Crollo mercati finanziari, la vera questione sono le banche non le urne

https://www.businessonline.it 9 maggio 2018

Il crollo del mercato non è tanto da far ricadere sul possibile ritorno alle urne, ma ancora una volta sulle banche

Crollo mercati finanziari, la vera quest

Crollo dei mercati finanziari, altro che spettro urne. Il problema è ancora una volta bancario

Il crollo dei mercati, in maniera particolare degli indici di Milano, non è dipeso da come si vuole far credere dalla mancanza dia ccordi politici e forsee dal ritorno alle urne, ma più dalala questione bancaria come dimostrano numeri e fatti.
Non è colpa del mancato esecutivo o dello spettro delle urne se la Borsa italiana è caduta miseramente. Occorre dire la verità e se la mancaza dell’esecutivo da una ceta fragilità a tutto il sistema quello che ancora più preoccupa sono le banche. E il sistema italiano nonostante i pareri contrapposti sembra ancora fragile, tanto è vero che le vendite che hanno affossato i listini arrivano proprio dal settore bancario.
Tutto riprende ancora da una delle bance principali Unicredit che secondo uno dei maggiori fondi Caius Capital mette a capitale degli strumenti finanziari in violazione delle regole europee che dovrebbe essere invece convertiti in azioni con perdite intorno a i 3 miliardi e oltre
E ha denunciato tutto questo all’Autorità Bancaria Europea (Eba) e alla Banca Centrale Europea. A stretto giro la risposta di Unicredit che ha spiegato di avere il permesso proprio dalle autorità bancarie.

Governatore della Banca d’Italia Visco su banche italiane. Non è vero che godono di buona salute

Un nuovo governo che sia forte e in grado anche di ristabilire la situazione di crisi delle banche: stando alle ultime notizie, potrebbe essere proprio la nascita di un governo nuovo e un grado effettivamente di guidare l’Italia la vera possibilità di ripresa per le banche italiane che, contrariamente a quanto dichiarato dal governatore della Banca di Italia Visco, non godono di buona salute.

Secondo quanto dichiarato dal governatore Visco nel corso di una lectio magistralis tenutasi all’università di Tor Vergata, le banche italiane, si sarebbero riprese dalla profondissima crisi che qualche tempo fa le ha colpite nonostante, avverte, vi siano ancora delle debolezze. Visco, infatti, si è dimostrato fortemente ottimista sta sullo stato di salute complessivo delle banche, spiegando che i problemi non dipendono da una vigilanza lenta o disattenta, ma dalla forte crisi economica che il nostro Paese sta ancora affrontando e che ha acuito il peso dei crediti in sofferenza e degli altri crediti deteriorati. Con la crisi, infatti, il problema si è, appunto, acuito, ma già esisteva.

E a rendere la situazione ancor più complessa l’arretratezza tecnologica delle banche italiane, che hanno ancora troppi sportelli e troppi dipendenti ma una efficienza più bassa in media rispetto alle concorrenti straniere; la valutazione dei titoli di stato nei portafogli delle banche non più a rischio zero. E sono sostanzialmente proprio queste le debolezze delle banche italiane sottolineate da Visco e che bisognerebbe superare ripartendo da operazioni che risolvano innanzitutto il problema dell’inefficienza strutturale in modo da rendere le stesse banche italiane più pronte ad affrontare le sfide del futuro.

La prima, secondo Visco, è proprio la valutazione dei titoli di stato nei portafogli delle banche, che dopo la crisi non sono più a rischio zero, ma da cui le banche non si possono nemmeno liberare velocemente e facilmente. Tocca al governo risolvere questo problema e perché ci riesca è necessario, quasi obbligatorio, che sia forte e se consideriamo che nonostante le elezioni l’Italia un governo ancora non lo ha, la situazione non è certo delle migliori.

Situazione banche italiane: come risolvere le debolezze

Le dichiarazioni di Visco sulla buona salute delle banche italiane vengono dunque smentite dalla scarsa liquidità che esse detengono ancora, dalla sofferenza di diversi crediti che ancora si registra, dall’inadeguatezza di diversi sistemi di gestione degli stessi istituti. D’altro canto, pur parlando di ritrovata buona salute ne sottolinea le debolezze e per risolvere le debolezze delle banche italiane spiegate da Visco servono, dunque, stabilità e fiducia con interventi mirati e non generalizzati e bisognerebbe rivedere le regole troppo rigide imposte dall’Europa per la gestione delle crisi bancarie. Visco ha poi spiegato che quello attuale potrebbe essere il momento migliore, data la fase congiunturale, perchè le banche rafforzino i loro bilanci ma occorre che colgano tale opportunità con interventi giusti e specifici. Per Visco, infatti, la questione delle modalità di soluzione delle crisi bancarie nell’Unione bancaria in modo efficiente, rapido e ordinato, anche alla luce delle difficoltà di gestire e coordinare tutte le autorità e le istituzioni, deve ancora essere affrontato in modo concreto, profondo e soddisfacente. Per il governatore della Banca di Italia, il lavoro da compiere in tal senso è ancora tantissimo.

Prima i clienti e poi le banche

Le raccomandazioni arrivano da Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, e di conseguenza non passano nell’indifferenza, ma sollecitano un confronto nel comparto. Riguarda il vivace mercato della cessione del quinto dello stipendio e le sue parole suonano forte e chiaro. A detta del numero uno di Via Nazionale è arrivato il momento di ridurre il contenzioso, garantire una maggiore tutela dei clienti e mitigare i rischi operativi, reputazionali e legali per gli intermediari. Una presa di posizione netta che non arriva a caso, ma rappresenta piuttosto la sintesi di un bisogno di cambiamento da una parte e di regolamentazione dall’altra, sia da parte dei clienti e sia di chi fa un business di questo segmento di mercato.

Ma c’è soprattutto un passaggio che merita maggiore attenzione ed è quello dei diversi livelli di priorità indicati dal numero uno di Bankitalia. In estrema sintesi, il primo livello di tutela spetta ai clienti e solo in subordine le banche. Visco non le manda a dire spiegando che l’attività di controllo più recente e il confronto con il mercato hanno messo in evidenza la presenza di problemi nel settore del mercato del quinto dello stipendio ovvero nei comportamenti verso i clienti. In occasione degli “Orientamenti di vigilanza sui prestiti contro cessione del quinto dello stipendio” ha rivelato come a incidere in maniera decisiva siano le condotte ritenute opportunistiche di alcuni operatori.

La ncessaria riforma delle banche di credito cooperativo bloccata

L’uragano che ha investito le banche in Italia negli ultimi anni ha partorito degli effetti che dureranno a lungo e che rendono difficile prendere provvedimenti efficaci riguardo questo tema. Discorso valido ovviamente anche per le banche di credito cooperativo, oggetto di una riforma che nessuno, a quanto pare, vuole e che continua ad alimentare un dibattito che da più parti, dentro il movimento cooperativo e tra gli attori in scena, chiede di riflettere sulla effettiva bontà del provvedimento adottato nel 2016 per far posto a un ripensamento che porti a una sostanziale revisione della riforma. E non mancano anche i consigli su come migliorare.

La riforma delle banche di credito cooperativo era certamente un traguardo da raggiungere per l’Italia. Ma il provvedimento che è stato preso sembra scontentare un po’ tutti gli addetti ai lavori che stanno lavorando per emendare e migliorare un provvedimento che nessuno vuole eliminare. La riforma, stando al parere di queste persone, dovrebbe essere cambiata riportando il controllo sulle medie e piccole banche sotto la vigilanza di Banca d’Italia. L’obiezione che potrebbe essere subito avanzata è che quando questo accadeva, cioè prima della riforma, il controllo della banca centrale italiana non è stato sufficiente per prevenire e tantomeno scongiurare le situazioni di crisi di tante banco di credito cooperativo.

Come migliorare allora la riforma delle banche di credito cooperativo? Domanda legittima sulla quale stanno riflettendo in queste ore coloro che vogliono emendare un provvedimento ritenuto comunque giusto e necessario. Per prima cosa il tentativo di riforma non può prescindere dalla risoluzione dei casi di conflitti di interesse e dalle malversazioni di amministratori e sindaci alla base di molti fallimenti.

E quindi è necessario introdurre un limite più stringente al numero dei mandati degli amministratori che dovrebbe essere invece una misura decisiva per prevenire nuovi casi di “governatori di lungo corso” che di fatto si sono “appropriati” della banca diventando gestori autoreferenziali attraverso le assemblee a voto capitario e portandole in più casi al dissesto. E poi bisognerebbe salvaguardare l’autonomia gestionale delle banche di credito cooperativo se in buona salute. Altrimenti utilizzare lo schema di protezione patrimoniale reciproco in uso in altri paesi fra le banche più piccole: il cosiddetto Institutional Protection Scheme.

Regole globali su settore finanziario ombra

E che qualcosa non funzioni per il verso giusto è dimostrato dal contenzioso tra intermediari e clienti all’Arbitro bancario finanziario. L’appello è estremamente chiaro: le banche sono invitate a rivedere subito le soluzioni di carattere organizzativo e applicativo e apportare le necessarie correzioni. E c’è anche un’altra dichiarazione di Ignazio Visco che scuote il comparto: le nuove regole applicate al sistema bancario mondiale devono essere estese allo shadow banking, il settore finanziario ombra. Si tratta di un settore ancora inesplorato.

