Perché i mercati non si preoccupano per lo stallo politico in Italia

 startmag.it 4 maggio 2018

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Sono passati più di 60 giorni dall’esito delle elezioni politiche del 4 marzo, ma la strada per la formazione del nuovo governo sembra ancora in salita. Anche nel caso dell’Italia, il mercato non mostra però segni di fibrillazione per la situazione di stallo.

L’ESEMPIO BELGA

Il Belgio, ad esempio, rimase senza governo per 541 giorni, dopo le elezioni del giugno del 2010, un record mondiale, avendo battuto quello della crisi politica dell’Iraq. Per quanto possa sembrare paradossale, non solo l’economia belga andò benissimo in quei due anni, con un +2,7% del pil nel 2010 (rispetto al -2,3% dell’anno precedente) e un +1,8% nel 2011, ma con il nuovo governo la crescita fu più bassa: +0,2% del pil sia nel 2012 e nel 2013. Ancora oggi, il Belgio non è ritornato alla dinamica economica degli anni in cui era stato senza governo.

IL CASO SPAGNOLO

Anche in Spagna, lo spettro della paralisi politica non ha affatto penalizzato l’economia: ci sono voluti oltre trecento giorni di consultazioni per la formazione del nuovo, e debolissimo, governo sempre presieduto da Mariano Rajoy, insediatosi alla fine di ottobre 2016, dopo due tornate elettorali, prima nel dicembre 2015 e poi nel giugno del 2016. Nel 2017, per di più, c’è stata la grave crisi secessionista della Catalogna. L’economia spagnola ha continuato a macinare record di crescita: +3,4% nel 2015 e +3,3% nel 2016, con la riduzione del tasso di disoccupazione al 22% e al 19,6% rispetto al 24,4% del 2014. E il debito pubblico è diminuito di un punto all’anno. Neppure ha inciso negativamente il blocco dell’attività parlamentare, per via di veti incrociati a Madrid: nel 2017 sono state approvate solo 13 leggi. Ogni nuova legge crea incertezza e richiede un tempo consistente di accomodamento: meno se ne fanno, meglio è.

Sono state ampiamente smentite le previsioni catastrofiche circa gli esiti indesiderati di molte consultazioni popolari. Dopo il voto favorevole alla Brexit non è accaduto nulla, e dopo la inattesa elezione di Donald Trump neppure.

LE PREVISIONI SMENTITE

Anche il crollo dell’economia italiana, che sarebbe conseguito a un voto contrario alla riforma costituzionale, sottoposta a referendum il 4 dicembre 2016, non si è verificato, anzi. A giugno 2016, il Csc previde che, nel caso di una bocciatura, ci sarebbe stato un aumento dei rendimenti da pagare sui titoli di Stato (+3%), con conseguenti difficoltà da parte del Tesoro di accedere al mercato finanziario; inoltre, una fuga dei capitali all’estero e un calo della fiducia delle famiglie e delle imprese: l’effetto depressivo era stato calcolato in 4 punti percentuali di pil all’orizzonte del 2019, con un impatto negativo dello 0,7% nel 2017 rispetto alla crescita stimata dell’1,3%.

IL TONFO DEL FONDO

Dopo l’esito negativo della consultazione, anche le previsioni formulate dal Fmi a gennaio 2017 indicavano una crescita dello 0,7%; quelle della Commissione europea, di febbraio, un +0,8%. E invece, il pil italiano in termini reali è invece cresciuto dell’1,5%, molto più anche delle migliori previsioni formulate dallo stesso governo. Nell’Aggiornamento del Def, a settembre 2016, era prevista per il 2017 una crescita tendenziale del pil dello 0,6%. Nello scenario programmatico, si arrivava all’1%. Tutte le previsione si sono dimostrate sbagliate per difetto: l’errore della Commissione è stato quasi del 100%.

GLI EFFETTI DEL QE

Vengono poi sottovalutati gli effetti del Qe, iniziato a gennaio 2015, sui debiti pubblici: lo scorso 20 aprile le detenzioni sono arrivate a 1.781 miliardi. Nel frattempo, gli Stati dell’Eurozona hanno accumulato nuovi debiti per appena 220,3 miliardi. Se invece si considera l’aumento complessivo dei debiti pubblici partendo dal 2011, l’anno in cui si manifesta la crisi dei Piigs, si arriva a 1.240 miliardi. Il Qe ha assorbito un ammontare di debiti pubblici superiore a quello determinatosi sin dal 2011. Nel caso della Germania, il risultato è sorprendente: se, contabilmente, a fine 2017 il debito pubblico tedesco è già di 2 miliardi di euro inferiore a quello del 2011, quello sul mercato è inferiore di ben 474 miliardi. Nel caso dell’Italia, che nel periodo 2015-2017 ha aumentato il proprio debito di 82,7 miliardi, gli acquisti della Bce sono stati di 337,2 miliardi, superiori all’intero ammontare di debito formatori a partire dal 2011, pari a 229,3 miliardi.

