LE DUE COLPE DELLA VIGILANZA DELLA BANCA D’ITALIA

ANDREW SENTANCE GLISTATIGENERALI.COM 18 NOVEMBRE 2017

Una banca deve avere un patrimonio solido in grado di coprire eventuali perdite senza arrivare al collasso, travolgendo i depositi. Che una banca non debba autofinanziarsi è di tutta evidenza fondamentale: se un istituto presta i soldi a un investitore che li mette nel capitale della banca, il patrimonio di quest’ultima non è altro che fumo.

Correva l’anno 2004 quando la Banca Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani fece un aumento di capitale per finanziare l’acquisizione di Banca Antonveneta. Dopo il fallimento di quest’operazione e, insieme alle accuse contro l’ex-Governatore della Banca d’Italia, si scoprì che la Popolare di Lodi finanziava vari amici per comprarne le azioni nell’aumento di capitale.

Nel 2017, quindi tredici anni dopo, scopriamo che la Banca Popolare di Vicenza finanziava i propri clienti a condizione che, con una parte più o meno ampia del credito erogato, comprassero le nuove azioni emesse nell’ambito di un aumento di capitale.

Dopo tutto questo tempo, dunque, la Banca d’Italia non è ancora in grado di controllare che una banca non dia prestiti ai suoi clienti per autofinanziare l’aumento di capitale della banca stessa. Questa è non una lacuna qualsiasi: vuol dire che la Banca d’Italia non è (stata) capace, in più di un’occasione, di vigilare su un punto fondamentale del sistema bancario. Non c’è da stupirsi che gli investitori non si fidino delle banche italiane.

Magari ci sarebbe da andare alla BCE a chiedere cosa fanno di diverso visto che tutto questo è venuto alla luce solo dopo che la Banca Popolare di Vicenza è passata sotto la sua vigilanza.

La scusa dei poteri insufficienti: il caso BPM

Un argomento che la Banca d’Italia e i suoi vertici hanno recentemente usato per difendersi dalle accuse è l’insufficienza di poteri. È una difesa curiosa visto che non c’è banchiere che abbia avuto vita facile senza la benedizione della Vigilanza. Ma esaminiamo un caso concreto. Quello della “vecchia” Banca Popolare di Milano.

Prendo questo paragrafo dal bilancio 2012 (pag. 464) della Banca Popolare di Milano:

«Si ricorda che i coefficienti patrimoniali del Gruppo, a partire da giugno 2011, incorporano gli effetti delle maggiori ponderazioni richieste dalla Banca d’Italia. L’effetto di tali maggiori ponderazioni porta ad un incremento delle attività di rischio ponderate pari a euro 7,6 miliardi, cui corrisponde un maggior requisito patrimoniale pari a euro 607 milioni. L’impatto dei maggiori requisiti è quantificabile in 179 bps sul Core Tier 1, 192 bps sul Tier 1 e di 259 bps sul Total Capital Ratio. Si fa presente che i suddetti maggiori requisiti potranno essere riconsiderati dall’Organo di Vigilanza a seguito dell’adozione delle misure richieste e del superamento delle carenze evidenziate nel rapporto ispettivo».

La Banca Popolare di Milano ha dunque dovuto aumentare le ponderazioni delle attività – che vuol dire: necessità di più capitale – perché la Banca d’Italia scoprì delle carenze nella gestione, e com’è noto in particolare nella governance societaria.

Ancora: bilancio consolidato  2014 (pag. 39) della Banca Popolare di Milano:

«In data 30 giugno 2014 la Banca d’Italia ha disposto la rimozione integrale degli add-on patrimoniali imposti alla BPM all’esito degli accertamenti ispettivi condotti dall’Autorità di Vigilanza presso la stessa BPM dal settembre 2010 al marzo 2011. Tale rimozione consegue agli interventi posti in essere dalla Banca per la risoluzione delle criticità tecnico-operative che avevano portato a suo tempo all’imposizione di dette misure patrimoniali e, più in generale, al percorso di rilancio perseguito. Si ricorda che i succitati add-on hanno gravato sulle RWA del Gruppo per circa Euro 8,1 miliardi sino al 31 marzo 2014, con conseguente significativo impatto sui coefficienti patrimoniali».

Quindi la Banca d’Italia era capace di identificare delle carenze tecnico-operative dalla parte della Banca Popolare di Milano, di applicare una sanzione e vedere queste carenze messe al posto senza che queste carenze avessero mai avuto un impatto negativo grave sul bilancio, anzi la Pop Milano è andata avanti a produrre utili nel 2014, 2015 e 2016.

Nello stesso tempo, Bankitalia non era capace di identificare i buchi enormi nel patrimonio della Vicenza, creati in parte con gli stessi metodi che abbiamo visto nella vicenda Lodi, chiusa con la caduta di Fiorani e le dimissioni del Governatore.

Per questo, a dispetto di tutti le spiegazioni esibite dalla Banca d’Italia per sottrarsi alle proprio responsabilità nella vicenda Vicenza, e a dispetto della frettolosa riconferma del Governatore Ignazio Visco, continuiamo a chiederci se, come si dice in inglese, i dirigenti della Vigilanza siano ‘not fit for purpose’, non all’altezza del mandato.

Bpm, gli arzilli vecchietti amici di Bankitalia -Il post-Bonomi

LINKIESTA.IT 21 NOVEMBRE 2013

 

Comunque vada l’assemblea del 21 dicembre, la presidenza del consiglio di sorveglianza della Banca popolare di Milano andrà ad un arzillo vecchietto. In lizza ci sono Lamberto Dini, 83 anni, e Piero Giarda, classe 1936. Ex presidente del Consiglio e direttore generale della Banca d’Italia l’uno, ex minstro del governo Monti l’altro. I due si conoscono bene: il secondo è stato sottosegretario del primo – assieme a Lamberto Cardia – quando dal ’95 al ’96 Dini è stato ministro del Tesoro e premier ad interim in seguito alla crisi del primo governo Berlusconi. Lodigiano, docente in Cattolica, ex collaboratore di Tommaso Padoa Schioppa sulla spending review, Giarda era stato nominato da via Nazionale alla presidenza della Banca popolare italiana (ex popolare di Lodi) per riparare i danni di Giampiero Fiorani, amico dell’ex vicedirettore di Palazzo Koch e ora presidente della Rai, Anna Maria Tarantola.

Proprio Fiorani, nel corso di un interrogatorio ripreso dai giornali nel 2010, aveva svelato particolari inediti che riguardavano una consulenza da 250mila euro assegnata dalla Popolare di Lodi all’avvocato Marco Cardia – figlio dell’allora presidente Consob Lamberto – tirato in ballo in questi giorni da Jonella Ligresti nell’interrogatorio dello scorso 17 dicembre presso la procura di Milano.

Da consigliere della Bpm sotto la presidenza di Roberto Mazzotta, nel 2006 Giarda finì multato da Consob per 10mila euro per il collocamento dei corporate bond di Parmalat, Giacomelli, Italtractor, Lucchini e Giochi Preziosi. Secondo l’authority, presieduta proprio da Lamberto Cardia, l’istituto non aveva fornito ai sottoscrittori «informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni delle specifiche operazioni» oltre ai conflitti d’interesse «derivanti da rapporti di affari di società del gruppo». Sempre nel 2006, da presidente della Bpi Giarda traghettò la fusione con la Banca popolare di Verona e Novara e Cattolica Assicurazioni che diede vita al Banco Popolare. Particolare non secondario: l’advisor era Mediobanca – assieme a Rothshild allora presieduta da Franco Bernabè – (e azionista di SelmaBipiemme Leasing con Piazza Meda) garante dell’aumento di capitale da 800 milioni chiuso nel 2011 e mancato azionista per il rotto della cuffia grazie proprio alla Time & Life di Raffaele Mincione e Lamberto Dini.

A marzo 2007, nel corso del suo intervento all’assemblea che decretò la fusione tra Bpi e la Popolare di Verona e Novara da cui nacque il Banco Popolare, Giarda dichiarò che il matrimonio rappresentava «un elemento importante del processo di riordino del sistema bancario del nostro paese». Parole non casuali: nei mesi precedenti Giarda e l’amministratore delegato, Divo Gronchi, avevano ricevuto una lettera, vergata dal neogovernatore Mario Draghi, che non lasciava spazio a interpretazioni:

«In considerazione delle problematiche aziendali, dell’incertezza sugli esiti dell’azione di riassetto e sui relativi tempi di attuazione, dell’accentuarsi di spinte concorrenziali, si ribadisce che codesta popolare dovrà valutare l’ipotesi di un’integrazione con intermediari di adeguate dimensioni».