Si addensano nubi oscure sul futuro dell’Italia. E sul nuovo Paese che verrà fuori dalle elezioni del 4 marzo, peseranno diversi nodi che la legislatura che si è appena conclusa, non è riuscita a sciogliere. Il primo e forse quello che agita di più i sogni di coloro che conoscono la materia, è quello delle banche. L’attività della Commissione Parlamentare sulle banche convocata per fare chiarezza su alcuni aspetti oscuri che riguardavano anche importanti esponenti del Governo, oltre a rivelarsi un boomerang per la stessa forza politica che l’ha voluta ad ogni costo, si è rivelata praticamente inutili ai fini di una questione che lentamente è uscita dal dibattito pubblico anche in quella che molti hanno già definito come la campagna elettorale peggiore dal dopoguerra ad oggi.

E la questione rischia quindi di diventare una bomba sociale. L’eredità dei Governi Gentiloni e Renzi, che pure hanno provato a rimettere in moto un Paese fiaccato da dieci anni di crisi economica e anche di rappresentanza politica rischia quindi di pesare in maniera negativa sul futuro dell’Italia. E il caso Mps suscita paure che basta evocarle per capire la complessità della situazione che il nuovo Governo dovrà gestire nei prossimi anni. Vediamo quali sono tutti i motivi.

Banche l’eredità di Gentiloni e Renzi bomba

Tanto inchiostro è stato sprecato per descrivere una ripresa economica che, seppure c’è stata, non ha raggiunto gli standard europei. E soprattutto non ha dispiegato concretamente i suoi effetti benefici alla maggioranza della popolazione che ha continuato ad arrancare e a temere per il proprio futuro. Lavorativo e non. Sulla questione delle banche, su cui evidentemente non è stata fatta la necessaria chiarezza, l’eredità lasciata dai Governi Gentiloni e Renzi rischia di essere pesante.

Addirittura, per alcuni osservatori, una vera e propria bomba. Il problema intorno al quale ruota la questione è essenzialmente quella della qualità dei crediti in capo alle banche italiane. Non si potrà ancora per molto fare come lo struzzo e mettere la testa sotto la sabbia per far finta di non vedere come ad esempio Mps, istituto che già è salito agli onori della cronaca diverse volte negli ultimi anni (con risvolti anche tragici come la morte di David Rossi, una vicenda ancora oscura), sia l’emblema di questo pericoloso impasse. Costato agli italiani decine e decine di miliardi di euro (alcune stime parlano di 26 miliardi di euro serviti a salvare l’istituto senese e le altre banche interessate da questa crisi). E a nulla sono servite le operazioni dei prestigiatori della finanza. Che hanno provato a nascondere con varie operazioni, lo stato reale del sistema bancario italiano. Ma il mercato prima o poi arriverà alla verità. E quello sarà il momento in cui i nodi verranno al pettine. E saranno molto probabilmente guai.

Mps e tutti i motivi della bomba banche

Il caso Mps è sufficiente a spiegare quali sono i motivi della bomba sociale rappresentata dalle banche. Una bomba pronta ad esplodere. Più presto di quanto si possa immaginare. La ricapitalizzazione “preventiva” dell’istituto senese avrebbe dovuto rimettere le cose a posto riportando la banca a livelli di redditività e di efficienza accettabili. In realtà, nonostante la ripresa economica e l’iniezione di fondi pubblici, Mps continua a essere un malato grave. Il rischio è che alla fine al consolidamento del settore bancario l’Italia debba assistere all’estinzione di una grossa fetta di aziende di credito, con costi economici e sociali molto elevati.

Banca italiana, per la prima volta conti correnti congelati

Si tratta di un provvedimento destinato a passare alla storia perché si tratta delle prima volta che una banca decide di bloccare i conti correnti dei propri clienti. È successo alla Banca Base di Catania per via del commissariamento dell’istituto di credito. In buona sostanza, ai clienti viene inibita la gestione per 30 giorni e il bancomat delle due filiali è adesso bloccato. Confedercontribuenti ha inviato una lettera a ministro dell’Economia, al direttorio e all’Unità gestione delle crisi della Banca d’Italia con la richiesta della revoca del provvedimento di sospensione dell’operatività dei correntisti. Secondo il presidente nazionale Carmelo Finocchiaro, la decisione è semplicemente ingiusta. A suo dire, non possono essere i clienti correntisti a pagare le conseguenze di responsabilità gestionali. Di conseguenza chiede che si proceda con immediatezza allo sblocco delle disponibilità finanziarie dei correntisti. Un mese per aziende e famiglie – riflette – costituisce un atto che ancora una volta Banca d’Italia fa nei confronti di coloro che non hanno alcuna responsabilità
Il presidente dell’associazione a difesa dei cittadini rileva che per le imprese è anche un discredito nei confronti dei fornitori che si vedono tornare indietro assegni con il rischio del blocco delle forniture. Una situazione che non è mai avvenuta in Italia per nessun altro commissariamento. Quale sarà la risposta del Ministero dell’Economia? Arriverà il decreto di sospensione di tutti i pagamenti dovuti all’Erario in questi trenta giorni, non essendoci alcuna responsabilità da parte dei contribuenti, clienti di Banca Base?

La questione Npl

L’incontro c’è stato ma l’esito è stato negativo. Nonostante l’assicurazione sulla profusione del massimo sforzo sugli Npl, non è arrivata l’apertura della Banca centrale europea sulla stretta sui crediti deteriorati. Da una parte del tavolo si è seduta la numero uno del Supervisory Board del SSM (Single Supervisory Mechanism), Danièle Nouy, con la Vigilanza di Bankitalia. Dall’altra gli amministratori delegati delle banche italiane di maggior rilievo e i rappresentanti dell’Abi. L’impressione è che le parti si stiano infilando in un vicolo cieco dal quale diventa poi complicato venirne fuori. La questione dello smaltimento di Npl (Non performing loans) tiene impegnate da troppi anni le massime istituzioni economiche finanziarie italiane ed europee, ma a prevalere – ancora adesso – sono le rigidità degli attori coinvolti in questa faticosissima trattativa.

Pochi, pochissimi sono gl spiragli di apertura di Danièle Nouy. A tal punto che tra i presenti alla riunione sono in tanti a chiudere la valutazione della vicenda come un’assenza di apertura. E per l’Italia le ripercussioni non sono affatto di segno positivo. Succede infatti che la Banca centrale europea ha chiesto agli istituti di credito coinvolti la totale copertura integrale degli Npl secondo un calendario di interventi ben precisi e piuttosto stringenti: due anni per quelli non garantiti e sette anni per quelli garantiti. Un provvedimento giudicato inaccettabile d parte italiana che, fino a questo momento, ha ottenuto il risultato dello slittamento dell’entrata in vigore delle disposizioni rispetto allo start previsto a inizio anno. Ma si è appunto trattato del rinvio della trattazione di un problema non più procrastinabile a tempo indeterminato.

La via d’uscita potrebbe essere rappresentata dalla rassicurazione richiesta dalle banche sull’applicazione delle nuove regole solo per i nuovi crediti in sofferenza e non per il passato. Ma la controparte non sembra affatto convinto della creazione di questo spartiacque, così come ha manifestato scetticismo rispetto all’idea di non rendere valide le nuove norme come regola generale, ma prevedere l’applicazione banca per banca sulla base della personale situazione. La situazione sembra dunque destinata a incancrenirsi e di positivo sembra esserci solo la mancata indicazioni dei tempi di entrata in vigore dell’Addendum, che lascia immaginare come il punto di rottura, per quanto vicino (secondo alcune delle fonti che hanno partecipato all’ultimo incontro), non sia ancora stato raggiunto. Allo stesso tempo, semaforo giallo rispetto agli obiettivi Bce su livelli di Npl ratio per le banche.

In questo contesto di incertezza e precarietà, aleggia lo spettro dei cosiddetti Utp (Unlikely to pay) ovvero dei crediti che difficilmente saranno restituiti. Stando alle cifre fatte girare da Banca Ifis, l’ammontare di queste risorse è pari a 99 miliardi di euro lordi. Una vera e propria bomba a rischio esplosione. Tanto per aver un confronto, i contestati Npl nella pancia degli istituti di credito italiani sono pari a circa 72 miliardi di euro.

 

Bankitalia raffredda Salvini (e Di Maio) sulle pensioni

Gianluca Zapponini formiche.net 9 maggio 2018

Bankitalia raffredda Salvini (e Di Maio) sulle pensioni

Altolà di Palazzo Koch a chi vuole manomettere la Fornero. Si rischia l’esplosione del debito

L’altolà è di quelli che fanno rumore. La legge Fornero non va smontata e Matteo Salvini se ne faccia una ragione. Almeno secondo la Banca d’Italia, intervenuta questa mattina  alla Camera in commissione speciale (qui il testo) in audizione sul Def. Chi vorrebbe fare a pezzi la riforma delle pensioni targata governo Monti, la Lega con la solidarietàdel M5S, è meglio che cambi idea, e anche alla svelta, è il messaggio arrivato dal vicedirettore generale di Palazzo Koch, Luigi Signorini.

