Carige, il blitz di Mincione che con Volpi vuol mettere all’angolo Malacalza

VENEZIA, 2013, RAFFAELE MINCIONE TIME AND LIFE – foto di SERGIO OLIVERIO Imagoeconomica

A volte ritornano. E continuano a investire in banche. E’ proprio questo il caso di Raffaele Mincione, che – come è stato annunciato il 16 febbraio prima dell’apertura della Borsa – attraverso i due veicoli del fondo Capital Investment Trust, Pop12 e Time & Life, ha acquistato il 5,428% del capitale di Banca Carige. Secondo quanto si apprende, la soglia rilevante del 5% sarebbe stata superata nei primi giorni della settimana cominciata il 12 febbraio, il che significa – ipotizzando che il pacchetto di titoli sia stato comprato tutto in una volta, come sembra – che l’investimento di Capital Investment Trust dovrebbe essere stato di circa 22,5 milioni(oggi tutta la banca ligure in Borsa capitalizza intorno ai 415 milioni).

VENEZIA, 2013, RAFFAELE MINCIONE TIME AND LIFE – foto di SERGIO OLIVERIO Imagoeconomica

L’ingresso nell’istituto di credito guidato dall’amministratore delegato Paolo Fiorentino segue il ridimensionamento nell’azionariato dei due fondi che erano entrati sopra il 5% con l’aumento di capitale da oltre 500 milioni chiuso alla fine del 2017, Chenavari e Credito Fondiario. Questi ultimi, che hanno partecipato all’operazione indispensabile per riportare in sicurezza i conti della banca ligure ma hanno altresì comprato dall’istituto rispettivamente la società di credito al consumo Creditis e una porzione di crediti deteriorati, hanno già deciso di scendere sotto il 5% del capitale (qualsiasi riduzione sotto questa soglia non è più tracciata, poiché per i grandi investitori istituzionali la barriera rilevante che fa scattare la comunicazione è collocata non al 2% ma al 5 per cento).

Leggi anche: Carige, quelle cessioni ‘baciate’ senza cui l’aumento di capitale sarebbe un flop

Chissà se è proprio per trovare dei sostituti di questi fondi che hanno avuto tanta fretta di tagliare la corda che giovedì 8 febbraio Fiorentino è volato a Londra per incontrare investitori disposti a scommettere sulla ristrutturazione della banca ligure. Al suo fianco si dice che ci fosse Giulio Gallazzi, consigliere di amministrazione di Carige eletto dalla lista di Assogestioni, l’associazione italiana dei fondi comuni, in passato inserito nella lunga lista di possibili compratori del Genoa e a capo della società con base a Londra Sri group global, che – come si legge nel curriculum vitae dello stesso Gallazzi – “è oggi una holding internazionale che controlla nove società legate da forti interdipendenze strategiche di business” oltre che “un riferimento importante per le aziende europee che pongono lo sviluppo internazionale al centro delle proprie strategie”.

Giulio Gallazzi, Sri Group, conslente di Idea-Fimit. Imagoeconomica

Che la scintilla sia scattata o meno lì, a Londra, il fondo Capital Investment Trust riconducibile al finanziere Mincione è appena salito sopra il 5% della banca ligure. Mincione è una vecchia conoscenza del mondo bancario: il suo nome balzò agli onori delle cronache finanziarie nel 2011, per l’investimento nella Popolare di Milano, all’epoca ancora separata dal Banco Popolare, di cui arrivò a detenere, attraverso il veicolo lussemburghese Time & Life, l’8% del capitale. La mossa gli fece guadagnare il soprannome di “mister 8%” e lo proiettò, nell’azionariato della banca milanese, inizialmente alle spalle di Andrea Bonomi, salvo poi farlo diventare primo socio (oggi non figura tra gli azionisti rilevanti di Banco Bpm). Con la Time & Life, nel 2012, Mincione aveva anche scommesso sul Monte dei Paschi di Siena, comprando l’1% della banca senese, ma l’investimento si rivelò ben presto un bagno di sangue.