Detto fatto. Per questo il coinvolgimento del docente di Scienza delle finanze – e consigliere del Banco popolare fino alla nomina a ministro – nella partita Bpm ha rinfocolato i rumors estivi di una possibile fusione tra l’istituto veronese e quello meneghino. Se la casella dell’amministratore delegato dovrebbe essere occupata da Giuseppe Castagna, ex direttore generale di Intesa Sanpaolo, tra i nomi dei papabili ci sono due ex del Banco come Carlo Salvatori e Fabio Innocenzi, ex amministratore delegato dell’istituto scaligero oggi a Ubs. Quest’ultimo, assolto a maggio dall’accusa di aggiotaggio nell’ambito del crac Italease, non sembra per nulla intenzionato a lasciare i vertici dell’istituto elvetico in Italia.

«Se mi viene chiesto di essere presente, sarò presente. Io vorrei sapere dai miei amici di Banca d’Italia qual è il pensiero e la strada che Bankitalia deciderà che la Bpm intraprenda», ha dichiarato una settimana fa al Corriere della Sera Lamberto Dini. Parole forse un po’ troppo confidenziali, che sembra non siano state gradite a Palazzo Koch. Tra gli “amici” in questione c’è sicuramente Luigi Federico Signorini, membro del direttorio di Bankitalia e suo ex consulente quando era presidente del Consiglio, come recita il suo curriculum. Tant’è che, secondo quanto risulta a Linkiesta, ora Signorini propenderebbe decisamente per la trasformazione delle Bpm in Società per azioni. La medesima posizione, a tendere, della lista disegnata da Mincione.

Insomma, vista dalla prospettiva di Bankitalia cambia l’ordine dei fattori, ma non l’obiettivo finale: la messa in sicurezza di uno dei principali istituti del Paese, situato in una delle aree più ricche d’Italia. Alla luce dello scandalo Mps, e con l’asset quality review della Bce ai nastri di partenza, la missione va portata a termine il prima possibile. Dopo aver inutilmente spalleggiato Bonomi nella proposta di trasformare Piazza Meda in società per azioni, idea peraltro made in Mario Draghi, via Nazionale ha ammorbidito le sue posizioni quando ha capito che si rischiava di compromettere l’aumento di capitale da 500 milioni. Quasi fuori tempo massimo. E ora Bpm ci riprova con due candidati conosciuti dal vigilante. Due Mr. Wolf che, attraverso strade diverse, dovranno recuperare il tempo perduto anche a causa degli errori di valutazione da parte di Palazzo Koch. Sebbene, come riconosce un ex ispettore, per risanare Piazza Meda ci sia un’unica mossa da fare: riformare il voto capitario.

bancamarcia – toh, fiorani restituisce 50 milioni a titolo di transazione! – e qui l’indignazione di bankomat: siete al corrente di banchieri che mescolano affari propri e affari della banca con i vostri di clienti? magari vi segnalano un socio \”obbligatorio\” in un certo affare, una consulenza da pagare a un consulente che non e’ mai stato vostro bensi’ della banca o del banchiere. Vogliamo parlarne? Vogliamo aprire un dibattito sulla morale degli affari che ruotano attorno alle banche?….

DAGOSPIA.COM 7 SETTEMBRE 2010

Bankomat per Dagospia

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I giornali di oggi, MF ad esempio in prima pagina, raccontano finalmente una bella storia. Fiorani, l\’ex furbetto banchiere della Lodi, quello che era stimato o perlomeno temuto da tutto l\’establishment, quello che andava a braccetto con il suo vigilante Governatore Fazio restituisce al suo gruppo bancario 50 milioni a titolo di transazione. Dunque li aveva. Lasciamo perdere come e con quali responsabilita\’. Li aveva. State certi che a forza di soli stipendi onesti non si mettono via in dieci anni 50 milioni.

Bankomat vi propone, cari lettori di Dagospia, una campagna morale e culturale: siete al corrente di banchieri di vario livello, anche solo direttori di area o filiale, che mescolano affari propri e affari della banca con i vostri di clienti?

Magari erogano credito dietro compenso anche indiretto, magari vi segnalano un socio \”obbligatorio\” in un certo affare, una consulenza da pagare a un consulente che non e\’ mai stato vostro bensi\’ della banca o del banchiere.

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Magari vi obbligano a pagare ricche parcelle a studi legali – in occasione ad esempio di complesse ristrutturazioni del debito della vostra impresa – a studi che non sono vostri storici di fiducia, ma loro.

Vogliamo parlarne? Vogliamo aprire un dibattito sulla morale degli affari che ruotano attorno alle banche? Perche\’ qualcuno ottiene decine e decine di milioni di finanziamento e qualcuno ci mette mesi ad avere la semplice conferma di un fido, sicche\’ risulta sconfinante in centrale rischi e passa un sacco di guai?

Se non apriamo un dibattito coraggioso magari traendo spunto da episodi ben noti di \”cattivo credito\” i fiorani e faenza torneranno. Mentre in troppi hanno interesse a farci credere che sono stati casi isolati, furbettini di provincia.

2- IL BANCO ACCETTA L\’OFFERTA DI FIORANI
Andrea Di Biase per \”Milano Finanza\”

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L\’accordo transattivo tra Gianpiero Fiorani e il Banco Popolare per chiudere l\’azione di responsabilità votata dall\’assemblea dell\’allora Popolare Italiana nei confronti del suo ex aministratore è finalmente realtà.

Benché l\’istituto guidato da Pier Francesco Saviotti non abbia diramato alcun comunicato ufficiale in merito, la proposta avanzata da Fiorani e dall\’ex dirigente della Bpi, Silvano Spinelli (che hanno messo sul piatto complessivamente circa 50 milioni), è stata accettata sia dal consiglio di gestione del Banco Popolare sia dal cda della controllata Popolare di Lodi spa e i suoi effetti economici sono già stati recepiti nella semestrale dell\’istituto veronese.

Eppure, nonostante la trattativa tra i legali di Fiorani e quelli del Banco andasse avanti ormai da tre anni e fosse anche noto che la nuova proposta avanzata dal banchiere lodigiano era sul tavolo di Saviotti almeno dalla scorsa primavera, la firma sembrava ancora lontana.

Che l\’accordo fosse quasi raggiunto lo aveva segnalato con dovizia di particolari La Repubblica alla fine di aprile, sottolineando però che il consiglio di gestione dell\’istituto veronese, pur avendo dato un assenso di massima, non si era ancora pronunciato in maniera formale sulla proposta di Fiorani. E in effetti, come sottolineato anche negli articoli apparsi successivamente sul Corriere della Sera e su Il Cittadino di Lodi, la firma sarebbe stata bloccata da alcuni problemi insorti sulle parcelle da corrispondere agli avvocati coinvolti nella transazione.

Il Banco, secondo una ricostruzione mai smentita né confermata dall\’istituto veronese, avrebbe dovuto farsi carico dei compensi dovuti ai legali di Fiorani. Inoltre, le circa cinquanta persone che l\’ex ad della Bpl aveva chiamato nella causa avviata dalla banca nei suoi confronti davanti al Tribunale di Lodi, ritenendole corresponsabili, avrebbero chiesto che, in virtù della raggiunta transazione, fosse lo stesso Fiorani a farsi carico delle parcelle dei loro legali.

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Sembrava dunque che, anche per questi motivi, la transazione tra la banca e l\’ex ad fosse finita nuovamente su un binario morto. E, invece, nel silenzio generale, l\’accordo è stato ufficialmente raggiunto. La notizia emerge dalle pieghe della semestrale dell\’istituto veronese, disponibile dal 27 agosto scorso.

«Nel corso del primo semestre», si legge nel documento, «il signor Giampiero Fiorani e il signor Silvano Spinelli (suo stretto collaboratore) hanno fatto pervenire alla Banca Popolare di Lodi (titolare del diritto al risarcimento) e al Banco Popolare, successore di Banca Popolare Italiana, una proposta transattiva, il primo nell\’azione di responsabilità contro di lui promossa, il secondo delle pretese risarcitorie fatte valere dalla Banca Popolare di Lodi per l\’attività dal medesimo svolta in collaborazione con il signor Fiorani». Fin qui nulla di nuovo, se non il fatto che oltre a Fiorani, anche Spinelli si è detto disponibile a raggiungere un accordo transattivo.

