La vera storia di Alfio Bardolla, il re dei financial coach

DI VITTORIO MALAGUTTI E GLORIA RIVA espresso.repubblica.it 3 maggio 2018

Dai lavoretti tra i monti della Valtellina ai corsi per insegnare a fare soldi, ma che arricchiscono soprattutto lui. Fino alla recente quotazione in Borsa. Ecco quello che il “guru del dané” non racconta, tra debiti, società all’estero e acrobazie finanziarie

La vera storia di Alfio Bardolla, il re dei financial coach
Alfio Bardolla (fonte: pagina Facebook)

Il padre ferroviere. L’infanzia in provincia nella natia Chiavenna, tra i monti della Valtellina. I mille lavoretti da ragazzino. E poi lo sbarco nella grande città, a Milano. L’università, tanto lavoro e infine l’illuminazione, quella definitiva, la svolta che gli ha cambiato la vita.Alfio Bardolla, il più famoso tra i financial coach italiani, ha trasformato la sua storia in un brand di successo. Vende la ricetta per diventare ricchi e migliaia di persone gli credono, ne seguono alla lettera i consigli d’investimento, comprano libri con titoli come “I soldi fanno la felicità”, lo applaudono nelle convention che periodicamente si svolgono in Italia e, da quest’anno, anche in Spagna. L’Alfio Bardolla Training Group è sbarcato in Borsa l’estate scorsa e in base alle quotazioni di questi giorni, vale oltre 15 milioni. «Io ce l’ho fatta e potete farcela anche voi», racconta il presidente, amministratore delegato e maggiore azionista dell’azienda, con un sorriso bonario perennemente stampato in volto e l’immancabile maglioncino arancione. Gli affari, per lui, vanno alla grande. Il bilancio 2017, appena pubblicato, segnala ricavi dai corsi di formazione e dalle attività collaterali per quasi 10 milioni di euro contro i 6 milioni circa del 2016.

Oggi Bardolla è ricco e famoso, ma il percorso che lo ha portato al successo è stato fin qui raccontato solo in parte. L’Espresso ha esaminato decine di documenti che svelano gli affari riservati del self made man da anni ospite gradito e riverito dei talk show televisivi. Le carte disegnano un intreccio che coinvolge almeno una ventina di società che si scambiano tra loro immobili, crediti e debiti. La giostra ha preso velocità con l’avvicinarsi dello sbarco in Borsa delle attività di formazione, raggruppate in un’azienda creata ad hoc.

Fumo di Londra
Alla fine si scopre, tra l’altro, che Sogeaf, una holding per anni manovrata da Bardolla, nel 2016 ha trasferito la propria sede da Milano nella lontana Trapani, presso lo studio di un commercialista. Il capitale di Sogeaf risulta intestato quasi per intero (il 98,3 per cento) alla Knight & Tower investment di Londra, gestita da tale John Anthony King, amministratore di ben 685 società nel Regno Unito. I documenti ufficiali non permettono di risalire all’identità del reale proprietario della Knight & Tower.

Bardolla, interpellato da L’Espresso, ha replicato che la società inglese sarebbe espressione di un fondo d’investimento. I documenti del registro delle imprese di Londra certificano che Knight & Tower, classificata come “dormant company” (inattiva), ha depositato bilanci che non segnalano le attività in Italia. Nel 2014 Bardolla ha acquistato il 19,8 per cento del capitale di Sogeaf, per poi rivendere le azioni pochi mesi dopo. La quota di controllo, però, non è mai passata di mano a partire dal 2007, quando la società londinese ha preso il posto della sorella e del padre di Bardolla. La Knight & Tower, che nel 2017 è stata messa in liquidazione, possiede ancora adesso il 98 per cento del capitale. Bardolla sostiene di non essersi più occupato da Sogeaf a partire dal 2015, quando «ho ceduto le mie azioni», dice.

