Tim, ecco le ultime piroette di Cdp, governo ed Elliott (che ha sconfitto Vivendi) sulla rete

 startmag.it 4 maggio 2018

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Fatti, personaggi, indiscrezioni, commenti e approfondimenti sulla partita per il controllo di Tim e il ruolo di Cdp fra Vivendi ed Elliott. L’articolo di Michele Arnese a latere dell’assemblea che ha decretato la vittoria di Elliott e la sconfitta di Vivendi

Perché la Cassa depositi e prestiti ha acquistato il 5% circa di Tim? E perché ha deciso di appoggiare il fondo Elliott nell’assemblea odierna dell’ex Telecom Italia contro l’attuale socio di controllo Vivendi?

Le domande sono semplici, quasi banali. Le risposte ufficiali non sono del tutto chiare. Vediamo i fatti, tenendo conto che la Cassa depositi e prestiti è controllata con circa l’80% dal Tesoro, ovvero dallo Stato, e che amministra fondi del risparmio postale.

Ieri, alla vigilia dell’assemblea decisiva per il futuro di Tim che ha visto prevalere Elliott su Vivendi (qui l’articolo di Start Magazine), la Cdp ha posto fine alle incertezze sulla sua posizione fra Vivendi ed Elliott: “Secondo fonti finanziarie Cdp appoggerebbe la lista Elliott composta da soli amministratori indipendenti”, ha scritto l’Ansa. Fin dal suo ingresso nell’azionariato di Tim – ha aggiunto la principale agenzia di stampa italiana – la Cassa ha dichiarato che il suo investimento, che resterà una partecipazione finanziaria di minoranza e non supererà il 5%, “rientra nella missione istituzionale di Cdp a supporto delle infrastrutture strategiche nazionali e vuole rappresentare un sostegno al percorso di sviluppo e di creazione di valore, avviato dalla società in un settore di primario interesse per il Paese”. Un miglioramento della governance, sostengono le stesse fonti all’Ansa, porterebbe infatti a un beneficio per tutti gli azionisti e i candidati di Elliott oltre ad avere le caratteristiche di “indipendenza” conoscono bene il “sistema” Italia.

Una posizione scontata? Non proprio, visto quello che è stato scritto e detto dalla stessa Cdp e dai ministri del governo Gentiloni sulla questione. Andiamo con ordine.

Il 5 aprile la Cassa depositi e prestiti conferma le indiscrezioni della sera precedente: entrerà nel capitale di Tim fino al 5%. Perché? “Tale investimento rientra nella missione istituzionale di Cdp a supporto delle infrastrutture strategiche nazionali”, mette per iscritto la società presieduta da Claudio Costamagna e guidata dall’ad, Fabio Gallia.

Non si faceva riferimento ad alcun azionista forte (l’attuale Vivendi che comanda in Tim né il fondo Elliott che scalpita per scalzare Vivendi), non si indicavano esplicitamente asset da preservare come la rete ex Telecom Italia, non si prefiguravano scenari sulla società unica delle reti con Open Fiber (costituita da Enel e Cdp).

Nulla di tutto ciò, tranne dire genericamente che Cdp opera anche nel caso in questione “a supporto delle infrastrutture strategiche nazionali”, quasi adombrando che Tim sia una società a tutti gli effetti strategica. Mentre dovrebbero essere considerati strategici al massimo la rete fissa e i cavi sottomarini di Telecom Italia Sparkle.

Non solo: fonti di Vivendi il giorno dopo garantiscono che l’intervento di Cdp non è una mossa ostile rispetto al gruppo francese; una dichiarazione che fa leva su un altro passo della dichiarazione di Cdp: l’intervento della Cassa in Tim “vuole rappresentare un sostegno al percorso di sviluppo e di creazione di valore, avviato dalla società in un settore di primario interesse per il Paese”, aveva messo per iscritto in effetti la società del ministero dell’Economia.

Quindi un intervento – quello della Cdp, dunque del Tesoro, ovvero del governo – asettico? A chiarire i reali obiettivi dell’operazione è il 6 aprile con un tweet il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda: “Nessuno difende le partecipazioni statali, Cdp non sta assumendo il controllo di Tim. Ma Tim possiede un asset di interesse pubblico – la rete – ed è giusto presidiare perché le ultime proprietà non sono state precisamente impeccabili. Da qui allo statalismo ce ne passa”, cinguetta Calenda.

Si nota una certa differenza tra la dichiarazione della Cdp che non prende posizione fra Vivendi e Elliott – anche se tutte le analisi e le interpretazioni propendono per una mossa non pro Vivendi – e fa riferimento alle infrastrutture strategiche, e la dichiarazione di Calenda secondo cui la mossa dello Stato, ossia di Cdp, è a sostegno di un progetto di public company, che è appunto il progetto del fondo Elliott che punta a scalzare Vivendi da Tim.

Nella cacofonia istituzionale si inserisce un elemento più politico. L’Ansa del 4 aprile – che ha anticipato l’operazione di Cdp in Tim – scrive: ”Nella sortita di Cdp il presidente del consiglio uscente Paolo Gentiloni, e con lui i ministri Pier Carlo Padoan e Carlo Calenda (in rappresentanza del Ministero dell’Economia), risultano allineati a Giuseppe Guzzetti presidente di Acri (le fondazioni bancarie detengono il 15,93% di Cdp) e ogni mossa risulta verificata anche con le principali forze politiche, dai 5 Stelle alla Lega fino a Forza Italia”. Nessuna smentita per 4 giorni.