La vere novità si possono leggere nei paragrafi successivi. «La proposta», recita ancora la semestrale, «limitata per entrambi alle loro quote di responsabilità e quindi non comunicabili agli eventuali responsabili solidali, ha determinato un\’attribuzione al Banco Popolare in denaro e partecipazioni in società immobiliari valutabili all\’incirca in 50 milioni di euro». Circa 10 milioni in più, dunque, rispetto ai 40 milioni che, stando alle indiscrezioni della primavera scorsa, Fiorani era pronto a mettere a disposizione del Banco. Una cifra lievitata, forse, anche in virtù della partecipazione alla transazione di Spinelli.

Di qui, dunque, la decisione del Banco di accettare la proposta dei due ex manager, anche se nessun riferimento viene fatto alla questione delle parcelle dei legali coinvolti. «A seguito di un\’attenta e completa valutazione comparata di tutti gli aspetti e profili collegati all\’eventuale prosecuzione delle azioni avviate dal gruppo», è riportato ancora nella semestrale, «il consiglio di gestione del Banco Popolare ed il cda della Banca Popolare di Lodi hanno deliberato di accettare la proposta transattiva».

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L\’accordo, anche se solo per una parte, è già diventato esecutivo e si è tradotto in una sopravvenienza attiva di 21,6 milioni nei conti del Banco Popolare. «A seguito della progressiva ma ancora parziale esecuzione degli obblighi rivenienti dai suddetti accordi, la Bpl ha acquisito valori per un ammontare complessivo pari a 21,6 milioni di euro», che si sono tradotti in un beneficio di pari entità nel conto economico consolidato del Banco. Un ulteriore beneficio dovrebbe essere poi contabilizzato nei prossimi mesi.

«Sempre nell\’ambito dell\’esecuzione degli accordi transattivi citati la Banca Popolare di Lodi prima della fine del semestre ha assunto la titolarità di un serie di quote partecipative in società immobiliari». Per ora «le partecipazioni sono state iscritte nel bilancio della Banca Popolare di Lodi al valore convenzionale di un euro cadauna», in attesa che venga calcolato il fair value di queste società. Gli amministratori del Banco non ritengono infatti che il valore del patrimonio desumibile dagli ultimi bilanci approvati non sia rappresentativo del fair value delle partecipate.

CARIGE, COME I TOP MANAGER SVALIGIARONO LA BANCA

https://soldiexpert.com 10 AGOSTO 2017

di 

Da questa analisi è stato tratto l’articolo (vedi qui) pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” del 9 agosto 2017

 

Su Sky da alcune settimane spopola fra gli appassionati del genere la serie “Riviera”, un ritratto nerissimo e insieme sfavillante del jet set della Costa Azzurra, a base di scandali bancari, sesso, segreti e inganni. Una fiction.

Ci sono meno di 200 chilometri fra Montecarlo e Genova ma la realtà che emerge dalla lettura del libro “Banche in sofferenza. La vera storia della Carige di Genova (goWare ed Epoké Editori) scritto dalla giornalista Carlotta Scozzari supera la fantasia. E la riviera italiana non ha nulla di invidiare a quella francese.

Un libro racconta la vera storia di banca Carige

A Genova di sesso se ne fa poco (il tasso di natalità in Liguria ha il record negativo) ma in quanto a imbrogli finanziari, scalate e tradimenti e colpi di scena non manca nulla nella storia di Carige.

C’è un protagonista principale che emerge fortissimo in questo sfascio (ma non è il solo) ed è Giovanni Berneschi, l’ex presidente di questa banca e il vero dominus degli ultimi decenni di questo istituto.

A febbraio è stato condannato in primo grado a otto anni e due mesi (con la libertà vigilata) e alla confisca di 26 milioni di euro con l’accusa di associazione a delinquere, truffa e riciclaggio.

il libro/ebook di Carlotta Scozzari fa luce sulla storia di Carige dell'ultimo ventennio
il libro/ebook di Carlotta Scozzari fa luce sulla storia di Carige dell’ultimo ventennio

“Ci mancava mi sparassero”, la prima reazione a caldo dell’ex vertice Carige dopo la lettura del dispositivo della sentenza.

Oltre 2 anni in più di quanto aveva chiesto il pm Silvio Franz in un processo dove erano imputate altre 7 persone fra assicuratori, commercialisti, immobiliaristi, notai e avvocati della Genova che conta.

Come ti rapino una banca a Genova

La maxi truffa per l’accusa (oltre un centinaio di milioni di euro fatti sparire e accertati) consisteva nel far acquistare dal ramo assicurativo della banca (Carige Vita Nuova) immobili, hotel e quote azionarie di imprenditori compiacenti a prezzi gonfiati per poi dividere il malloppo milionario.

E nel libro della Scozzari si scoprono molte cose interessanti su come funzionava il “giro del fumo”.

Per esempio le assicurazioni Carige Vita Nuova comprano dall’immobiliarista Ernesto Cavallini (condannato a 8 anni e 6 mesi) gli alberghi Hotel Mercure di Milano e l’hotel Pisana di Roma al prezzo complessivo di 70,5 milioni di euro, cifra che “risulta essere di circa il 50% superiore al reale valore grazie alle valutazioni gonfiate del valore dei due alberghi”.

I soldi delle mega cresta documenta l’accusa vengono poi spartiti dall’ex capo di Carige, Berneschi, dall’ex capo del ramo assicurativo, Ferdinando Menconi (7 anni) e dagli imprenditori e professionisti complici e reinvestiti in Svizzera (per esempio l’Holiday Inn di Lugano) attraverso varie aziende schermo domiciliate in mezzo mondo.

Un format di truffa utilizzato con successo diverse volte.

Sì stiamo parlando proprio dell’ex numero 1 della banca ligure (dove percepiva un compenso annuo milionario) nonchè dal luglio 2009 al 2014 ex vice-presidente dell’Abi, l’associazione dei banchieri (la stessa che aveva nominato Mussari di MPS come presidente) che frodava da anni la sua stessa banca secondo gli atti processuali.

Prove e intercettazioni raccolte nel libro (disponibile anche in ebook su Kindle) veramente imbarazzanti non solo nei confronti di questo banchiere ma anche nei confronti dei passati consigli di amministrazione come dei sindaci e revisori che non si accorgevano della tosatura da centinaia di milioni di euro operata nei confronti dell’istituto di credito ligure. Con autorità di controllo per molti anni distratte su quello che accadeva a Genova & dintorni.

Dal dicembre 2012 iniziano le ispezioni di Bankitalia (le sanzioni arriveranno nel 2014) che rilevano le “stranezze” di questa banca dove alcuni imprenditori vicini a Berneschi o rappresentati nel consiglio di amministrazione ricevono crediti a go go.

E se anche non pagano i debiti si continuano a finanziare pur di non svalutare quanto già concesso e far emergere le perdite milionarie. E si comprende così leggendo questo libro come Carige sia arrivata a cumulare oltre 7,2 miliardi di crediti deteriorati.

Gli immobili dati a garanzia vengono valutati generosamente attraverso perizie “display” (definizione degli ispettori Bankitalia), ovvero al computer, senza nemmeno recarsi sul posto per vedere se esistono veramente e in che stato si trovano. Le perizie poi sono gonfiate come insegnano tutte le cronache finanziarie di malafinanza di questi anni.

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Genova per noi

C’è tutta la Genova che conta intorno a Berneschi all’apice del suo lunghissimo potere che lo fa diventare il Doge della città. C’è la sponda berlusconiana di Forza Italia con Alessandro Scajola come vice-presidente (fratello del più noto ex ministro nel cda di Carige) ma anche il mondo delle Coop rosse. C’è il feeling con l’ex governatore ligure, Claudio Burlando ma anche la curia genovese grazie ai buoni rapporti con Tarcisio Bertone, ex segretario di Stato del Vaticano.

In Carige (e non solo purtroppo) il modello in voga è basato sui “debitori di riferimento”. Imprenditori che siedono nel consiglio di amministrazione e, approfittando della posizione influente, si fanno finanziare dalla banca stessa. Il modello alla “genovese” fa proseliti in tutta Italia e Berneschi si merita anche il titolo di Cavaliere del Lavoro nel 2005 e la laurea honoris Causa in “Economia Bancaria”, titolo concesso in pompa magna dal’Università di Genova.

