UNA PERSONA SEMPLICE SI DOMANDA : MA QUANTO PAGA INTESA NEI VARI PROCESSI SULLE BANCHE VENETE ALLO STUDIO SEVERINO E COMPAGNIA BELLA? NESSUN AZIONISTA NESSUN CLIENTE CAPIRA MAI I SOLDI SPESI “SICURAMENE INUTILMENTE VISTI GI ULTIMI FATTI ACCADUTI”- SOLO IL CONSIGLIERE DELEGATO POTREBBE – DICOPOTREBBE RISPONDERCI MA NON RISPONDE MAI E CHI NON RISPONDE HA LA COSCIENZA SPORCA.

QUESTO E’ CARLO MESSINA SE LO INCONTRATE PER STRADA PONETE LA DOMANDA!

CARLO MESSINA

Banche e conflitto d’interessi, Di Maio e Salvini governino dal parlamento Ai due vincitori del 4 marzo non serve formare un nuovo governo: propongano a Gentiloni delle iniziative comuni

 VVOX.IT 8 MAGGIO 2018

“Visto da destra visto da sinistra” era una rubrica del Candido, settimanale umoristico fondato da Giovanni Mosca e Giovannino Guareschi. Ci dicono che  la destra e la sinistra non ci sono più, ma siccome sono uno dei 60 milioni di commissari tecnici, presidenti del consiglio ecc., mi permetto di dare dei consigli non richiesti. Immaginando di essere al posto di Di Maio e al posto di Salvini, i due vincitori delle elezioni

L’idea mi è venuta leggendo l’interrogazione con richiesta di risposta scritta n. 4 00077, primo firmatario il senatore Alberto Bagnai (Lega), presentata al Senato nella seduta del 2 maggio. L’interrogazione solleva un problema molto importante in Italia, quello del conflitto d’interessi. In particolare l’interrogazione rileva un potenziale conflitto di interessi del nuovo presidente della Consob, il funzionario della Commissione Europea e dirigente della vigilanza sul sistema finanziario: Mario Navagià collaboratore di Monti e Prodi. Gli interroganti rilevano che «da quanto si apprende dalla stampa, Nava avrebbe richiesto il distacco e non l’aspettativa dal suo precedente incarico di direttore per il monitoraggio del sistema finanziario e di gestione delle crisi alla direzione generale per la stabilità finanziaria e dei mercati dei capitali (Fisma); nel caso del distacco, infatti, resta in essere il sostanziale rapporto di dipendenza con l’amministrazione di origine…».

Il permanere del rapporto di dipendenza con la Commissione Europea, oltre a essere in conflitto con l’articolo 1, comma 5 della legge di istituzione dell’autority (Decreto-legge 8 aprile 1974, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 giugno 1974, n. 216),secondo gli interroganti determinerebbe «un potenziale conflitto di interessi nei casi in cui l’autorità si trovi a valutare o applicare normative che possono essere interpretate in senso più o meno favorevole agli interessi del Paese o a quelli delle istituzioni dalle quali Nava continua a dipendere» (l’estratto della seduta con l’interrogazione lo trovate qui, il resoconto completo della seduta qui).

Se fossi al posto di Di Maio, ricordandomi che siamo ancora in una repubblica parlamentare, coglierei l’attimo e proporrei a Salvini una iniziativa comune in Parlamento per disciplinare il conflitto di interessi, perché sembra che in Italia non ci sia solo il conflitto di interessi di Berlusconi, ma ci siano anche altri conflitti, inoltre, i numeri per approvare la legge in parlamento i vincitori li avrebbero. Anche se Salvini ha l’impegno a formare un governo con tutto il centrodestra, non credo che Salvini, la Lega e i suoi parlamentari debbano chiedere il permesso a Berlusconi e alla Meloni per l’attività parlamentare. La Lega sarebbe in grado di garantire una legge non vessatoria nei confronti dell’ex Cavaliere, e far uscire l’Italia dal circolo vizioso conflitto d’interessi vs Berlusconi, disciplinando un settore molto delicato, come il recente caso Nava evidenzia.

Incidentalmente l’interrogazione solleva anche un’altra questione molto importante per l’Italia, le banche: la loro disciplina e il loro controllo. Ho più volte sottolineato il pericolo di una normativa bancaria europea sfavorevole alle banche italiane, da ultimo vi invio all’articolo “La Germania spinge la BCE a imporre norme più stringenti sui crediti deteriorati”. Se fossi al posto di Salvini, proporrei a Di Maio di approvare una legge di indirizzo per il governo (Gentiloni), con precise e vincolanti indicazioni di non avallare in sede europea norme che penalizzino il sistema bancario italiano e favoriscano i sistemi bancari nord europei pieni zeppi di derivati, Deutsche Bank per esempio.

Se di Maio e Salvini si sono trovati bene in Parlamento, ma non quagliano a Palazzo Chigi, che governino dal Parlamento. Il Job’s act può essere modificato anche con iniziativa parlamentare, e così per molte altre leggi: dare centralità al Parlamento sarebbe il vero segnale di novità e discontinuità, mai come in questo caso volere è potere, se invece è il potere che si vuole avere, allora è un altro discorso.  Improvvisamente mi sento toccare sulla spalla, è mia moglie: «Marco, svegliati!». Stavo sognando.

LETTERA APERTA ALL’EX MINISTRO PADOAN E AL GOVERNATORE DELLA BANCA D’ITALIA IGNAZIO VISCO – SUL CASO “VENETO BANCA INDAGATI I COMMISSARI”

EGREGI SIGNORI,

NON SCCENDO NEI PARTICOLARI ANCHE PERCHE IN QUESTI LUNGHI MESI TRA MAIL INVIATE AL DOTT.  BARBAGALLO E ARTICOLI DI STAMPA DA ME PUBBLICATI DOVREMMO STAR QUI A DISCUTERE DI FATTI DOCUMENTATI CHE TUTTI GLI ITALIANI BEN CNOSCONO.

