La moneta va a picco in Argentina I cittadini temono un altro default

di Rocco Cotroneo corriere.it 4 maggio2018

A due anni dalla vittoria di Macrì il Paese sudamericano è di nuovo sull’orlo di una crisi finanziaria. Corsa a convertire i pesos in dollari. Terzo rialzo: i tassi d’interesse al 40%

RIO DE JANEIRO L’idea che bastasse mandare a casa il solito populismo peronista per rimettere in sesto l’Argentina e cancellare le abitudini del passato non è durata molto. A due anni dalla vittoria di Mauricio Macri — primo liberale dichiarato dopo decenni — il Paese sudamericano è di nuovo sull’orlo di una crisi finanziaria. In una situazione non drammatica come quella che portò al crac del 2001-2002, ma che rende difficile non evocarlo. Tutto ruota attorno alla più classica delle tradizioni argentine — più del tango e dell’asado di carne — e cioè la corsa a liberarsi del peso e accumulare dollari ai primi segnali di crisi.

In pochi giorni la moneta locale ha subìto un collasso, spingendo la banca centrale ad aumentare per tre volte i tassi di interesse. La stretta è arrivata al 40 per cento e gli interventi delle autorità monetarie per fermare la domanda hanno toccato i 5 miliardi di dollari. Ormai per comprare un biglietto verde servono 23 pesos, il livello più alto da quando saltò la convertibilità, il rapporto 1 a 1 tra le due monete negli anni Novanta. Stavolta in soli quattro mesi il peso ha perso quasi un quarto del suo valore. L’altra misura di Macri è stato tagliare la previsione di deficit pubblico dal 3,2 al 2,7 per cento del Pil, sempre con l’obiettivo di calmare i mercati.

Quando sostituì Cristina Kirchner, il presidente di origini calabresi promise di liberare l’Argentina dagli effetti nefasti del populismo con una politica di rigore finanziario che avrebbe riportato il Paese alla crescita. Vennero eliminati i controlli sul cambio e quelli sulle importazioni, favorite le esportazioni e eliminate le tariffe pubbliche a prezzi calmierati. È stata chiusa definitivamente la lunga vertenza sui tango bonds con i fondi che ancora ne avevano in portafoglio da 15 anni. La fiducia dei mercati è venuta via via diminuendo quando ci si è resi conto che la ricetta non funzionava granché.

L’inflazione in Argentina è ancora molto alta (attornoal 25 per cento all’anno, con un obiettivo ufficiale di portarla al 15), la crescita incerta mentre gli indici di disoccupazione e povertà restano alti. L’aumento dei tassi a livello internazionale, a partire da quelli Usa, ha accelerato la crisi. Infine una nuova tassa sui capital gain degli investitori stranieri voluta dal governo per ridurre il deficit ha fatto scattare la corsa a vendere pesos e comprare dollari. Sta succedendo anche nel vicino Brasile, ma in Argentina la fragilità dei conti pubblici ha effetti assai più evidenti.

«È tutto sotto controllo — assicura il capo di gabinetto Marcos Peña —. Una situazione di volatilità come quella che stiamo attraversando può accadere con il cambio flessibile, con il quale stiamo imparando a vivere». La popolarità di Macri è in calo, perché i sacrifici chiesti alla gente per normalizzare un’economia drogata dai precedenti governi si stanno rivelando assai più pesanti del previsto. In tutto questo c’è chi vede il desiderio di Macri di arrivare alla rielezione (alla fine del prossimo anno) con un’economia più vigorosa come una delle cause di alcune mosse false degli ultimi tempi. Le stime del governo tuttora parlano per quest’anno di una crescita attorno al 3 per cento, nonostante la siccità che ha creato problemi all’agricoltura. Ma non c’è nulla che possa distruggere un politico in Argentina come il crollo della moneta, la storia lo insegna tra le pampas da due secoli.