Mettere mano alla riforma, potrebbe creare non pochi problemi sul fronte del debito pubblico che, viste le avvisaglie di ieri sui mercati (qui l’analisi di Formiche.net) sarebbe meglio tenere a bada. “La sostenibilità del debito pubblico italiano poggia in larga misura sulle riforme pensionistiche introdotte nell’arco degli ultimi decenni, che assicurano una dinamica degli esborsi in complesso gestibile nonostante l’invecchiamento della popolazione. È uno dei punti di forza della finanza pubblica italiana. E per questo è opportuno non indebolirlo, anche alla luce del fatto che le proiezioni più aggiornate sono oggi meno favorevoli delle precedenti”. Tutto abbastanza chiaro.

Bankitalia non ha esitato a fare esercizio di realismo, ricordando ai deputati della commissione speciale che “anche se fondamentalmente solvibili, i Paesi molto indebitati sono comunque esposti al rischio di crisi di liquidità. Dato l’ingente ammontare di titoli da collocare periodicamente sul mercato (dell’ordine di 400 miliardi l’anno nel nostro Paese), fluttuazioni nella fiducia degli investitori possono tradursi in sensibili variazioni dei costi di finanziamento”.

Ha giovato persino ricordare ai presenti i giorni bui dell’ottobre-novembre 2011. “Basti pensare ai momenti più difficili della crisi dell’euro: il differenziale tra il rendimento dei titoli pubblici decennali italiani e quelli tedeschi, che nella prima metà del 2011 era ancora in media pari a 160 punti base, raggiunse quasi 500 punti in media nell’ultimo bimestre di quell’anno”.

Dai moniti alle ricette il passo è breve. Al capitolo Iva, anche Bankitalia ha dato il suo personalissimo punto di vista. “Se si vuole evitare, o contenere, l’aumento dell’Iva e si è ugualmente determinati a imboccare la strada di una riduzione del debito visibile e significativa, bisognerà ricercare fonti alternative di aumento di entrata o riduzione di spesa”. Tradotto, o si aumentano le tasse oppure si taglia la spesa pubblica. Resta da capire, a dire la verità, quale delle due strade sia la più impraticabile.

ITALIA VS ROMANIA: ECCO I RISULTATI DELL’UNIONE EUROPEA.

 scenarieconomici.it 9 maggio 2018

Ecco come la Romania, insieme a Bulgaria, Ungheria e Polonia stanno “MUNGENDO” i fondi europei con grande efficienza.

L’Italia è un mega contributore netto della UE, ma di fondi, per incompetenza del sistema politico-amministrativo italiano, ne vede ben pochi e spesso spesi ad minchiam….in modo non ottimale per gli investimenti prioritari.

Al contrario, grazie al nostro “OTTIMO” (per i delinquenti) sistema di giustizia e repressione reati, dalla Romania abbiamo importato la “crema” del  paese est europeo.

Vedi il video:

P.S.: ribadisco quanto viene detto nel video per chi lo volesse accusare di Razzismo:

Lui è un Rumeno diventato Cittadino Italiano!!

Semplicemente conoscendo bene e di persona entrambe le realtà si rende conto di come la Romania stia sempre più MIGLIORANDO, mentre l’Italia sta andando sempre più allo sfascio.

Se lo fa la Romania di dare 40.000 euro a FONDO PERDUTO (con FONDI EUROPEI) a ogni Rumeno che ritorna a Casa per aprire un’azienda perché non LO FACCIAMO ANCHE NOI???

Lega e 5 Stelle fatevi sentire!

Italia libera, sana, equa, sostenibile e soprattutto SOVRANA!

Marco Santero

Perquisizioni delle Fiamme Gialle nell’ambito dell’inchiesta su Fiorani, accusato di riciclaggio internazionale

MATTEO INDICE lastampa.it 8 maggio 2018

La Guardia di finanza si è presentata di prima mattina in una serie di uffici suddivisi fra Milano, Lodi, Legnano, Bologna e Chiavari.

Gianpiero Fiorani (Foto d’archivio)

La Guardia di finanza si è presentata di prima mattina in una serie di uffici suddivisi fra Milano, Lodi, Legnano, Bologna e Chiavari. E nel mirino delle Fiamme Gialle c’erano l’ex furbetto del quartierino Gianpiero Fiorani, protagonista delle scalate bancarie del 2005 quando chiamava l’allora governatore di Bankitalia Antonio Fazio dicendogli «ti bacerei in fronte», il petroliere e proprietario del 9% di Carige Gabriele Volpi, oltre a una serie di collaboratori. Fiorani e Volpi, soci in affari da almeno un anno e mezzo, sono accusati di un autoriciclaggio internazionale imbastito con la collaborazione dei consulenti, questi ultimi al momento non indagati, e d’intestazione fittizia di beni. Il blitz di questa mattina rappresenta l’accelerazione all’inchiesta cui erano trapelati alcuni dettagli nei giorni scorsi.

 

I pagamenti in nero ai pallanuotisti

Gli accertamenti sono coordinati dalla Procura di Genova e nell’opinione degli investigatori sia Volpi che Fiorani, in particolare con la sponda d’un commercialista ligure creatore delle impalcature societarie, hanno fatto rientrare in Italia milioni frutto d’una maxi-evasione. I soldi sottratti alle tasse italiane, è sempre la convinzione degli inquirenti coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Pinto e dal sostituto Marcello Maresca, provengono in parte da compravendite immobiliari compiute con la schermatura d’un trust a sua volta basato in un paradiso fiscale.

I militari del Nucleo di polizia tributaria hanno lavorato su due input differenti. Uno è arrivato dai rilievi, avviati negli anni scorsi, su alcuni pagamenti in nero ai giocatori della Pro Recco pallanuoto, di cui Volpi è da tempo patròn (la sua passione per lo sport si concretizza anche con la guida dello Spezia Calcio). Gli ex dirigenti, interrogati, hanno confermato d’aver ritirato con regolarità contanti in valigette provenienti dall’estero.

 

Le valigette dalla Svizzera 

Un secondo pilastro del fascicolo che vede Fiorani e Volpi co-indagati in Liguria, s’è materializzato con le intercettazioni inoltrate nel capoluogo ligure dalla Procura di Como, che aveva messo nel mirino un gruppo di spalloni protagonisti d’un traffico di contante non dichiarato alla dogana tra Svizzera, Lombarda e Liguria. In quelle conversazioni ricorreva più volte la voce di Fiorani e approfondendo successivamente il suo lavoro per Volpi ha preso corpo l’inchiesta per riciclaggio internazionale. L’ex amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi – dopo essere stato in passato arrestato e condannato ha subito pene per 5 anni, che ha scontato – raggiunto al telefono nei giorni scorsi, si era chiamato fuori da ogni addebito: «Non ho mai avuto a che fare con trust di Gabriele Volpi, lavoro per lui da circa un anno e ho contribuito solo ad alienazioni e cessioni societarie. E non ritengo d’aver preso parte ad alcun iniziativa immobiliare sospetta. L’unico progetto edilizio di cui mi sono interessato, avviato in Liguria, non può avere nulla a che fare con questi accertamenti giudiziari. Valuterò comunque le contestazioni».

 

Il processo parallelo 

Su Gabriele Volpi, che ha di fatto il monopolio del bunkeraggio in Nigeria e che nei primi Duemila fu interrogato dagli Stati Uniti per chiarire i suoi rapporti con i politici africani, pende pure la richiesta di rinvio a giudizio a Como. Lì il procuratore capo Nicola Piacente lo accusa d’aver fatto rientrare nel nostro Paese il denaro ottenuto con un – pure qui presunto, va ribadito – malaffare proprio in Nigeria: «Su questo fronte – ribadisce il legale del petroliere Giacomo Fenoglio, che per un commento sul blitz di oggi aspetta di leggere le carte – attendiamo la fissazione dell’udienza preliminare e ci difenderemo con argomentazioni solide».

Perquisizioni per Gabriele Volpi e Gianpiero Fiorani: sono indagati per autoriciclaggio

DI STEFANO VERGINE espresso.repubblica.it 8 maggio 2018

La guardia di finanza di Genova a caccia di documenti sugli affari occulti del furbetto del quartierino e del milionario ligure socio forte di Banca Carige, diventato ricco in Nigeria con le concessioni portuali. Al centro dell’inchiesta il denaro fatto rientrare in Italia dall’estero

Perquisizioni per Gabriele Volpi e Gianpiero Fiorani: sono indagati per autoriciclaggio
Gabriele Volpi

Si stringe il cerchio intorno a Gabriele Volp i e Gianpiero Fiorani. Questa mattina, secondo quanto può ricostruire L’Espresso, sono scattate le perquisizioni nei confronti del milionario ligure, secondo azionista di Banca Carige, e del suo braccio destro Fiorani, ex dominus della Banca Popolare di Lodi protagonista nei primi anni 2000 dello scandalo dei “furbetti del quartierino”.