Leggi anche: La vendita del Genoa come quella del Milan: scatole cinesi e fondi offshore all’ombra dei Panama Papers

Ma dove aveva preso Mincione il denaro per investire? Per esempio, da altre banche. Come raccontato dall’Espresso, nel novembre del 2012 la Popolare di Vicenza (finita in dissesto lo scorso anno, prima di essere rilevata con Veneto Banca, solo per la parte buona e al prezzo simbolico di 1 euro, da Intesa Sanpaolo) aveva investito 100 milioni in un fondo lussemburghese del gruppo Athena, riconducibile appunto a Mincione. Altro denaro era arrivato dalla Fondazione Enasarco, ossia l’Ente nazionale di assistenza per gli agenti e rappresentanti di commercio.

MILANO, SETTEMBRE 2017, PIANO INDUSTRIALE BANCA CARIGE, PRESIDENTE GIUSEPPE TESAURO, AD PAOLO FIORENTINO, VICEPRESIDENTE E AZIONISTA VITTORIO MALACALZA – FOTO DI SERGIO OLIVERIO IMAGOECONOMICA

Come scritto da Repubblicagli agenti di commercio – attraverso i fondi Athena – avevano complessivamente foraggiato il finanziere di origini romane che sostiene di vivere a Londra con ben 185 milioni di euro. Di questa cifra, una ventina di milioni è andata in fumo con l’investimento in Mps, un’altra ventina è stata restituita e a fronte dei 140 milioni circa rimanenti, a fine 2013, Enasarco risultava avere in pegno l’intero pacchetto della Popolare di Milano riconducibile a Mincione.

Leggi anche: Carige, risolto il giallo del prestito da 500 milioni finito in un colpo solo tra i crediti deteriorati: il debitore è il gruppo Messina

A ogni modo, con l’investimento in Carige, parte una nuovo capitolo degli investimenti bancari di Mincione. Un capitolo che si apre in un momento particolarmente delicato, in cui l’ad Fiorentino, proprio mentre è chiamato a individuare il soggetto verso cui traghettare la banca (è chiaro che in piedi da sola non può stare), è ai ferri corti con la famiglia Malacalza, prima azionista di Carige con il 20,64% del capitale. Le tensioni, già latenti da tempo nonostante le smentite di rito, sono esplose con l’invio, risalente a metà gennaio, di una dura lettera indirizzata dalla famiglia Malacalza al presidente della banca, Giuseppe Tesauro, dove in sostanza si avanzavano dubbi sul recente aumento di capitale e si domandavano chiarimenti. Della missiva è stata data relazione in un consiglio di amministrazione di inizio febbraio ma una risposta ufficiale ai primi azionisti non è mai arrivata.

2017-09-14, PIANO INDUSTRIALE BANCA CARIGE, PAOLO FIORENTINO – foto di SERGIO OLIVERIO – IMAGOECONOMICA

Fiorentino, dal canto suo, ha minimizzato, spiegando che si tratta di normale dialettica tra chi gestisce una società e i suoi azionisti. Ma il clima a Genova resta pesante, e il continuo calo delle azioni in Borsa non fa che esacerbare gli animi. In questa situazione, sono già all’opera i consueti complottisti, secondo cui l’ad Fiorentino sarebbe alla ricerca di investitori da attirare dalla propria parte con l’obiettivo di arginare il potere della famiglia Malacalza e del suo 20% abbondante del capitale.

Leggi anche: La storia di Volpi, il miliardario socio di Carige che ha fatto fortuna in Nigeria e ora chiede aiuto a Fiorani

Il finanziere con passaporto nigeriano e interessi nel mondo del petrolio nigeriano, Gabriele Volpi, salito al 9% di Carige con l’ultimo aumento di capitale, sarebbe dalla parte di Fiorentino. E lo stesso potrebbe dirsi per il neo azionista Mincione. Che, tra l’altro, potrebbe essere in qualche modo collegato allo stesso Volpi. Basti pensare che – come raccontato dal Corriere della Sera del novembre 2013 – nell’indicare le prospettive di investimento a Enasarco, aveva parlato di banche e di “petrolio nigeriano”, cosa che farebbe appunto pensare a un collegamento con Volpi. Se così fosse, Fiorentino avrebbe già attratto dalla sua parte quasi il 15% di Carige. A questa percentuale andrebbe poi aggiunto il 5,4% in mano alla Sga, tra gli investitori entrati nell’azionariato con l’aumento di capitale. Si arriverebbe così al 20% di Carige, la stessa quota in mano alla famiglia Malacalza.