Le elezioni ci fanno schifo

Lorenzo Vitelli lintellettualedissidente.it 2 marzo 2018

E più ancora del suffragio ci fanno schifo la democrazia e i suoi instancabili difensori. Già li sentiamo: qualunquisti, egoisti, indifferenti, non sapete che i patrioti risorgimentali e i partigiani hanno dato la vita perché voi possiate votare? Chissenefrega!

«In Italia, annunziano i giornali, ci sono le elezioni. Dicono: come mai voialtri giovani d’ingegno, di coraggio, ecc. ecc. non vi occupate di politica? No. Noi non ci occupiamo di politica. E l’elezioni ci fanno schifo».

Senza mezzi termini Giovanni Papini commentava quanto accadeva in Italia nell’ottobre del 1913. A più di un secolo di distanza, noi siamo dello stesso parere: le elezioni ci fanno schifo. E più ancora del suffragio ci fanno schifo la democrazia e i suoi instancabili difensori. Già li sentiamo: qualunquisti, egoisti, indifferenti, non sapete che i patrioti risorgimentali e i partigiani hanno dato la vita perché voi possiate votare?

Chissenefrega! Noi non siamo ostaggio della storia, ci siamo sgravati a tempo debito delle «indigeribili pietre del sapere». Per troppo tempo le commemorazioni hanno mutilato il nostro genio. La Repubblica, la retorica gaberiana della partecipazione, l’attivismo, la cittadinanza attiva ad orologeria, ci hanno sfiancato. Preferiamo la via punk dei CCCP: «non studio non lavoro non guardo la TV non vado al cinema non faccio sport». Siamo affetti dallo stesso razzismo di Franco Battiato, quel razzismo che «non ci fa guardare quei programmi demenziali con tribune elettorali».

Perciò non abbiamo paura, possiamo dirlo ad alta voce, perché noi non siamo manifestazioni dell’Idea, del Razionale, non siamo il campione adatto su cui fare un sondaggio, non siamo l’icognita di un algoritmo, non siamo un feedback: a noi ci fanno schifo lo Stato – «l’ingresso di Dio nel mondo» per Hegel – la burocrazia, e la politica. Ci fanno schifo tutti gli –ismi e gli anti-ismi, ci fanno schifo fascisti e antifascisti. E così tutti i politici che, alla pari dei giornalisti, stando al ritratto di un uomo mai nato – tale Carmelo Bene – «arrivano sul cadavere caldo, sulla partita, a teatro, sul villaggio terremotato e hanno già il pezzo incorporato. Il mondo frana sotto i loro piedi, s’inabissa davanti ai loro taccuini e tutto quanto per loro è intercambiabile letame da tradurre in un preconfezionato compulsare di cazzate sulla tastiera», nel nostro caso di discorsi elettorali e di slogan buoni per i santini. Abbiamo orrore di quei volti pubblicitari, leccati e sornioni, che si profilano sui manifesti della città. Abbiamo orrore dei programmi di partito, delle elemosine e dei pranzi elettorali, di chi ci parla di giustizia e libertà dall’alto di un pulpito, dal basso di un tweet. Come non accorgersi che le elezioni sono solo il più partecipato Talent show – con in ballo il premio più alto di tutti, quello del potere – di questa barbara società dello spettacolo?

Quindi fatela finita. Le vostre paure sono ridicole. Dio e Stalin sono morti: non la sentite la solitudine dietro la tenda della cabina elettorale? Possibile che dopo esservi sbarazzati delle superstizioni cattoliche e delle grandi ideologie otto-novecentesche, siete ancora vittime dei ricatti dello Stato moderno, un’istituzione vecchia quanto i cadaveri di Grozio Hobbes e Locke? Che cos’è, la vostra, una deviazione metafisica della sindrome di Stoccolma? Incapaci di fare buon uso della vostra libertà, vi affidate a un voto, con la paura che altrimenti «niente cambierà mai». Il debito pubblico, lo spread, il tasso di interesse del vostro mutuo, il lavoro, la pensione. Ma cosa vi credete?

«Credete forse di poter vivere ancora a lungo con i vostri agi, i vostri onorari, le vostre detrazioni, le vostre ipoteche? Credete davvero, malgrado le sue meraviglie, che il pensiero dell’uomo possa accontentarsi di tutta questa macchinazione?».

E a dirlo fu Proudhon, lo stesso che ammoniva gli operai riguardo alle candidature, lo stesso che gridava dalle colonne de Le Peuple, «Vergonga al suffragio universale!» e che sapeva che dal voto e dalla rappresentanza non poteva seguire una più equa redistribuzione delle ricchezze. Ogni voto è perciò una forma di approvazione non di un partito, non di un’idea, non di un programma, ma di un ordine generale delle cose che, al di là delle opinioni, vuole sottrarci informazioni, tempo, soldi, autonomia e soggettività.

