Crollo mercati finanziari, la vera questione sono le banche non le urne

https://www.businessonline.it 9 maggio 2018

Il crollo del mercato non è tanto da far ricadere sul possibile ritorno alle urne, ma ancora una volta sulle banche

Crollo mercati finanziari, la vera quest

Crollo dei mercati finanziari, altro che spettro urne. Il problema è ancora una volta bancario

Il crollo dei mercati, in maniera particolare degli indici di Milano, non è dipeso da come si vuole far credere dalla mancanza dia ccordi politici e forsee dal ritorno alle urne, ma più dalala questione bancaria come dimostrano numeri e fatti.
Non è colpa del mancato esecutivo o dello spettro delle urne se la Borsa italiana è caduta miseramente. Occorre dire la verità e se la mancaza dell’esecutivo da una ceta fragilità a tutto il sistema quello che ancora più preoccupa sono le banche. E il sistema italiano nonostante i pareri contrapposti sembra ancora fragile, tanto è vero che le vendite che hanno affossato i listini arrivano proprio dal settore bancario.
Tutto riprende ancora da una delle bance principali Unicredit che secondo uno dei maggiori fondi Caius Capital mette a capitale degli strumenti finanziari in violazione delle regole europee che dovrebbe essere invece convertiti in azioni con perdite intorno a i 3 miliardi e oltre
E ha denunciato tutto questo all’Autorità Bancaria Europea (Eba) e alla Banca Centrale Europea. A stretto giro la risposta di Unicredit che ha spiegato di avere il permesso proprio dalle autorità bancarie.

Governatore della Banca d’Italia Visco su banche italiane. Non è vero che godono di buona salute

Un nuovo governo che sia forte e in grado anche di ristabilire la situazione di crisi delle banche: stando alle ultime notizie, potrebbe essere proprio la nascita di un governo nuovo e un grado effettivamente di guidare l’Italia la vera possibilità di ripresa per le banche italiane che, contrariamente a quanto dichiarato dal governatore della Banca di Italia Visco, non godono di buona salute.

Secondo quanto dichiarato dal governatore Visco nel corso di una lectio magistralis tenutasi all’università di Tor Vergata, le banche italiane, si sarebbero riprese dalla profondissima crisi che qualche tempo fa le ha colpite nonostante, avverte, vi siano ancora delle debolezze. Visco, infatti, si è dimostrato fortemente ottimista sta sullo stato di salute complessivo delle banche, spiegando che i problemi non dipendono da una vigilanza lenta o disattenta, ma dalla forte crisi economica che il nostro Paese sta ancora affrontando e che ha acuito il peso dei crediti in sofferenza e degli altri crediti deteriorati. Con la crisi, infatti, il problema si è, appunto, acuito, ma già esisteva.

E a rendere la situazione ancor più complessa l’arretratezza tecnologica delle banche italiane, che hanno ancora troppi sportelli e troppi dipendenti ma una efficienza più bassa in media rispetto alle concorrenti straniere; la valutazione dei titoli di stato nei portafogli delle banche non più a rischio zero. E sono sostanzialmente proprio queste le debolezze delle banche italiane sottolineate da Visco e che bisognerebbe superare ripartendo da operazioni che risolvano innanzitutto il problema dell’inefficienza strutturale in modo da rendere le stesse banche italiane più pronte ad affrontare le sfide del futuro.

La prima, secondo Visco, è proprio la valutazione dei titoli di stato nei portafogli delle banche, che dopo la crisi non sono più a rischio zero, ma da cui le banche non si possono nemmeno liberare velocemente e facilmente. Tocca al governo risolvere questo problema e perché ci riesca è necessario, quasi obbligatorio, che sia forte e se consideriamo che nonostante le elezioni l’Italia un governo ancora non lo ha, la situazione non è certo delle migliori.

Situazione banche italiane: come risolvere le debolezze

Le dichiarazioni di Visco sulla buona salute delle banche italiane vengono dunque smentite dalla scarsa liquidità che esse detengono ancora, dalla sofferenza di diversi crediti che ancora si registra, dall’inadeguatezza di diversi sistemi di gestione degli stessi istituti. D’altro canto, pur parlando di ritrovata buona salute ne sottolinea le debolezze e per risolvere le debolezze delle banche italiane spiegate da Visco servono, dunque, stabilità e fiducia con interventi mirati e non generalizzati e bisognerebbe rivedere le regole troppo rigide imposte dall’Europa per la gestione delle crisi bancarie. Visco ha poi spiegato che quello attuale potrebbe essere il momento migliore, data la fase congiunturale, perchè le banche rafforzino i loro bilanci ma occorre che colgano tale opportunità con interventi giusti e specifici. Per Visco, infatti, la questione delle modalità di soluzione delle crisi bancarie nell’Unione bancaria in modo efficiente, rapido e ordinato, anche alla luce delle difficoltà di gestire e coordinare tutte le autorità e le istituzioni, deve ancora essere affrontato in modo concreto, profondo e soddisfacente. Per il governatore della Banca di Italia, il lavoro da compiere in tal senso è ancora tantissimo.