LA DOMANDA E’ SEMPLICISSIMA SIA AL DOTT. VISCO SIA AL DOTTOR PADOAN SIA AL DOTTOR BARBAGALLO:

COSA INTENDETE FARE CON TRE COMMISSARI INDAGATI IN VENETO BANCA TRA CHI DATO LE DIMISSIONI , TRA CHI (PEGGO ANCORA E RITORNATA ALLA SGA DEL BANCO NAPOLI DI INTESA)?

IL CONTRATTO INTESA San Paolo SOTTOSCRITTO DAL NOTAIO MARCHETTI IN MILANO LO RITENETE CORRETTO – SOTTO IL PUNTO DI VISTA GIURIDICO E FINANZIARIO ALLA LUCE DEI FATTI ACCADUTI? E LA MAGISTRATURA CHE STA INDAGANDO VOI NON DOVRESTE PRENDERE DEI PROVVEDIMENTI SERI COSI COME PREVISTO DALLA BCE?

COMNSIGLIO AL MINISTRO PAOAN , AL GOVERNATORE IGNAZIO VISCO E AL DOTT BARBAGALLO CHE IL SIG CARLO MESSINA IN QUALITA DI CONSIGLIERE DELEGATO   DI INTESA San Paolo  SI SIA APPROFITATO DELLO STATO DI INSOLVENZA DI VENETO BANCA E ABBIA APPROFITATO  FIN TROPPO DA QUESTE SCELLERATE DECISIONI DA VOI IMPOSTE , CON IL DECRETO 99/2017 ( RIGUARDA L’EX MINISTRO PADOAN E L’APPROVAZIONE DI BANCA D’ITALIA  MA VI COMUNICO CHE IL SUO COMPORTAMENTO DOPO LA FUSIONE DEL GIORNO 8 DICEMBRE 2017 E ANCORA PIU SCELLERATA DELLA PRECEDENTE PERCHE NON HA ONORATO QUANTO PATTUITP R LO SCRIVENTE E’ LA PROVA DELLA DENUNCIA PENALE PRESENTATA.

MI AUGURO CHE TUTTI CLIENTI (LEGGETE BENE IL CONTRATTO DEL NOTAIO MARCHETTI) AGISCANO VELOCEMENTE CONTRO IL LEGALE RAPPRESENTANTE DI INTESA RICORDANDOVI CHE IL CONTRATTO AVREBBE DOVUTO ESSERE PUBBLICATO E QUINDI SIETE TUTTI IN TEMPO PER AGIRE NEI PROSSIMI 90 GIORNI CONTRO INTESA PER I DANNI CAUSATI (PARLO DI AFFIDAMENTI E ALTRO).

SE SAREMMO TUTTI UNITI LE PAROLE DI MESSINA DI DIVENTARE LA PIU GRANDE BANCA EUROPEA VI ASSICURO CHE SONO SOLO BALLE DAVANTI ALLA GIUSTIZIA

CONFIDO SULLE ASSOCIAZIONI E SUI SINGOLI

CORDIALMENTE 

 

PAOLO POLITI

CONSULTAZIONI E RIPRESA/ La soluzione spagnola per salvare l’Italia

Carlo Pelanda ilsussidiari.net

Sergio Mattarella dovrà prendere una decisione sul prossimo Governo. E potrebbe anche scegliere una soluzione alla spagnola, con dei vantaggi, spiega CARLO PELANDA

L’Italia non può permettersi un disordine politico prolungato che riduca la fiducia del mercato sulle sue possibilità di ripresa. Questa dipende dalla continuazione e aumento dei flussi di investimento privato sia interni, sia esterni sulle imprese che incrementano l’occupazione e i consumi, alimentando un ciclo virtuoso di crescita diffusa socialmente e territorialmente. La fiducia dei mercati sull’Italia dipende dalla sua capacità di facilitare la crescita e mantenere in equilibrio la finanza pubblica, riducendo l’indebitamento.

Nel 2016 e 2017 tale fiducia è stata sostenuta dalla garanzia da parte della Bce sul debito italiano e dalla grande capacità reattiva del sistema industriale. I governi in questo biennio non hanno fatto particolari politiche fiscali stimolative, a parte l’importante incentivo 4.0. Ma nemmeno hanno fatto disastri recessivi, pur lasciando per inerzia che aumentasse il pericoloso divario tra Nord e Sud e allocando per impieghi improduttivi troppa spesa pubblica in deficit. Una pur minima stabilizzazione interna sotto la protezione Bce, combinata con il boom dell’export, tuttavia, è bastata per convincere il mercato interno a investire e quello globale a sfruttare i bassi costi dei titoli azionari dovuti alla grave recessione 2012-14, rialzandone i valori.

In settembre l’ombrello Bce finirà e il rimbalzo “passivo” dell’economia si esaurirà. Pertanto ci vorrà un governo che rassicuri il mercato sulla capacità dell’Italia di mantenere in equilibrio la finanza pubblica senza l’aiuto Bce e di spingere la crescita con politiche fiscali più efficaci. Quindi non basterà “fare un qualsiasi governo”, ma ci vorrà uno che svolga la missione detta sopra. Certamente il Presidente della Repubblica ritiene pericoloso creare un governo tecnico a sua conduzione diretta perché politicizzerebbe il garante di ultima istanza della nazione e, soprattutto, formalizzerebbe la situazione di ingovernabilità. Infatti, è probabile che tale opzione, con la minaccia di elezioni in autunno, sia stata comunicata per forzare i partiti ad accordarsi.

