Il banchiere anarchico

«Io sono nato povero. Vengo dal niente. Sono un figlio del popolo e della classe operaia di questo paese. E come tutti noi poveri disgraziati dei bassifondi, lavoravo perché dovevo lavorare: per guadagnarmi il pane».

#ilBanchiereAnarchico

#FernandoPessoa

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Se questa bellissima frase potesse servire ad alcune persone che leggono il mio blog e con la quale ho delle divergenze di pensiero forse capirebbero tante cose ma soprattutto cosa significa rispetto e sapere da dove provengono

Intesa Sanpaolo apre le danze delle trimestrali bancarie, utile atteso sotto il miliardo. Focus anche su NPL e inclusione banche venete

QUOTAZIONI Intesa Sanpaolo FINANZAONLINE.COM
Sarà Intesa Sanpaolo ad aprire le danze delle trimestrali delle big bancarie di Piazza Affari. I risultati della maggiore banca italiana per capitalizzazione sono attesi l’8 maggio verso metà giornata con la conference call del ceo Carlo Messina prevista alle 15.00. Focus sui NPL dopo che lo scorso mese il gruppo ha stretto l’importante accordo strategico con Intrum che si è impegnata a cartolarizzare entro il prossimo mese di novembre un ammontare di 10,8 miliardi di euro di crediti deteriorati della banca.

Le stime degli analisti per il primo trimestre 2018 sono di un utile netto di 925,8 milioni di euro (range stime raccolte da Bloomberg va da 851 mln a 1,1 mld), con ricavi totali a 4,41 mld. Credit Suisse vede l’utile netto in calo dello 0,9% t/t e commissioni nette giù del 7,3% rispetto ai massimi storici toccati nel quarto trimestre 2017. Da monitorare attentamente anche le tendenze che emergeranno dall’inclusione delle banche venete (Veneto Banca e Popolare Vicenza) che non erano conteggiate nei conti del primo trimestre 2017.

L’attenzione degli analisti in questo 2018 sarà rivolta soprattutto a vedere quanto i recenti accordi di Intesa sugli NPL e distribuzione che saranno importanti per centrare gli obiettivi del gruppo. L’accordo strategico con Intrum sugli NPL dello scorso 17 aprile dovrebbe consentire una plusvalenza di circa 400 milioni di euro contribuendo al corposo calo del costo del rischio.

Tra gli analisti prevalgono i Buy su Intesa

La maggioranza degli analisti che coprono il titolo Intesa Sanpaolo è positiva. Il 58,6% degli esperti punta sul titolo (giudizio Buy), il 37,9% ne raccomanda il mantenimento in portafoglio (Hold) mentre solamente 1 analista, pari al 3,4% del consenso, è posizionato sul Sell.
Il prezzo medio indicato dagli analisti è 3,47 euro con quindi un potenziale upside del 9,5% rispetto ai prezzi attuali.

Settore bancario e riduzione costo del rischio

Il settore bancario è di gran lunga quello di maggior peso sull’indice Ftse Mib con oltre il 27% del totale. Intesa Sanpaolo a sua volta è il titolo di maggior peso del Ftse Mib con l’11,4% (dati Ftse Russell al 30/04/2018). A seguire mercoledì toccherà all’altra big, Unicredit, e Banco BPM. Giovedì sarà il turno di Ubi Banca e venerdì chiusura con Mediobanca e Banca Mps (che non fa parte più del Ftse Mib).
L’utile del settore bancario nei primi tre mesi del 2018 è atteso in crescita a doppia cifra su base annua per complessivi 2 miliardi di euro. “Ci attendiamo un set di risultati tutto sommato abbastanza brillante – rimarca Equita – con una crescita dell’utile del 10% a 2 mld grazie al calo nel costo del rischio (da 92bps a 78bps)”.

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MI DOMANDO SE CARLO MESSINA CONSIGLIERE DELEGATO DI INTESA SAN PAOLO HA CALCOLATO NEI SUOI RISCHI SE DOVESSE PERDERE LE CAUSE IN ESSERE CONTRO LE BANCHE VENETE DI CUI HA ACQUISITO I RAMI DI AIENDA TRAMITE IL NOTAIO MARCHETTI DI MILANO NONCHE’ IL DECRETO 99/2017 CHE IL NUOVO GOVERNO POTREBBE RICHIEDERE INDIETRO- SAREBBE UNAQ CANEFICINA PER CARLO MESSINA UOMO DA 4.000,000,00 DI EURO OLTRE BENEFIT . E CHI PAGHEREBBE? 

