Jobs Act sotto esame: quanti posti di lavoro ha creato realmente?

globalist.it 1 maggio 2018

Ma ha ragione Renzi sui numeri della sua riforma del lavoro? E Zaia sulla tassazione delle imprese?

Jobs Act

L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, ospite su Rai Uno a Che tempo che fa, ha detto (al min. 19’ 50’’): “Per me il Jobs Act ha dato un milione di posti di lavoro”.
Nell’intervista con Fabio Fazio, il segretario dimissionario del Partito Democratico ha confermato la sua chiusura all’ipotesi di un governo con il Movimento 5 Stelle e ha colto l’occasione per rivendicare alcuni successi del suo esecutivo.
ll presidente della Regione Veneto Luca Zaia ha invece pubblicato un video su Facebook accompagnato da alcune frasi in cui riassume il suo intervento, tra cui: “Le nostre imprese non chiedono finanziamenti a pioggia o aiuti, ci chiedono di essere lasciate lavorare, liberate da una tassazione al 68,5% rispetto a una media europea del 46%”.

Zaia sostiene poi che la flat tax sia una possibile soluzione alle troppe elevate tasse in Italia, e critica il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento Cinque Stelle.

Ma ha ragione Renzi sui numeri della sua riforma del lavoro? E Zaia sulla tassazione delle imprese? Iniziamo dalla prima dichiarazione.

Con questo nome si fa riferimento a diverse misure prese dal governo Renzi nel campo del lavoro. Alcune di queste sono strutturali, come l’introduzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Altre sono temporanee, come le decontribuzioni per i nuovi assunti introdotte dalla legge di Stabilità 2015, poi ridotte con quella del 2016.

In generale, il Jobs Act racchiude una serie di provvedimenti creati per raggiungere una maggiore liberalizzazione nel mercato del lavoro italiano e per aumentare l’occupazione. Il principale di questi è stato approvato dal Parlamento a dicembre 2014, mentre il primo provvedimento – il cosiddetto “decreto Poletti” – era diventato effettivo qualche mese prima, a marzo 2014.

Altre misure riguardano la modifica della disciplina sui licenziamenti: il Jobs Act ha eliminato la possibilità di reintegrare un lavoratore licenziato per motivi economici, sostituendola con il pagamento di un indennizzo. Capire con precisione di che cosa stiamo parlando quando parliamo di Jobs Act è cruciale, perché misure diverse hanno avuto impatto diverso: ad esempio, le decontribuzioni non hanno modificato il funzionamento delle leggi sul lavoro – come hanno fatto ad esempio i cambiamenti all’articolo 18 – ma hanno avuto effetti sull’occupazione. Intorno al dubbio se inserire o meno le decontribuzioni ruota gran parte della risposta alla domanda su quanti posti di lavoro abbia creato il Jobs Act.

Secondo l’ultimo aggiornamento disponibile (4 aprile 2018), da febbraio 2014 – data dell’insediamento del governo Renzi – a oggi, il numero totale degli occupati è aumentato di 900 mila unità (891 mila, per la precisione), da 22 milioni e 164 mila a 23 milioni e 55 mila. La crescita si avvicina a quella sottolineata nella dichiarazione dell’ex presidente del Consiglio, ma quest’ultima ha almeno tre limiti.

Il primo riguarda il punto di partenza del calcolo. Come detto in precedenza, se consideriamo come “Jobs Act” solo le modifiche più celebri alle leggi sul lavoro fatte dal governo Renzi, come l’introduzione del contratto “a tutele crescenti”, queste sono state approvate il 15 dicembre 2014. Secondo i dati Istat, gli occupati a dicembre 2014 erano 22 milioni e 390 mila. Da quella data, il numero di occupati totale è aumentato di 665 mila unità. Ma già se consideriamo il decreto Poletti (a marzo 2014) come parte del Jobs Act – se insomma ne diamo un’interpretazione “estesa” – allora i numeri si avvicinano ai 900 mila e al milione citato da Renzi.

Il secondo limite riguarda proprio ciò a cui fanno riferimento questi numeri. Renzi parla di “posti di lavoro”, mentre le statistiche Istat quantificano i dati sugli “occupati”. Non è una differenza da poco: secondo la definizione dell’Istituto nazionale di statistica, infatti, un occupato può essere un lavoratore saltuario o occasionale. Per esempio, è un “occupato” chi ha più di 15 anni e ha svolto almeno un’ora di lavoro retribuita alla settimana, o chi ha lavorato almeno un’ora presso la ditta di un familiare, anche senza essere retribuito.

Il terzo limite è dovuto alla complessità dell’argomento. È semplicistico sostenere che una riforma del lavoro abbia, da sola, portato a effetti così evidenti. In realtà, come per tutti gli interventi di politica pubblica, è difficile calcolare con precisione l’impatto di un provvedimento. In questo caso, va anche tenuto in considerazione ad esempio che un aumento degli occupati è un trend che negli ultimi anni si è registrato in tutta Europa. Per andare più a fondo alla questione, possiamo analizzare alcuni studi condotti da economisti, che sul tema sono piuttosto divisi.