Volpi e Fiorani sono indagati dalla procura di Genova per autoriciclaggio e intestazione fittizia di beni. Accuse sempre smentite dai rispettivi legali. Nelle scorse ore gli uomini del nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza del capoluogo ligure hanno eseguito un mandato di perquisizione e sequestro nei confronti dei due uomini d’affari. Le operazioni si sono concentrate anche su alcuni collaboratori di Volpi, nessuno dei quali risulta indagato. Si tratta di Andrea Carollo, manager internazionale presente nei consigli d’amministrazione di molte società riconducibili all’imprenditore ligure; i commercialisti Giorgio Mirò e Stefano Chisoli, quest’ultimo presidente dello Spezia Calcio; Maurizio Felugo, numero uno della Pro Recco e consigliere indipendente della Lega B, l’organo che gestisce il campionato in cui milita lo Spezia.

Volpi, 75 anni il prossimo giugno, è stata ribattezzato il bianco più ricco d’Africa. Ex impiegato dell’azienda farmaceutica Carlo Erba, quarant’anni fa è emigrato in Nigeria e partendo dal più popoloso Paese africano è riuscito a creare un gruppo della logistica con un fatturato stimato in due miliardi di dollari.  Oltre alla Intels, la società nigeriana che possiede le concessioni di diversi porti nel Continente, oggi Volpi è proprietario ufficialmente di parecchie altre attività in Italia: secondo azionista di Banca Carige, come detto, ma anche socio di Eataly e Moncler, oltre che promotore di una serie di progetti immobiliari milionari in Liguria.

L’italiano con cittadinanza nigeriana ha investito anche sullo sport. Attraverso un trust di diritto olandese controlla oggi l’accademia calcistica Abuja Football College, lo Spezia Calcio e la Pro Recco, la più titolata squadra di pallanuoto al mondo. Fino al dicembre dell’anno scorso era anche il proprietario del Rijeka, squadra che milita nella serie A croata ed è stata venduta per una cifra mai rivelata a Damir Miskovic, direttore esecutivo della Orlean Invest, la holding industriale di Volpi. Non solo. Come ha rivelato L’Espresso lo scorso gennaio, Volpi ha avuto anche altri interessi nel calcio: dal caso dell’ex attaccante della Roma Iturbe alla proprietà dell’Hellas Verona, passando per la compravendita di alcuni giovani calciatori africani.

Gianpiero Fiorani
Gianpiero Fiorani

Che c’entra Fiorani in tutto questo? Negli ultimi anni l’ex banchiere lodigiano, già condannato in Cassazione a tre anni e mezzo per falso in bilancio, è diventato il consulente più ascoltato da Volpi . Secondo i magistrati che stanno conducendo l’inchiesta, Fiorani avrebbe avuto un ruolo rilevante nella contestata operazione di autoriciclaggio architettata dal milionario ligure. Se a Genova Volpi risulta al momento indagato, a Como i pubblici ministeri per la stessa ipotesi hanno già chiesto il rinvio a giudizio. I magistrati lombardi sostengono che l’azionista di Banca Carige avrebbe fatto rientrare in Italia soldi frutto di reato. Tra questi, anche quelli derivanti dalla bancarotta fraudolenta della Medafrica, società italiana che negli anni ’80 lasciò 50 miliardi di lire di debiti e circa 200 dipendenti senza lavoro. Un crack che costò invece a Volpi una condanna in sede di patteggiamento a tre anni, tutti condonati.

Io mi ricordo di te, Marta Russo, uccisa a vent’anni che era di maggio

Daniela Amenta globalist.it 9 maggio 2018

9 di maggio del 1997 quando noi giovani cronisti corremmo alla Sapienza: sembrava un incidente ed era un omicidio nella più grande università d’Europa. Lo sgomento, il dolore e un telefono a gettoni

Marta Russo

Marta, si chiamava Marta. Accadeva di maggio. 9 maggio 1997. Accadde nel più grande ateneo d’Europa, La Sapienza a  Roma. Mi ricordo che in redazione arrivò la telefonata di Lanfranco, il nostro informatore alla Questura, giornalista in pensione che avvertiva tre, quattro, cinque testate che era accaduto un fattaccio. Accadde che disse che una studentessa era stata colpita da un sasso. Ci precipitammo tutti: giornali, radio, tv, i media di quel mondo antico e analogico dove c’erano ancora i telefoni a gettone. Era 21 anni fa, e faceva caldo a Roma, sotto la Minerva della Sapienza, in quell’angolo dell’università  che ha attraversato chiunque abbia studiato in quell’ateneo. Il mio. L’ateneo dove anche io mi sono laureata.
Poi la versione cambiò in breve, in poche ore. Non era un sasso, era un proiettile. Eravamo giovani anche noi, allora, quando accadde. Giovani giornalisti sgomenti davanti a una cosa gigantesca, mostruosa e terribile. I grandi inviati arrivarono dopo, molto dopo. All’inizio fummo noi cronistini a tenere botta, chiamare i capi con il gettone, spiegare: “L’hanno colpita qui alla Sapienza, è in coma, è gravissima, si chiama Russo Marta, nata a Roma, 13 aprile 1975. Non è un sasso, qualcuno ha fatto fuoco”.

 

Mi ricordo che quell’angolo dell’università dove Marta fu uccisa chissà perché  in breve divenne una piazza, migliaia di studenti sconvolti e attoniti, chi portava un peluche, chi un fiore. Mi ricordo lo sgomento di tutti quei ragazzi che marciarono per Marta alla Sapienza che ventuno anni dopo resta il medesimo fortino di baronati. E marciammo anche noi cronisti giovani all’ospedale, in Questura, a piazzale Clodio, tra le stanze di Filosofia del diritto. Mi ricordo che Marta, Marta Russo, aveva un fidanzato. Entrò al Policlinico dove lei era ricoverata con un disco di Ramazzotti in mano, una canzone. La loro. Sarà sarà l’aurora. E piangeva come si piange a vent’anni, diceva per sempre amore mio, svegliati per sempre amore mio. Per sempre è un tempo breve. Dura un respiro, dura il tempo di una margherita dall’università al Verano. Marciammo ai funerali, attoniti, con i genitori di Marta, due giganti tagliati in due eppure scolpiti nella dignità, questa piccola famiglia distrutta e senza pace, i sacrifici per mandarla a studiare e poi un proiettile e addio Marta, per sempre Marta, così piccola in una bara gigante. La famiglia Russo donò tutti gli organi della loro figlia appena ragazza, bellissima e bionda: fegato, reni, cornee. Il pancreas fu utilizzato per estrarre insulina e salvare altre persone. Con il cuore di Marta vive ancora oggi Domenica Virzì, casalinga di Catania.
Io mi ricordo di te Marta, per sempre ragazza.

LE DOMANDE DI BORGHI…. E LE NON RISPOSTE DI PADOAN

 SCENARIECONOMICI.IT 9 MAGGIO 2018

 

Cari amici,

l’onorevole Claudio Borghi è membro della Commissione Speciale che praticamente governa il Paese in attesa di un governo politico. Da questa posizione ha avuto il piacere di porre alcune domande al ministro dell’economia Padoan circa le politiche per evitare l’aumento IVA.

Ecco il relativo video :

Le domande sono chiare e su due punti:

– le politiche fiscali non sono controproducenti, data la presenza del moltiplicatore fiscale che tende a ridurre il Pil più che proporzionalmente ad ogni taglio della spesa?

– perché nel Def si afferma che l’immigrazione riduce il debito?

Le risposte di Padoan sono, letteralmente, disarmanti:

– si, il moltiplicatore c’è, ma, non sappiamo bene gli effetti, poi Marattin.. Insomma, percorso di stabilità… Proseguiamo diretti verso il burrone (ma intanto non dico che valore di moltiplicatore utilizzo);

¬ la richiesta del concetto per cui l’immigrazione riduce il debito È STATO RICHIESTO DALL’UNIONE EUROPEA, per convincervi della sua bontà. È vero nel medio periodo, se si integrano.

Naturalmente sarebbe utile anche un aumento della forza lavoro permaggiore natalità interna, ma questo non lo diciamo.

Padoan, alla fine  è una copia sbiadita di Marattin  Questo è un forte indicatore della qualità di chi ci guida…

Grazie a Fausto S. Per i video

 

CETRIOLO CONGOLESE SULL’ASSEMBLEA DELL’ENI – I PM DI MILANO SOSPETTANO CHE NELLO “SCHEMA DI CORRUZIONE” NEL PAESE AFRICANO UNA PARTE DELLE “AGEVOLAZIONI” SIA RIENTRATA IN ITALIA – STRANE COINCIDENZE: QUELLA CASELLA POSTALE DELLA MOGLIE DI DESCALZI CHE COINCIDE CON QUELLA DI UN’AZIENDA COINVOLTA – DOVE E’ FINITO ROBERTO CASULA?

DAGOSPIA.COM 9 MAGGIO 2018

Estratto dell’articolo di Gianni Barbacetto per il Fatto Quotidiano

Dov’ è finito Roberto Casula? Sarà la domanda che aleggerà domani, a Roma, sull’ Assemblea degli azionisti dell’ Eni, mentre sulla compagnia petrolifera italiana incombe la nuova indagine giudiziaria della Procura di Milano sullo “schema di corruzione” in Congo. Casula, 54 anni, è uno degli uomini al vertice di Eni […], uno dei vice dell’ amministratore delegato Claudio Descalzi .

descalziDESCALZI

O forse lo era, perché è sparito, senza alcun comunicato, dal sito web ufficiale dell’ azienda […]. Interpellata sulla sorte di Casula, l’ azienda risponde: “Si è autosospeso temporaneamente dall’ incarico”.