Ma cosa resta viste le difficoltà di convergenza tra questi? Forse una soluzione “spagnola”: governo minoritario di centrodestra con appoggio esterno del centrosinistra, guidato da una figura istituzionale che permetta il condizionamento indiretto del governo stesso da parte del Quirinale per dargli la linea politica. Tale soluzione combinerebbe meglio delle altre il rispetto del risultato elettorale e i requisiti per non compromettere la ripresa, nelle contingenze.

La Spac di Viola alla ricerca di una banca

Andrea Giacobino7 maggio 2018 repubblica.it

Si chiama Prima Lending la Spac appena nata dalla regia di Fabrizio Viola, ex amministratore delegato di Banca Popolare di Vicenza e Mps, gli avvocati d’affari Gregorio Gitti e Carlo Andrea Bruno, e John Derek Vago, ex banchiere di Nomura. La società è stata costituita lo scorso 24 aprile a Milano nello studio del notaio Mario Notari dagli stessi Viola e Vago mentre il terzo socio è la newco GaP One Corporate Finance che Gitti e Bruno avevano fatto decollare quattro giorni prima. Vago è per ora amministratore unico mentre il capitale di partenza di 50mila euro vede lo stesso banchiere al 91,6% e gli altri due azionisti al 4,1% ciascuno. Prima Lending ha già deliberato di aumentare il capitale a pagamento da qui al 2020 per altri 5,8 milioni e in via gratuita di altri 150mila euro. I tre “promotori” con la loro spac, che intende raccogliere fino a 200 milioni per comprare un soggetto abilitato all’attività bancaria in Italia, si impegneranno così a garantire risorse iniziali per il progetto fino ad almeno 6 milioni. Fabrizio Viola (Prima lending)

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VIOLA TI CONSIGLIO DI PRENDERE VENETO BANCA IN LCA VISTO LE ULTIME NEWS L HAI GIÀ TROVATA LA BANCA

NUOVA TEGOLA SU MUSTIER – IL FONDO CAIUS CAPITAL DENUNCIA UNICREDIT ALLE AUTORITÀ EUROPEE PERCHÈ HA DUE TERZI DEL CAPITALE CHE INFRANGONO LE REGOLE EUROPEE – PER RIENTRARE NELLA NORMA, SCRIVE IL ”FINANCIAL TIMES”, LA BANCA DOVREBBE CONVERTIRE IN AZIONI ORDINARIE QUASI TRE MILIARDI DI EURO – UNICREDIT RIBATTE ALLE ACCUSE – NEL MIRINO ANCHE MPS

Dagospia.com 8 maggio 2018

Mustier, capo francese e francesizzante di Unicredit, ha una nuova e brutta gatta da pelare. Un importante hedge fund, Caius Capital, si e’ rivolto alle autorità ‘ europee sostenendo che due terzi del capitale di UniCredit infrangerebbero le regole Ue e che quindi la banca italiana dovrebbe convertire in azioni ordinarie quasi 3 miliardi di euro di complessi strumenti finanziari, imponendo pesanti perdite agli investitori.

Lo scrive il quotidiano economico britannico “The Financial Times”, riferendo che il fondo, specializzato nel recupero crediti creato a Londra due anni fa, ha inviato una lettera all’Autorita’ bancaria europea (Eba) lamentando il fatto che UniCredit avrebbe erroneamente calcolato una parte del suo capitale (il cosiddetto CET1, che è un elemento-chiave della forza di una banca) per tutto lo scorso decennio; sotto accusa e’ l’emissione nel 2008 di titoli di capitale azionario ibridi convertibili e subordinati per 2,98 miliardi.

Qualora la Eba dovesse ritenere fondata questa denuncia, commenta il “Financial Times”, i detentori di questi strumenti finanziari dovranno registrare perdite per oltre 2 miliardi di euro; la denuncia insinua inoltre il dubbio sul modo in cui diverse altre grandi banche europee hanno calcolato i capitali propri che servono da paracadute per assorbire le perdite in caso di crisi: fra queste il giornale della City di Londra elenca in particolare l’istituto britannico Hsbc e l’italiano Monte dei Paschi di Siena.

Unicredit ha replicato al Financial Times, facendo sapere che l’autorità europea era informata e che comunque sono già previsti strumenti di conversione in azioni ordinarie ove ce ne fosse bisogno.

UNICREDIT PRECISA SU CONTESTAZIONI DI CAIUS CAPITAL

https://www.soldionline.it

CAIUS CAPITAL

Secondo quanto riportato dal Financial Times, l’hedge fund Caius Capital, avrebbe contestato la modalità di contabilizzazione dei Cashes emessi da Unicredit nel 2008, che andrebbe a impattare sul CET1 della banca.   L’istituto ha ribattuto a queste accuse, precisando che “il trattamento regolamentare delle azioni sottostanti i Cashes è stato presentato al mercato in misura completa e confermato e riesaminato dalle autorità competenti”.

Unicredit ha puntualizzato che il contributo dei titoli sottostanti i Cashes al capitale della banca non ha impatti significativi sugli indici patrimoniali dell’istituto, che a fine 2017 poteva contare su un CET1 ratio del 13,6%.

Veneto Banca, indagati Viola e gli altri due commissari

SN finanzareport.it 8 maggio 2018

Lo ha fatto sapere la stessa procura di Treviso. Nel frattempo il banchiere aveva dato le dimissioni

Nuova grana giudiziaria legata a Veneto Banca, nella fattispecie però dopo la liquidazione avvenuta nel 2017, e nuova tegola per Fabrizio Viola, di recente rinviato a giudizio a Milano per il caso dei derivati Alexandria e Santorini quando era il numero uno di Banca Mps.