Poi, domenica 8 aprile, Giancarlo Giorgetti, esponente di spicco della Lega di Matteo Salvini, ha detto in Mezz’Ora su Rai 3 a Lucia Annunziata: “La finalità di controllo della rete pubblica può essere letta in modo positiva in termini politici”. Poi Giorgetti ha aggiunto: “Il governo è arrivato in extremis a una decisione a favore non solo di Berlusconi ma anche degli interessi italiani: la finalità è sicuramente buona”. Comunque “noi noi siamo stai tenuti all’oscuro”, ha detto l’esponente del partito di Salvini.

Ohibò, quindi il governo a guida Pd fa un favore anche a Berlusconi? E in che senso? E i vertici della Cassa nominati durante il governo Renzi si prestano a questo obiettivo politico? Dichiarazioni che avallano indirettamente la lettura di Business Insider Italia secondo cui la mossa Costamagna di Cdp punta a intralciare da un lato Bolloré in Tim e dall’altro tenta di accreditarsi con chi ha vinto le elezioni del 4 marzo (lavorando alla società unica delle reti gradita da Lega e M5S, come sottolinea da tempo Start Magazine) evitando interrogazioni parlamentari di Lega e M5S in fieri su alcune recenti operazioni della Cdp di Costamagna e Gallia. E giorni dopo si svelano pure abbozzi di intese sul futuro assetto dei vertici in scandenza di Cdp, con un accordo di massimo fra Acri, Costamagna ed esponenti M5S.

Lasciamo la politica e torniamo alle questioni tecniche. Il 9 aprile il fondo Usa per la prima volta mette nero su bianco giudizi sulla rete di Tim. La separazione delle rete ex Telecom Italia realizzerebbe “fino a 7 miliardi di euro” in valore, che adesso è “inespresso”, è scritto infatti nella relazione del fondo statunitense. Elliott ricorda che il valore nascosto dovuto al mancato scorporo dell’infrastruttura di Tim rappresenta il 41% della capitalizzazione di mercato. “Il modo in cui le attività sono presentate al mercato influisce sulla loro valutazione”, precisa la relazione nelle slide diffuse da Elliott.

L’operazione di scorporo dell’asset porterebbe a un “re-rating delle azioni”, afferma il fondo statunitense. “Riteniamo che il deconsolidamento di NetCo e Sparkle potrebbe consentire a Tim di massimizzare il valore delle sue attività e portare un effetto leva in linea con i competitor”, prosegue Elliott che sottolinea ancora che “non ha senso per Tim competere con un altro network”, riferendosi a Oper Fiber, la società avviata sotto gli auspici del governo Renzi da Enel e Cassa depositi e prestiti.

Non solo, aggiungono gli uomini del fondo Elliott: “Se Tim saprà essere proattiva nell’affrontare questo obiettivo del governo” di investire nella fibra riducendo il digital devide, “l’unificazione della rete potrebbe generare una grande creazione di valore per gli azionisti e invertire la minaccia competitiva creata dalla precedente mancanza di volontà della società di aiutare il Paese a rispettare l’impegno dell’Ue”.

La prospettiva di una rete unica fra Tim e Open Fiber manda in visibilio Calenda, che giorni dopo dice: “Cdp è intervenuta per supportare un progetto che vuoletrasformare Tim in una public company e scorporare la rete non per prendere il controllo dell’azienda. Vivendi è stato un pessimo azionista e l’Italia ha bisogno di una rete unica forte capace di mobilitare investimenti”.

Quindi il governo tifa Elliott soprattutto perché è favorevole a uno scorporo reale della rete fissa per conferirla in una società in cui confluisca anche quella in fieri di Open Fiber e con la partecipazione significativa di Cdp (passaggio mai esplicitato ma implicito secondo gli addetti ai lavori).

Tutto chiaro? Nient’affatto. Pochi giorni fa, la retromarcia di Elliott sulla rete (per non sconfessare troppo il piano di Genish visto che dice di appoggiare l’attuale capo azienda di Tim?). Infatti, mentre Genish di recente s’è detto pronto a valutare “la possibilità di vendere una quota di minoranza” e partecipare a un “processo di consolidamento” del mercato della fibra ottica, “Elliot ha completato la capriola” – ha commentato ieri il quotidiano La Stampa: il fondo Usa tre giorni fa ha detto che Tim “dovrebbe continuare a controllare NetCo anche dopo la separazione strutturale”. Solo un cambiamento della tempistica oppure una scelta definitiva?

Le domande, come si vede, lievitano. Come le tensioni anche dopo l’assemblea che ha decretato la vittoria di Elliott su Vivendi. E dal gruppo francese è partita una stilettata proprio all’indirizzo di Cdp: “Non è una vittoria dettata dal mercato. La Cdp, controllata pubblica, ha fatto la differenza votando per un hedge fund invece che per un’azionista industriale di lungo termine”.