Poi il precipizio giudiziario per Berneschi ma anche per gli azionisti di Banca Carige che hanno visto in questi anni crollare del 95% il titolo. Le vicissitudini di Carige non finiscono, infatti, con la defenestrazione di Berneschi ma come in un thriller finanziario a Genova i colpi di scena non finiscono mai.

Sul mercato si fa largo un cavaliere bianco o almeno così si presenta l’industriale siderurgico miliardario Vittorio Malacalza, che diventa nel 2015 l’azionista di riferimento di banca Carige con una quota inferiore al 18%.

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Arriva in Carige dopo aver guadagnato 300 milioni di euro in 5 anni grazie a una partecipazione in Pirelli dove ha fatto vedere i sorci verdi a Marco Tronchetti Provera e punta quasi tutta la “simpatica plusvalenza” sulla banca genovese. Dopo 2 anni però il suo investimento si è svalutato di circa 200 milioni di euro col titolo Carige sprofondato e la necessità secondo la BCE di varare un nuovo aumento di capitale “decisivo” che sarebbe poi il terzo in quattro anni.

Sotto la Lanterna i soldi non bastano mai

Una roba questa della ricapitalizzazione che non piace per niente al mercato e ai piccoli soci già provati visto che a Piazza Affari oggi Carige capitalizza circa 200 milioni di euro e ci sarebbe da richiedere al mercato almeno 550 milioni di euro (viene chiesto ai soci praticamente di triplicare l’investimento) più ricavare altri 200 milioni dalle cessioni soprattutto immobiliari. E con la BCE che aleggia come un falco da tempo, minacciando il commissariamento se non si arriva a un più definitivo riassetto.

L’ultima semestrale licenziata dall’amministratore delegato Paolo Fiorentino (ex Unicredit) nuovo di zecca di Carige cerca di vedere la luce in fondo al tunnel ma i conti restano pesanti. La semestrale 2017 indica una perdita di 154,9 milioni di euro con proventi operativi in discesa del 14,4% rispetto a un anno fa.
Rispetto a qualche anno fa la banca ha ridotto di circa la metà tutti i ricavi e l’attivo; il patrimonio netto ammonta a 2,1 miliardi di euro ma nonostante la cessione di sofferenze per quasi un miliardo di euro il portafogli crediti deteriorato resta elevato con inadempienze probabili a quota 2,3 miliardi di euro netti.

La situazione dentro Carige resta tesa su più fronti. Fra i soci eccellenti di Carige alcuni azionisti come il discusso miliardario Gabriele Volpi (che ha scelto Gianpaolo Fiorani, ex numero 1 della Popolare Lodi, come suo braccio destro) hanno iniziato da tempo a muoversi in disaccordo rispetto alle posizioni di Malacalza.

Sono state avviate dall’attuale azionista di maggioranza relativa azioni di responsabilità nei confronti sia di Berneschi che dei successivi vertici (Montani e Casltebarco) e anche l’amministratore delegato nominato dallo stesso Vittorio Malacalza (che è anche vicepresidente di Carige) dopo la sua presa, Guido Bastianini, è stato sfiduciato a giugno di quest’anno dopo un appello al cda dello stesso Malacalza: “o me o lui”.

I colpi di scena non mancano a Genova compresa la cessione delle compagnie assicurative (ex Carige Vita e ora Amissima) avvenuta nella primavera del 2015 al gruppo americano Apollo ( gestore di asset per 200 miliardi di dollari) che viene duramente contestata dall’attuale proprietà di Carige per il valore della transazione giudicata troppo bassa.

 

Quando gli americani di Apollo prelevarono 446 milioni di euro dalla liquidità di Carige e poi…

Ma non solo. Ci sono accuse pesantissime da parte dei legali di Malacalza agli americani di Apollo. Con richieste di risarcimenti di danni economici da centinaia di milioni di euro e particolari inquietanti come quando le assicurazioni Amissima nel mese di dicembre 2015 nel giro di un mese prelevano quasi tutta la liquidità giacente presso banca Carige per impiegarla in altro modo.

Dai conti di Carige sparisce così quasi la metà della liquidità visto che si tratta di quasi 446 milioni di euro e questa situazione mette in allarme la BCE. Un simile prelievo accende tutte le spie rosse dei controllori e mette in forte difficoltà la banca genovese .

Qualche mese a dopo un nuovo colpo di scena: il fondo Apollo annuncia un’offerta per rilevare i crediti deteriorati in blocco di Carige e iniettare 550 milioni di euro nel capitale della banca ligure per diventare il primo azionista. Malacalza non ci sta, sospetta che c’è un disegno per portargli via la banca in modo rapace e fa causa miliardaria agli americani di Apollo che contro-denunciano.

E tutto questo succede a Genova e non in un film come spiega l’avvincente libro di Carlotta Scozzari per gli appassionati del genere thriller finanziario all’italiana. Dove la realtà supera sempre la fantasia.

Gabriele Volpi, il miliardario che fa affari con il calcio

DI VITTORIO MALAGUTTI E STEFANO VERGINE 17 GENNAIO 2018 ESPRESSO.REPUBBLICA.IT

È diventato ricco in Nigeria. E ora continua ad arricchirsi con operazioni su giocatori e club in Italia. Un esempio? Il caso di Iturbe: comprato per 15 milioni, rivenduto due settimane dopo per 22, poi in prestito al Tijuana

Gabriele Volpi, il miliardario che fa affari con il calcio
Juan Manuel Iturbe con la maglia della Roma

Capri, luglio 2014. La stella del Barcellona Lionel Messi arriva nel Golfo di Napoli a bordo di uno yacht chiamato GiVi. Sessanta metri di imbarcazione, con tanto di bagno turco e palestra a bordo. Bisogna partire da questa immagine per capire qual è il vero interesse per il calcio di Gabriele Volpi, l’uomo che negli ultimi anni ha comprato almeno due squadre e fondato un’accademia giovanile in Africa. Lo yacht su cui viaggiava Messi, una specie di hotel galleggiante, era stato infatti offerto al fuoriclasse argentino proprio dall’imprenditore italiano.

Ma chi è Gabriele Volpe? Un ex impiegato della Carlo Erba emigrato in Nigeria quarant’anni fa, che in Africa ha creato un gruppo della logistica con un fatturato stimato in due miliardi di dollari. Perché tanta generosità nei confronti di Messi? Negli stessi giorni in cui il campione solcava i mari nostrani, il magnate ligure stava per chiudere un affare importante con un suo amico intimo: il connazionale Gustavo Mascardi, uno degli agenti sportivi più potenti al mondo.

L’affare in questione riguardava Juan Iturbe, attaccante paraguaiano di 25 anni che all’epoca aveva appena terminato una stagione memorabile con la maglia dell’Hellas Verona e stava per essere venduto alla Roma. Nell’operazione, come dimostrano i documenti letti da L’Espresso, Volpi ha avuto un ruolo rilevante: si è infatti ritrovato a possedere di fatto il 20 per cento del cartellino del calciatore, una situazione oggi proibita dalla Fifa. E decisamente poco compatibile con le sue dichiarazioni ufficiali. Anni fa, quando gli chiesero perché avesse deciso di investire nel calcio, Volpi rispose infatti di averlo fatto per beneficenza. «Dio mi ha dato un po’ di prosperità all’estero», spiegò, «così una piccolissima parte delle finanze personali voglio spenderla per togliere i ragazzi dalla strada avvicinandoli allo sport». Era il febbraio del 2012 e “il bianco più ricco d’Africa”, com’era soprannominato, stava per diventare proprietario della seconda squadra in pochi anni. Dopo aver acquistato lo Spezia, portandolo dalla serie D alla B in soli tre anni, si apprestava a rilevare il Rijeka, tra i club più titolati della Croazia.

A quasi sei anni di distanza da quell’intervista, Volpi è diventato uno degli investitori più noti e controversi d’Italia. Oggi è il secondo azionista di Banca Carige, socio di Eataly e Moncler, fresco proprietario dell’Interporto di Venezia, promotore di una serie di progetti immobiliari milionari in Liguria.

Un palmares finanziario a cui si aggiungono però parecchie ombre. Ad esempio, una condanna a due anni e sei mesi comminatagli negli anni Novanta per la bancarotta fraudolenta della società Medafrica. Oltre a diverse indagini per reati fiscali, la più importante delle quali ha portato la procura di Como a chiedere di recente il rinvio a giudizio per autoriciclaggio (oltre mezzo milione di euro trasferito dalla Svizzera all’Italia tramite alcuni spalloni). Tutto questo senza dimenticare la partnership con Gianpiero Fiorani, l’ex dominus della Banca Popolare di Lodi protagonista dello scandalo dei “furbetti del quartierino”, oggi consulente d’affari del paperone ligure.