Quello che è certo è che Casula (già a processo per le tangenti Eni in Nigeria) il 5 aprile è stato uno dei cinque che hanno subìto la perquisizione chiesta dai pm di Milano Fabio De Pasquale , Paolo Storari e Sergio Spadaro , in relazione a “uno schema corruttivo” che – scrivono i magistrati nel decreto di perquisizione – “ha visto protagonisti Eni spa, da una parte, e agenti pubblici congolesi, dall’ altra” […].

Che cosa è successo in Congo? Eni – si legge nel decreto – a partire dal 2013 “ottiene il rinnovo delle concessioni petrolifere e per ottenere tale risultato imprenditoriale trasferisce quote di partecipazione nei permessi di esplorazione a società offshore dietro le quali si celano pubblici ufficiali congolesi, direttamente o indirettamente collegati al presidente Denis Sassou Nguesso “. Non solo: “Nelle transazioni illecite è stata individuata anche una sorta di ‘retrocessione’ al corruttore di una parte della tangente”.

ROBERTO CASULA jpegROBERTO CASULA JPEG

Dunque Eni avrebbe corrotto i congolesi, ma una parte del malloppo sarebbe tornata a uomini Eni. Chi sono? Nel decreto c’ è il nome di Casula, che è stato il responsabile per le attività operative e di business nell’ Africa subsahariana, dopo essere stato presidente di Eni Congo: il 5 aprile ha ricevuto la visita della Guardia di finanza che gli ha sequestrato documenti e materiale informatico.

Ma nelle undici pagine del decreto sono citati anche Ernest Olufemi Akinmade , ex manager Eni in Africa, e Andrea Pulcini , ex dirigente di Agip Trading Services. Altri nomi che si leggono sono quelli di Maria Paduano , moglie di un importante ambasciatore italiano e in rapporti con Casula, e di Alexander Anthony Haly , fornitore di Eni in Congo.

ENI NIGERIAENI NIGERIA

La storia è quella del rinnovo delle licenze petrolifere congolesi. Nel 2013, lo Stato le assegna a Eni Congo, “indicato come operatore dei nuovi permessi”, ma in percentuali che variano, per i diversi campi di esplorazione, dal 50 al 65 per cento. Il resto va alla società di Stato Snpc, Societè Nationale del Petroles du Congo (dal 34 al 40 per cento). Le quote restanti (dall’ 8 al 10 per cento) alla Africa Oil & Gas Corporation (Aogc), “suggerita dal governo come partner di Eni Congo”: con “molteplici elementi di anomalia” – si legge nel decreto di perquisizione – visti gli “stretti collegamenti tra Aogc e Denis Gokana , politico molto influente in Congo”, fino al 2010 a capo della compagnia petrolifera nazionale Snpc e “successivamente special advisor per gli affari del petrolio del presidente del Congo Sassou Nguesso”. Non basta: Aogc ha anche “tra i propri soci esponenti politici congolesi di spicco”.

paolo scaroni and denis sassou nguesso eniPAOLO SCARONI AND DENIS SASSOU NGUESSO ENI

Dunque – concludono i magistrati – “Eni spa ha ‘regalato’ a società facenti capo a esponenti politici congolesi quote di partecipazione in licenze di sfruttamento petrolifero”. Una forma raffinata di tangente. Nel 2015, i rinnovi di licenze di altri campi petroliferi hanno prodotto una riduzione della quota Eni (e della alleata Total), a causa dell'”ingresso di nuovi partner indicati dal governo”: la solita Aogc e due new entry, Kontinental Congo e Petro Congo.

La prima è riferibile a Yaya Moussa , ex rappresentante del Fondo monetario nella Repubblica del Congo, quando il Fmi concesse al Paese una riduzione del debito di 3 miliardi di dollari. Petro Congo “è posseduta al 36,5 per cento da Aogc (cioè, nuovamente, Gokana) e al 12 per cento da M&A Congo Ressources”. Secondo i magistrati milanesi, questi passaggi introducono “ulteriori elementi di opacità a carico delle nuove società indicate come partner”.

eni congo 1ENI CONGO 1

Il decreto di perquisizione a questo punto spiega che nel 2013 entra in scena anche un’ altra società: la Wnr, World Natural Resources, che acquista una quota del 23 per cento di un importante permesso estrattivo, il Marine XI . A far spazio a Wnr è la solita Aogc. Ma di chi è Wnr? È “una società di comodo” con sede a Londra – scrivono i magistrati – controllata da alcune società schermo, Sceplum e Oligo. Si riesce a farsi un’ idea di chi c’ è dietro osservando i directors che si sono succeduti alla guida di Wnr, Sceplum e Oligo: sono Maria Paduano, Alexander Haly ed Ernest Olufemi Akinmade. Tutte “persone vicine a Eni e al suo management”, si legge nel decreto che ha ordinato la perquisizione per tutti e tre.

casino? MontecarloCASINO? MONTECARLO

Maria Paduano è indicata come “persona vicina a Casula”, tanto che nel 2017 firma il contratto preliminare per l’ acquisizione di un immobile a Roma, nove vani, valore indicato 1,15 milioni di euro. L’ acquisto viene poi perfezionato da Casula.

Haly, cittadino britannico con sede a Montecarlo (dove è stato perquisito il 5 aprile), oltre alle cariche in Wnr e Oligo, è director ed executive manager di Petroserve, società olandese che controlla Petro Services Congo, fornitrice di servizi logistici e di trasporti di Eni Congo, che tra il 2012 e il 2017 ha effettuato pagamenti alla società di Haly per 104,8 milioni di dollari.

emma marcegagliaEMMA MARCEGAGLIA

“Un ulteriore collegamento tra la World Natural Resources Ltd e Eni” – scrivono i pm milanesi – è costituito dalla figura di Andrea Pulcini”: manager del gruppo fino al 2005 e procuratore di Eni dal 1999, Pulcini è “director della società di Dubai Energy Complex, partecipata dalla società di Mauritius World Natural Resources Development, a sua volta partecipata dalla World Natural Resource”, che come abbiamo visto ha il 23 per cento del giacimento Marine XI .

A questo punto il decreto di perquisizione dei magistrati milanesi si ferma, ma rendendo chiare in filigrana le due ipotesi d’ accusa dell’ indagine in corso: l’ ingresso nel business petrolifero di società come Aogc potrebbe essere la stecca pagata ai politici congolesi vicino al dittatore Sassou Nguesso; la società offshore World Natural Resources potrebbe essere invece il tramite per “una sorta di ‘retrocessione’ al corruttore di una parte della tangente”.

Soldi che tornano a uomini vicini all’ Eni. Così, in un clima teso, segnato dalla nuova inchiesta sulle attività in Congo, dopo i processi già in corso su quelle in Nigeria e Algeria, si apre domani l’ Assemblea Eni. Senza il desaparecido Casula, ma con i ricercatori di Re:Common (l’ associazione che da anni fa inchieste e campagne contro la corruzione e la distruzione dell’ ambiente) pronti a porre una serie di domande.

Denis Nguesso congoDENIS NGUESSO CONGO

Anche per replicare alle risposte reticenti, non pervenute o false date a Re:Common dalla presidente Eni Emma Marcegaglia e dall’ ad Descalzi nell’ Assemblea dello scorso anno. Nessuna risposta era arrivata sulla società Aogc, che pure era già considerata ad altissimo rischio nel rapporto commissionato dalla stessa Eni alla The Risk Advisory, la quale segnalava i suoi legami con persone politicamente esposte in Congo.

eni congoENI CONGO

Falsa la risposta di Marcegaglia sull’ assenza di rapporti contrattuali tra Eni Congo e Petro Services: “Non esistono in Congo, a oggi, legami contrattuali con le società Osm e Petro Services” (che invece ha prestato servizi per 104,8 milioni di dollari in cinque anni).

Una curiosità: Petro Services ha la stessa casella postale a Point Noire, in Congo, della Elengui Ltd, società di Marie Madeleine Descalzi , moglie dell’ ad di Eni. Non pervenuta la risposta sulla società Kontinent Congo, indicata dal governo congolese in nome del coinvolgimento di società locali (“local content law”): ma è registrata negli Usa ed è riferibile a Yaya Moussa, che non è congolese bensì cittadino del Camerun.

 

POZZI PETROLIFERI IN CONGOPOZZI PETROLIFERI IN CONGO

Le domande poste quest’ anno da Re:Common riguarderanno ancora le società Aogc, Kontinent Congo e Petro Congo e i loro rapporti con la politica congolese; la World Natural Resources e i rapporti con Eni di Paduano, Pulcini, Haly e Akinmade (sono attualmente impiegati della compagnia?); la misteriosa identità di un azionista portoghese di Kontinent Congo, socio del camerounese Yaya Moussa; il ruolo (e i conflitti d’ interesse) di Dieudonné Bantsimba , azionista di Aogc ma anche capo di gabinetto di uno dei più potenti ministri del Congo-Brazzaville. A Marcegaglia e Descalzi, domani, il compito di rispondere e di spiegare silenzi e bugie.