Banche, fondo di ristoro a favore dei soliti noti

Gianni Zonin e Pierpaolo Baretta
Gianni Zonin e Pierpaolo Baretta
VICENZAREPORT.IT 7 MAGGIO 2018

Vicenza – Nuovo affondo dell’associazione Noi che credevamo nella Banca Popolare di Vicenza nei confronti delle scelte sui crac bancari da parte del governo, ed in particolare sul contestato fondo di ristoro per i risparmiatori truffati. L’associazione infatti parla di natura ideologica del fondo, finalizzata soprattutto a salvare i potenti, a cavare le castagne dal fuoco per i soli noti insomma…

“Come si evince da questa intervista rilasciata dall’ormai ex-sottosegretario all’economia Pierpaolo Baretta – scrive l’associazione in una nota allegando il ritagli di un giornale quotidiano italiano (immagine a lato) –  ci sono pochi dubbi sulla natura ideologica del fondo di ristoro. Posto che tale fondo non garantisce niente e nessuno, dalle poche righe che riportiamo pubblicate riusciamo ad intuire la volontà di chi lo ha istituito”.

“Per accedervi infatti – continua la nota – bisogna rinunciare alle cause, rinunciare quindi a fare chiarezza e verità su una vicenda oscura e distruttiva per migliaia di famiglie e che ha spolpato l’economia di un intera regione. Questo dogma di rinuncia alle cause fa solamente, e sempre più chiaramente, il gioco degli imputati al processo penale in corso, Zonin e soci quindi. Carissimo sottosegretario il suo mandato è finito da mesi, fermi questo scempio di fondo che distribuisce spiccioli e favorisce l’omertà”.

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PIERPAOLO BARETTA COME TI HO SCRITTO MOLTE VOLTE SUL MIO BLOG , SU TWITTER E SULLA TUA MAIL DEL MEF – TI RICONFERMO CHE I TUOI CONCITTADINI VENETI NON TI HANNO VOTATO PERCHE SEI UN GRANDE CAZZARO. VUOI LE PROVE? LEGGI IL MIO BLOG C’E’ TUTTO SCRITTO.

A QUESTO PUNTO HAI DUE SOLUZIONI:

  1. DIFENDERTI CON I TUOI DENARI E NON CON QUELLI PUBBLICI.
  2. COME GIA’ TI HO ANTICIPATO SARAI CHIAMATO DA ME IN CAUSA PENALE CON IL CONSIGLIERE DELEGATO DI INTESA San Paolo CARLO MESSINA E TUTTI I VERTICI DI VENETO BANCA DA IERI AD OGGI PER RISPONDERE DEL DECRETO 99÷2017

SPERO DI ESSERE STATO CHIARO PUBBLICAMENTE UNA VOLTA PER TUTTE E SOPRATTUTTO NON RACCONTARE CAZZATE ALLA POVERA GENTE CHE HA PERSO SOLI CON LE BANCHE VENETE E NON Sto arrivando! COME ANDARE AVANTI.

TI DICO SOLO  – VERGOGNATI

Banche, le inadempienze sorpassano i bad loans

Elena Dal Maso MILANOFINANZA.IT 7MAGGIO 2018

Secondo PwC, gli Utp netti a fine 2017 erano 66 mld contro 64 mld di bad loans e il 53% in mano alle tre maggiori banche. Il più ampio capitolo degli Npe (esposizioni scadute) è invece calato del 18% dopo il bailout delle venete, Marche, Etruria e le 4 casse di risparmio. Troppo poco secondo le linee guida della Bce

La gestione dei crediti Unlikely to Pay (le inadempienze probabili) si conferma anche quest’anno una sfida importante per le banche italiane. Secondo un’indagine di PwC, i dati di fine 2017 mostrano elevati volumi di Utp, pari a 94 miliardi di euro in termini di valore lordo di libro (Gross Book Value). A questo si aggiunga che lo scorso anno i crediti Utp hanno non solo raggiunto ma anche superato i livelli delle sofferenze, i famosi Bad Loans, in termini di valore netto (Net Book Value), rispettivamente per 66 e 64 miliardi di euro.

Il segmento Utp include posizioni che vanno dal semplice scaduto fino a situazioni più complesse, vicino alla vera e propria sofferenza. A questo si aggiungono specifiche derivanti dal settore di appartenenza delle inadempienze improbabili, dalla taglia e anche dalla presenza di eventuali garanzie. Tutto ciò rende necessario per le banche una segmentazione del portafoglio e una specifica due diligence su ogni singola posizione in modo da comprendere l’asset quality e individuare la soluzione migliore.

Pier Paolo Masenza, Financial Services Deals Leader di PwC ritiene che “dopo un 2017 in cui il tema delle inadempienze probabili si è affacciato nelle agende degli istituti italiani, il 2018 rappresenterà invece il momento chiave per compiere passi avanti, decisi e risolutivi. Questa urgenza è confermata sia dai numeri, sia dalla limitata mobilità che contraddistingue gli Utp”. Secondo Masenza, un ruolo potenzialmente innovativo “potrebbe essere la realizzazione di operazioni di cartolarizzazione con crediti Utp come sottostante”.