E lo sport? Già, di soldi Volpi ne ha messi tanti anche lì. Solo per ripianare le perdite accumulate dallo Spezia nelle ultime cinque stagioni, per esempio, ha sborsato 42,6 milioni di euro. Somma a cui vanno aggiunti i denari investiti per il Rijeka e la Pro Recco, la squadra di pallanuoto dove giocò da ragazzo.
Dietro le dichiarazioni da mecenate del pallone si nasconde una storia più complicata, fatta di accordi segreti, società offshore e compravendite di giovanissimi giocatori. Come l’ex stella della Roma Iturbe, appunto. O i baby campioni africani arrivati in Italia negli ultimi anni. Promesse del calcio su cui il settantaquatrennenne con passaporto nigeriano ha tentato di realizzare, talvolta riuscendoci, profitti milionari.

Ripartiamo dal 2013, quando Iturbe è ufficialmente ancora un giovanissimo giocatore del Porto in prestito al Verona.

Come già rivelato dal nostro giornale con l’inchiesta Football Leaks, all’epoca il club lusitano non è in realtà l’unico proprietario del calciatore. Il suo cartellino è infatti diviso fra tre soci: oltre al Porto c’è il fondo lusitano Soccer Invest e quello inglese Pencilhill, azionista di maggioranza.

La svolta arriva il primo luglio 2014, quando l’attaccante viene venduto per 15 milioni al Verona. Che, solo due settimane dopo, lo rivende alla Roma per 22 milioni. Una compravendita che permette al presidente del club scaligero, Maurizio Setti, di incassare una plusvalenza di 7 milioni, una delle più alte nella storia del club. Ma non è solo il patron dell’Hellas a sorridere. Oltre a Mascardi, rappresentante del fondo Pencilhill, anche Volpi ha guadagnato dallo strano affare Iturbe. Nell’ottobre dello stesso anno la panamense Delta Limited, una società che i documenti in possesso de L’Espresso riconducono proprio all’imprenditore ligure, è diventata infatti intestataria di un’opzione sul calciatore: la scatola offshore ha ricevuto dalla Lastcard, un’altra società rappresentata da Mascardi, il diritto a ottenere il 20 per cento di quanto la Roma incasserà se dovesse vendere o prestare Iturbe.

Com’è finita lo sanno bene i tifosi giallorossi. Il “nuovo Messi”, com’era soprannominato quando arrivò nella Capitale, si è rivelato uno dei flop più clamorosi degli ultimi anni, tanto da essere finito in prestito diverse volte, dagli inglesi del Bournemouth al Torino fino ai messicani del Club Tijuana, di proprietà del businessman Jorge Hank Rhon, potentissimo nel settore delle scommesse. Qualcosa, però, Volpi deve aver guadagnato. Perché ogni volta che la Roma ha ottenuto soldi per i prestiti, alla Delta è stato girato il 20 per cento. O almeno questo prevedeva il contratto.

Ultimamente anche alla Figc, l’organo che controlla il calcio in Italia, devono avere avuto qualche dubbio sui reali interessi di Volpi per il mondo del pallone.

Lo scorso settembre la procura generale della Federazione ha aperto un’inchiesta per verificare se il milionario è il padrone occulto del Verona. Sì, proprio la società che ha realizzato un guadagno da record con la vendita di Iturbe. Inchiesta archiviata in un battibaleno, due settimane o poco più.

Gli elementi che inducono a ipotizzare un legame strettissimo tra Volpi e il club veneto però non mancano. C’è un documento datato 19 ottobre 2015. Riguarda un prestito obbligazionario da 10 milioni di euro tra la HV7, la società attraverso cui Setti controlla l’Hellas, e la San Rocco Immobiliare, una delle tante aziende di Volpi. Un modo per controllare un altro club calcistico senza apparire ufficialmente? L’ipotesi è stata sempre smentita dai diretti interessati con la seguente motivazione: il prestito riguarda Volpi e Setti, il Verona non c’entra.
Il contratto letto dall’Espresso contraddice questa tesi: «Le risorse finanziarie rivenienti dal collocamento del prestito obbligazionario in oggetto», c’è scritto, «dovranno essere destinate al sostegno finanziario dell’Hellas Verona». Insomma, i soldi prestati a Setti servivano per il club. E Volpi ne era consapevole. Il regolamento federale non vieta però alla stessa persona di controllare due club che militano in categorie diverse, come è il caso in questione. E allora perché il milionario italo-nigeriano ha sempre smentito un suo interesse nella società scaligera?

Una stranezza che fa il pari con un’altra. A fine dicembre il Rijeka, la squadra croata rilevata da Volpi cinque anni fa, ha fatto sapere che l’imprenditore ligure ha venduto tutte le sue quote. A comprare è stato Damir Miskovic, non propriamente un uomo indipendente da Volpi. Ex calciatore, oggi console onorario della Croazia in Nigeria, Miskovic dice di lavorare da 25 anni in Africa per l’imprenditore italiano, e di ricoprire attualmente il ruolo di direttore esecutivo della Orlean Invest, la holding di Volpi.

Non solo. Miskovic è lo stesso a cui il magnate ligure ha affidato il compito di gestire l’Abuja Football College, un’accademia calcistica attiva in Africa da almeno cinque anni. «Non posso dirle quanto ho pagato per acquistare il Rijeka, il prezzo è confidenziale», ha risposto Miskovic quando l’abbiamo contattato. Una ritrosia anomala nel calcio professionistico, in cui le compravendite dei club vengono solitamente rese note nei minimi dettagli.

Ma d’altra parte Volpi e i suoi uomini sono fatti così. Decine di società disseminate in paradisi fiscali: Panama, Isole Vergini Britanniche, Bahamas, Isola di Man, Malta, Lussemburgo, Liechtenstein. Tutto nella massima riservatezza.

E anche per lo sport è stata scelta una piazza discreta. Tutti i club sono controllati da una fondazione olandese, la Social Sport, di cui non è possibile conoscere i beneficiari. C’è solo un dettaglio utile. Fino a un paio d’anni fa esisteva una succursale in Belgio chiamata Volpi Sportmanship Foundation. Amministrata, oltre che dal milionario con passaporto nigeriano, dal finanziere Giovanni Tamburi e da Franco Carraro, senatore di Forza Italia e già ministro, sindaco di Roma e presidente di Figc e Coni.

Per districarsi nella complicata trama e trovare una spiegazione a tanta riservatezza bisogna seguire lo spostamento di alcuni giocatori. Giovani promesse che rimbalzano tra le varie squadre della galassia calcistica targata Volpi, quasi sempre in prestito o ceduti a parametro zero, senza dunque esborsi ingenti per i club. Se tutto va bene, tra un passaggio e l’altro il calciatore aumenta il suo valore di mercato. Finché non arriva una società esterna pronta a comprarlo. Più o meno lo stesso schema usato per Iturbe.
La casistica è ricca, ma ci sono un paio di esempi emblematici. Abdullahi Nura e Umar Sadiq sono due nigeriani classe ’97. Cresciuti nell’Accademia Abuja, arrivano allo Spezia nel 2013, ancora minorenni, per cifre sconosciute. Tre anni dopo li compra la Roma sborsando in totale 5 milioni di euro. Un bel guadagno per Volpi e la sua organizzazione benefica.

Ma il nigeriano più promettente, al momento, è Orji Okwonkwo, 19 anni, anche lui cresciuto nell’Abuja, la scuola di calcio fondata da Volpi. Nell’estate del 2016 è arrivato al Bologna, il club che Volpi in passato aveva cercato di comprare. E quest’anno, nei pochi minuti giocati, ha già segnato tre gol, tanto da essersi meritato il titolo di rivelazione della serie A. Chi è l’intestatario del giocatore? Nel bilancio del club emiliano il nome di Okwonkwo non compare, ma la società assicura di averlo acquistato interamente senza aver versato un euro all’accademia nigeriana.

Se fosse vero, Volpi si sarebbe lasciato scappare un affare milionario. E per una volta avrebbe fatto davvero beneficenza. Al Bologna, però.