I tre commissari liquidatori di Veneto Banca, Alessandro Leproux, Giuliana Scognamiglio e appunto Fabrizio Viola, sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Treviso, a seguito di una denuncia di una società romana, azionista della ex Popolare. A indicarlo è la stessa Procura veneta dopo una fuga di notizie. Si tratterebbe, secondo quanto è stato reso noto, di un fatto circoscritto, che non coinvolgerebbe il lavoro generale svolto dai commissari per la liquidazione dell’istituto di Montebelluna.

L’indagine sarebbe stata innescata da un esposto di una società romana azionista della ex banca popolare, che si ritiene danneggiata da alcune scelte assunte dai commissari. Leproux, Scognamiglio e Viola erano stati nominati nel giugno 2017 da Bankitalia, dopo il decreto del Consiglio dei Ministri che aveva definito la cornice della liquidazione ordinata, con intervento pubblico, delle due banche venete, passaggio contemporaneo al trasferimento degli asset “buoni” a Intesa Sanpaolo.

Viola si era dimesso nei mesi scorsi dall’incarico di commissario e lui stesso ha riferito recentemente di essere in procinto di diventare presidente della banca frutto della separazione delle attività di Nexi (ex CartaSì) che fra l’altro ha appena ricevuto il via libera della Bce all’operazione.

intanto si attendono possibili novità nell’altra inchiesta da poco trasferita per incompatibilità territoriale a Treviso dalla Procura di Roma, a carico degli ex amministratori di Veneto Banca per ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio. Nel caso fosse riconosciuto che alla data della messa in liquidazione (25 giugno 2017) la banca era già in condizioni di insolvenza, l’incriminazione che andrebbe ad aggiungersi agli imputati sarebbe di bancarotta fraudolenta, un reato tale da far spostare in avanti nel tempo i termini per la prescrizione.

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TUTTI I NODI STANNO ARRIVANDO AL PETTINE

SORGENIA: BANCHE SOCIE IN MANOVRA, POSSIBILE ADVISOR PER FUTURO STRATEGICO

Il sole Radiocor 7 maggio 2018

Le big puntano a supportare crescita azienda (Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Milano, 7 mag – Un possibile advisor per avviare una riflessione sul futuro strategico di Sorgenia. Sarebbe questa l’idea, secondo quanto risulta a Radiocor, che circola in queste settimane tra le principali banche italiane, diventate socie di controllo del gruppo energetico dopo l’uscita di Cir e Verbund e la maxi ristrutturazione del debito da 1,7 miliardi. Negli ultimi tre anni, va ricordato, la societa’ ha realizzato un brillante turnaround che, sotto la guida dell’ad Gianfilippo Mancini, l’ha riportata in utile (nel 2017 triplicato a 44 milioni) e ha visto il debito abbattuto a 715 milioni. Non solo: Sorgenia ha impianti a gas molto flessibili ed e’ la prima digital energy company italiana: caratteristiche che ne fanno sicuramente un asset appetibile ma anche con possibilita’ di sviluppo interessanti nel prossimo triennio

Nella controllante Nuova Sorgenia Holding, Banco Bpm e’ il primo socio con il 33,3% (in virtu’ della fusione tra Banco Popolare e Bpm) mentre Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi Banca e Mps hanno tutte il 16,6%. Tra loro, le big sarebbero pronte a supportare un’ulteriore fase di crescita della societa’, che visto lo scenario di mercato ha ulteriori margini di valorizzazione; c’e’ chi invece, e il mercato guarda soprattutto a Mps, sarebbe piu’ propenso a “realizzare”. Per questo il ceto bancario starebbe riflettendo sulla possibile nomina di un advisor, che avrebbe il compito di inquadrare le mosse strategiche future del gruppo, compreso l’eventuale ingresso di nuovi soci.

Che

(RADIOCOR) 07-05-18 20:25:07 (0504)NEWS,ENE 5 NNNN

Sga: allo studio emissione bond e piano industriale (fonte) Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Si fa finalmente più chiaro il percorso scelto dalla Società per la gestione di attività (Sga) – impegnata nella complessa missione di gestire i 17,7 miliardi di bad loans della ex Banca Popolare di Vicenza e della ex Veneto Banca – per finanziare i cosiddetti rapporti ancora vivi, ovvero quei crediti che non si sono ancora trasformati in sofferenza, tra cui figurano le inadempienze probabili.

La realtà acquisita dal Ministero dell’Economia e delle Finanze nel 2016 e conosciuta principalmente per aver partecipato al salvataggio del Banco di Napoli a fine anni Novanta, secondo quanto risulta a MF-Dowjones, ha allo studio un’emissione obbligazionaria. Il timing non è ancora definito in quanto la società sta valutando se lanciare ora l’emissione oppure farlo dopo la presentazione del piano industriale prevista tra fine giugno e inizio luglio.

A questa forma di raccolta si assocerebbe l’idea di fare una cartolarizzazione (che coinvolgerebbe diversi soggetti). Queste mosse permetterebbero alla Sga di lavorare su questi crediti ovviando all’assenza di una licenza bancaria. Oltre alle sofferenze la realtà guidata da Marina Natale dovrà infatti gestire circa 9 miliardi di inadempienze probabili, cioè crediti che pur non essendo più in bonis non sono ancora scivolati in default. È buona prassi dell’attività bancaria evitare il deterioramento di queste esposizioni e fare il possibile per riportarle in bonis, incoraggiando il turnaround industriale e finanziario. Sga è chiamata quindi a svolgere anche attività di finanziamento a supporto dei rapporti ancora vivi. Ecco spiegati i motivi per cui si renderebbe necessaria sia l’emissione di un bond (il taglio sarebbe ancora in via di definizione) sia una cartolarizzazione.

