Un governo s’ha da fare: da Ilva ad Alitalia, i dossier che incombono su prossimo esecutivo

GLOBALIST.IT 8 MAGGIO 2018

Scongiurare l’aumento dell’Iva, studiare una possibile manovra bis, rimborsare i risparmiatori truffati, gestire decine di crisi industriali. Chiunque guiderà il prossimo esecutivo, si ritroverà da subito un’agenda fitta

Palazzo Chigi

globalist7 maggio 2018

Dall’aumento dell’Iva alla possibile manovra bis, dalla vendita di Alitalia​ alle principali vertenze sul tavolo del Mise (Alcoa​, Ilva​, Embraco​), fino alla partita delle nomine in scadenza. In attesa che si risolva l’enigma della formazione del nuovo governo, si allunga di giorno in giorno l’elenco dei dossier economici aperti che il futuro esecutivo si troverà a gestire.

Sul fronte dei conti pubblici la prima ‘patata bollente’ che il nuovo governo potrebbe trovarsi tra le mani è la correzione chiesta dall’Europa per far sì che il deficit strutturale, calcolato al netto degli effetti ciclici e delle una tantum, si riduca nel 2018 di 0,3 punti percentuali di Pil. Secondo Bruxelles, infatti, le misure annunciate dal governo in autunno valgono solo lo 0,1% del prodotto. L’eventuale manovrina potrebbe arrivare a toccare i cinque miliardi.

Nelle previsioni di primavera appena pubblicate la Ue ricorda che l’Italia è nel gruppo di Paesi della zona euro che, a causa dell’elevato livello di debito e di deficit strutturali considerevoli, hanno “necessità di aggiustamenti” dei conti pubblici nel 2018. La Commissione europea stima per quest’anno e per il prossimo un deficit all’1,7% del Pil. L’Italia dovrebbe garantire quindi nel 2018 un taglio di deficit strutturale di almeno lo 0,3% invece del classico 0,6% del Pil. Ma, secondo il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, per ora “gli sforzi strutturali” risultano “pari a zero”. Dal rapporto Ue risulta che il deficit strutturale rimarrà sostanzialmente “invariato” mentre il Governo ha stimato una riduzione di un decimo di punto percentuale nel 2018, a partire da un saldo 2017 migliore delle stime precedenti. Il Tesoro si dice convinto che quest’anno i conti saranno in linea con le regole europee ma a Bruxelles potrebbe non bastare. Il verdetto sui conti pubblici italiani arriverà il 23 maggio con le raccomandazioni ai Paesi di Eurolandia. Se la Ue dovesse ritenere necessario uno sforzo dello 0,3% sul fronte del deficit/Pil, l’Italia dovrebbe mettere in campo una manovrina da circa 5 miliardi. La Commissione europea ha già fatto capire che non intende interferire nella dinamica politica italiana e presumibilmente aspetterà la formazione di un nuovo governo per formulare qualsiasi richiesta. La manovra bis potrebbe quindi essere incorporata nella legge di bilancio autunnale anche se resta l’incognita del ritorno a breve alle urne e dell’esercizio provvisorio.

Altra spada di Damocle, le clausole di salvaguardia, ovvero i circa 12,5 miliardi necessari a evitare il nuovo aumento di Iva e accise nel 2019 (mentre per il 2020 ne occorrono oltre 19). Il governo ha trasmesso a Bruxelles un Def ‘tecnico’ con l’aggiornamento del solo quadro tendenziale a legislazione vigente. Nessun impegno programmatico dunque. Spetterà al nuovo esecutivo aggiornare il quadro macro-economico programmatico e trovare le coperture necessarie per disinnescare le clausole. In assenza di interventi, l’aliquota Iva ridotta del 10% salirà nel 2019 all’11,5% e nel 2020 al 13%, mentre quella ordinaria del 22% passerà al 24,2% dal 2019, al 24,9% dal 2020 e al 25% dal 2021.