Ciclone Cassazione sulle ‘unit linked’: se non sono polizze allora 24 miliardi di contratti sono a rischio

Negli ultimi anni, le società del risparmio gestito e le compagnie assicurative hanno spinto l’acceleratore sulle polizze vita cosiddette “unit linked”, che in estrema sintesi si propongono di unire ai benefici delle polizze tradizionali quelli di un vero e proprio investimento finanziario. Anche per questo sembra destinata a scompaginare le carte dell’intero mercato la recente sentenza della Corte di Cassazione che ha inquadrato le polizze di ramo III, ossia con una forte componente finanziaria (unit e index linked), come prodotti di investimento, al pari di azioni, Bot e fondi comuni, anziché come assicurazioni.

Roma 26/01/2018, inaugurazione dell’Anno Giudiziario presso la Suprema Corte di Cassazione. Nella foto Sergio Mattarella, Giovanni Mammone – Pierpaolo Scavuzzo / AGF

Prima di soffermarsi sul significato della decisione della Cassazione e sulle possibili conseguenze, occorre ragionare sulle caratteristiche di questi particolari strumenti finanziari. La Consob definisce i “prodotti finanziario-assicurativi di tipo unit linked” come “le polizze di ramo III (…) le cui prestazioni principali sono direttamente collegate al valore di quote di organismi di investimento collettivo del risparmio o di fondi interni”. Mentre i “prodotti finanziario-assicurativi di tipo index linked” sono “le polizze di ramo III (…) le cui prestazioni principali sono direttamente collegate a indici o ad altri valori di riferimento”.

In un approfondimento dedicato alle polizze unit linked, il Centro di ricerca e tutela del consumatore e degli utenti le descrive così: “Il denaro, cioè il premio, che si consegna al gestore (banca, Sim o compagnia d’assicurazione) viene investito in quote di fondi di investimento, i quali posseggono generalmente una parte più o meno elevata di azioni. Il rendimento della polizza è così legato al rendimento del fondo; garanzie di rendimenti minimi o di riavere indietro quanto versato non ve ne sono”. E qui si arriva a un elemento cruciale delle unit linked: non solo non garantiscono un rendimento minimo ma nemmeno la restituzione del capitale a scadenza.

Non stupisce quindi che, in questi anni, assicuratori e operatori del risparmio gestito le abbiano distribuite a piene mani. Come fa notare l’analista di Equita Sim Giuseppe Mapelli nella nota giornaliera del 7 maggio, le polizze unit linked, “che nel 2016 rappresentavano il 28% della raccolta premi complessiva, sono centrali nella strategia commerciale delle assicurazioni perché, rispetto alle polizze tradizionali, presentano vantaggi in termini assorbimento di capitale e di gestione dell’asset allocation (la distribuzione delle diverse attività finanziarie all’interno del portafoglio, ndrnell’attuale scenario dei tassi”.

E’ proprio la mancata garanzia di restituzione del capitale l’elemento determinante che ha convinto la Cassazione a inquadrare le polizze di ramo III come contratti di investimento: “Mancando la garanzia della conservazione del capitale alla scadenza e dunque la natura assicurativa del prodotto – si legge nella sentenza della corte suprema che su questo punto richiama la precedente sentenza della corte d’appello di Milano del gennaio del 2016 – il prodotto oggetto dell’intermediazione deve essere considerato un vero e proprio investimento finanziario da parte di coloro che figurano come assicurati”.

Uno dei passaggi chiave della sentenza di Cassazione sulle polizze di ramo III

In realtà, il caso da cui è scaturita la sentenza della Cassazione è più complicato, perché riguarda un cliente che aveva sottoscritto una polizza di ramo III tramite una società fiduciaria che a sua volta aveva realizzato l’investimento finanziario. Ebbene, la Cassazione ha stabilito che “una volta che si assuma quale investitore non la società fiduciaria ma la persona fisica del fiduciante, l’adempimento degli obblighi dell’intermediario finanziario deve essere valutato nei confronti di quest’ultimo e non nei confronti della società fiduciaria”.

“La prima conseguenza – osserva l’avvocato consulente dell’Aduc Marco Solferini – è che l’adempimento delle regole dell’intermediario finanziario non dovrà essere quello riservato all’operatore qualificato (in questo caso la società fiduciaria). Si dovrà invece fare riferimento alla persona fisica dell’investitore. Il che significa aprirsi a tutta una serie di cautele e di tutele che sono proprie della salvaguardia dell’investitore inteso come cliente il quale non possiede, di norma, tutte quelle competenze che si danno invece per ragionevolmente certe in capo ad un operatore qualificato. Ne deriva quindi un utilizzo distorto dei termini contrattuali richiamati (polizza anziché investimento) e una conseguente asimmetria informativa relativa al fatto che lo stesso investimento nemmeno viene sottoposto ai rigorosi modelli di informazione previsti per salvaguardare dal rischio il cliente investitore”.

Insomma, sembra di capire che in questo caso la polizza di ramo III è stata “piazzata” a un cliente che tuttavia non è stato messo nelle condizioni di apprendere appieno le caratteristiche e quindi il rischio del prodotto che stava acquistando. Se però, da una parte, l’inquadramento di queste polizze linked come contratti di investimento getta ombre sulle informazioni trasmesse dall’intermediario al sottoscrittore, dall’altra, rischia di mettere in discussione tutta una serie di vantaggi che rende questi strumenti interessanti anche per il cliente (e non soltanto, come visto, per il venditore). Mapelli di Equita elenca questi benefici nella nota del 7 maggio:

  • trattamento in sede successoria, tenuto conto che le polizze sono escluse dall’asse ereditario;
  • esclusione dall’azione esecutiva (impignorabilità);
  • tassazione, visto che le unit linked sono tassate a scadenza a differenza ad esempio delle gestioni patrimoniali.

“La posizione della Cassazione – osserva l’avvocato Giovanni Franchi dello Studio Bdf – non rappresenta una novità. Nelle cause che ho seguito, sia in tribunale sia in corte d’appello e riguardanti polizze sia italiane sia estere, questi prodotti sono sempre stati inquadrati come contratti di intermediazione finanziaria. E in quanto tali tende a scattare la nullità del contratto per difetto di forma perché manca la redazione per iscritto del contratto generale di investimento come prescritto dall’articolo 23 del Tuf, che disciplina tutti i rapporti tra cliente e intermediario”. Insomma, è evidente che potenzialmente la portata della sentenza della Cassazione è dirompente: se tutte le polizze di ramo III dovessero essere inquadrate come investimenti finanziari anziché come assicurazioni, tutti i contratti stipulati in questi anni potrebbero essere messi in discussione.

Roma 28/11/2017, convegno promosso dall’Associazione Nazionale Imprese Assicuratrici. Nella foto Maria Bianca Farina – Pierpaolo Scavuzzo / AGF

Dal canto suo, l’Ania, l’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici, ha gettato acqua sul fuoco, sminuendo la portata della sentenza della Cassazione e precisando che “si riferisce a un caso specifico” e non mette a repentaglio un mercato che in Italia, secondo stime, vale la bellezza 24 miliardi“La sentenza – commenta l’Ania, guidata da Maria Bianca Farina – non prende posizione sulla qualificazione dei contratti assicurativi sulla vita ma si riferisce a un caso specifico, caratterizzato dal ruolo assunto da una società fiduciaria”. Un caso in cui si registrarono “errori di trasparenza e di comportamento” su un singolo prodotto. A giudizio dell’associazione, quindi, “non si rilevano nella pronuncia della suprema corte conclusioni che mettano in dubbio la connotazione di prodotto assicurativo con riferimento alle polizze con contenuto finanziario, che peraltro già allora risultavano soggette a precisi obblighi di trasparenza e regole di condotta”.

Mapelli di Equita, nella nota “a caldo” del 7 maggio, aveva messo in guardia che “le conseguenze della sentenza (della Cassazione) andranno valutate nel dettaglio, ma certamente nel breve l’attività commerciale (di assicurazioni e operatori del risparmio gestito) subirà un rallentamento”. Salvo poi correggere in parte il tiro dopo la presa di posizione dell’Ania:“Nel complesso – scrive Mapelli nella nota dell’8 maggio – rimaniamo dell’idea che la sentenza possa creare nel breve qualche incertezza fino a chiarimenti definitivi soprattutto da parte delle autorità fiscali (in merito alla tassazione e al trattamento in sede di successione), ma la portata è inferiore a quanto si poteva ipotizzare ieri”

Messina: «non ci sono più banche venete, c’è solo Intesa»

VVOZ.IT 9 ,AGGIO 2018

Dal prossimo 23 luglio Cassa di Risparmio del Veneto sarà incorporata nella casa madre Intesa San Paolo. Come scrive Piero Erle sul Giornale di Vicenza a pagina 7, la fusione coinvolgerà anche Cassa di risparmio del Friuli Venezia Giulia, a cui faranno seguito in novembre Banco di Napoli e la Cassa di risparmio di Forlì-Romagna, e poi a febbraio 2019 Banca Cr Firenze e le Casse di Bologna, Pistoia e Lucchesia.