Come detto la società a controllo pubblico sta lavorando alacremente alla stesura del piano industriale che potrebbe avere una durata quinquennale: questo in ragione delle lunghe tempistiche necessarie alla lavorazione dei portafogli. Molti osservatori negli scorsi mesi si sono chiesti come avrebbe fatto la societá a gestire una tale mole di crediti. Allo scopo Sga sta ampliando gli organici con l’obiettivo di raggiungere un target di 230 risorse nei prossimi tre mesi. Dalle 71 risorse iniziali operative su Napoli, l’ex bad bank della banca partenopea ha infatti inserito (attraverso un distacco da Intesa Sanpaolo) altre 70 risorse circa, provenienti dalle ex banche venete creando due sedi operative a Vicenza e Montebelluna, oltre a una struttura a Milano dedicata alla gestione dei crediti a sofferenze o Unlikely to pay. Sga ha poi concluso negli ultimi tre mesi 23 assunzioni dirette, e un’ulteriore decina di assunzioni in corso di firma. Un altro potenziamento degli organici è stato attuato con una serie di accordi di body rental con aziende partner per una quindicina di professionisti che stanno entrando in servizio. Al momento quindi la società ha più che raddoppiato l’organico (da 71 a circa 190), e prevede nei prossimi due-tre mesi di aggiungere ancora una quarantina di addetti arrivando a un target iniziale di circa 230 risorse. L’ingente mole di crediti da gestire, tuttavia, ha comportato la necessità di destinare una parte del portafoglio in outsourcing che verrà quindi lavorato da esperti del settore. La realtà del Mef e Fonspa hanno selezionato complessivamente 11 servicer per gestire in outsourcing 5 miliardi di euro dei complessivi 18 miliardi di crediti deteriorati delle due ex realtà venete.

cce

claudia.cervini@mfdowjones.it

(END) Dow Jones Newswires

May 07, 2018 11:49 ET (15:49 GMT)

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QUANTO SOPRA RIPORTATO NON ERANO I PIANI ANNUNCIATI DA CARLO MESSINA RIGUARDATEVI LE INTERVISTE DI OTTOBRE 2017 DA ME PUBBLICATE RILACIATR DALLO STESSO NELLA CONFERENZA STAMPA PUBBLICATA DAL QUOTIDIANO ON LINE VICENZA PIÙ

E NON VADO OLTRE

Borsa: le banche finiscono nel mirino, su lo spread

SN finanzareport.it 8 maggio 2018

Improvvisa accelerazione al ribasso per il Ftse Mib, reduce da un rally che lo ha portato sui massimi dal 2009. Si allarga lo spread

Pioggia di realizzi a Piazza Affari dopo il rally delle ultime sedute, con il Ftse Mib che ha aggiornato ripetutamente i massi dal 2009.

Nel mirino però finiscono soprattutto le banche in un giorno peraltro che vede in agenda diverse trimestrali del settore fra cui i conti di Intesa Sanpaolo, Fineco, Creval e Bper, quest’ultima particolarmente presa di mira.

Lo spunto per le improvvise prese di beneficio potrebbe essere l’incertezza politica, con un possibile governo “neutral” o elezioni anticipate di cui non si conosce la data (il leader dei 5 Stelle Luigi Di Maio ha ipotizzato il 22 luglio). Finora però aveva ignorato il tema delle lunghe consultazioni dopo il voto del 4 marzo scorso.

A metà mattina il Ftse Mib ha improvvisamente accelerato al ribasso e intorno alle 11 cede oltre il 2% a 24.051 punti.

Le vendite si accaniscono su Bper -5,2%, Banco Bpm -4,5%, Fineco -3,4%, Ubi -2,9%, ma tra i finanziari anche Generali -2,8%, Intesa limita i danni a -1,9%, mentre Unicredit cede il 2,7% dopo le contestazioni di un fondo al Cet1 della banca. Fuori dal Ftse Mib Carige -2,3% e Banca Mps la “migliore” a -0,4%.

Occhi puntati anche sull’obbligazionario con il rendimento del Btp decennale in salita di 8 punti base all’1,84%, mentre lo spread si allarga a 131 punti base (dati Bloomberg).

Intanto in una nota sulla politica italiana gli analisti di Barclays hanno rivisto il loro scenario base che prevedeva una grande coalizione allargata a M5S e Lega, aspettandosi ora un voto in autunno.

Allianz, Generali, Unipol e non solo. Che cosa succederà alle polizze unit linked dopo la Cassazione

 startmag.it 8 maggio 2018

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Che cosa succederà dopo la sentenza della Cassazione sulle polizze unit linked? Quale impatto avrà la decisione dei magistrati sulle compagnie assicurative e sugli utenti che hanno contratto queste polizze? Sono alcune delle domande che addetti ai lavori, operatori, aziende assicurative come Assicurazioni Generali, Unipol, Allianz e non solo si stanno ponendo in queste ore. Ecco l’approfondimento con fatti, commenti, analisi e reazioni.

CHE COSA HA DECISO LA CASSAZIONE

Secondo i giudici della Cassazione le polizze unit linked questi rappresentano investimenti finanziari e non polizze Vita. Con la sentenza 10333/2018 la Cassazione ha stabilito infatti che le polizze Vita sono da considerarsi tali solo se garantiscono la restituzione del capitale investito, altrimenti sono contratti di investimento ordinari. E tali sarebbero i contratti assicurativi del cosiddetto ramo III, sottoscritti da due persone fisiche attraverso una società fiduciaria, di cui si è occupata la Cassazione, che ha confermato una pronuncia della Corte d’Appello di Milano che andava nella stessa direzione.

