Vi spiego analogie e differenze economiche fra Italia e Germania

di  STARTMAG.IT 5 MAGGIO 2018

L’analisi di Gianfranco Polillo dopo il monito della Commissione europea su riforme e conti pubblici, con somiglianze e differenze tra Italia e Germania

Il monito di Pierre Moscovici ha colpito l’Italia nel momento della sua maggiore debolezza politica. “Sforzi strutturali parti a zero”, “un tasso di crescita che pone l’Italia all’ultimo posto tra i Paesi dell’Eurozona”: questa, in sintesi, la diagnosi. Sullo sfondo: due mesi di consultazioni andate a vuoto nel vano tentativo di mettere in piedi una maggioranza, nonostante la pazienza dimostrata da Sergio Mattarella. Un Governo che ancora latita e di cui non si vede l’ombra. Con ogni probabilità si andrà ad un nuovo Presidente del consiglio non eletto dal popolo, dopo tutte le cose che si sono sentite a proposito del vulnus che questo modo d’operare genera nell’ordinato svolgimento delle regole democratiche. Ce ne quindi ben donde.

Un imbarazzo che spiega la mancanza di reazione. In altre occasioni si sarebbero levate alte le grida sulla sovranità violata e l’indebita ingerenza dello straniero. Solo Beppe Grillo, per un caso fortuito, – l’intervista concessa al mensile francese ‘Putsch” – risponde, seppure indirettamente, a brutto muso evocando nuovamente un referendum sull’euro. Benzina sul fuoco. Che d’incanto lacera il doppio petto di Luigi Di Maio: tutto Europa e presunta responsabilità fiscale. Il sintomo di una maionese definitivamente impazzita.

La Commissione europea, perché di questo si tratta, ha facile gioco nel mettere in rilievo tutte le debolezze italiane, a partire da quel Def, appena varato dal Governo Gentiloni, che non contiene alcuna proposta programmatica. Nuovo corto circuito derivante dalla complessa vicenda politica. Il confronto con le altre realtà dell’Eurozona è impietoso. Quest’ultima crescerà, secondo le previsioni, del 2,3 per cento nel 2018 e del 2 per cento nel 2019. L’Italia dell’1,5 e dell’1,2: ultima tra gli ultimi. La stessa Grecia, per non parlare della Spagna il cui reddito pro-capite corretto per la diversità del potere d’acquisto ha già superato quello italiano, del 1,9 e del 2,3 per cento.

Ancora drammatica la situazione sul fronte della disoccupazione. Tra i grandi Paesi (Francia e Germania) l’Italia resta in coda. Stanno peggio Spagna e Grecia, ma solo perché le condizioni di partenza erano molto più preoccupanti. Ed infatti presentano un recupero che ha una velocità doppia rispetto all’Italia. Sebbene gli investimenti di quest’ultima (quelli privati) mostrino una certa ripresa (industria 4.0?). Limitata, tuttavia, solo all’anno in corso. Già nel 2019 il trend sembra destinato ad invertirsi. Più problematica invece la situazione sul fronte delle costruzioni e degli investimenti pubblici: il gelo dell’inverno continua impietoso.

Sul fronte della finanza pubblica, l’andamento del debito mostra segnali contraddittori. E’ prevista una leggera discesa: dal 131,8 al 129,7 nel 2019. Ma il dato è illusorio. Rispetto alla media dell’Eurozona, infatti, il debito italiano è destinato a svettare maggiormente. Nel 2017 era superiore del 48,2 per cento a quel valore medio. Nel 2019 questa percentuale salirà a 54,2 per cento. Logica conseguenza di un’economia reale che marcia a passi ridotti e che quindi, nonostante i possibili sforzi in termini di contenimento delle spese, non riesce a produrre risultati significativi. Anche perché gli impulsi deflattivi continuano ad essere persistenti. Come risulta evidente dall’andamento dell’inflazione sui beni di consumo che rimane tra il più basso di tutta l’Eurozona. Argomento che dovrà essere tenuto presente, qualora non si riuscisse a scongiurare l’aumento dell’IVA, previsto per il 2019.

In tanti dati sconcertanti, una luce che brilla, ma che è anche, se correttamente interpretata, un segnale d’allarme. L’avanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, sempre secondo le previsioni, sarà pari al 2,6 per cento del Pil, nel 2018 e nel 2019. Per avere un termine di paragone si consideri che il deficit francese è invece indicato nel 2,9 per cento nel 2018 e nel 2,7 per cento nel 2019. L’Italia, escludendo i Paesi più piccoli dove domina una più forte specializzazione produttiva, continua ad essere una piccola Germania. Dove il traino maggiore è rappresentato dalla domanda estera. Ma con una differenza sociale rilevante. Berlino conta un tasso di disoccupazione pari a poco più del 3,5 per cento. In Italia, questa percentuale è tre volte tanto.

La Germania, con il suo modello di sviluppo, è qualcosa di irripetibile. Non solo in Europa ma in tutto il Pianeta. Per avere un’idea, il surplus della Cina – che Donald Trump sta colpendo duramente con i dazi sull’acciaio e sull’alluminio – sarà pari, nel 2018, a circa 80 miliardi di dollari. Quello tedesco è invece stimato, per lo stesso anno, in circa 320 miliardi. Quattro volte tanto. Scaduta la tregua – il mese di maggio – sarà quindi dura per l’Europa negare questa evidenza e respingere le provocazioni del Presidente americano. L’Italia si muove sulla stessa scia, seppure con una velocità ben più modesta: appena del 20 per cento. Ma sono i suoi drammatici problemi sociali, con i loro riflessi di carattere politico, a richiedere una riflessione ben più seria sulle cose da fare.