Un banco di prova potrebbe essere già il passaggio parlamentare del Def tendenziale. Il provvedimento sarà incardinato nelle commissioni speciali di Camera e Senato la prossima settimana e l’esame e il via libera dovrebbero arrivare la settimana successiva. A quel punto il Def approderà nelle Aule di Camera e Senato e ogni gruppo parlamentare potrà indicare priorità e impegni di politica economica presentando una risoluzione. Se lo stallo politico dovesse persistere potrebbero, però, configurarsi ‘maggioranze di fatto’ per impegnare il governo, nell’ambito di una risoluzione condivisa, su interventi ritenuti prioritari, a partire dalla sterilizzazione delle clausole di salvaguardia. E delle convergenze si potrebbero registrare anche sulla necessità di rafforzare la spending review e di riordinare le tax expenditure.

Da Ilva ad Alitalia, i dossier economici che incombono sul prossimo governo

È passato un anno dal commissariamento di Alitalia. La Ue ha appena aperto un’indagine formale per valutare se il prestito è conforme alle norme sugli aiuti di Stato. II decreto varato la scorsa settimana dal governo, che proroga di sei mesi, fino alla fine di ottobre, la procedura di cessione e fino al 15 dicembre il termine per il rimborso del prestito statale di 900 milioni, è all’esame della commissione speciale del Senato. E il Movimento cinque stelle intende fare chiarezza sui bilanci. Il relatore M5s, Mario Turco, ha chiesto l’avvio di un’indagine conoscitiva con audizioni formali dei commissari, dei ministri interessati e delle parti sociali. Il provvedimento dovrebbe approdare nell’Aula di Palazzo Madama entro la fine di maggio ma alcuni gruppi, a partire dai 5 stelle, puntano a modificarlo in commissione. Intanto la procedura di vendita rimane in stand-by. Il mese scorso sono state presentate ai commissari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari, tre proposte di acquisto rispettivamente da Lufthansa​, Wizz Air, Easyjet​ in cordata con Cerberus​, Delta e Air France -Klm, ma nessuna offerta vincolante. Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha detto chiaramente che la trattativa in esclusiva dovrebbe essere gestita da un governo nel pieno dei poteri, rinviando quindi la palla al prossimo esecutivo.

Sono tre i maggiori tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo economico su cui si gioca il futuro di migliaia di lavoratori: l’ex Alcoa di Portovesme (assorbirà i primi 50 lavoratori a settembre 2018), l’Ilva di Taranto e Genova (a rischio da un minimo di 4.000 a un massimo di 5.500 posti, con oltre 3.000 esuberi solo su Taranto) e l’Embraco di Riva di Chieri, nel Torinese (497 posti in bilico).