GLI EFFETTI DELLA SENTENZA

Secondo i giudici della Corte, se viene a mancare la garanzia della conservazione del capitale alla scadenza, il prodotto oggetto dell’intermediazione deve essere considerato un vero e proprio investimento finanziario da parte degli assicurati e non una polizza assicurativa sulla vita. Il rischio, dunque, deve ricadere sulla compagnia. Se invece ricade sull’assicurato, in base alle performance, non si può più considerare una polizza ma un investimento finanziario. In questo modo, però, tutte le polizze di ramo III (index e unit linked) che sono anche oggetto di distribuzione dei financial advisor verrebbero a essere penalizzate soprattutto dal punto di vista fiscale, perché la tassazione delle plusvalenze per le polizze è differente rispetto ai contratti di investimento. Inoltre le polizze sono esenti da tasse di successione.

IL BUSINESS DEL SETTORE

La pronuncia ha messo in subbuglio il mondo assicurativo, del quale il ramo Vita rappresenta uno dei pilastri del business in Italia: basti pensare che nello scorso febbraio la nuova produzione Vita aveva raggiunto 7,8 miliardi, di cui 5 miliardi relativi a polizze tradizionali e 2,7 miliardi al III, cioè il 35% del giro d’affari del segmento, scrive Mf/Milano Finanza.

LA QUESTIONE FISCALE

Nelle polizze vita unit e index linked, i capitali percepiti per motivi diversi dalla morte dell’assicurato sono tassati sulla differenza tra ammontare incassato e premi versati; l’aliquota da applicare varia dal 12,5% al 26% e dipende dal periodo in cui sono maturati i redditi erogati e dalla presenza o meno di investimenti in titoli di Stato, ricorda il Sole 24 Ore: “La stessa disciplina è prevista per i contratti di capitalizzazione, nei quali l’erogazione della prestazione non è condizionata dal verificarsi di un evento incerto”.

DOSSIER EREDITA’

Nel caso di morte dell’assicurato, invece, l’importo corrisposto dall’assicurazione è, dal 1° gennaio 2015, in parte esente e in parte tassato: “Rimangono esenti – scrive il Sole 24 Ore – solo le somme percepite dai beneficiari a copertura del rischio demografico, mentre sono tassate quelle erogate come rendimenti finanziari, con le stesse modalità di prelievo ricordate in precedenza”.

L’IMPOSTA DI SUCCESSIONE

Sotto il profilo dell’imposta di successione, “le somme percepite dai beneficiari in caso di decesso dell’assicurato non concorrono a formare l’asse ereditario, se percepite iure proprio; vi rientrano, invece, se le somme pervengono agli eredi iure successionis”, aggiunge il Sole. Il primo caso si verifica, ad esempio, nelle assicurazioni caso morte, per le somme che i beneficiari percepiscono al momento della morte del contraente. Il secondo caso può verificarsi, ad esempio, per i contratti di capitalizzazione stipulati dal contraente in favore proprio e non di altri beneficiari, per cui questi ultimi, in caso di morte del contraente, divengono eredi del contratto e a loro verrà pagata una somma alla scadenza dello stesso, conclude il quotidiano economico..

IL COMMENTO DEL PROF.

Michele Siri, professore all’Università di Genova e docente di diritto delle assicurazioni e dei mercati finanziari, ha sottolineato che “la sentenza lascia stupiti e perplessi per le affermazioni che vanno oltre il caso specifico e che alimentano un’incertezza sull’intero mercato italiano, che ormai è evoluto su contratti del tutto differenti da quelli di un decennio orsono”.

LA REAZIONE DELL’ANIA

L’Ania con una nota ha cercato di ridimensionare la portata della pronuncia: “La sentenza della Corte di Cassazione non prende posizione sulla qualificazione dei contratti assicurativi sulla vita ma si riferisce a un caso specifico, caratterizzato dal ruolo assunto da una società fiduciaria. Il caso oggetto del giudizio riguarda in particolare errori di trasparenza e di comportamento relativi a un singolo prodotto, commercializzato nel 2006”, spiega l’associazione che rappresenta le compagnie assicurative. “Non si rilevano nella pronuncia della Suprema Corte conclusioni che mettano in dubbio la connotazione di prodotto assicurativo con riferimento alle polizze con contenuto finanziario, che peraltro già allora risultavano soggette a precisi obblighi di trasparenza e regole di condotta. Da sempre, del resto, le normative italiana ed europea identificano come prodotti assicurativi sulla vita polizze con caratteristiche specifiche, indipendentemente dalla garanzia di restituzione del capitale. Le polizze sulla vita sono contraddistinte da garanzie di tipo finanziario e demografico, cioè legate alla vita dell’assicurato (esempio: caso morte e conversione in rendita). Pertanto nessun dubbio può essere espresso sulla natura assicurativa di questi prodotti”.

Cdp e Acri, che cosa sta succedendo fra Guzzetti e Palenzona?

 startmag.it 8 maggio 2018

giuseppe guzzetti

Che cosa sta succedendo nelle fondazioni bancarie aderenti all’Acri su Cdp e non solo? E’ la domanda che in queste ora si pongono politici e banchieri in primis. La domanda, peraltro, non riguarda solo e soltanto i vertici dell’Acri, l’associazione che riunisce gli enti di estrazione creditizia.

Certo c’è sempre sullo sfondo la questione della presidenza, per ora salda nelle mani di Giuseppe Guzzetti, dominus della Fondazione Cariplo che cerca di barcamenarsi anche con il nuovo, confuso, quadro politico e governativo.