Le Non Performing Exposures (Npe) del settore bancario italiano a fine 2017 ammontavano a 264 miliardi (valore lordo di libro), con un calo del 18% rispetto ai 324 miliardi registrati a fine 2016. All’interno del capitolo Npe, il segmento delle inadempienze probabili a fine 2017 ammontava a 94 miliardi (valore lordo), registrando una diminuzione del 20% rispetto ai 117 miliardi dell’esercizio precedente.

Prendendo in considerazione il triennio 2015-2017, i crediti Utp hanno registrato un trend (Cagr) in calo del 14%. I dati 2017 confermano inoltre la forte concentrazione dei crediti Utp, con l’80% in mano alle 10 maggiori banche (76% a fine 2016). Considerando solo i tre principali istituti, tale percentuale ammonta al 53% (51% nel 2016). In termini di accantonamenti, le dieci maggiori banche domestiche hanno nel 2017 migliorato il coverage ratio, pari al 30,4% rispetto al 29,1% del 2016, mentre l’incidenza sui prestiti complessivi è scesa dal 6,6% del 2016 al 5,5% a fine 2017.

Nonostante il trend di diminuzione registrato nei volumi di Utp dalla maggior parte degli istituti, in parte determinato dalle cessioni legate alle operazioni di bailout quali Veneto Banca, Popolare di Vicenza, Banca Marche, Banca Etruria, CariChieti, CRCesena, Carim, Carismi, per gli esperti di PwC si tratta di una sfida ancora molto forte perché il 37% delle esposizioni scadute (Npe) delle dieci maggiori banche è rappresentato da Utp, con diversi istituti (4 su 10) che registrano Utp ratio superiore al 40%.

Alla fine del 2017, nonostante minori flussi in uscita verso il segmento sofferenze (-5%) e i minori flussi in entrata dai crediti performing (-2%) rispetto al 2016, il 50% dello stock Utp, pari a 44,5 miliardi di euro, è rimasto all’interno del segmento, “un dato che conferma la necessità strategica di gestire questi volumi ancora molto elevati individuando appropriate soluzioni di deleveraging”, scrive PwC. La ragione di questo “immobilismo sta innanzitutto nella mancanza di efficaci misure di ristrutturazione del credito. Secondo Banca d’Italia il 62% degli accordi di ristrutturazione, che riguardano prevalentemente proprio posizioni di Utp, dopo quattro anni sono ancora in corso, senza aver portato ad un risultato positivo e definitivo”, spiegano i consulenti.

E sottolineano che però il regolatore spinge verso una gestione proattiva dei non perfrming loans che rappresenteranno nei prossimi mesi un “game changer” anche per il segmento Utp. Le linee guida Bce, estese in Italia anche agli istituti di dimensioni minori, insieme alle indicazioni poi fornite dal documento di Addendum che richiede accantonamenti superiori e più rapidi, nonché l’applicazione del modello contabile IFRS 9, da gennaio 2018 avranno un rilevante impatto sulla gestione degli Utp.

 

VENGO DOPO P&G – ESSELUNGA HA SCELTO IL NUOVO DIRETTORE GENERALE: È SAMI KAHALE, INGEGNERE DI ORIGINI EGIZIANE STRAPPATO A PROCTER & GAMBLE – IL 2017 PER “LA FERRARI DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE” È ANDATO BENONE, ANCHE GRAZIE ALL’INAUGURAZIONE DEL NUOVO CENTRO DI ROMA (CI SARÀ UN BIS?) – ORA SI POTREBBE SCENDERE ANCORA PIÙ A SUD, E PUNTARE TUTTO SULL’E-COMMERCE

dagospia.com 7 maggio 2018

Giusy Franzese per il Messaggero

inaugurazione esselunga a roma 3INAUGURAZIONE ESSELUNGA A ROMA 3

Espansione nel Centro Italia con l’ apertura di nuovi punti vendita, sviluppo delle e-commerce e forse anche un primo sbarco all’ estero. Forte delle ottime performance messe a segno anche nel 2017, nonostante la perdurante crisi dei consumi nazionali e le incertezze seguite alla morte nel settembre 2016 del fondatore Bernardo Caprotti, Esselunga si prepara ad affrontare nuove sfide.

caprotti esselungaCAPROTTI ESSELUNGA

Sullo sfondo la quotazione in borsa che potrebbe avvenire tra un paio di anni. Si pone in questo contesto di ulteriore crescita del gruppo con l’ approdo in territori finora poco esplorati, l’ arrivo, dai primi di giugno prossimo, di un nuovo comandante: Sami Kahale, strappato a Procter&Gamble, dove ricopriva il ruolo di amministratore delegato per il Sud Europa.

