserva. L’ha fatto nel passaggio tra il fascismo e la Repubblica, lo ha fatto nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica e molto spesso è stata in grado di trovare le figure che servivano a garantire la tenuta del Paese.

E poi, cosa è successo?

Il cattolicesimo di età ruiniana, invece, non è stato capace di mettere in incubazione delle figure di riserva. Per cui in un momento come questo di grande crisi sistemica sembra quasi che il cattolicesimo romano non abbia figure da offrire, non abbia personalità da mettere in gioco. Questo mi sembra un dato molto rilevante e non si tratta di un giudizio sulla Chiesa, ma di un suggerimento di riflessione su una certa noncuranza che c’è stata sul piano della formazione di responsabilità pubbliche.

Come se ne esce, secondo lei?

Sono processi che non si costruiscono facendo più scuole di politica, ma formando delle coscienze adulte e mature di cui, ultimamente, c’è stata una certa carenza, un certo deficit.

Si tratta quindi di una crisi istituzionale che si ripercuote sulla posizione della Chiesa?

Fino all’ultima presidenza di Napolitano, cioè in regime di vigenza di un sistema elettorale maggioritario, la Chiesa italiana e l’episcopato in modo particolare avevano una specie di pulsante di emergenza che era copiare il Quirinale, mettersi dalla sua parte. Questo pulsante d’emergenza funzionava perché in regime maggioritario il Presidente della Repubblica aveva più margine di manovra e la sua iniziativa poteva forzare un quadro che aveva già delle linee abbastanza delineate. Il ritorno al proporzionale – su cui se non sbaglio non ci sono state particolari strepiti da parte di nessuno – ha fatto sì che anche quest’arma per i vescovi non possa funzionare. Non si può guardare a ciò che fa il Quirinale perché il Capo dello Stato non può far altro che assecondare un processo di aggregazione che non riesce a emergere, ma anzi si disgrega tutto sotto le mani. Mancano, dal punto di vista della Chiesa, le risorse di dialogo che ridimensiona critiche ed adulazioni in una interlocuzione effettiva e vera.

Però si tratta di fronteggiare una novità emersa con nuova legge elettorale…

Questa è una tempesta che in sé non è particolarmente pericolosa o nuova, la cartina geografica delle elezioni del 4 di marzo è la vecchia cartina del referendum del ’46, grosso modo. Non è originale da questo punto di vista, ma originale è il fatto che chi poteva avere delle figure di riserva in tasca, ossia la Chiesa, oggi si trova le tasche piuttosto vuote. Questa è una cosa di cui soffre anche lo Stato.

Il silenzio della Chiesa, come si risolverà? Se si risolverà.

C’è stato in queste settimane, da parte di molti, la convinzione che la soluzione delle cose fosse favorire un accodo fra la Lega e i 5 Stelle con l’idea che constringendoli a governare si sarebbero fatti male, avrebbero perso la verginità, avrebbero spezzato le unghie della propaganda facilona che entrambi i partiti hanno perseguito e che dunque ci sarebbe stato da guadagnare su questo. Il problema della Chiesa non è quello di intervenire sulle formule o meno, ma rendersi conto e forse anche dire che questo tipo di soluzione e formula in realtà costituirebbe dal punto di vista dello scenario europeo una svolta molto importante e anche un po’ inquetante.

Ci può spiegare meglio?

Si andrebbe per la prima volta una saldatura fra sovranismo e populismo che a giorni alterni sembra lontanissima o vicinissima. Ma il fatto che quella via venga perseguita non è una soluzione fra le tante. Quella via è una soluzione che metterebbe rispettivamente gli elettori di Salvini e di Di Maio nella condizione di mettere il loro consenso a servizio di un disegno politico inedito. Dal punto di vista degli equilibri europei è molto pericoloso e secondo me andrebbe guardato con molta cautela, e forse con un po’ di allarme, perché non rappresenterebbe una soluzione politica fra le tante, bensì un’alterazione di parametri fondamentali per il sistema democratico.

Salvini si è scontrato più volte con la Cei, sull’accoglienza ai migranti ma non solo…

Salvini in questo ha qualcosa che ricorda una famosa frase pronunciata da Mussolini alla ratifica dei Patti Lateranensi, quando disse: “Io sono cattolico e anticristiano”. Questo è un po’ l’atteggiamnto e il registro che ha tenuto ed è un registro molto efficace e che paga, perché ha saputo intercettare la pancia di un Paese che è davvero un po’ cattolico e anticristiano. Mi ha colpito, però, che ci siano volute molte settimane perché il presidente della Cei in persona, il cardinale Bassetti, alla commemorazione di De Gasperi del 18 aprile a Roma, sia dovuto intervenire con un’espressione forte e chiara nei suoi confronti, cioè: “Agitare i simboli cristiani come amuleti religiosi” per stigmatizzare quell’utilizzo propagandistico che Salvini ha fatto del rosario e del Vangelo.

Era sbagliato usare la Bibbia in un comizio?

Salvini, che è un uomo politico molto abile e molto acuto, sapeva benissimo che non erano i valori e i principi del cristianesimo e del Vangelo quelli che lui voleva suscitare, ma voleva utilizzare anche la simbolica religiosa del cattolicesimo romano dentro il quadro di una grande somministrazione di paura al Paese e quindi convincere il Paese che si trovi in pericolo e che solo lui rappresenta la soluzione. Perché in realtà “Prma gli italiani” credo che sia uno slogan che può sottoscrivere qualsiasi forza politica in Italia: il problema è se si è capaci di farlo, come e a prezzo di che cosa.

Cosa pensa succederà nelle prossime settimane?

Con Galasso e Cassese abbiamo scritto un volume sui presidenti della Repubblica (“Il colle più alto”, Giappichelli, ndr). Ancora una volta ci rendiamo conto che la figura del Capo dello Stato, che era stato immaginata dai costituenti come una figura strutturalmente molto debole, con pochissimi poteri e competenze limitatissime, in realtà continua a rivelarsi, Presidente dopo Presidente, ciascuno con le sue caratteristiche, un importantissimo presidio di democrazia e oggi costituisce uno dei pochi punti di fiducia sistemica ancora in vita. Per questo penso che la Chiesa non dovrebbe mimare il Presidente della Repubblica ma dovrebbe rafforzare il sentimento che il Presidente della Repubblica rappresenta, cioè che le istituzioni democratiche non sono una cosa qualsiasi che può essere sacrificata, che i valori democratici e i principi costituzionali – quelli pacifisti, egualitari e solidali dei primi articoli della Costituzione – non sono una materia sulla quale si possa accettare qualsiasi posizione, ma sono valori su cui la Chiesa è in grado di manifestare un’affezione e un legame.