Seppure da poco nominato vicepresidente dell’Acri, non sarà Umberto Tombari il successore di Guzzetti ai vertici dell’Acri, si dice negli ambienti finanziari e bancari milanesi. Guzzetti, al vertice dell’Acri dal 2000, è stato rieletto nel giugno 2016 per un altro triennio. Sono in particolare Matteo Melley e Francesco Profumo i favoriti per la successione alla presidenza dell’Acri in quanto graditi a Guzzetti. Si vedrà.

Anche perché non è su questo che verte la domanda fondamentale su che cosa sta succedendo in Acri. La decisione di Cdp, dove le fondazioni hanno circa il 20 per cento ed esprimono il presidente, di entrare in maniera decisiva in Tim per scalzare Vivendi dal comando favorendo la vittoria del fondo Elliott, non ha destato troppi mugugni.

Piuttosto è sul nome del futuro presidente della Cassa (l’assemblea di Cdp è prevista il 23 maggio in prima convocazione e il 20 giugno in seconda convocazione) che le fondazioni stanno discutendo, e non poco.

Ha destato in particolare sorpresa e in alcuni stupore un lancio Ansa del 4 maggio così titolato: “Cdp: Guzzetti, squadra che vince non si cambia Favorevole a riconferma Costamagna a presidenza”. Ecco il testo:

“Squadra che vince non si cambia”. Cosi’ il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, circa la governance di Cassa Depositi e prestiti. “Noi – ha aggiunto – siamo dell’idea di confermare la squadra perché ha operato bene ed i risultati si sono visti”. Rispondendo poi ad una domanda sulla possibile riconferma di Claudio Costamagna alla presidenza di Cdp, Guzzetti ha detto: “Figuriamoci se io non sono favorevole alla riconferma di Costamagna. Con lui abbiamo un antichissimo rapporto. E’ chiaro che la situazione di Cdp è legata a quello che succederà sull’amministratore delegato”. “Quindi – ha concluso – aspettiamo il nuovo Governo, che ci auguriamo arrivi presto, con un ministro del Mef a cui tocca l’indicazione dell’ad e poi si completerà il vertice di Cdp e saremo tutti soddisfatti”.

Dal testo si evince questo: Guzzetti è a favore della conferma di Costamagna a presidente di Cdp ma si attendono le decisioni dell’azionista di comando Tesoro e dunque di un nuovo governo per la scelta dell’ad e dunque del nuovo assetto.

Però il titolo sulla riconferma a presidente di Costamagna in Cdp ha mandato in fibrillazione alcune fondazioni bancarie non troppo allineate con il numero uno Guzzetti. Anche perché da tempo si dice e si scrive di un’intesa stretta fra Guzzetti e il Movimento 5 Stelle di Di Maio per il ticket Costamagna presidente-Fabrizio Palermo come amministratore delegato.

Tutto questo sta facendo pensare, se non borbottare, un altro uomo forte delle fondazioni bancarie, ossia Fabrizio Palenzona, già vicepresidente di Unicredit, già presidente degli Aeroporti di Roma e ora neo presidente di Conftrasporto oltre che presidente di Aiscat, l’associazione che riunisce le concessionarie autostradali.

Palenzona – si bisbiglia nella fondazione CariAsti – non sarebbe troppo convinto della riconferma di Costamagna. Una posizione che ha due interpretazioni: Palenzona punta alla presidenza di Cdp proprio al posto di Costamagna; Palenzona inizia a coagulare un dissenso per puntare alla successione di Guzzetti in Acri.

In attesa di chiarire i veri obiettivi di Palenzona, uomo forte della fondazione Crt e di altri enti piemontesi, significativo il flash di Dagospia di domenica scorsa in cui si sostiene che Guzzetti non ha detto che conferma Costamagna. Effetto di una sfuriata di Palenzona contro Guzzetti?

Si vedrà e si chiarirà tutto a breve (forse).

Un azionista denuncia i 3 commissari liquidatori di Veneto Banca

CITYWIRE.IT 8 MAGGIO 2018

Un azionista denuncia i 3 commissari liquidatori di Veneto Banca

Tutti i tre commissari liquidatori di Veneto BancaAlessandro LeprouxGiuliana Scognamiglio e Fabrizio Viola, risultano iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Treviso, a seguito di una denuncia di una società romana, azionista della ex Popolare.

Si tratterebbe di un fatto circoscritto, che non coinvolgerebbe il lavoro generale svolto dai commissari per la liquidazione dell’istituto di Montebelluna. I tre erano stati nominati nel giugno 2017 da Bankitalia, dopo il decreto del Consiglio dei Ministri che aveva definito la cornice della liquidazione «ordinata», con intervento pubblico, delle due banche venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca.
Più complessa, invece, è l’inchiesta da poco trasferita per incompatibilità territoriale a Treviso dalla Procura della Repubblica di Roma, a carico degli ex amministratori di Veneto Banca, per ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio. Nel caso fosse riconosciuto che alla data della messa in liquidazione (25 giugno 2017) la banca era già in condizioni di insolvenza, l’incriminazione che andrebbe ad aggiungersi agli imputati sarebbe di bancarotta fraudolenta, un reato tale da far spostare in avanti nel tempo i termini per la prescrizione.

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SE LEGGETE ATTENTAMETE QUESTO PARAGRAFO:

“Nel caso fosse riconosciuto che alla data della messa in liquidazione (25 giugno 2017) la banca era già in condizioni di insolvenza, l’incriminazione che andrebbe ad aggiungersi agli imputati sarebbe di bancarotta fraudolenta, un reato tale da far spostare in avanti nel tempo i termini per la prescrizione.”