SAMI KAHALE ESSELUNGASAMI KAHALE ESSELUNGA

L’ ingegnere Kahale, di origini egiziane ma da molti anni residente in Italia, è stato infatti nominato direttore generale. E il fatto che la famiglia (il 70% del capitale è nelle mani di Marina Caprotti e la madre Giuliana Albera, l’ altro 30% è diviso tra Giuseppe e Violetta, figli del primo matrimonio di Bernardo Caprotti) abbia scelto – come ha sottolineato l’ ad Carlo Salza – «una persona di grande respiro e visione internazionale, maturata in una delle aziende più importanti del consumer goods» non è un caso. È il segnale della voglia di crescere ancora di più affidandosi a manager di comprovata esperienza.

esselungaESSELUNGA

LE ECCELLENZE

Le basi di partenza sono ottime. Esselunga è considerata la Ferrari della grande distribuzione in Italia e non solo. Secondo l’ ultimo rapporto Mediobanca sul settore (pubblicato a febbraio 2018), Esselunga rappresenta «l’ eccellenza internazionale nell’ efficienza» riuscendo a realizzare oltre 16.000 euro di vendite annue per mq.

giuliana albera caprotti, vincenzo mariconda e marina sylvia caprottiGIULIANA ALBERA CAPROTTI, VINCENZO MARICONDA E MARINA SYLVIA CAPROTTI

Per capire quanto sia importante questo risultato basti pensare che il secondo gruppo italiano in questa classifica, sono le Coop con un fatturato per metroquadrato di 6.700 euro, meno della metà quindi di Esselunga. Unico dato internazionale migliore di Esselunga è quello della ex Delhaize (incorporata dall’ olandese Ahold) che sul territorio belga ha messo a segno 17.500 euro/mq. Lo stesso gruppo però nelle altre zone europee dove è presente si ferma a 13.050 euro/mq.

inaugurazione esselunga a roma 9INAUGURAZIONE ESSELUNGA A ROMA 9

Ma l’ eccellenza di Esselunga non si ferma qui: è prima in Italia e terza nella classifica internazionale per margini industriali (Mon 6% del fatturato); è tra i top performer internazionali per redditività del capitale investito (Roi 15%); è tra le catene italiane che continua a realizzare aumenti del fatturato molto sopra la media del settore (+4,4% nel 2016, +3,1% nel 2017). Nel 2017, anche grazie all’ apertura di 4 nuovi punti vendita che hanno fatto balzare il numero dei clienti del 5%, il fatturato è arrivato a quota 7.754 milioni.

LE SFIDE

DAGO, TIPICO CARCIO ROMANESCO . - VERNISSAGE ESSELUNGADAGO, TIPICO CARCIO ROMANESCO . – VERNISSAGE ESSELUNGA

Tra i nuovi iperstore inaugurati nel 2017 c’ è stato quello di Roma Prenestino. Non si esclude nell’ arco di un anno un bis nella Capitale. Il Lazio (con Roma e Aprilia) è la regione più a Sud dove Esselunga, nata nel 1957 a Milano, ha i suoi ipermercati. Tra le opzioni che il nuovo dg si troverà sul tavolo ci sarà anche quella di scendere più a Sud. Una sfida è certa: l’ acceleratore pigiato sull’ e-commerce. Nel 2017 Esselunga ha realizzato attraverso la spesa on-line 180 milioni di euro, in crescita rispetto ai 158 del 2016. La quota sul fatturato è intorno al 2%, buono per l’ Italia ma ancora molto lontano dalle performance dei maggiori paesi europei, basti pensare che i principali player internazionali realizzano con l’ e-commerce il 4-5% del loro fatturato.

In Italia il tasso di penetrazione degli acquisti online food and grocery sul totale del settore (0,5%) resta sensibilmente inferiore a quello registrato nel Regno Unito (8%), in Francia (6%), in Germania e negli Usa (2%). La spesa media annua per web shopper in Italia è di 500 euro, in Francia – che ha il valore più elevato – è di 1.850 euro. Insomma lo spazio per crescere c’ è: gli italiani stanno iniziando ad apprezzare la comodità di fare la spesa con un click e di vedersela recapitata fin sull’ uscio di casa.

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inaugurazione esselunga a roma 10INAUGURAZIONE ESSELUNGA A ROMA 10

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DEDICATO. QUALCHE CAPRONE AMMINISTRATORE DI BANCA CHE NON CONOSE LA REALTA QUOTIDIANA DELLE FAMIGLIE NORMALI

IL MERCATO DELL’ARTE NEL MONDO VALE QUASI QUANTO IL PIL ITALIANO, EPPURE GALLERIE ED OPERATORI FATICANO AD AVERE I PRESTITI – MERCATO FLORIDO, INVECE, NEGLI STATES – IL CREDITO NELL’ARTE OGGI VALE INTORNO AI 20 MILIARDI DI DOLLARI –

dagospia.com 7 maggio 3018

Bettina Bush per “Affari & Finanza – la Repubblica

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Analizzare le relazioni della finanza con il mercato dell’ arte, che cresce a ritmi impressionanti, non è impresa semplice. Come fanno i protagonisti del settore, galleristi, e mercanti, a finanziare le loro attività, assediati da record di vendite impreviste che si alternano a periodi di calma? Come funziona il credito nel mondo dell’ arte?