Prima i clienti e poi le banche

Le raccomandazioni arrivano da Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, e di conseguenza non passano nell’indifferenza, ma sollecitano un confronto nel comparto. Riguarda il vivace mercato della cessione del quinto dello stipendio e le sue parole suonano forte e chiaro. A detta del numero uno di Via Nazionale è arrivato il momento di ridurre il contenzioso, garantire una maggiore tutela dei clienti e mitigare i rischi operativi, reputazionali e legali per gli intermediari. Una presa di posizione netta che non arriva a caso, ma rappresenta piuttosto la sintesi di un bisogno di cambiamento da una parte e di regolamentazione dall’altra, sia da parte dei clienti e sia di chi fa un business di questo segmento di mercato.

Ma c’è soprattutto un passaggio che merita maggiore attenzione ed è quello dei diversi livelli di priorità indicati dal numero uno di Bankitalia. In estrema sintesi, il primo livello di tutela spetta ai clienti e solo in subordine le banche. Visco non le manda a dire spiegando che l’attività di controllo più recente e il confronto con il mercato hanno messo in evidenza la presenza di problemi nel settore del mercato del quinto dello stipendio ovvero nei comportamenti verso i clienti. In occasione degli “Orientamenti di vigilanza sui prestiti contro cessione del quinto dello stipendio” ha rivelato come a incidere in maniera decisiva siano le condotte ritenute opportunistiche di alcuni operatori.

La ncessaria riforma delle banche di credito cooperativo bloccata

L’uragano che ha investito le banche in Italia negli ultimi anni ha partorito degli effetti che dureranno a lungo e che rendono difficile prendere provvedimenti efficaci riguardo questo tema. Discorso valido ovviamente anche per le banche di credito cooperativo, oggetto di una riforma che nessuno, a quanto pare, vuole e che continua ad alimentare un dibattito che da più parti, dentro il movimento cooperativo e tra gli attori in scena, chiede di riflettere sulla effettiva bontà del provvedimento adottato nel 2016 per far posto a un ripensamento che porti a una sostanziale revisione della riforma. E non mancano anche i consigli su come migliorare.

La riforma delle banche di credito cooperativo era certamente un traguardo da raggiungere per l’Italia. Ma il provvedimento che è stato preso sembra scontentare un po’ tutti gli addetti ai lavori che stanno lavorando per emendare e migliorare un provvedimento che nessuno vuole eliminare. La riforma, stando al parere di queste persone, dovrebbe essere cambiata riportando il controllo sulle medie e piccole banche sotto la vigilanza di Banca d’Italia. L’obiezione che potrebbe essere subito avanzata è che quando questo accadeva, cioè prima della riforma, il controllo della banca centrale italiana non è stato sufficiente per prevenire e tantomeno scongiurare le situazioni di crisi di tante banco di credito cooperativo.

Come migliorare allora la riforma delle banche di credito cooperativo? Domanda legittima sulla quale stanno riflettendo in queste ore coloro che vogliono emendare un provvedimento ritenuto comunque giusto e necessario. Per prima cosa il tentativo di riforma non può prescindere dalla risoluzione dei casi di conflitti di interesse e dalle malversazioni di amministratori e sindaci alla base di molti fallimenti.

E quindi è necessario introdurre un limite più stringente al numero dei mandati degli amministratori che dovrebbe essere invece una misura decisiva per prevenire nuovi casi di “governatori di lungo corso” che di fatto si sono “appropriati” della banca diventando gestori autoreferenziali attraverso le assemblee a voto capitario e portandole in più casi al dissesto. E poi bisognerebbe salvaguardare l’autonomia gestionale delle banche di credito cooperativo se in buona salute. Altrimenti utilizzare lo schema di protezione patrimoniale reciproco in uso in altri paesi fra le banche più piccole: il cosiddetto Institutional Protection Scheme.