Carige, che cosa combina Fiorani nella disputa fra Malacalza e Volpi

Maria Benvenuto FORMICHE.NET 10 LUGLIO 2017

Carige, che cosa combina Fiorani nella disputa fra Malacalza e Volpi

Mentre Carige sta facendo di tutto perché vada in porto il piano di risanamento appena varato dal neo amministratore delegato Paolo Fiorentino, la vicenda della banca ligure sembra arricchirsi di un nuovo protagonista. Un nuovo protagonista che, a dire la verità, è una vecchia conoscenza del mondo della finanza italiana: Gianpiero Fiorani (nella foto), colui che nel 2005, nel periodo delle cordate in difesa dell’italianità, tentò senza successo la scalata ad Antonveneta (banca, quest’ultima, poi, dopo tanti giri, finita al Monte dei Paschi di Siena).

COSA FA L’EX NUMERO UNO DELLA POPOLARE DI LODI

È cosa nota non solo in ambienti genovesi che da un po’ di tempo, ormai, Fiorani affianchi nei suoi affari il finanziere Gabriele Volpi, secondo socio forte di Carige con circa il 6% alle spalle della famiglia Malacalza. Fino a oggi però lo stesso Volpi ha sempre garantito che Fiorani lo consiglia in tutti i suoi affari ma non in quelli legati alla banca ligure. Secondo Repubblica del 9 luglio, il vento ora sarebbe cambiato: “Se all’inizio Fiorani si occupava degli investimenti immobiliari del tycoon con passaporto nigeriano, negli ultimi tempi pare sia tornato al suo ‘primo amore’, le banche”. In particolare, Repubblica racconta “addirittura di un colloquio telefonico tentato da Fiorani con Vittorio Malacalza e conclusosi in maniera piuttosto burrascosa”.

RAPPORTI DIFFICILI TRA AZIONISTI

Per capire il motivo della presunta telefonata, bisogna tornare alla recente decisione di Vittorio Malcalza, vicepresidente della banca e primo azionista con il 17,6% (quota detenuta tramite la holding di famiglia Malacalza Investimenti) di interrompere il mandato dell’amministratore delegato, Guido Bastianini. E questo, si dice, per le modalità con cui Bastianini aveva deciso di attuare il nuovo, necessario aumento di capitale del gruppo genovese; modalità che avrebbero rischiato di indebolire il ruolo di primo socio incontrastato di Malacalza. Volpi, però, non avrebbe gradito la “cacciata”, al punto che due consiglieri di amministrazione eletti dalla lista del finanziere attivo in Nigeria, Claudio Calabi(già numero uno di Risanamento e del Sole 24 ore) e Alberto Mocchi, hanno rassegnato le dimissioni dal cda in segno di protesta. Ora infuria la battaglia sulla sostituzione dei due consiglieri. Un compromesso potrebbe essere trovato con l’ingresso di una donna nel board, in rappresentanza di Volpi.

IL PIANO DA ATTUARE ENTRO L’ANNO

Le tensioni tra azionisti alimentano qualche perplessità sulla sottoscrizione totale dell’aumento di capitale da 500 milioni appena varato dal cda guidato dall’ad Paolo Fiorentino (che ha da poco preso il posto di Bastianini). Alla ricapitalizzazione si aggiungono poi cessioni per 200 milioni, anche nel settore immobiliare, sempre da condurre in porto entro la fine dell’anno, come da pressing della Bce. Che le tensioni tra azionisti possano presto condurre a una battaglia per il controllo vero e proprio della banca? Qualcuno, a Genova e non solo, comincia a sospettarlo.

Fiorani: «Porteremo in Borsa le attività del gruppo Volpi»

http://www.themeditelegraph.com/ 13 DICEMBRE 2017

PAOLO ARDITO E MASSIMO GUERRA

foto

La Spezia – Gianpiero Fiorani torna alla ribalta e parla di Borsa. E lo fa nell’esclusivo ristorante “La Rada”, a porto Lotti, a margine della cena di gala organizzata dallo Spezia calcio per lo scambio di auguri di calciatori, tecnici e dirigenti. Il patron del club aquilotto Gabriele Volpi lo ha rilanciato nel mondo della finanza, affidandogli un ruolo centrale nelle sue molteplici attività economiche e investendolo del ruolo di managing director. Sembra rigenerato, Fiorani. Elegante, sorridente e soprattutto molto loquace, esibisce un eloquio asciutto e concreto. Snocciola numeri e obiettivi come quando era il numero uno della Banca Popolare di Lodi, prima del terremoto giudiziario che lo travolse. Oggi ha trovato nuova energia e rinnovate motivazioni da quando Volpi gli ha affidato le chiavi per ristrutturare la sua holding, la Orlean Invest con 42 società collegate, settemila dipendenti e un vorticoso business tra l’Africa e l’Europa. Il fatto nuovo è la dichiarata volontà di quotare a medio termine la “ristrutturata” holding di Volpi, obiettivo raggiungibile soltanto attraverso un’operazione di trasparenza non da poco, perché per convincere e attrarre gli investitori internazionali si deve uscire allo scoperto con tanto di strategia chiara, piano industriale e struttura finanziaria equilibrata. Requisiti, per ammissione dello stesso Fiorani, oggi lontani.

«Tutti voi conoscete Gabriele Volpi, ma in pochi conoscono il suo gruppo – ha detto Fiorani -, adesso dobbiamo cercare di colmare questa carenza di informazione. Perché sono coinvolte nel progetto oltre duemila famiglie in Africa e in Europa, e vogliamo continuare a crescere, non solo in Africa dove contiamo di risolvere a breve un contenzioso con le autorità portuali nigeriane. In Europa partiremo con grandi investimenti, da Porto Marghera (dove la Orlean Invest, holding si è aggiudicata i 240 mila metri quadri del l’interporto veneto per una cifra attorno ai 60 milioni di euro ndr) a Santa Margherita, con il totale rifacimento del porticciolo, a Recco con la creazione della piscina dei sogni e un centro residenziale da oltre 100 appartamenti. Ecco perché è importante farci conoscere, a partire dalla nostra sede legale che è nella piazza più bella di Lugano. Il gruppo vivrà a breve una riorganizzazione necessaria a dare stabilità. La nostra idea è di arrivare alla quotazione non tanto per incrementare valore aggiunto dagli azionisti, ma per consentire di aprirci verso i mercati internazionali».

La holding, quindi, comprenderebbe tutte le attività economiche italiane di Volpi. Fiorani nel suo lungo discorso non ha specificato chi dovrà presentarsi e convincere la Borsa sulla bontà dell’investimento una volta completata l’operazione visibilità e trasparenza. Difficile si possa puntare su di lui, non soltanto per le sue vicissitudini giudiziarie. Nel frattempo Volpi ha annunciato l’intenzione di aumentare il suo peso in Carige, passando dal 6 al 9,9% all’indomani della ricapitalizzazione.

Un segno di immense disponibilità finanziare, generate per anni dal monopolio di fatto, al largo delle coste africane, dell’attività di supporto alle multinazionali del petrolio impegnate nelle attività di trivellazione dell’Oceano sulle piattaforme off-shore targato Intels (ex Nicotes) società di riferimento della holding, in grado di fatturare anche oltre un miliardo di dollari l’anno, con annessi rapporti economico politici in chiaroscuro con i rissosi governi dell’area e rami di attività europei nei settori del turismo, delle costruzioni oltre che nello sport, con il cuore e il sentimento del patron Volpi più in piscina con la Pro Recco, che sul sintetico del Picco, ma con forti investimenti su entrambi i fronti. Della ristrutturazione già avviata l’ultimo taglio, in ordine di tempo, è stato l’uscita dal pacchetto azionario del Rjieka, malgrado la vittoria dello scudetto nel campionato di calcio croato e la partecipazione ai preliminari di Champions League e la recente vittoria sul Milan in Europa League.

Il mistero Hellas Verona: Setti e il rapporto con Volpi, lo ‘Zio d’Africa’

http://www.calciomercato.com/ 21 MARZO 2018 – PIPPO RUSSO

Il mistero Hellas Verona: Setti e il rapporto con Volpi, lo 'Zio d'Africa'
Da qualche tempo a questa parte il signor Maurizio Setti ha preso il vezzo d’esternare. Rilascia interviste, scrive lettere aperte, divulga video-messaggi. Il tema è sempre quello: la situazione economica e societaria dell’Hellas Verona. E a questo punto, alla gamma dei canali multimediali usati da questo imprenditore carpigiano della moda, mancano il braille e l’apparizione sui vetri dei microonde nelle case dei tifosi gialloblu. A quel punto il cerchio dell’offensiva mediatica sarebbe compiuto. Senza che, invero, l’auspicato effetto-trasparenza scalfisca minimamente l’opacità che avvolge il club di cui Setti è proprietario dal 2012. Un anno che è stato l’inizio di tutto, senza che ancora si sia capito di cosa.