Intanto, a margine della presentazione dei conti del primo trimestre 2018, l’ad di Intesa Carlo Messina è intervenuto sull’andamento delle ex BpVi e Veneto Banca con un commento tranchant: «non ci sono più le banche venete: c’è Intesa Sanpaolo. Nell’area del Nord Est stiamo avendo buone performance. L’integrazione informatica sta andando bene, ma questo è tutto».

Ora a Porta Vittoria arrivano gli americani: allora niente gara

Luca Fazzo il giornale.it 9maggio 2018

Dal fondo York 320 milioni che soddisfano i creditori e residenti: l’area sarà sistemata

Una svolta in «zona Cesarini», destinata a sbloccare la più ingombrante delle grane urbanistiche aperte a Milano. L’asta prevista per oggi per cercare un acquirente all’area di Porta Vittoria, la vasta distesa tra viale Umbria e viale Molise lascito del fallimento di Danilo Coppola, non si terrà. Motivo: l’entrata in scena di un fondo di investimento americano, che ha comunicato ufficialmente la sua disponibilità a rilevare i beni e i debiti dell’immobiliarista romano. La richiesta di concordato fallimentare, che sostanzialmente azzera la procedura, è già stata depositata e se raccoglierà il consenso della maggioranza dei creditori diventerà operativa.

Il Fondo York ha messo sul tavolo abbastanza quattrini da soddisfare tutti i creditori di Coppola (banche, soprattutto, e fornitori) che avanzano pretese per oltre 320 milioni. Per i curatori fallimentari è un affarone, se si pensa che il primo tentativo di vendere all’asta i terreni e gli stabili già quasi ultimati (un albergo e centocinquanta appartamenti) era fallito in dicembre per mancanza di acquirenti, e che non sembrava migliore la sorte della nuova asta, che offriva l’intero pacchetto con uno sconto di quasi il 20 per cento. Ma l’entrata in scena del Fondo York è una buona notizia anche per gli abitanti della zona, che possono sperare di vedere sanata la grande cicatrice dell’area abbandonata; e così pure per il Comune di Milano, visto che il fondo americano dovrebbe ereditare anche gli impegni che Coppola si era assunto nei suoi confronti, ovvero la bonifica dell’area verde e la realizzazione di un parco e di un centro sportivo.

Ci sono ancora diversi scogli, a partire dalle aspre contese aperte tra il vecchio proprietario dell’area, ovvero Coppola, e i suoi creditori, con in testa il BancoBpm. La sentenza che nel febbraio scorso aveva condannato Coppola a sette anni di carcere per bancarotta fraudolenta aveva individuato anche possibili responsabilità (come da sempre sostiene l’immobiliarista romano) negli istituti di credito che ne avevano prima finanziato e poi condizionato l’ascesa, e aveva trasmesso gli atti alla Procura perché indaghi sull’ex amministratore delegato di Banco Popolare, Pier Francesco Saviotti, e sei tra legali e advisor. Le motivazioni non sono ancora state depositate ma la Procura ha già iscritto alcuni nomi nel registro degli indagati.

Lo scontro tra Coppola e le banche si riverbera ora sul futuro dell’area: BancoBpm sponsorizza l’ingresso in scena degli americani del Fondo York, mentre Coppola farebbe il tifo per un altro fondo di investimento, l’Algebris del renziano Davide Serra. E proprio da Algebris potrebbe venire l’opposizione depositata ieri alla sezione fallimentare del tribunale contro il concordato fallimentare targato Usa.

Situazione, come si vede, ancora intricata. Ma dopo anni in cui il caso Porta Vittoria appariva un pasticcio inestricabile, ora finalmente qualcosa sembra muoversi. Anche se rimane da chiedersi come mai anche adesso la partita sia giocata solo dal mondo della finanza, mentre i grandi immobiliaristi presenti sulla scena milanese – da Manfredi Catella a Davide Bizzi – continuino a stare alla larga da un’area apparentemente appetibile.

Siamo proprio sicuri che il “governo neutrale” di Mattarella sia conforme alla Costituzione? di P.Becchi e G.Palma

scenarieconomici.it 9 maggio 2018

Articolo di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA su Libero di oggi, 9 maggio 2018:

Fino a lunedì sera si era comportato bene. Stiamo parlando del presidente della Repubblica, che sin dal 4 aprile – giorno in cui hanno avuto inizio le consultazioni  al Colle – ha dimostrato imparzialità. Con i due mandati esplorativi ha deciso di seguire la strada tracciata dal partito che ha preso più voti accettando, da democristiano, la tecnica dei due forni, cioè verificare se vi fosse la possibilità di un’intesa di governo prima tra M5S e Centrodestra e poi tra M5S e Pd. Falliti entrambi i tentativi, l’inquilino del Colle ha avviato lunedì un terzo giro di consultazioni al Quirinale. Corretto. Ma in serata avviene lo strappo.

Durante le consuete comunicazioni finali, Mattarella ha detto: «Sin dall’inizio delle consultazioni ho escluso che si potesse dar vita ad un governo politico di minoranza», e ha auspicato che i partiti «consentano attraverso il voto di fiducia che nasca un governo di servizio, un governo neutrale rispetto alle forze politiche», dettando anche il limite temporale di dicembre, quale «fine-vita» dell’esecutivo qualora i partiti non raggiungessero prima un’intesa su un governo politico. Ha aggiunto una garanzia personale: i componenti di questo governo di servizio non si presenteranno alle prossime elezioni.

C’è da rimanere basiti. Siamo di fronte all’esercizio di un potere tipico dei Re nelle monarchie parlamentari ottocentesche dove il sovrano esercitava il potere esecutivo tramite i suoi ministri.

GARANTIRE PER CHI?

Del resto, quando si garantisce per qualcuno, occorre prima conoscersi. Ma se fino a lunedì pomeriggio non si sapeva ancora l’esito del terzo giro di consultazioni, come ha fatto Mattarella a garantire per questi sconosciuti? E poi il governo si dimetterebbe su sua richiesta, se nel frattempo nascesse una maggioranza per un governo politico. Ma non è mica il capo dello stato che deve chiedere le dimissioni del governo. Concentriamoci però sula decisione di dar vita ad un «governo neutrale rispetto alle forze politiche».

L’articolo 92 della Costituzione assegna al capo dello Stato il potere di nominare il presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri. Questa è la norma, vediamo la prassi. Dal 1948 ad oggi il presidente della Repubblica, prima di nominare il presidente del Consiglio, ha sempre dato corso alle consultazioni con i gruppi parlamentari, una regola non scritta ma ormai consolidata. Mai, dal 1948 ai giorni nostri, il capo dello Stato aveva preso decisioni opposte alle indicazioni espresse da quei gruppi parlamentari che esprimevano la maggioranza dei seggi in Parlamento. Perfino Napolitano, si assicurò che Monti godesse della fiducia del Parlamento prima che l’ex commissario europeo ricevesse l’incarico per il governo tecnico.

caso attuale, Mattarella si è detto indisponibile a dar vita ad un governo politico di minoranza (riferendosi a Salvini, che aveva chiesto l’incarico), ma disponibile a formare un «governo neutrale rispetto alle forze politiche», che però – al pari del governo politico di minoranza – non ha i numeri per ottenere la fiducia. Circostanza emersa durante le consultazioni, infatti sia Salvini che Di Maio, esponenti dei due gruppi parlamentari che esprimono complessivamente la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, si sono detti contrari a qualsiasi governo tecnico o del presidente, categorie nelle quali rientra l’atipica figura del «governo neutrale».

Per quale motivo il presidente Mattarella ha scelto la strada opposta a quella indicata dai gruppi che esprimono la maggioranza assoluta in Parlamento? Per quale motivo non ha privilegiato la nomina di Salvini a capo di un esecutivo politico di minoranza visto che il centrodestra è arrivato primo alle elezioni ed ha la maggioranza relativa dei seggi? Con quale criterio il capo dello Stato dovrebbe favorire la nascita di un «governo neutrale» senza voti e impedire la formazione di un governo politico di minoranza?

EUROFREGATURA

Le risposte a queste domande ce le fornisce lo stesso Mattarella: «Imminenti e importanti scadenze nella Unione europea, dove a giugno si assumeranno decisioni che riguardano gli immigrati, il bilancio dei prossimi sette anni, la moneta comune». In pratica, addirittura per mano del presidente della Repubblica, che ha prestato giuramento sulla Costituzione, ancora una volta la democrazia viene subordinata ai vincoli dell’Ue e dell’euro. A Bruxelles ci andrà un governo tecnico, privo della fiducia parlamentare, in grado di obbedire a tutto ciò che decideranno Germania e Francia.

Nel 1992-93 ci imbrogliarono con Tangentopoli e ci imposero Maastricht. Nel 2018 ci fottono col «governo neutrale».

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA (su Libero di oggi)

Mentre la politica litiga aumenta la povertà assoluta in Italia: un milione di famiglie senza lavoro

Globalist.it 9maggio 2018

Il numero raddoppiato in dieci anni, peggiora la situazione al sud

Sono sempre di più gli italiani in povertà assoluta. E’ uno scenario preoccupante quello descritto dal presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, nell’audizione sul Def davanti alle commissioni Speciali congiunte di Camera e Senato. Nel 2017 il fenomeno riguarderebbe circa 5 milioni di individui, l’8,3% della popolazione residente, in aumento rispetto al 7,9% del 2016 e al 3,9% del 2008.

