SPY FINANZA/ La nuova crisi è pronta, manca solo l’untore da accusare

Ci sono segnali preoccupanti circa lo scoppio di una nuova crisi. Tuttavia sembra che stavolta possa essere l’Europa a fungere da detonatore. MAURO BOTTARELLI

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Come sapete, tendo a non dare troppa importanza agli allarmi mainstream. Non per snobismo, ma per esperienza: quando determinate testate arrivano a toccare certi argomenti, infatti, significa che è tardi. Fu così con la grande crisi del 2008, quando il mondo si accorse di colpo che qualcosa non andava nel verso giusto soltanto perché dal palazzo che ospitava la sede di Lehman Brothers uscivano dipendenti licenziati con gli scatoloni in mano. Mi fanno fede gli articoli dell’epoca che potete ritrovare su Internet: avevo messo in guardia dei rischi prima di quel 15 settembre fatidico, esattamente nel corso dell’estate quando il mercato interbancario impazzì letteralmente, chiaro segnale di una crisi di liquidità, prima ancora che di sostenibilità del sistema. Per quanto sia passata alla storia come il terremoto dei subprime, quella porcheria cartolarizzata fu soltanto l’acceleratore di un incendio doloso cominciato ben prima e alimentato da quintali di carta, debitamente incendiata con il fuoco dell’azzardo morale e della certezza che un altro tonfo stile 2000 e bolla dot.com non si sarebbe ripetuto. Infatti, è stato peggiore. 

Ora, questo è il post con cui ieri mattina il Financial Times annunciava il commento principale dell’inserto su mercati e finanza: conviene prenderlo debitamente in considerazione, fidatevi.https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Ffinancialtimes%2Fposts%2F10156330131860750&width=500

E non perché, anche questa volta, i segnali di qualcosa che non va sono in circolazione da tempo, per l’esattezza da almeno quaranta giorni, quando il Libor ha cominciato a schizzare in alto, segnalando rischio sulla liquidità globale in dollari. Perché se il quotidiano della City inserisce un articolo nella sua edizione, non lo fa a caso. E anche la sua collocazione rappresenta un segnale. 

I contenuti del pezzo, infatti, avrebbero potuto tranquillamente essere l’apertura dell’inserto, un articolo di cronaca finanziaria ottimamente realizzato. Invece, ecco che l’argomento è trattato come approfondimento, come editoriale di messa in guardia, come scenario. Avrebbe potuto essere in corsivo, per come è stato interpretato dalla testata londinese. Purtroppo, invece, non si tratta di uno scenario: si tratta della realtà. Ancora embrionale, certo. Prodromica, non c’è dubbio. Ma è già realtà. E ci sono tremori nel mondo, chiedetelo alla Banca centrale argentina. Non a caso, anch’essa protagonista di un articolo nell’edizione di ieri del Financial Times e, devo dire, dai toni davvero allarmistici, visto che si dice chiaro e tondo che il grado di sensibilità di Buenos Aires ai rischi di valuta estera è il più alto al mondo, forse soltanto il Venezuela di fatto in default di Maduro paga un prezzo più alto.https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Ffinancialtimes%2Fposts%2F10156331121165750&width=500

Insomma, per quanto la Fed stia ancora di fatto giocando, qualcuno comincia a farsi male: tutti si attendevano scossoni rivelatori, canarini nella miniera dall’Asia, come accaduto con il taper tantrum di Ben Bernanke nel 2013, invece è la travagliata nazione sudamericana a suonare un allarme sui tassi e sulla valuta. 

Ma cosa dice di tanto interessante l’articolo dedicato al rischio sulla liquidità? Un qualcosa che andrebbe stampato e appeso all’ingresso di tutte le facoltà di economia: smettiamola di prendercela con la speculazione per tutti i danni dei mercati, questa logica da Monsieur Malaussene della finanza altro non è se non l’alibi delle Banche centrali e delle élites che le utilizzano come bancomat per evitare il secondo redde rationem con l’opinione pubblica globale a pochi mesi dal decennale del crollo di Lehman. A parlare è infatti un operatore di hedge fund e il suo discorso è di una linearità cristallina, a differenza di quelli dei cosiddetti regolatori. I quali, a detta del nostro “speculatore”, stanno «incendiando l’immondizia, ma lo stanno facendo nel giardino sul retro di casa. Il motivo? Inquinare l’aria». Ovvero, da un lato creare le condizioni per un panico generale da rischio intossicazione, propedeutico al loro ritorno in campo in grande stile e con le stamperie pronte a ripartire e dall’altro alzare colonne di fumo tali da poter ingannare il vicinato: chi è stato a far divampare l’incendio? Con tutto questo fumo e pochi testimoni (leggi i media che dormono il sonno dei rimbambiti, salvo svegliarsi a danno compiuto o rilanciare i moniti da barzelletta della Commissione Ue contro l’impasse politica italiana), chi può dirsi certo dell’identità del colpevole. E, vista la posizione di primazia – non fosse altro per il controllo che le grandi corporation hanno sui mezzi di informazione -, ecco che le élites eviteranno un’altra volta di dare conto del loro operato criminale in fatto di politica monetaria: da quanto vi dico che, alla fine dei conti, la colpa per il prossimo tonfo sarà di Trump e della sua politica di taglio fiscale e dazi commerciali? 