Una ricerca di Paola Sestino ed Eliana Viviano, pubblicata a marzo 2016 dalla Banca d’Italia, si è concentrata sul mercato del lavoro del Veneto e ha stimato che, nel 2015, quasi metà delle nuove assunzioni a tempo indeterminato (il 45 per cento) in quella regione era dovuta ai nuovi incentivi introdotti e al Jobs Act. Ma più nel dettaglio quest’ultimo avrebbe contribuito solo per il 5 per cento all’aumento, mentre gli incentivi per circa il 40 per cento.

Questo studio assegna quindi un ruolo marginale alla riforma del lavoro del governo Renzi nella crescita occupazionale. Un recente contributo arriva da uno studio pubblicato dall’Inps a febbraio 2018, a firma di Tito Boeri e Pietro Garibaldi. Il presidente dell’Inps e il collega hanno preso in considerazione i dati dell’istituto di previdenza per valutare gli effetti dell’introduzione del contratto a tutele crescenti tra il 2015 e il 2017. In totale, sono state selezionate circa 220 mila imprese, con un numero di dipendenti tra 10 e 20. I due ricercatori hanno così analizzato le carriere lavorative di 6,2 milioni di lavoratori, e hanno calcolato gli effetti della nuova formula contrattuale proposta dal Jobs Act. I due risultati più interessanti riguardano le assunzioni a tempo indeterminato e i licenziamenti.

Le prime sono aumentate del 50 per cento nelle imprese con più di 15 addetti, ossia quelle che operano in condizioni di maggiore flessibilità, rispetto alle imprese più piccole. Un risultato simile riguarda però anche i licenziamenti, aumentati di circa il 50 per cento dopo marzo 2015 tra le imprese più grandi.

Nel video dell’emittente televisiva Tva Vicenza, dove era ospite il presidente della Regione Veneto, Zaia si è riferito con precisione al “Total rate tax”. Secondo Zaia, questa espressione fa riferimento alla “tassazione globale sul reddito prodotto” dalle aziende, e in Italia sarebbe di oltre venti punti superiore alla media europea. Il Total tax rate (e non “Total rate tax” come affermato da Zaia) è in effetti un indicatore utilizzato dalla Banca mondiale, che si riferisce alla percentuale di tasse e contributi sui profitti commerciali che le aziende devono versare allo Stato per finanziare la spesa pubblica.

La percentuale citata da Zaia non sembra corrispondere però ai dati della Banca Mondiale. Il Total tax rate, in Italia, è calcolato al 48 per cento nel 2017, non al 68,5 per cento. Ma le stime citate da Zaia potrebbero non essere così sbagliate come sembrano. La CGIA di Mestre, ad esempio, scriveva in una pubblicazione del 2016 che in Italia “il totale delle imposte pagate in percentuale sui profitti commerciali di un’impresa media è pari al 64,8 per cento. L’associazione considerava anch’essa i dati della Banca Mondiale: faceva però riferimento sia a sue elaborazioni che ai dati del 2016, in cui il Total tax rate registrato dalla Banca Mondiale era del 62 per cento: una cifra assai più vicina rispetto a quella citata da Zaia.

A cosa è dovuto questo forte calo? Come hanno scritto la Banca Mondiale e PwC in occasione della pubblicazione del rapporto Paying Taxes 2018, e come specificato nello stesso rapporto, il 2017 è stato in effetti un anno eccezionale per l’Italia. L’indicatore si è abbassato di 14 punti (dal 62 al 48 per cento), con il primo calo così consistente da molti anni, e questo è dovuto principalmente “agli sgravi contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato”.

Una misura temporanea, come abbiamo scritto a proposito della dichiarazione di Renzi, ma che comunque ha permesso un calo sostanzioso della tassazione presso le aziende che vi hanno fatto ricorso. Quanto al confronto europeo, Zaia dice che l’UE ha un total tax rate del 46 per cento. In realtà, quella percentuale venne toccata nel 2006, ma da allora è sempre stata inferiore. Nel 2017, l’UE era poco sopra il 40 per cento, mentre l’Italia al 48. Ad ogni modo, è vero che negli anni precedenti la differenza nel total tax rate tra il nostro paese e l’UE è stata a lungo ai venti punti percentuali: 62 contro 41,3 nel 2016, 64,8 contro 41,5 nel 2015 e così via.

Dunque. L’affermazione di Renzi, secondo cui il Jobs Act ha creato un milione di posti di lavoro, è discutibile. L’aumento citato si avvicina ai numeri corretti solo se si fa riferimento agli “occupati” e non ai “posti di lavoro”, due concetti che vanno tenuti ben distinti. è difficile poi stabilire con certezza il contributo della riforma del lavoro nell’aumento occupazionale in Italia. Alcuni studi sull’argomento sono stati pubblicati, e sembrano indicare che, più delle modifiche alla legislazione del lavoro, il governo Renzi abbia inciso positivamente sull’occupazione grazie alle decontribuzioni temporanee. L’affermazione di Luca Zaia fa riferimento al “total tax rate”, una statistica calcolata dalla Banca Mondiale con una specifica metodologia. Nel 2017, il report della Banca Mondiale ha registrato un repentino calo (dal 62 al 48 per cento), mentre fino al 2016 le cifre erano più o meno quelle citate da Zaia, compresa la differenza di circa venti punti percentuali con la media europea.