Le famiglie in povertà assoluta, secondo stime preliminari, sarebbero 1,8 milioni, con un’incidenza del 6,9%, in crescita di sei decimi rispetto al 6,3% del 2016, mentre nel 2008 era il 4%.

“Nel 2017 in 1,1 milioni di famiglie italiane – ha sottolineato Alleva – tutti i componenti appartenenti alle forze lavoro erano in cerca di occupazione, pari a 4 famiglie su 100, in cui non si percepiva dunque alcun reddito da lavoro, contro circa la metà (535 mila) nel 2008”.

“Di queste – ha aggiunto il presidente dell’Istat – più della metà (il 56,1%) è residente nel Mezzogiorno. Nel complesso si stima un leggero miglioramento rispetto al 2016 (15 mila in meno), ma la situazione al Sud è in peggioramento (13 mila in più)”.

Alleva ha poi parlato del rischio dazi e di quelle che sarebbero le ricadute economiche. “La dinamica più contenuta degli scambi internazionali influirebbe negativamente sulla crescita complessiva del sistema economico, determinando una diminuzione del Pil di 0,3 punti percentuali rispetto allo scenario base”.

“Le esportazioni – ha aggiunto Alleva – registrerebbero un rallentamento significativo, diminuendo di 1,1 punti, le importazioni di 0,3 punti. I risultati ottenuti sono in linea con le simulazioni riportate nel Def”.

L’Istat il prossimo 22 maggio diffonderà le previsioni sull’andamento dell’economia italiana per l’anno in corso ma Alleva ha fatto comunque un riferimento ai dati relativi alla crescita di aprile. “Ad aprile l’indicatore anticipatore si mantiene su livelli elevati, pur confermando segnali di decelerazione che prospettano uno scenario di minore intensità della crescita”.

DALLA FAMA ALLA FAME – DOPO LA MORTE DI LARA SAINT PAUL, LA FIGLIA DICHIARA: “LA SITUAZIONE E’ DRAMMATICA. NON ABBIAMO SOLDI PER I FUNERALI ADESSO MI CHIUDERANNO IN UN ISTITUTO E MI PORTERANNO VIA MIA FIGLIA” – DOPO LA MORTE DEL MARITO, CATERINA CASELLI, ENZO BIAGI E LUCIANO PAVAROTTI, AVEVANO CERCATO DI AIUTARE LA CANTANTE A USCIRE DALLA PRECARIETÀ ECONOMICA MA…

Dagospia.com 9 maggio 2018

Mario Luzzatto Fegiz per il “Corriere della Sera”

È morta a Bologna, dopo una lunga malattia, Lara Saint Paul cantante e ballerina.

Al secolo Silvana Areggasc Savorelli, 73 anni, mamma eritrea e papà romagnolo, era nata ad Asmara e cresciuta a Fusignano, in provincia di Ravenna. Bellissima, con la pelle ambrata e i grandi occhi, era arrivata al successo nel 1968 al Festival di Sanremo, dove si era esibita in coppia con il grande Louis Armstrong che la amava come una figlia.

L’ artista beneficiava della pensione speciale della legge Bacchelli prevista per gli artisti indigenti. E la sua morte lascia una scia di dolore e degrado che ha dell’ incredibile considerato che Lara e suo marito, l’ impresario Pierquinto Cariaggi, erano i pupilli dello star system americano.

La figlia primogenita Manuela, distrutta dal dolore, ha dichiarato: «Non abbiamo i mezzi per il funerale. La situazione è drammatica. Io sono affidata a un amministratore di sostegno, poi c’ è mia sorella Guendalina che è perennemente ricoverata e suo figlio Andrew di 20 anni (cresciuto in affido ndr), e c’ è mia zia Loredana che ci ospita. Adesso che la mamma è morta mi chiuderanno in un istituto e mi porteranno via mia figlia e io non voglio».

Quella di Lara è stata una carriera diretta con sapienza dal marito che la fece entrare nel cast di molti show televisivi. Negli anni 70 aveva partecipato a «Canzonissima» e poi ancora a Sanremo, dove era stata in gara tre volte, la prima a soli 16 anni. Poi la ribalta internazionale, i tour in Europa e negli Stati Uniti. Cariaggi aveva conosciuto Lara quando faceva il giornalista free lance. L’ aveva sposata nel 1968. Per lei, abile pigmalione, aveva procurato concerti a Los Angeles, dove lavorò fianco a fianco a Ray Charles e Stevie Wonder. E l’ amicizia con Frank Sinatra, nata dopo un concerto a Londra, grazie a Quincy Jones.

Lara era brava nel melodico in cui immetteva una punta di swing. Ma la sua vera forza era la presenza scenica.

Fra i suoi successi «Mi va di cantare», «Una casa grande» e «Canzone».

Negli anni Ottanta avviò numerose altre attività, lanciando in Italia, con grande successo, l’ aerobica. Lara e Pier Quinto erano una coppia perfettamente inserita nello star system americano: Louis Armstrong inviò in occasione delle nozze una stupenda e fiammante macchina americana che venne sbarcata da una nave nel porto di Genova.

Il suo sdoganamento si rivelò difficile e costoso, al punto che per ritirarla Cariaggi dovette chiedere prestiti alle banche. Negli anni era diventato l’ uomo di fiducia per l’ Italia di Frank Sinatra, Liza Minnelli, Barbra Streisand, Sammy Davis, Harry Belafonte, lo stesso Armstrong e molti altri.

I guai di Lara Saint Paul cominciarono il 28 giugno del ’95, con l’ improvvisa morte di Cariaggi. Lui era molto protettivo e aveva sempre tenuto la moglie, di cui era perdutamente innamorato, e le due figlie Manuela e Guendalina, lontane dai problemi pratici della vita. Insomma una bolla dorata. Lui molto guadagnava e molto spendeva. Non c’ erano riserve, capitali o risparmi.

Lara si trovò ben presto in condizioni economiche difficili, aggravate anche dalla cattiva salute mentale della figlia minore e dal peggioramento dei suoi rapporti con il clan Sinatra. Si era trasferita a Los Angeles lavorando a progetti benefici per la fondazione Sinatra. Poi i rapporti si erano guastati ed era rientrata in Italia.

In quegli anni molta gente di spettacolo, fra cui Caterina Caselli, Enzo Biagi e Luciano Pavarotti, avevano cercato di aiutarla a uscire dalla precarietà economica e lei stessa aveva cercato un improbabile rilancio.

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CARA MANUELA VI SONO VICINO A TE E TUA SORELLA IN QUESTO BRUTTO MOMENTO DELLA VOSTRA VITA – SAPPIATE CHE CI SARÒ SEMPRE SU OGNI COSA

PAOLO POLITI

BpVi rimette Farbanca sul mercato, fuori i cinesi

Rosario Murgida finanzareport.it 9 maggio 2018

Cefc, da settimane nei guai in Cina per un’inchiesta del governo di Pechino, non rispetta le condizioni del contratto d’acquisto. Fra i pretendenti Banca Ifis e Creval

La Banca Popolare di Vicenza in liquidazione coatta amministrativa rimette sul mercato Farbanca, l’istituto dedicata alle farmacie e alla sanità e non confluita nelle attività trasferite a Intesa Sanpaolo.

Dallo scorso 4 maggio, secondo quanto comunicato ieri dai commissari liquidatori, “sono venuti definitivamente meno i diritti ed obblighi derivanti dal contratto di cessione stipulato lo scorso 19-20 dicembre da Bpvi in liquidazione coatta amministrativa con la società New Seres Apennines per la vendita della partecipazione in Farbanca”. Pertanto è stato deciso di “riavviare le attivita’ per la cessione della partecipazione”.

Dunque, Cefc, che per il tramite della New Seres Apennines era riuscita ad avere la meglio nell’asta per la cessione di Farbanca, non è riuscita a rispettare l’accordo rendendo così impossibile alla Banca d’Italia l’autorizzazione alla cessione entro il termine di maggio. Del resto, già a inizio marzo sono arrivate notizie negative che lasciavano presagire uno sviluppo non favorevole per l’intesa siglata alla fine di dicembre.

Cefc sarebbe infatti stata messa sotto inchiesta dal governo di Pechino per presunti reati economici scaturiti dallo sfruttamento di legami con alcune potenti famiglie di esponenti del Partito che hanno consentito di ottenere massicci prestiti dalle banche pubbliche cinesi.

I guai di Cefc avrebbero conseguentemente aumentato le incertezze sul perfezionamento dell’operazione e spinto gli altri ex contendenti a riprendere in mano il dossier. Tra questi spicca Banca Ifis, inizialmente data in pole per l’acquisto di Farbanca, ma non solo. Sulla banca dei farmacisti avrebbero messo gli occhi anche Creval, il fondo britannico Blue Skye e la società finanziaria americana Atlas, che ora potrebbero tornare alla carica nella nuova gara avviata dai commissari liquidatori della Banca Popolare di Vicenza.