Nell’articolo si utilizza poi una bella metafora per spiegare come la crisi di liquidità fungerà da detonatore, silenzioso fino all’ultimo: siamo di fronte a un’uberizzazionedella liquidità. Ovvero, esiste un parallelo fra l’azienda che offre servizio di trasporto e quanto sta accadendo sui mercati post-Qe della Fed, la quale l’altro giorno ha sì tenuto fermi i tassi, ma minacciato nuove mosse di normalizzazione. Quando la situazione è normale, Uber offre automobili sufficienti alla domanda e, quindi, tariffe concorrenziali. Ma se la situazione diventa straordinaria, magari una fiera in città o un improvviso sciopero dei mezzi pubblici, ecco che le macchine scarseggiano rispetto alla richiesta e le tariffe, inevitabilmente, salgono. Lo stesso, a detta del l’operatore di hedge fund, vale per la liquidità. Ed è questo il problema, non tanto il costo del denaro che la Fed intende denominare formalmente attraverso la sua azione di rialzo, ma la percezione del rischio di scarsità, è quella che fa salire il costo del denaro dove davvero questo conta: ovvero, sui mercati di opera tutti i giorni, nel sistema bancario, per le finanze degli Stati, vedi l’Argentina che sta svenandosi stile Italia nel 1992 per tamponare il crollo del peso. 

C’è insomma il rischio non solo di accorgersi troppo tardi, anche questa volta, dell’arrivo della crisi, ma, peggio ancora, di travisarne la natura: paradossalmente, il grado di indebitamento record cui è giunto il mondo a causa dell’operato delle Banche centrali è il problema minore, perché ironia vuole che la bomba possa essere innescata proprio dall’operazione di reverse rispetto a quella dinamica: ovvero, un rialzo troppo anticipato o disordinato o repentino dei tassi. E non serve chissà cosa, basta due quarti di punto in situazioni instabili come quella attuale, perché sui mercati conta la percezione del rischio e, di conseguenza, la capacità di anticipare le mosse, la cosiddetta “prezzatura del mercato”. E, purtroppo, in questo momento il mercato sta drammaticamente sottovalutando il rischio sulla liquidità, specie quello statunitense. Ma non pensiate che la questione non riguardi – e pesantemente – anche l’Europa: a vostro modo di vedere, perché in ottica del Brexit, Goldman Sachs ha deciso di triplicare la sua presenza a Stoccolma, fuori dall’eurozona, in seno alla riallocazione delle attività fuori dalla City londinese? Perché non puntare tutto su Francoforte, hub finanziario e sede della Bce? O Dublino oppure Amsterdam per la fiscalità? Cosa sa Goldman che i comuni mortali non sanno?

Io so che, a differenza del 2008, la banca d’affari sta facendo soldi con i prestiti subprime: all’epoca gonfiò i suoi bilanci scommettendo – solitaria sul mercato – contro quella bolla e vinse, oggi invece è dal lato opposto della barricata del rischio. Questo cosa significa, seguendo quella logica e quella in base alla quale difficilmente Goldman sbaglia scommessa, soprattutto quando tuoi ex uomini guidano le Banche centrali di mezzo mondo, oltre alla politica economica della Casa Bianca? Che se ci sarà uno scossone, l’epicentro questa volta sarà fuori dagli Usa: America Latina dei Brics caduti in disgrazia? Ancora l’Asia, magari per i tremori sulla guerra commerciale Usa-Cina? O l’eurozona, ad esempio, visto che l’uscita dal Qe dell’Eurotower non sarà affatto una passeggiata nel parco e che, soprattutto, si può far facilmente andare qualcosa fuori controllo, stante la situazione macro di Paesi e aziende? 

Fate due conti: fra detenzione di Treasuries, impulso creditizio globale e sostenibilità del deficit commerciale sul lungo termine, Pechino difficilmente sarà colpita davvero da Washington. E la riprova l’avremo il 12 di questo mese, quando credo che Donald Trump sarà meno drastico del previsto nei confronti dell’accordo sul nucleare iraniano. Qualcun altro potrebbe recitare, giocoforza, il ruolo di detonatore della crisi, risultando per sua natura e per la natura di interconnessione dei mercati, anche camera di compensazione della stessa. Attenti alla liquidità, attenti al mercato interbancario, attenti alle mosse di Mario Draghi. Attenti e basta: perché nel mirino c’è l’Europa. E qualcuno più di altri.