ORA SE LA DATA DI INSOVENZA ERA IL 25 GIUGNO 2017 COME POTEVA INTESA SAN PAOLO SOTTOSCRIVERE IL CONTRATTO DAL  NOTAIO MARCHETTI IL GIORNO 26 GIUGNO 2017 PER LA CESSIONE A 0,50 CENTESIMI DEL RAMO DI AZIENDA DI VENETO BANCA?

Quindi dato che non e’ un reato pensare – mi viene da pensare che dovrebbe scattare le stesse accuse verso il legale rappresentante di Intesa essendo lo scrivente titolare di azioni tramite una sua società e cliente tramite operazioni svolte regolarmente con atto pubblico e rinnovate 10 giorni prima – poi il resto ve lo racconterò’ appena saranno esperite tutte le funzioni della Procura competente.

Attendiamo fiduciosi  la Procura competente a darci una risposta ma sicuramente 0.50 centesimi non si compera nemmeno un panino vuoto l Supermercato!!!!!!!!! invece qui si e comperato parti buone ed immobili non vi pare un po’ strano?

Paolo Politi

 

Allianz apre al risiko ma senza follie

ROSARIO MURGIDA FINANZAREPORT.IT 8 MAGGIO 2018

Il gruppo tedesco è disponibile a sondare il mercato per eventuali acquisizioni ma a precise condizioni. L’obiettivo è non pagare i prezzi “folli” delle ultime operazioni di M&A


Il gruppo Allianz lancia un segnale inequivocabile al mercato assicurativo sulla questione del risiko: siamo pronti ma a patto di non sborsare cifre folli.

L’amministratore delegato Oliver Baete è stato piuttosto chiaro, parlando con il Financial Times, nell’escludere eventuali operazioni di aggregazione almeno fino a quando ci saranno le attuali valutazioni elevatissime. Allianz rimane dunque aperta a una fusione con altre grandi realtà del settore ma con una strategia di certo non bellicosa.

Allianz è stata spesso accostata alla svizzera Zurich, attualmente guidata dall’italiano Mario Greco, ex numero uno delle Generali, ma per il momento il gruppo tedesco non vuole spingere sull’acceleratore. “Siamo sempre aperti a discussioni con altri big e ritengo che anche altre istituzioni lo siano. Al momento però non abbiamo ancora trovato un asset talmente interessante da convincerci a spendere molto denaro”, ha spiegato Baete escludendo, tra l’altro, operazioni ostili, in quanto non intenzionato a contrastare la volontà delle controparti. Quindi solo operazioni amichevoli e concordate.

Insomma la strada del consolidamento è lastricata di difficoltà ardue da superare anche se il mercato specula su possibili operazioni di aggregazione ora che la liquidità è ancora elevata grazie alle politiche monetarie espansive della Bce.

Tuttavia le “alte valutazioni azionarie” sono un ostacolo insormontabile. “È molto difficile giustificare il pagamento di un 30% in più su asset da 30 miliardi che lo stesso 30% pagato su asset per 5 miliardi”, ha spiegato il numero uno del gruppo tedesco sottolineando i prezzi “folli” raggiunti in alcune recenti operazioni di M&A.

Baete non fa alcun accenno ma le sue dichiarazioni sembrano far riferimento ad Axa. La compagnia francese ha infatti siglato un accordo a inizio marzo per rilevare la statunitense XL per 12,4 miliardi e un premio sui corsi azionari ben superiore al 30%.

Altro ostacolo è rappresentato dalle difficoltà nel generare sinergie di costo e ricavi nonché, per Allianz, dalla volontà di non danneggiare la reputazione conquistata tra gli investitori istituzionali anche grazie ai forti risultati di bilancio.

Nel 2017 l’utile netto si è attestato a 6,8 miliardi di euro, in calo di solo il 2,3% nonostante i crescenti oneri legati ai disastri naturali, mentre il fatturato, comprensivo della raccolta premi assicurativa, dei proventi dell’asset management e dei ricavi in ambito bancario, è migliorato del 3% a 126,1 miliardi di euro.

L’Università della vergogna: 411 professori con doppio lavoro sotto inchiesta

GLOBALIST.IT 7 MAGGIO 2018

I docenti avevano scelto la formula dell’insegnamento a tempo pieno, che vieta di svolgere altre attività

Guardia di finanza

Docenti universitari con il doppio lavoro: avevano optato per lavorare a tempo pieno negli atenei ma senza rinunciare all’attività pivata. Per questo motivo almeno 411 professori universitari sono finiti sotto indagine della Guardia di finanza che ha compiuto accertamenti in tutta Italia.
Si tratta di docenti che, pur avendo optato per il cosiddetto regime di “tempo pieno”, con divieto assoluto di svolgere altri incarichi se non con esplicita autorizzazione del Rettore, si dedicavano ad altre remunerative attività. L’accusa a loro carico è quella di svolgere un doppio lavoro.
I controlli a tappeto in tutto il Paese hanno riguardato i principali atenei al fine di appurare il pieno rispetto della legge che impone a chi sceglie di lavorare a tempo pieno non solo un impegno di 350 ore ma anche e soprattutto il divieto di svolgere altre attività.
A finire nel mirino delle Fiamme gialle i dipartimenti di Ingegneria, Architettura Chimica, medicina, Giurisprudenza ed Economia. Una pratica, come riportato dal Messaggero, particolarmente apprezzata negli atenei del nord, con la Lombardia tristemente in pole position con 60 casi al vaglio dei militari. Segue la Campania con 49 docenti, terzo il Lazio con 38.
Un’inchiesta, secondo la Guardia di finanza, che probabilmente si allargherà, coinvolgendo altri docenti che hanno distorto, a proprio uso e consumo, le prerogative della riforma Gelmini.

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