Immobiliare che passione
In questa girandola d’affari, l’unico fatto certo è che Sogeaf per anni ha tirato le fila di una pattuglia di società impegnate nella compravendita immobiliare. Bardolla ha più volte raccontato di aver mosso i primi passi nel business del mattone partecipando alle aste giudiziarie. Tra il 2005 e il 2006 le aziende sotto il cappello di Sogeaf erano appena nate e già muovevano milioni di euro. L’imprenditore di origini valtellinesi ha spiegato che i capitali di partenza sono stati raccolti anche grazie al sostegno di «amici investitori». Alcune di queste operazioni si sono lasciate alle spalle una scia di debiti e di perdite. Nel 2017, la quotazione in Borsa dell’azienda di formazione gestita da Bardolla è servita anche a chiudere i conti con il passato. In pratica, il business del mattone è stato conferito all’azienda destinata a sbarcare sul listino.

Carissima Piazza Affari
Una parte dei proventi del collocamento azionario è stata quindi utilizzata per riequilibrare il bilancio appesantito dai prestiti ottenuti dalle banche, in prima fila Unicredit, oppure per compensare le minusvalenze causate dalle operazioni più sfortunate. Bilanci alla mano si scopre quindi che i piccoli azionisti dell’Alfio Bardolla Training group hanno contribuito a saldare i conti in sospeso del famoso financial coach.

Nel luglio scorso, il collocamento azionario in vista dello sbarco in Borsa ha fruttato in totale poco più di tre milioni di euro, ma nelle casse della società è finita una somma di molto inferiore. Nel bilancio si legge infatti che “le spese sostenute per il processo di quotazione” superano il milione di euro. Un importo che appare davvero elevato, in rapporto alle dimensioni dell’operazione. Altre società sbarcate nei mesi scorsi al mercato Aim, il listino speciale per le piccole imprese, hanno dovuto far fronte a costi di molto inferiori, a volte meno della metà rispetto agli oneri segnalati in bilancio dall’azienda di Bardolla.

Ricchi premi al Presidente
Di sicuro lo sbarco in Borsa si è trasformato in un grande affare per il sedicente profeta della libertà finanziaria, il maestro che da una dozzina di anni indica ai suoi allievi la strada per far soldi. Oltre ai compensi ordinari, cioè 130 mila euro all’anno (al lordo delle tasse), il presidente, nonché azionista di maggioranza della matricola del listino, si è visto attribuire un premio una tantum per la quotazione pari a 77 mila euro. Un altro bonus di 364 mila euro è stato calcolato sul valore dei profitti lordi nel 2017 della società quotata. Poi ci sono i compensi per i contratti di licenza su alcuni marchi legati all’attività di formazione e i proventi della vendita di un database di clienti. Questi ultimi benefit valgono da soli circa 600 mila euro. Il conto finale sfiora il milione di euro. La società quotata in Borsa paga e il presidente incassa. Un successone, per il financial coach.

One man show
Nell’ultima convention di Parma, dal 13 al 15 aprile, Bardolla è stato applaudito da oltre 2.500 ammiratori, che hanno partecipato a un week end di corsi e conferenze. Il biglietto d’ingresso all’evento, chiamato wake up call, può arrivare a costare mille euro. Questo è solo l’inizio di un percorso che vede l’allievo partecipare a corsi di gruppo oppure individuali. Obiettivo: imparare a far soldi. A volte è solo una questione psicologica, sostiene Bardolla. Per questo vengono proposte lezioni che servono a cambiare l’approccio mentale al denaro. Il menù comprende anche corsi di trading finanziario, sugli investimenti immobiliari e lezioni intitolate “business e azienda” che, secondo gli organizzatori, dovrebbero servire a “sviluppare le competenze per la crescita della propria impresa”.

Nell’ultimo bilancio della società da poco quotata in Borsa si legge che “nel corso degli anni più di 29 mila clienti hanno partecipato ai corsi targati Bardolla. Può succedere che gli allievi vengano arruolati come testimonial aziendali. A volte passano dall’altra parte della barricata e diventano venditori dei pacchetti di formazione. C’è anche una terza possibilità. Gli ammiratori del sistema Bardolla vengono invitati a investire denaro nelle attività del loro maestro.