Anche questi dati spiegano la straordinaria calma che regna sul mercato: la Bce ha già ampiamente rimborsato al mercato quanto quest’ultimo aveva impegnato per finanziare gli Stati dopo la crisi del 2011, anche ricorrendo ad anticipazioni di liquidità verso la Bce, attraverso le Ltro.

LO SCENARIO PER LA FINANZA PUBBLICA

Per quanto riguarda il futuro della finanza pubblica italiana, a fine settimana il governo ha varato il Def 2018, limitandosi ad aggiornare le previsioni a legislazione vigente e rinviando al futuro governo la formazione del quadro programmatico. Nel comunicato di Palazzo Chigi si sottolinea che il rafforzamento dell’economia prosegue, con il pil che «in via prudenziale» viene stimato in crescita dell’1,5% nel 2018, e all’1,4% nel 2019. Il rapporto deficit/pil è in discesa, passando dall’1,6% del 2018 allo 0,8% del 2019, raggiungendo il pareggio nel 2020. Anche il rapporto debito/pil è in calo: 130,8% nel 2018, 128% nel 2019, 124,7% nel 2020. Il quadro previsionale del Def, non avendo natura programmatica, contempla l’aumento delle imposte indirette nel 2019 e, in minor misura, nel 2020, previsto dalle clausole di salvaguardia in vigore. Come già avvenuto negli anni scorsi, si precisa che tale aumento potrà essere sostituito da misure alternative con interventi legislativi che potranno essere valutati dal prossimo governo.

CHE COSA SI SCOPRE NEL PNR

Il dato più interessante si trova nel Programma Nazionale delle Riforme: il ministero dell’Economia ha avanzato alla Commissione una serie di proposte di natura tecnica e statistica per calcolare più correttamente il pil potenziale, e quindi il deficit da correggere per arrivare al pareggio strutturale. In Italia, infatti, alcuni dati utilizzati per il calcolo della Produttività Totale dei Fattori (Ptt), in particolare l’indice di fiducia del settore dei servizi, presentano numerosi punti deboli, tra cui la sostanziale inaffidabilità del dato prima del 2003 (modesta copertura settoriale del campione) e un andamento generalmente poco correlato con l’attività reale del settore. La proposta di utilizzare la capacità utilizzata dei servizi, pur accolta dalla Commissione, non è risultata praticabile per la difficoltà di ricostruire a ritroso la serie storica. A Bruxelles, è sempre così: tutto si combatte con un tecnicismo estremo, spesso preconfezionato. Una volta accettato un criterio, smontarlo è quasi impossibile.

Sembra di rivivere la triste vicenda delle quote latte, troppo esigue anche al fine di soddisfare il fabbisogno di consumo interno dell’Italia, ed addirittura risibili per un Paese trasformatore come il nostro, esportatore di formaggi. Anche allora mancò una base statistica affidabile della produzione, di gran lunga superiore: gli allevatori furono costretti ad abbattere i loro capi di bestiame, o a pagare una multa per l’eccedenza prodotta rispetto alle quote attribuite.

DOSSIER FISCAL COMPACT

Nel caso del Fiscal compact, se si utilizzasse la metodologia complessivamente rettificata, nel 2018 l’output gap dell’Italia sarebbe pari al -2,8% del pil potenziale (invece del -1,3% dello scenario tendenziale contenuto nel Def 2018), del -2,1% nel 2019 (rispetto al -0,6%%), del -1,5% nel 2020 (rispetto al -0,2%), e del -1% nel 2021 (rispetto al +0,2%). In corrispondenza di tali valori dell’output gap, il saldo del bilancio strutturale sarebbe in sostanziale pareggio e all’Mto già dal 2017, migliorando lievemente nel 2018, per poi trasformarsi in un ampio surplus strutturale a partire dal 2020. In concreto, mentre secondo il modello ufficiale della Commissione l’Italia avrebbe avuto nel 2017 un deficit strutturale dell’1,1% del pil, con la nuova metodologia il deficit sarebbe stato appena dello 0,2% del pil. Il deficit del 2018 sarebbe appena dello 0,1% e non dell’1% del pil. Continuare ad utilizzare l modello fin qui adottato avrebbe dunque conseguenze assai negative per l’Italia, per l’impatto recessivo che la sua adozione comporta. Anche questo, il mercato lo ha capito assai bene: di un nuovo governo, e di nuove manovre recessive, non c’è nessuna fretta.

(articolo pubblicato su Mf/Milano finanza)