Antonio_La_Trippa

Perciò dobbiamo dirlo, a noi ci fanno schifo le elezioni, la democrazia e ci fa schifo anche il popolo. Siamo stufi del popolo. Il popolo non esiste. È la più gretta invenzione della politica che, per sua natura, rivolgendosi a tutto il popolo – elettorale – è sempre populista e sempre demagogica, senza esclusioni. Il concetto stesso di popolo è la più grande truffa perpetrata ai danni dell’uomo. Perché laddove c’è un popolo, non c’è più l’Io. Laddove c’è il popolo ci sono i suoi rappresentanti. Ma chi sono questi rappresentanti? Chi li conosce? Chi ha dato loro il diritto di somministrarmi la ricetta della libertà? Laddove c’è il popolo, ce lo insegnano Pareto, Michels, Gramsci, Mosca e Le Bon, c’è anche un’élite pronta a governarlo, capace di adularne il basso ventre e di sedarne le ambizioni rivoluzionarie. Noi dobbiamo diventare individui. Ma di fronte a questi individui persino la Thatcher avrebbe voluto avere a che fare con una società! Individui, così che nessuno potrà più governarci, spiarci, timbrarci, ispezionarci, guardarci a vista in nome dell’interesse generale. A noi l’interesse generale ci ripugna. Chi lo ha definito l’interesse generale? Il popolo? Il popolo non ha idee proprie, perché «le idee della classe dominante sono, in ogni epoca, le idee dominanti. Marx docet. Epperò Marx noi lo ribaltiamo. E invece di far fuori le élites e istituire un governo proletario, si fa fuori il popolo, l’unico e più redditizio cliente di ogni oligarchia. Individui, non cittadini, non membri intercambiabili della società che agiscono secondo ragione. Ma individui! Egoisti, insocievoli, immorali, ma individui che non votino, che non comprino, che non siano la clientela preferita della élites. Asteniamoci dunque, disertiamo le urne! Pratichiamo un’etica della rinuncia, riduciamo al minimo i nostri bisogni materiali, trascuriamo il più possibile i non luoghi del consumo, limitiamo l’uso delle tecnologie, fuggiamo tutto ciò che puzza di pratica burocratica, oziamo il più possibile, spegniamo la televisione, perdiamo tempo, riduciamo il Pil al minimo storico, diventiamo il Paese più improduttivo dell’Occidente, e vedremo che, con movimento inverso, lo Stato andrà in bancarotta e gli uomini diventeranno liberi.

A voialtri, che vi fregiate dello status di elettori quando vi danno il permesso di farlo, lasceremo il giubilo estemporaneo di votare il meno peggio. Votate chi vi sta più simpatico, votate per empatia, per noia, per vanità – finalmente chiamati a mettere una stupida X, come gli analfabeti, su un simbolo di Partito. Svendete pure la vostra intelligenza per una X. Prendetevi un pezzetto di libertà, che tanto la libertà, ci ricorda Stirner, non può essere che una libertà tutta intera. Un suo morso non è la libertà. Ma non considerateci degli illusi. Perché pur sapendo che al momento la rivoluzione è impossibile, che le masse sono disorganizzate, che i più giovani sono divisi da un conflitto pseudo-ideologico che puzza di yogurt scaduto e scimmiotta pallidamente il vitalismo degli anni di piombo ma ne segue passo passo gli errori – noi ci appelliamo invece a tutti gli uomini liberi, noi li chiamiamo alla rivolta individuale, al netto rifiuto di lasciarsi governare da chicchessia. E ci accontenteremo di vivere in questa società che abbiamo in odio come dei clandestini, esiliati in questo territorio giuridico che ci è estraneo, in uno Stato di cui non siamo cittadini, i cui doveri ci spossano e i diritti ci annoiano. In ogni votante vedremo un nemico, una potenziale minaccia alla nostra libertà, un celerino della nostra coscienza.

Il gesto dell'ombrello

Però saremo anche i soli a poter protestare, lamentarci, a poter essere polemici contro tutto e tutti, a organizzare la riluttanza, a insorgere – un giorno! – perché noi non accettiamo le regole del gioco sin dal principio. Noi non diamo legittimità all’ordine costituito. Abbiamo mandato il tavolo all’aria. La democrazia non fa per noi. Ma voi votanti, invece, dovrete tacere per sempre, dovrete smetterla con le vostre lamentele sulla corruzione, sulle ruberie e sugli scandali, sulle tasse, sulla disoccupazione, sullo stato del welfare, sui congiuntivi sbagliati – carnefici di voi stessi incensati da false promesse, adulati dalla più bieca retorica, pronti a pagare nella cabina elettorale la vostra indulgenza. Voi dovrete tacere e far parte della fiera maggioranza tradita per l’ennesima volta oppure della minoranza che a questa mendica protezione e tutele. Felici impiegati modello del regime democratico. Andate pure a fare il vostro compito. E quando un giorno i nostri figli ci chiederanno come è stato possibile tutto ciò, come abbiamo fatto a dare il nostro assenso ad un tale sistema, noi potremo almeno avere il gusto di dire loro che noi, quel giorno, nelle urne, non c’eravamo. E che facevate? Eravamo in osteria a gridare: «che crepi il vecchio mondo!».