Aspetti di cui si parla molto ma si sa poco, al centro del nuovo report realizzato da Tefaf, la fiera internazionale d’ arte e di antiquariato che si fa ogni anno a Maastricht, arrivata alla sua 31a edizione, e che dal 2016 ha coinvolto anche New York con due eventi, il Tefaf Spring dal 4 all’ 8 maggio, a cui seguirà il Tefaf Fall in autunno, sempre alla Park Avenue Armony di New York.

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Art Dealer Finance, questo è il titolo dell’ analisi, è stata realizzata intervistando 142 operatori del settore, presenti a Tefaf, per fare il focus sull’ art -financing industry, per scoprire i rischi a cui ogni prestito è soggetto, per trovare nuove possibili relazioni tra il mondo della finanza e quello dell’ arte, seguendo i pareri di esperti del settore, tra questi Michael Plummer, managing Director di Tefaf Nw York, e uno dei fondatori di Artvest; Adriano Picinati di Torcello, Global Art & Finance coordinator di Deloitte; Evan Beard di US Trust; Andrea Danese e Nigel Glenda di Athena Art Finance, Freya Stewart di Fine Art Group, solo per citarne alcuni.

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Soprattutto un nuovo capitolo nella storia dei report di Tefaf, ritenuti da sempre un punto di riferimento indispensabile per quantificare i dati del mercato dell’ arte, che dall’ anno scorso ha cambiato strategia, con analisi approfondite e mirate come quella del 2017 firmata da Rachel Pownall, professoressa di Economia e Commercio dell’ Università di Maastricht, che era dedicato esclusivamente all’ Art Market. Quest’ anno il report è stato presentato il 4 maggio da Anders Petterson, fondatore di Art Tactic, poi è stato commentato in una tavola rotonda moderata da Tim Schneider, giornalista di Artnet e fondatore di Gray Market, sempre personalità conosciute nel mondo internazionale dell’ arte.

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Il perno di questo studio è come si finanzia l’ arte e a quali fondi possono attingere gli operatori. Emerge subito che il valore dei prestiti o finanziamenti per gallerie e altri operatori del settore, oggi corrisponde solo a una piccola fetta del più globale art-secured lending market, ovvero i prestiti concessi in cambio di una valutazione di opere artistiche prese a garanzia: a gallerie e dealer è andato tra 1,4 a 2,1 miliardi di dollari, ovvero meno del 10 % del mercato del credito globale dell’ arte che nel 2017 è stato tra i 17 e i 20 miliardi di dollari.

Un discorso a parte riguarda gli Usa, dove l’ utilizzo del credito è molto più sviluppato, grazie a un chiaro regolamento giuridico che controlla ogni passaggio, chiamato Uniform Commercial Code che consente a chi richiede il prestito, di mantenere il possesso dell’ opera d’ arte. Un aspetto non da poco che facilita il mercato, e che non è chiaro in Europa, dove c’ è un quadro giuridico molto frammentato.

PRESTITI MERCATO ARTEPRESTITI MERCATO ARTE

Insomma ogni paese ha le sue regole, ma anche l’ arte è considerata in modo diverso dalla finanza, esistono periodi storici più appetibili e altri meno: tra le gallerie che riescono a ottenere più credito ci sono quelle che si occupano di arte impressionista, moderna, del dopoguerra e contemporanea. Non a caso questi sono i periodi più richiesti dal pubblico, e quelli dove le case d’ aste, tra queste Sotheby’ s, Christie’ s e Phillips, nel 2017 hanno registrato il 50% del loro giro di affari, che nel 2016 era del 46%, confermando un trend in crescita.

MERCATO ARTEMERCATO ARTE

Il vero nodo rimane quello della imprevedibilità delle vendite, un rischio non da poco che il mondo della finanza fatica ad assumersi. Motivo che spinge gli operatori del settore a usare i propri utili, a rivolgersi a investitori privati, e meno alle banche per ottenere il credito. Eppure dal 2000 al 2017 il mercato dell’ arte si è trasformato da settore di nicchia a un’ industria internazionale con molti zeri: secondo l’ Art Market Report di Art Basel il giro di affari dell’ arte nel 2017 ha superato i 63 miliardi di dollari.

Negli ultimi anni ci sono state importanti trasformazioni come la comparsa di una nuova popolazione di High Net Worth Individuals, ovvero persone che posseggono un importante patrimonio netto, e che hanno imposto nuove regole. Sono loro che hanno determinato la crescita del mercato del contemporaneo, anche il segmento più richiesto nelle aste internazionali, a partire dal 2004.