Regole globali su settore finanziario ombra

E che qualcosa non funzioni per il verso giusto è dimostrato dal contenzioso tra intermediari e clienti all’Arbitro bancario finanziario. L’appello è estremamente chiaro: le banche sono invitate a rivedere subito le soluzioni di carattere organizzativo e applicativo e apportare le necessarie correzioni. E c’è anche un’altra dichiarazione di Ignazio Visco che scuote il comparto: le nuove regole applicate al sistema bancario mondiale devono essere estese allo shadow banking, il settore finanziario ombra. Si tratta di un settore ancora inesplorato.

Si addensano nubi oscure sul futuro dell’Italia. E sul nuovo Paese che verrà fuori dalle elezioni del 4 marzo, peseranno diversi nodi che la legislatura che si è appena conclusa, non è riuscita a sciogliere. Il primo e forse quello che agita di più i sogni di coloro che conoscono la materia, è quello delle banche. L’attività della Commissione Parlamentare sulle banche convocata per fare chiarezza su alcuni aspetti oscuri che riguardavano anche importanti esponenti del Governo, oltre a rivelarsi un boomerang per la stessa forza politica che l’ha voluta ad ogni costo, si è rivelata praticamente inutili ai fini di una questione che lentamente è uscita dal dibattito pubblico anche in quella che molti hanno già definito come la campagna elettorale peggiore dal dopoguerra ad oggi.

E la questione rischia quindi di diventare una bomba sociale. L’eredità dei Governi Gentiloni e Renzi, che pure hanno provato a rimettere in moto un Paese fiaccato da dieci anni di crisi economica e anche di rappresentanza politica rischia quindi di pesare in maniera negativa sul futuro dell’Italia. E il caso Mps suscita paure che basta evocarle per capire la complessità della situazione che il nuovo Governo dovrà gestire nei prossimi anni. Vediamo quali sono tutti i motivi.

Banche l’eredità di Gentiloni e Renzi bomba

Tanto inchiostro è stato sprecato per descrivere una ripresa economica che, seppure c’è stata, non ha raggiunto gli standard europei. E soprattutto non ha dispiegato concretamente i suoi effetti benefici alla maggioranza della popolazione che ha continuato ad arrancare e a temere per il proprio futuro. Lavorativo e non. Sulla questione delle banche, su cui evidentemente non è stata fatta la necessaria chiarezza, l’eredità lasciata dai Governi Gentiloni e Renzi rischia di essere pesante.

Addirittura, per alcuni osservatori, una vera e propria bomba. Il problema intorno al quale ruota la questione è essenzialmente quella della qualità dei crediti in capo alle banche italiane. Non si potrà ancora per molto fare come lo struzzo e mettere la testa sotto la sabbia per far finta di non vedere come ad esempio Mps, istituto che già è salito agli onori della cronaca diverse volte negli ultimi anni (con risvolti anche tragici come la morte di David Rossi, una vicenda ancora oscura), sia l’emblema di questo pericoloso impasse. Costato agli italiani decine e decine di miliardi di euro (alcune stime parlano di 26 miliardi di euro serviti a salvare l’istituto senese e le altre banche interessate da questa crisi). E a nulla sono servite le operazioni dei prestigiatori della finanza. Che hanno provato a nascondere con varie operazioni, lo stato reale del sistema bancario italiano. Ma il mercato prima o poi arriverà alla verità. E quello sarà il momento in cui i nodi verranno al pettine. E saranno molto probabilmente guai.

Mps e tutti i motivi della bomba banche

Il caso Mps è sufficiente a spiegare quali sono i motivi della bomba sociale rappresentata dalle banche. Una bomba pronta ad esplodere. Più presto di quanto si possa immaginare. La ricapitalizzazione “preventiva” dell’istituto senese avrebbe dovuto rimettere le cose a posto riportando la banca a livelli di redditività e di efficienza accettabili. In realtà, nonostante la ripresa economica e l’iniezione di fondi pubblici, Mps continua a essere un malato grave. Il rischio è che alla fine al consolidamento del settore bancario l’Italia debba assistere all’estinzione di una grossa fetta di aziende di credito, con costi economici e sociali molto elevati.