Caffè amaro
È partita così, nel 2009, l’avventura degli Arnold Coffee, la catena di caffetterie lanciata da Bardolla ispirato per l’occasione dal successo mondiale dell’americana Starbucks. Il financial coach convince a investire una settantina di piccoli e piccolissimi soci. Gli affari però non decollano. I locali aperti in nove anni sono molti meno di quelli inizialmente previsti: soltanto sei, di cui tre a Milano, due a Firenze e uno a Roma. L’American Coffee, società titolare dell’iniziativa, ha fin qui dato poche soddisfazioni ai suoi azionisti. Nel 2013 il bilancio si è chiuso in perdita per 340 mila euro e, dopo un piccolo utile nel 2014 (8 mila e 700 euro), nel 2015 è arrivato un altro risultato negativo: meno 67 mila euro su circa due milioni di ricavi. Come è andato il 2016 lo si scopre soltanto il 21 marzo 2018, cioè più di un anno dopo la fine dell’esercizio.

Quel giorno, nel corso dell’assemblea dei soci, Bardolla racconta che la American Coffee ha chiuso il 2016 con una perdita di circa 21 mila euro, su un attivo di 3 milioni e un patrimonio netto di 128 mila euro. Nell’incontro con gli azionisti, secondo quanto riporta il verbale assembleare, il financial coach spiega che il ritardo nel deposito dei conti è dovuto alla ristrutturazione aziendale, in particolare dell’area amministrativa. A L’Espresso, invece, ha dato una versione diversa: «Eravamo molto impegnati con la quotazione in Borsa e quindi abbiamo concentrato risorse ed energie in quel progetto». Non ci sono dati sull’andamento dei conti nel 2017, ma Bardolla, intanto, si è già fatto da parte. A marzo ha lasciato la carica di amministratore unico di American Coffee, sostituito nell’incarico da un suo collaboratore, Davide Mitscheunig.

Vienna – bond
Nel corso dell’assemblea, i soci hanno votato una manleva totale per l’amministratore uscente per ogni atto gestionale compiuto tra il 2014 e il 2017. In più Bardolla, che rimane l’azionista di maggioranza con una quota del 60 per cento circa, resterà «indenne da qualsiasi richiesta di risarcimento che dovesse subire dai creditori e da eventuali sanzioni amministrative e civili», si legge nel verbale dell’assemblea. Interpellato da L’Espresso, il diretto interessato dice di aver lasciato la carica per «incompatibilità con il ruolo di amministratore delegato dell’altra società, la Alfio Bardolla Training Group quotata in Borsa». Nel verbale di assemblea lo stesso Bardolla fornisce un’altra versione dei fatti: «Sopravvenute motivazioni personali», c’è scritto.

Nel frattempo, per finanziare l’attività, l’American Coffee ha esordito sui mercati finanziari con un prestito obbligazionario. Annunciato nel 2014, il bond è stato infine collocato a fine 2015 con l’obiettivo di raccogliere tre milioni di euro per finanziare l’apertura di nuove caffetterie. Sulla carta l’offerta era allettante: il sette per cento di interesse annuo liquidato su base mensile. L’operazione ha però fruttato un milione di euro, come conferma Bardolla, contro i tre milioni previsti. Le obbligazioni non sono quotate in Italia, ma su un listino minore della Borsa di Vienna.

Criptovaluta fai da te
Nella nutrita agenda del financial coach valtellinese hanno infine trovato posto anche i bitcoin, la moneta virtuale su cui da un paio di anni hanno scommesso molti investitori. In aprile Bardolla ha lanciato un’Ico (Initial coin offering), cioè ha chiesto via Internet i capitali necessari a finanziare una nuova iniziativa. Il progetto si chiama Skillchain, un sistema che utilizza la tecnologia blockchain per certificare la veridicità di un curriculum, ma anche i titoli di studio e le esperienze lavorative. Le aziende a caccia di talenti potranno così individuare con facilità i furbetti del curriculum, quelli che inventano competenze inesistenti. L’obiettivo di Bardolla è raccogliere 12 milioni e mezzo di dollari, espressi in criptovaluta Ethereum. I risultati dell’Ico, gestita da una società con base a Lugano (la Orange Capital), non sono ancora noti. La Consob vigila, ma a distanza. La raccolta di denaro virtuale non rientra tra le competenze dell’authority sui mercati finanziari. Chi punta sui bitcoin di Bardolla lo fa a suo rischio e pericolo.