BANCHEBANCHE

Nel report del 2017 di Deloitte Art & Finance il 50% dei collezionisti intervistati ha spiegato che la motivazione dei loro acquisti in opere d’ arte era guidata dal rendimento dell’ investimento, e il 36% dei collezionisti lo ha fatto anche per diversificare. Ormai è chiaro che l’ arte è diventata un valore economico, e non un semplice oggetto estetico, soprattutto quando si considerano opere che si avvicinano al mezzo miliardo di dollari.

Sempre da un rapporto Deloitte Art & Finance del 2017 si osserva che i beni dell’ arte hanno una dotazione patrimoniale di 1.62 trilioni di dollari, con una potenziale crescita a 2.71 trilioni di dollari nel 2026. Cifre a tanti zeri di un mercato in cui il credito dipende dalla crescita economica globale, dall’ aumento della classe dei nuovi super ricchi ma che non è mai privo di incognite, perché come ricorda Evan Beard dell’ US Trust, se l’ arte è qualcosa di tangibile, non lo è il suo valore, basato su delle convinzioni.

Formula Uno, valigie piene di soldi e fondi in nero: il terremoto coinvolge anche l’ex patron Bernie Ecclestone

liberoquotidiano.it 7 maggio 2018

Bernie Ecclestone believes the time is right for Formula One to embrace an all-electric future

 Il terremoto in Formula Uno è iniziato quando i finanzieri di Monza hanno interrogato ed acquisito i documenti della Ara Service e della Ad Evolution, società coinvolte nelle sponsorizzazione dei piloti, scoprendo un sistema di riciclaggio che garantiva la creazione di fondi in nero attraverso Gran Bretagna, Dubai, la Svizzera e il Principato di Monaco. Ventitré procure italiane hanno iniziato a scavare nel fango nascosto dietro le gare del campionato automobilistico trovando 80 milioni sottratti all’Erario, ma che sarebbero solo la punta dell’iceberg. Le conferme indirette riguardo l’esistenza di un ‘Sistema’ arrivano dall’esame dei conti dell’Ara e dell’Ad che hanno emesso fatture di una grandezza sospetta verso due investitori internazionali: la Red Bull e la Puma. Seguendo le transazioni i finanzieri hanno trovato i nomi di persone vicine a Bernie Ecclestone che fino al 2016 è stato il patron esclusivo della Formula Uno. Interrogato dalla Procura, l’imprenditore ha negato qualsiasi coinvolgimento in questo tipo di affari. Arrivati a questo punto delle indagini, il filone internazionale sui fondi in nero è stato chiuso a causa della mancata collaborazione tra gli agenti italiani e i rispettivi colleghi degli altri Paesi coinvolti. Anche il filone Ecclestone è stato archiviato perché Bernie ha ceduto la sua attività agli americani della Liberty Media che non hanno voluto commentare l’inchiesta di Repubblica. Invece, il filone nostrano dell’indagine ha portato all’arresto di cinque dei principali protagonisti della parte italiana della truffa, tra cui spicca Luigi Provini, figura molto conosciuta nell’ambiente delle corse. Tutti vivevano a Dubai, la nuova capitale mondiale del riciclaggio, dove investivano i soldi in attività immobiliari e finanziarie. Da qualche settimana gli inquirenti hanno ricominciato ad indagare anche sulla parte internazionale e si sono presentati nel paddock dell’ autodromo monzese per interrogare piloti e manager. Alla fine del giro di domande, una fonte investigativa ha commentato: “È come sospettavamo, è ripreso tutto come prima”.

 

Pasta Zara non paga la cedola del minibond e chiede il concordato preventivo

Bebeez.it 7 maggio 2017

Pasta Zara noto produttore di pasta di Treviso, ha chiesto al Tribunale della Marca di essere ammessa al concordato preventivo, dopo che lo scorso 31 marzo non ha pagato la cedola semestrale sul minibond da 5 milioni di euro con cedola 6,5% e scadenza marzo 2020 quotato all’ExtraMot Pro.

Lo scorso 28 febbraio gli obbligazionisti riuniti in assemblea su richiesta di Finanziaria Internazionale Investments sgr, che gestisce il Fondo Minibond PMI Italia e che oggi detiene in portafoglio bond per 400 mila euro nominali (dopo averne sottoscritti inizialmente per 1,5 milioni) non hanno dato il via libera  alla richiesta di stand-still sul debito sino al prossimo 30 giugno.