Banca italiana, per la prima volta conti correnti congelati

Si tratta di un provvedimento destinato a passare alla storia perché si tratta delle prima volta che una banca decide di bloccare i conti correnti dei propri clienti. È successo alla Banca Base di Catania per via del commissariamento dell’istituto di credito. In buona sostanza, ai clienti viene inibita la gestione per 30 giorni e il bancomat delle due filiali è adesso bloccato. Confedercontribuenti ha inviato una lettera a ministro dell’Economia, al direttorio e all’Unità gestione delle crisi della Banca d’Italia con la richiesta della revoca del provvedimento di sospensione dell’operatività dei correntisti. Secondo il presidente nazionale Carmelo Finocchiaro, la decisione è semplicemente ingiusta. A suo dire, non possono essere i clienti correntisti a pagare le conseguenze di responsabilità gestionali. Di conseguenza chiede che si proceda con immediatezza allo sblocco delle disponibilità finanziarie dei correntisti. Un mese per aziende e famiglie – riflette – costituisce un atto che ancora una volta Banca d’Italia fa nei confronti di coloro che non hanno alcuna responsabilità
Il presidente dell’associazione a difesa dei cittadini rileva che per le imprese è anche un discredito nei confronti dei fornitori che si vedono tornare indietro assegni con il rischio del blocco delle forniture. Una situazione che non è mai avvenuta in Italia per nessun altro commissariamento. Quale sarà la risposta del Ministero dell’Economia? Arriverà il decreto di sospensione di tutti i pagamenti dovuti all’Erario in questi trenta giorni, non essendoci alcuna responsabilità da parte dei contribuenti, clienti di Banca Base?

La questione Npl

L’incontro c’è stato ma l’esito è stato negativo. Nonostante l’assicurazione sulla profusione del massimo sforzo sugli Npl, non è arrivata l’apertura della Banca centrale europea sulla stretta sui crediti deteriorati. Da una parte del tavolo si è seduta la numero uno del Supervisory Board del SSM (Single Supervisory Mechanism), Danièle Nouy, con la Vigilanza di Bankitalia. Dall’altra gli amministratori delegati delle banche italiane di maggior rilievo e i rappresentanti dell’Abi. L’impressione è che le parti si stiano infilando in un vicolo cieco dal quale diventa poi complicato venirne fuori. La questione dello smaltimento di Npl (Non performing loans) tiene impegnate da troppi anni le massime istituzioni economiche finanziarie italiane ed europee, ma a prevalere – ancora adesso – sono le rigidità degli attori coinvolti in questa faticosissima trattativa.

Pochi, pochissimi sono gl spiragli di apertura di Danièle Nouy. A tal punto che tra i presenti alla riunione sono in tanti a chiudere la valutazione della vicenda come un’assenza di apertura. E per l’Italia le ripercussioni non sono affatto di segno positivo. Succede infatti che la Banca centrale europea ha chiesto agli istituti di credito coinvolti la totale copertura integrale degli Npl secondo un calendario di interventi ben precisi e piuttosto stringenti: due anni per quelli non garantiti e sette anni per quelli garantiti. Un provvedimento giudicato inaccettabile d parte italiana che, fino a questo momento, ha ottenuto il risultato dello slittamento dell’entrata in vigore delle disposizioni rispetto allo start previsto a inizio anno. Ma si è appunto trattato del rinvio della trattazione di un problema non più procrastinabile a tempo indeterminato.

La via d’uscita potrebbe essere rappresentata dalla rassicurazione richiesta dalle banche sull’applicazione delle nuove regole solo per i nuovi crediti in sofferenza e non per il passato. Ma la controparte non sembra affatto convinto della creazione di questo spartiacque, così come ha manifestato scetticismo rispetto all’idea di non rendere valide le nuove norme come regola generale, ma prevedere l’applicazione banca per banca sulla base della personale situazione. La situazione sembra dunque destinata a incancrenirsi e di positivo sembra esserci solo la mancata indicazioni dei tempi di entrata in vigore dell’Addendum, che lascia immaginare come il punto di rottura, per quanto vicino (secondo alcune delle fonti che hanno partecipato all’ultimo incontro), non sia ancora stato raggiunto. Allo stesso tempo, semaforo giallo rispetto agli obiettivi Bce su livelli di Npl ratio per le banche.

In questo contesto di incertezza e precarietà, aleggia lo spettro dei cosiddetti Utp (Unlikely to pay) ovvero dei crediti che difficilmente saranno restituiti. Stando alle cifre fatte girare da Banca Ifis, l’ammontare di queste risorse è pari a 99 miliardi di euro lordi. Una vera e propria bomba a rischio esplosione. Tanto per aver un confronto, i contestati Npl nella pancia degli istituti di credito italiani sono pari a circa 72 miliardi di euro.

 

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