Io mi ricordo di te, Marta Russo, uccisa a vent’anni che era di maggio

Daniela Amenta globalist.it 9 maggio 2018

9 di maggio del 1997 quando noi giovani cronisti corremmo alla Sapienza: sembrava un incidente ed era un omicidio nella più grande università d’Europa. Lo sgomento, il dolore e un telefono a gettoni

Marta Russo

Marta, si chiamava Marta. Accadeva di maggio. 9 maggio 1997. Accadde nel più grande ateneo d’Europa, La Sapienza a  Roma. Mi ricordo che in redazione arrivò la telefonata di Lanfranco, il nostro informatore alla Questura, giornalista in pensione che avvertiva tre, quattro, cinque testate che era accaduto un fattaccio. Accadde che disse che una studentessa era stata colpita da un sasso. Ci precipitammo tutti: giornali, radio, tv, i media di quel mondo antico e analogico dove c’erano ancora i telefoni a gettone. Era 21 anni fa, e faceva caldo a Roma, sotto la Minerva della Sapienza, in quell’angolo dell’università  che ha attraversato chiunque abbia studiato in quell’ateneo. Il mio. L’ateneo dove anche io mi sono laureata.
Poi la versione cambiò in breve, in poche ore. Non era un sasso, era un proiettile. Eravamo giovani anche noi, allora, quando accadde. Giovani giornalisti sgomenti davanti a una cosa gigantesca, mostruosa e terribile. I grandi inviati arrivarono dopo, molto dopo. All’inizio fummo noi cronistini a tenere botta, chiamare i capi con il gettone, spiegare: “L’hanno colpita qui alla Sapienza, è in coma, è gravissima, si chiama Russo Marta, nata a Roma, 13 aprile 1975. Non è un sasso, qualcuno ha fatto fuoco”.

 

Mi ricordo che quell’angolo dell’università dove Marta fu uccisa chissà perché  in breve divenne una piazza, migliaia di studenti sconvolti e attoniti, chi portava un peluche, chi un fiore. Mi ricordo lo sgomento di tutti quei ragazzi che marciarono per Marta alla Sapienza che ventuno anni dopo resta il medesimo fortino di baronati. E marciammo anche noi cronisti giovani all’ospedale, in Questura, a piazzale Clodio, tra le stanze di Filosofia del diritto. Mi ricordo che Marta, Marta Russo, aveva un fidanzato. Entrò al Policlinico dove lei era ricoverata con un disco di Ramazzotti in mano, una canzone. La loro. Sarà sarà l’aurora. E piangeva come si piange a vent’anni, diceva per sempre amore mio, svegliati per sempre amore mio. Per sempre è un tempo breve. Dura un respiro, dura il tempo di una margherita dall’università al Verano. Marciammo ai funerali, attoniti, con i genitori di Marta, due giganti tagliati in due eppure scolpiti nella dignità, questa piccola famiglia distrutta e senza pace, i sacrifici per mandarla a studiare e poi un proiettile e addio Marta, per sempre Marta, così piccola in una bara gigante. La famiglia Russo donò tutti gli organi della loro figlia appena ragazza, bellissima e bionda: fegato, reni, cornee. Il pancreas fu utilizzato per estrarre insulina e salvare altre persone. Con il cuore di Marta vive ancora oggi Domenica Virzì, casalinga di Catania.
Io mi ricordo di te Marta, per sempre ragazza.