In una nota diffusa nei giorni scorsi, la società ha però sottolineato che in occasione dell’assemblea gi obbligazionisti hanno chiarito di essere interessati a essere coinvolti nelle trattative insieme al ceto bancario e che infatti i bondholder hanno partecipato lo scorso 16 marzo alla seconda riunione plenaria con le banche nella quale “è stata esposta la manovra finanziaria di ristrutturazione dell’indebitamento, nell’ambito di una prospettica ipotesi di procedimento di accordo di ristrutturazione ex art. 182 bis LF” e al termine della quale “è stata formulata la richiesta di stand-still e moratoria sino al 30 giugno 2018”. Da qui la decisione di procedere al medesimo trattamento dei creditori e di non pagare la cedola del bond.

La società era da qualche mese in trattativa con le banche finanziatrici, con le quali aveva inizialmente siglato un accordo di stand-still con scadenza 31 marzo, per trovare una soluzione a una situazione di grave tensione finanziaria che aveva portato la società a chiudere il 2017 con una perdita di 25,7 milioni, dovuta in parte alla svalutazione di partecipazioni in Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza per 9 milioni di euro, a fronte di un patrimonio netto crollato a 77,3 milioni e di un debito finanziario netto di poco meno di 200 milioni.

Una situazione, questa, che ha portato la società a sforare di parecchio il covenant finanziario relativo al rapporto tra PFN e patrimonio netto, fissato a 1,80 volte. L’ultimo controllo era stato fatto al 30 giugno 2017 e in quell’occasione il patrimonio netto era di 127,5 milioni e il rapporto PFN/patrimonio netto era di 1,55 volte. La società aveva chiuso il 2016 con 250 milioni di euro di ricavi e 24 milioni di ebitda. Il 2017 ha visto ricavi in leggero calo a 240 milioni.

Con sede a Riese Pio X (Treviso), l’attività della società che produce pasta e  prodotti complementari, quali ad esempio olio, sughi pronti e pomodori pelati, risale alla fine dell’800 quando Emanuele Bragagnolo aprì a Villarazzo (Treviso) un piccolo laboratorio artigianale di pasta. Oggi Pasta Zara è controllata e guidata dalla quarta generazione della famiglia con Furio (presidente), Arianna, Umberto e Franca che sono subentrati in azienda alla fine degli anni’90.

Nel dicembre del 2012 Pasta Zara aveva visto l’ingresso nell’azionariato di Simest spa, la finanziaria di sviluppo del gruppo Cassa Depositi e Prestiti,  e la conferma dell’impegno da parte del socio Friulia spa. Il Consiglio di amministrazione di ottobre 2013 aveva poi approvato un nuovo piano investimenti, al quale era seguito un ulteriore aumento di capitale da parte di Simest, che aveva portato la propria partecipazione all’11,76%. La finanziaria della Regione Friuli Venezia Giulia, invece, a seguito dell’aumento di capitale si era diliuta dall’11,95% all’11,25% (si veda altro articolo di BeBeez).

La famiglia Zonin cerca soci, dopo l’uscita di papà Gianni: implicazioni sui sequestri per la BPVi?

Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 7 maggio 2018

Gli eredi di Gianni Zonin, a cui il padre tutto ha donato sia pure ora sub judice, aprono a nuovi soci, come si legge su Economia del Corriere della Sera di oggi, di cui pubblichiamo l’articolo a seguire. Vi si parla di un valore della società sui 400500 milioni ma le cose, intanto, non tornano. Innanzitutto la Zonin SPA è prevalentemente una socieà commerciale, che acquista il vino dalle circa 10 società agricole della famiglia che, a quanto ci risulta, non c’entrano oggi con la SPA e sulle quali o su parte delle quali potrebbe, comuqnue, pendere la spada di Damocle dei sequestri per le vicende della BPVi di papà Gianni.

A parte questo chi mai investirebbe in una società il cui business dipende esclusivamente da terzi? Ma allora verrebbero conferite anche tutte le società semplici della famiglia, i vari vigneti sparsi per l’Italia?

Poi, c’è la questione del valore.

Solo negli ultimi anni la spa guadagna sui 3 milioni l’anno, prima molto di meno. Come potrebbe, quindi, valere 150 volte gli utili?

Ma, ecco l’ultimo ma, quello che interessa ai soci truffati dalla Banca Popolare di Vicenza.

Ipotesi di sequestro: nell’articolo i soci si dicono tranquilli, perché non si cedono azioni, ma solo le si diluiscono. In questo caso bisognerà vedere il sovraprezzo applicato, che, da quanto scritto in base al poco o nulla che si sa, sarebbe elevato così che un annacquamento, anche consistente, potrebbe esserci. E se poi il sovrapprezzo fosse eccessivo? Il mercato sarà sicuramente curioso di conoscere il sovraprezzo applicato e i soci di valutare il possibile danno visto che hanno chiesto i sequestri per giunta su beni per la cui conservazione e sviluppo, questo è l’unico fatto certo, servono nuovi denari…

La famiglia Zonin cerca soci

Dopo l’uscita dell’ex banchiere dalla guida societaria e la cessione delle quote ai figli, il gruppo vinicolo prepara un aumento di capitale riservato a un partner finanziario. Il mandato a Mediobanca. Spunta il fondo francese Unigrains.