Soltanto l’anno precedente il signor Setti fa parte della cordata che, ispirata da Giovanni Consorte, rileva il Bologna. Del club rossoblu viene eletto vicepresidente, appena una poltrona sotto quella del geometra centese Albano Guaraldi. Al quale riserva parole molto dure nel momento di andarsene a Verona. Parla di “concezione lobbistica del fare sport”, e per rimarcare la propria diversità afferma d’essere portatore di una visione romantica del calcio e di non credere “che si debba mescolare lo sport con gli affari che possono venire di conseguenza” (LEGGI QUI).

Parole che tornano indietro come boomerang, allo stesso modo in cui con costanza si ripresenta una figura che è il convitato di pietra dell’intera vicenda calcistica di Setti: Gabriele Volpi, l’imprenditore italiano con passaporto nigeriano che dopo il rientro in Italia ha preso a investire nello sport. Nel suo portafoglio sono entrati la Pro Recco di pallanuoto (club della sua città natale) e i club calcistici dello Spezia e del Rjeka, in Croazia. Negli ultimi anni Volpi è stato dato vicinissimo anche all’acquisizione della Sampdoria, senza che l’operazione si sia mai concretizzata. E soprattutto è stato indicato come molto prossimo a Setti. Sia nei giorni in cui l’imprenditore carpigiano è vicepresidente del Bologna, come riferisce l’articolo appena menzionato, sia dal momento in cui mette le mani sull’Hellas.

Riguardo a quest’ultima avventura calcistica, per Setti la gestione dell’ombra di Gabriele Volpi è sin da principio fonte di imbarazzo. Difficile per lui negare che vi sia un rapporto, e allora per lungo tempo si tratta di sminuirne la portata. Amici sì, ma nulla più. E pazienza se quel perfido archivio che è il web pullula di reperti da cui si evince una prossimità parecchio simile alla promiscuità. A cominciare dalle notizie del periodo in cui Setti s’appresta a lasciare il Bologna e insieme al ricchissimo imprenditore tornato dalla Nigeria pare impegnato nelle grandi manovre. Pallone e alta finanza come fosse Antani.

Nella primavera del 2012 i due si muovono da gran compari, con Volpi che fa addirittura da spin doctor per il suo rampante amico della provincia modenese. A fine marzo 2012 il magnate italo-nigeriano affida una confidenza alla Gazzetta dello Sport, e racconta che Setti acquisirà il Verona ma lui non c’entra nulla  (LEGGI QUI). I due sono appena stati a contatto di gomito per vedere la gara della Coppa Italia di Lega Pro tra Spezia e Foggia (6-0 per i padroni di casa), con lo Zio d’Africa a fare da anfitrione sugli spalti dello stadio Picco (LEGGI QUI).

Con siffatte premesse, inevitabile che il chiacchiericcio sul reale assetto proprietario dell’Hellas si faccia ricco di allusioni. Rispetto alle quali Setti ha per lungo tempo risposto con fermezza, e talvolta in modo piccato. Questione di reputazione e d’autostima, per un soggetto che ci ha sempre tenuto a coltivare l’ego. Per capire, basta dare una sbirciatina alla sua pagina su Wikipedia. Una di quelle che, a chi come me si tassa per 5 euro al mese per sostenere l’enciclopedia collettiva del web, suscita il dovuto disappunto per l’inadeguata sorveglianza sui contenuti che vengono inseriti nelle pagine biografiche. Pagine che a volte rischiano di essere un pelino apologetiche, per via di quel trasformarsi in un ibrido fra il curriculum vitae e l’autobiografia. Ovviamente ci si guarda bene dall’asserire che la pagina Wiki su Maurizio Setti sia stata vergata da Setti Maurizio. L’uomo è troppo impegnato a gestire le aziende e le ospitate da Gigi Marzullo (LEGGI QUI), per dedicarsi alla fureria biografica di sé medesimo.

E tuttavia leggendo certi passaggi vien da dire che, se non proprio da lui, essi paiono scritti dalla mano di una mamma o di un’amorevole zia. Per dire, quell’inizio in cui si riferisce ch’egli “possiede un aereo storico ‘Falchetto'”, e che è “appassionato della Vespa, di cui possiede un esemplare del 1951 esposta nell’atrio della sua azienda”, pare parecchio intimista (QUI LA CONFERMA). Non certo in linea col distacco e i contenuti informativi che un’enciclopedia web dovrebbe riportare. E lasciamo pure perdere quel riferimento al periodo in cui è stato “socio del Carpi F. C. con cui ha conquistato due promozioni”. Come se in campo fosse sceso lui.

Ma al di là di quale sia la mano apologetica che ha vergato queste note sul web, rimane il fatto che per il signor Setti il senso dell’ego sia una stella polare. Per cui figurarsi quanto possa fargli piacere sentire insinuare che non sia lui, bensì lo Zio d’Africa, il vero proprietario dell’Hellas. E infatti, fino a un dato periodo, il proprietario-di-un-esemplare-di-Vespa-del-1951 reagisce con decisione a ogni voce che riporti questa ipotesi. Per un articolo della Gazzetta, firmato da Nicola Binda e pubblicato nel 2013, parte addirittura una querela (LEGGI QUI). Da informazioni riservate risulta che quel procedimento giudiziario sia stato archiviato dal Tribunale di Milano esattamente un anno fa. E durante il comodissimo lasso di tempo in cui la giustizia ha fatto il suo corso, per Setti l’ombra di Volpi è stata una compagnia costante.

A novembre 2015, durante il programma televisivo “Lunedì nel pallone” mandato in onda da Telearena, arriva a sostenere che le voci sull’amicizia col magnate italo-nigeriano siano “leggende metropolitane”. E tutti gli articoli di giornale pubblicati nel 2012? E le foto scattate sulle tribune dello stadio Picco? Niente d’importante. E anzi, per rafforzare il concetto Setti fa riportare quella versione sul sito ufficiale dell’Hellas, in una notizia che riferisce tutte le altre varie amenità pronunciate nel corso della serata televisiva. Compresa l’affermazione di avere lo stesso numero di telefono portatile dal ’90  (IL COMUNICATO).

Poi però quel granitico smentire comincia a mostrare delle crepe. Quando a ottobre 2015 un articolo firmato da Mario Gerevini per il Corriere della Seramette in evidenza il complesso intreccio di società cui fa capo l’Hellas (con tanto di diramazione lussemburghese), e pone esplicitamente in dubbio il fatto che Setti sia proprietario del club  (QUI L’INCHIESTA), le reazioni sono meno bellicose, e di querelare non se ne parla proprio. Tanto più che ormai le voci sul rapporto fra Volpi e l’Hellas si fanno incontrollabili. 

Ad agosto 2017 l’ipotesi viene avanzata dalla Guardia di Finanza, mica da Nicola Binda della Gazzetta o dai vari Criscitielli. Emerge a margine di un’inchiesta condotta dalla Procura di Como e dalle Fiamme Gialle locali, in cui si ipotizza il reato di autoriciclaggio per il proprietario e presidente onorario dello Spezia. Una storia di spalloni che porterebbero ogni mese dall’Italia in Svizzera la somma di 250 mila euro in contanti. E in quel milieu trovavano spazio le intercettazioni che hanno come protagonista Gianpiero Fiorani, l’ex ammistratore delegato della Banca Popolare di Lodi travolto dagli scandali esplosi nell’estate dei Furbetti del Quartierino, rientrato nel giro grande proprio come consigliere di Gabriele Volpi. 