    • Alcoa: al tavolo del 3 maggio si è discusso del piano industriale illustrato dai rappresentanti della società svizzera che ha acquisito lo smelter di Portovesme, del nuovo assetto societario, della partecipazione finanziaria (Invitalia, lavoratori, Statuto dell’associazione e governance), della riattivazione degli impianti, del piano di lavoro e degli ammortizzatori sociali. In particolare, sono stati esaminati gli interventi per il riavvio dello smelter e il programma per la ricollocazione dei lavoratori con l’obiettivo di “garantire un futuro durevole e produttivo” per lo stabilimento. Secondo quanto previsto, lo stabilimento assorbirà i primi 50 lavoratori a settembre 2018 e inizierà a produrre gradualmente a partire da maggio 2019, mentre per il funzionamento a pieno regime, con il coinvolgimento di 376 lavoratori più 50 contrattisti fissi, la data fissata è quella di settembre 2020. Il nuovo assetto societario che prevede la partecipazione di Invitalia al 20%, di cui il 5% destinato alla partecipazione diretta dei lavoratori attraverso il modello della governance duale sulla cui implementazione il Mise è in attesa di ricevere le osservazioni delle parti sindacali. Il Mise si è impegnato insieme alla Presidenza del Consiglio a presentare una norma per rifinanziare gli ammortizzatori sociali delle aree di crisi complessa, che comprendono anche lo stabilimento di Portovesme, sia per il secondo semestre del 2018 sia per tutto il 2019.
    • Embraco: sono due i progetti in fase più avanzata, che al momento restano riservati, per la reindustrializzazione dell’area dell’Embraco di Riva presso Chieri. Dopo l’ultimo incontro con l’azienda, il 3 maggio, i sindacati spiegano che i due progetti restano riservati proprio per la concomitanza con i processi di valutazione finanziaria e di fattibilità industriale: si tratta di quello di un’azienda italiana che opera nel settore del bianco, che sarebbe in grado di ricollocare circa 40 lavoratori, e quello di una cordata di imprenditori stranieri e italiani che, nell’arco di 18-24 mesi, potrebbe rioccupare circa 350 addetti. Considerando le circa 60 uscite volontarie già avvenute e quelle che potranno aggiungersi nei prossimi mesi in base al piano di incentivi, i due progetti potrebbero avere il potenziale per ricollocare tutti i lavoratori attualmente in forza al sito torinese. Dalla prossima settimana in azienda inizieranno incontri con gruppi di lavoratori per prepararli al cambiamento che si prospetta nei prossimi mesi. L’azienda ha rinviato ulteriori aggiornamenti al tavolo convocato al Mise il 15 maggio.
    • Ilvail tavolo sull’Ilva è fermo. Le posizioni restano distanti tra ArcelorMittal e i sindacati e nell’ultimo tavolo – il 29 aprile – sul nodo dell’occupazione non si sono fatti passi avanti. Per questo la viceministra Teresa Bellanova ha proposto una “pausa di riflessione” e un aggiornamento a data da destinarsi. I lavoratori sono in stato di agitazione. Il primo sciopero, che ha riguardato le sole acciaierie di Taranto, ferme per 24 ore, è stato – annunciano i sindacati – solo l’inizio. Dal 9 maggio partono le assemblee dei lavoratori per decidere sugli altri scioperi. Per l’Ilva sono anche in pericolo 3.000 posti sull’indotto, su cui ArcelorMittal non si è mai pronunciata. I sindacati temono che il gruppo affidi i lavori a società esterne tagliando fuori l’indotto.
  • Resta al palo anche il decreto per la tutela dei risparmiatori danneggiati dai crac bancari. Il Mef entro la fine di marzo avrebbe già dovuto indicare modalità e condizioni del nuovo fondo di ristoro finanziario, previsto dalla legge di bilancio, destinato a risarcire i risparmiatori vittime di danno ingiusto delle banche oggetto di salvataggio da parte del governo ma il decreto attuativo, pur se in fase avanzata, tarda ad arrivare. E anche questa palla rischia di essere rinviata al prossimo governo. Sulla possibilità di accedere al fondo, che ha una dotazione di 100 milioni di euro in quattro anni (2018-2021), finanziati dal Fondo interbancario di garanzia e dal Fondo dei conti dormienti, ci sperano non solo gli obbligazionisti e gli azionisti delle ex Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ma anche quelli delle quattro banche poste in liquidazione (CariChieti, Banca Etruria, CariFerrara e Banca Marche).

    C’è poi tutta la partita delle nomine. È lunga la lista di incarichi in scadenza da qui ai prossimi mesi. Il governo Gentiloni ha prorogato l’attuale collegio dell’Autorità dell’Energia ma in agenda c’è anche il rinnovo dei vertici della Cdp e della Sogei. Tra pochi giorni scadrà l’incarico del capo della Polizia, Franco Gabrielli, e quello del vertice dell’Aisi, l’organizzazione di intelligence delegata alla sicurezza interna. Ad agosto sarà la volta del cda Rai e a novembre toccherà all’Antitrust.