La famiglia Zonin cerca soci. Compagni di viaggio che sostengano la crescita della Zonin 1821, la storica azienda vinicola di Gambellara, in provincia di Vicenza, fatta crescere da Gianni Zonin, imprenditore ed ex presidente della Banca Popolare di Vicenza, per il quale la Procura del capoluogo berico ha chiesto in autunno il rinvio a giudizio (assieme a tutto l’ex vertice) nell’ambito del crac dello storico istituto di credito. Così le etichette Principi di Butera, Ca’ Bolani, Tenuta il Bosco, i vigneti americani della Barboursville e il resto della scuderia di marchi sono finite in vetrina.

Obiettivo, identificare un investitore che entri con una quota di minoranza – anche corposa – nella compagine della Casa Vinicola Zonin, attraverso un aumento di capitale dedicato.

Sul dossier è al lavoro Mediobanca che nel ruolo di advisor dovrà selezionare il profilo più adeguato. Il monitoraggio è appena partito ma è probabile l’identikit corrisponda a quello di un fondo di private equity, magari che possiede già un focus su food e vini. Qualche analisi e valutazione sarebbe stata fatta, anche se senza una candidatura formale a chi lavora al dossier, dal fondo francese Unigrains dedicato all’agroindustria, specializzato in aziende della filiera, anche di matrice familiare.

La decisione è stata presa dai fratelli Domenico, che della Zonin 1821 è presidente, Francesco e Michele Zonin (entrambi vice presidenti) a cui il padre Gianni ha affidato l’impegno di continuare, e di espandere sui mercati, l’attività di famiglia che dagli anni’ 70 è a Ca’ Bolani in Friuli, poi cresciuta in Piemonte, Lombardia, Sicilia e Puglia fino allo sbarco negli Usa.

L’operazione non dovrebbe incrociare, sulla carta, i procedimenti civilistici in corso nei confronti di Gianni Zonin. Nell’ambito dell’azione civilistica di responsabilità, i liquidatori della Popolare di Vicenza (l’ex ceo dell’istituto Fabrizio Viola, Giustino Di Cecco e Claudio Ferrario) avevano infatti chiesto a gennaio la revoca di due «patti di famiglia» attraverso i quali l’imprenditore ha ceduto ai figli la piena proprietà del 26,9% e i diritti di usufrutto sul 23% del capitale della Gianni Zonin Vineyard sas di Giovanni Zonin & C. e il 38,5% della Zonin Giovanni sas, holding dell’impero vitivinicolo dell’ex banchiere vicentino. Domani, 8 maggio, si terrà la prima udienza in cui si costituiranno anche i tre figli dell’ex presidente di PopVicenza che avevano ricevuto le quote poco più di due anni fa. La posizione della famiglia è che il «patto» è come un testamento, è l’anticipo di un dato ereditario. Deciderà la magistratura.

Vale comunque il fatto che al futuro investitore i membri della famiglia non cederanno quote bensì si diluiranno nell’ambito di un rafforzamento patrimoniale del gruppo che ha bisogno di investire. Secondo le prime stime della società da parte del mercato, il valore complessivo d’impresa della casa dei vini della famiglia Zonin potrebbe collocarsi tra 400 e 500 milioni.

La società vinicola Zonin è già al vertice della classifica dei maggiori produttori, secondo i dati 2017 elaborati dall’Area studi di Mediobanca al quarto posto con 201 milioni di ricavi alle spalle del numero uno Cantine Riunite (594 milioni di ricavi), seguito a ruota da Caviro (315 milioni) e Antinori (221). Tutti grandi gruppi del made in Italy vitivinicolo che crescono, con fatturati in aumento tra il 4 e il 5% (+4,2% per la Casa Zonin). Ma si può fare ancora di più, visto che ci sono società le cui vendite si espandono addirittura sopra il 10%. Ma per arrivare a quei traguardi – spingendo molto sull’export – bisogna appunto investire. Visto che l’intero comparti delle aziende del vino nel 2017 ha spinto sul pedale degli investimenti, cresciuti complessivamente del 27%. Da qui l’opportunità di un investitore che sostenga i piani di sviluppo anche all’estero dove la Zonin raccoglie già l’85% del fatturato e dove possiede pezzi pregio come la Barbourville in Virginia e la Dos Alma, la nuova società in Cile il cui obiettivo in tre anni è di produrre 6oo mila bottiglie. Il partner, che esprimerà anche rappresentanti in consiglio, contribuirà poi a rafforzare il profilo istituzionale del leader dei vini – nove tenute in Italia-, intenzionato a giocare tra i grandi sui mercati internazionali.

di Daniela Polizzi da Economia del Corriere della Sera