Banchieri condannati e multati, ma salvati. Da chi?

Maurizio Tortorella panorama.it 20 settembre 2017

Una direttiva europea del 2013 imponeva a tutti gli Stati di stabilire chi potesse sedere ai vertici delle banche e chi no. L’Italia è ancora inadempiente

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Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

In questi anni di grandi crisi creditizie, i banchieri italianicondannati penalmente, o sanzionati dalla Banca d’Italia e dalla Consob per ogni tipo d’illeciti si contano a decine e forse a centinaia.

Dai vertici degli istituti, scendendo ai loro consigli d’amministrazione, giù giù fino ai collegi dei sindaci, e passando dal Monte dei Paschi a Banca Etruria, dalla Popolare di Vicenza a Veneto Banca, fino alla Carige al Gruppo Ubi (per restare solo ai casi più importanti, quelli finiti sulle prime pagine dei quotidiani negli ultimi due anni), l’elenco dei banchieri con qualche ombra sul curriculum è lunghissimo.

La doppia domanda del secolo è: perché quasi tutti questi amministratori quantomeno “dubbi” sono rimasti per anni al loro posto? E perché alcuni di loro sono tranquillamente passati da una banca all’altra, continuando spesso a fare disastri?

La risposta coincide con un mistero italiano, perché per metterli nella condizione di non nuocere una legge in realtà ci sarebbe, e ha già oltre due anni.

È il decreto legislativo n. 72 del 12 maggio 2015, con cui il governo di Matteo Renzi era stato obbligato a recepire una direttiva europea (per l’esattezza la Capital requirements regulation n. 4 del 26 giugno 2013) che oltre quattro anni fa, in 165 articoli, imponeva a tutti i Paesi aderenti all’Unione criteri stringenti sulla selezione dei banchieri e sulla loro “onorabilità”.

Volete sapere che cosa ha fatto l’Italia nei due anni trascorsi dopo il decreto 72? Ebbene, proprio mentre le crisi bancarie gonfiavano ed esplodevano, i nostri governi hanno varato leggi valide a metà. In definitiva, hanno perso tempo.

L’articolo 13 del decreto, infatti, imponeva al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, una volta “sentita la Banca d’Italia”, di “individuare i requisiti e i criteri di idoneità” per chiunque diriga, amministri o controlli una banca, oltre a “i limiti al cumulo degli incarichi che possono essere ricoperti, e le cause che comportano la sospensione temporanea dall’incarico e la sua durata“.

Il decreto stabiliva che il ministro dell’Economia dovesse tenere conto anche “delle condotte tenute nei confronti delle autorità di vigilanza e delle sanzioni o misure correttive da queste irrogate”.

Ogni banchiere privo di quei requisiti e criteri di onorabilità, secondo il decreto 72, da domani dovrebbe decadere. Cioè dovrebbe mollare la sua poltrona, senza sperare di ottenerne altre. Purtroppo, negli ultimi 24 mesi di fuoco, il ministro Padoan e i suoi tecnici non hanno trovato il tempo per provvedere.

Lo scorso agosto, in gran silenzio, sul sito del ministero è approdato uno “Schema di decreto ministeriale recante il regolamento in materia di requisiti e criteri di idoneità” dei suddetti banchieri. Non illudetevi che sia vicino al varo, però, perché il provvedimento è “sottoposto a consultazione pubblica” fino al 22 settembre.

Questo vuol dire che alla fine di questo mese il ministero, raccolte le osservazioni, presumibilmente dovrà vagliarle e decidere se apporre modifiche. Soltanto a quel punto, forse, il decreto verrà finalmente varato. Oltre quattro anni dopo la direttiva europea, e quando ormai le crisi bancarie sono esplose da tempo.

Il nuovo regolamento, inoltre, è assai timido, tanto da tradire ogni aspettativa. Impone la decadenza soltanto ai banchieri condannati “con sentenza irrevocabile” per reati creditizi, o a quelli condannati a più di due anni di reclusione per qualunque delitto non colposo, e a quelli sottoposti a misure di prevenzione antimafia.

Tutti gli altri, anche se condannati e/o sanzionati pesantemente dagli enti di vigilanza, saranno sottoposti al vaglio degli organi interni delle banche. Come è sempre stato. Insomma, due anni d’attesa per fare un decreto attuativo della direttiva europea, e altri due per quasi nulla. Nel silenzio della stampa. E delle istituzioni.