Secondo la Guardia di Finanza, alcuni frammenti di discorso pronunciati da Fiorani lascerebbero intendere che il vero proprietario dell’Hellas sia Volpi(LEGGI QUI). La notizia è grave abbastanza da indurre a muoversi la solitamente torpida Procura della Figc. Che apre un fascicolo a settembre 2017 e tre mesi dopo archivia l’inchiesta dopo aver stabilito che l’Hellas Verona, così come quella Vespa del 1951, è di Maurizio Setti e non di Gabriele Volpi  (LEGGI QUI). E per l’uomo giunto in Veneto da Carpi per predicare un calcio alieno da concezioni lobbistiche e affaristiche sarebbe anche una notizia da festeggiare a champagne, se non fosse che nel frattempo gli arrivi un siluro dal devastante impatto. A sganciarlo è Gianpiero Fiorani, per conto di Gabriele Volpi. Che d’improvviso smette d’essere per Setti lo Zio d’Africa e si trasforma in figura ostile. Nel corso della cena pre-natalizia dello Spezia Calcio, Fiorani annuncia pubblicamente che c’è un contenzioso fra il suo boss e l’Hellas Verona.

Oggetto? Un finanziamento che Volpi avrebbe concesso al club gialloblu. Una cosa “che nn ha funzionato”, anche perché “il presidente del Verona non si è rivelato quello che sembrava” (L’ACCUSA QUI).

E a quel punto, per il povero Setti, si tratta di cominciare ad ammettere qualche verità. Non tutte e non per intero, tuttavia. Solo quelle che man mano vengono a galla e non possono più essere negate. Gli scoprono le carte, e allora gli tocca spiegarle una per una. Sembra un remake de La Zingara, il vecchio format del pre-serale Rai. Gli facessero indossare un turbante, Setti potrebbe tranquillamente prendere il posto di Cloris Brosca.

Davanti a quelle carte scoperte da altri, Setti si trova nelle condizioni di dover dare delle spiegazioni. Pochi giorni dopo il siluro di Fiorani, concede un’intervista all’Arena e racconta un po’ di cose fin lì omesse o negate (LEGGI QUI). Parla di un prestito erogato da Volpi che effettivamente c’è stato, ma non nella misura da lui auspicata. In un primo tempo avrebbero dovuto essere 7 milioni di euro, ma poi il magnate italo-nigeriano avrebbe deciso di sottoscrivere soltanto 5 milioni attraverso la San Rocco Immobiliare. Ma allora le famose “leggende metropolitane” che fine fanno?

Non c’è tempo per soffermarsi su ciò, anche perché l’intervista vira immediatamente sul tono sentimentale, prossimo all’effettaccio strappalacrime. Perché Setti racconta dei bei tempi in cui era amicone con Volpi, come se davvero fossero lo Zio d’Africa e il Nipote di Carpi. Ma poi qualcosa fra i due si è rotto, e lui non sa perché. D’improvviso Volpi prende a farsi negare al telefono, e poi gli manda a dire che parleranno soltanto tramite intermediari, fino a fargli comunicare di non insistere con le chiamate ché altrimenti c’è il rischio di andare per vie legali. Trattato come uno stalker.

Un colpo mortale, con lui che dall’altra parte della comunicazione non si dà pace. Magari se avesse cambiato il numero del cellulare, anziché tenere lo stesso dal ’90, sarebbe riuscito a farsi rispondere dall’ex zio mutato in parente serpente. Ma intanto che a Setti piange il telefono cellulare, la situazione dell’Hellas si fa sempre più critica in campo e opaca in società. Per questo il presidente avvia una campagna comunicativa ispirata a un nuovo stile di rapporto con la piazza e la tifoseria. Più diretto, con rivendicazione di trasparenza.

Scrive dapprima un lungo messaggio in forma di lettera aperta, per dire che la sua gestione dell’Hellas è improntata al rispetto della sostenibilità economica, e che la salute dei conti societari viene prima dei risultati sul campo (LEGGI QUI). Poi divulga un videomessaggio di circa un’ora, manco fosse Fidel Castro, per rispondere alle domande dei tifosi (LEGGI QUI). Mosse che paiono tardive. Comunque inefficaci, a giudicare dalle reazioni della piazza. La storiella della società virtuosa suona stonata, e le perplessità sull’assetto societario rimangono irrisolte. Soprattutto, c’è che finalmente prendono a essere ascoltate le voci di chi sa leggere i conti e le carte societarie.

Quelle letture raccontano di una situazione dell’Hellas che, nella più ottimistica delle ipotesi, è stagnante. Al di là di ciò che Setti possa raccontare, se anche si mettesse a cavallo della sua Vespa del 1951 e avviasse un road show della trasparenza per le vie della città. Ché di leggende metropolitane da dissipare ce ne sono ancora parecchie. Se ne darà conto nei prossimi articoli. Perché il racconto di questa lunga storia è appena iniziato.

(Capitolo 1. continua).

‘Santa’: ecco il progetto presentato da Volpi

http://www.levantenews.it/ 29 DICEMBRE 2017

Da Santa Benessere & Social S.p.A riceviamo e pubblichiamo

Oggi è stato consegnato al Comune il Progetto Definitivo del Porto di Santa Margherita Ligure.

Il progetto, fortemente voluto da Gabriele Volpi, è stato promosso da Santa Benessere ed in particolare dal suo Amministratore Maurizio Felugo, con il coordinamento del project manager Ing. Pietro Zanoni. Autore del progetto è lo studio OBR di Paolo Brescia, Tommaso Principi e Andrea Casetto.

Il Progetto Definitivo ha recepito tutte le prescrizioni impartite dalla pubblica amministrazione (47 dal Comune e 15 dalla Regione).

Il Gruppo ha adottato un metodo basato sull’ascolto, allo scopo di definire un progetto “comune” che vada oltre la dicotomia pubblico/privato, realizzato mediante un disegno d’insieme integrato con le linee guida del Comune e della Regione, e rispondente agli interessi molteplici della collettività che gravita intorno al Porto.

L’approccio di OBR è stato quello di “progettare lo status quo”, cioè di cambiare il meno possibile, lasciando che siano i fenomeni naturali – il sole, il vento e il mare – a valorizzare il Porto di Santa Margherita Ligure come “porto rifugio”, nel suo vitale rapporto tra città e mare.

Gli architetti hanno sviluppato un progetto paesaggistico, concependo un giardino mediterraneo continuo tra città e mare. Oltre alla messa in sicurezza del Porto (senza per questo farne una marina, ma, anzi, mantenendo l’apparente “disordine” dell’attuale orientamento dei pontili che sembrano estendere la città sul mare), il progetto prevede la riqualificazione del litorale sud, trasformando quello che prima era il retro del porto in un nuovo fronte della città sul mare. Più nello specifico, esso ridisegna l’area dell’ex cantiere Spertini, de-cementificando l’attuale parcheggio che diventerà la nuova Piazza del Mare, luogo pubblico per eccellenza in cui celebrare il rito dell’urbanità di Santa sul mare.

Il Progetto Definitivo, rispetto al Progetto Preliminare, prevede una forte riduzione della volumetria e della superficie che si riduce da 4.500mq a 1.500mq, distribuendo le nuove funzioni ad uso pubblico (Biblioteca del Mare, ristorante, negozi di vicinato, stabilimento balneare) in parte a livello strada e in parte a livello spiaggia, con un ingombro decisamente inferiore rispetto a quello di oggi.

Santa Benessere ringrazia per la fattiva collaborazione la Regione Liguria, il Comune di Santa Margherita Ligure, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Genova, la Capitaneria di Porto di Santa Margherita Ligure, Marifari La Spezia, la Cooperativa Pescherecci, il Circolo Velico Santa Margherita Ligure, la Lega Navale Italiana, l’Argus, il Consorzio Diving e tutti gli operatori portuali.

 

‘Santa’: “Diciamo un no definitivo a Volpi”

http://www.levantenews.it/4 MAGGIO 2018

Dall’ufficio stampa dei gruppi consiliari di opposizione di Santa Margherita Ligure riceviamo e pubblichiamo

Apprendiamo che anche la Procura della Repubblica di Genova ha aperto un fascicolo per riciclaggio internazionale a carico di Volpi e Fiorani. A questo punto, senza volerci sostituire alla magistratura, in cui abbiamo totale fiducia, nell’emettere un verdetto, riteniamo che la scelta politica di questa Amministrazione debba – oggi ancor più di ieri – essere volta alla tutela della città. Chiederemo al Sindaco di indire una riunione dei capigruppo, onde decidere congiuntamente di dire un no definitivo al progetto presentato dalla Santa Benessere & Social. Contestualmente, sollecitiamo la Presidente della Commissione Straordinaria sul porto, la Consigliera Carmela Pinamonti, a riunire  urgentemente la suddetta Commissione onde accelerare i tempi per verificare il non rispetto dei requisiti e l’inidoneità della  Santa Benessere & Social a trattare con la Pubblica Amministrazione.