Iran e non solo, dove può arrivare il prezzo del petrolio?

Mirko Molteni finanzareport.it 10 maggio 2018

Non solo le nuove tensioni e sanzioni fra Usa e Teheran, ma anche la crisi del Venezuela e gli insufficienti investimenti estrattivi degli ultimi anni di bassi prezzi, possono far salire il barile nei prossimi mesi

Dopo l’uscita degli Stati Uniti dal trattato internazionale sul nucleare iraniano e il varo da parte del presidente Donald Trump di nuove sanzioni contro Teheran e contro chi ci commercia, un primo “risultato” è già sotto gli occhi di tutti, ovvero il nuovo aumento delle quotazioni del petrolio. Al punto che si pone l’incognita se esso potrà oppure no tornare alla soglia dei 100 dollari al barile.

Gli americani certo hanno tutto da guadagnare, sia perché il valore del dollaro è molto ancorato alla sua valenza di “petroldollaro”, come valuta di riferimento del settore petrolifero, sia perché, con prezzi più alti, possono realizzare maggiori margini sul loro “shale”, estratto con costose tecniche di fracking degli strati rocciosi del sottosuolo, che hanno richiesto maggiori investimenti.

Il rischio però è quello di passare da un eccesso di offerta al suo esatto opposto. Anzitutto, l’esperto Maurizio Mazziero, di Mazziero Research, trova difficile che il prezzo del greggio possa aumentare così tanto. Mazziero spiega a Finanza Report: “Ritengo che nei prossimi mesi il prezzo del barile potrebbe oscillare fra 70 e 78 dollari, anche se, nella peggiore delle ipotesi, le nuove sanzioni comportassero per l’Iran un crollo della produzione dagli attuali 3,8 milioni di barili al giorno ai circa 2,8 milioni di barili antecedenti all’accordo sul nucleare. Certo bisognerà capire esattamente come saranno formulate queste sanzioni e in che modo reagirà Teheran. E’ ovvio che se gli iraniani dovessero per rappresaglia bloccare lo stretto di Hormuz, allora sì che il barile potrebbe schizzare a 100 o perfino 150 dollari, ma si tratterebbe di un’emergenza politica estranea al puro mercato. Certo è che sullo sfondo c’è la massiccia produzione americana di shale oil, che è aumentata del 14% in un anno e che oggi tocca 10,7 milioni di barili al giorno. Forte è l’impressione che con le sanzioni e la tensione gli USA intendano tener fuori la produzione iraniana dal mercato mondiale, per sostituirla con la loro. In più con la speranza di sostenere il prezzo, il che ripaga maggiormente gli investimenti per la produzione shale”.

Fra altri commenti relativi al mercato spiccava quello lanciato dal ministro del Petrolio del Bahrein, lo sceicco Mohammed bin Khalifa Al Khalifa, secondo cui la nuova stretta sull’Iran potrebbe togliere dalla circolazione abbastanza petrolio perché subentri un’offerta insufficiente rispetto alla domanda, facendo quindi balzare i prezzi. Questo perché gli investimenti produttivi sono stati dal 2015 a oggi molto limitati, dato che la stagione di bassi prezzi iniziata in quell’anno non li rendeva remunerativi.

Spiega lo sceicco intervistato dalla stampa americana: “Da quando i prezzi calarono nel 2015, gli investimenti non sono ritornati in auge. E se tu non investi, potresti fronteggiare molto presto una scarsità di forniture. E’ stato abbastanza responsabile per l’Opec tentare di tornare al precedente livello di investimenti. Perciò la domanda rimane: siamo tornati a investire? Io penso che la risposta sia non abbastanza. Ciò suggerisce che ci sarà una potenziale sfida nelle forniture nel futuro a breve termine”.

Numeri alla mano, si prevede che nuove sanzioni all’Iran possano rimuovere dal mercato circa 500.000 barili al giorno, laddove si calcola che le aperture degli ultimi anni avevano permesso al paese degli ayatollah di più che raddoppiare le esportazioni, dal precedente milione di barili quotidiani ai 2,5 milioni di oggi. Quanto ciò possa influire sui prezzi del greggio nelle prossime settimane e mesi è tutt’oggi in discussione.

Recentemente un report degli analisti di Goldman Sachs ha previsto che entro l’estate il Brent possa arrivare a 82,5 dollari al barile.

L’analisi di Goldman, però, inquadra l’aumento del petrolio in un più ampio contesto di “fine ciclo” per le commodities, senza legarlo troppo alla questione iraniana, ciò perché le scorte sono basse e la domanda sopravanza l’offerta. Goldman inoltre loda ben 445 progetti petroliferi avviati da Total, Eni, BP, Chevron, Anadarko, Petrobras, Hess, Range e Galp, visti come i “vincitori”, per il momento, sul mercato del greggio.

Nelle ultime ore sul mercato dei future il Brent ha aggiornato i massimi da novembre 2014 sopra 77 dollari e il Wti sopra 71 dollari al barile. E non solo per l’Iran, ma anche per l’ormai annosa questione del Venezuela, che negli ultimi tre anni è letteralmente affondato in una pesantissima crisi economica, trascinatovi dai bassi prezzi del greggio e dalla eccessiva dipendenza dell’economia nazionale dall’oro nero. Ancora oggi la produzione venezuelana stagna sugli 1,5 milioni di barili al giorno, mentre una decina d’anni fa stava sui 3 milioni di barili. La nuova crisi iraniana, insomma, conta molto, ma non è il solo fattore in gioco.

pubblico nuovamente il seguente articolo-Messina: «non ci sono più banche venete, c’è solo Intesa»

Vvox.it 9 maggio 2018

Dal prossimo 23 luglio Cassa di Risparmio del Veneto sarà incorporata nella casa madre Intesa San Paolo. Come scrive Piero Erle sul Giornale di Vicenza a pagina 7, la fusione coinvolgerà anche Cassa di risparmio del Friuli Venezia Giulia, a cui faranno seguito in novembre Banco di Napoli e la Cassa di risparmio di Forlì-Romagna, e poi a febbraio 2019 Banca Cr Firenze e le Casse di Bologna, Pistoia e Lucchesia.

Intanto, a margine della presentazione dei conti del primo trimestre 2018, l’ad di Intesa Carlo Messina è intervenuto sull’andamento delle ex BpVi e Veneto Banca con un commento tranchant: «non ci sono più le banche venete: c’è Intesa Sanpaolo. Nell’area del Nord Est stiamo avendo buone performance. L’integrazione informatica sta andando bene, ma questo è tutto».

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Carlo Messina dici delle enormi cazzate perche innanzitutto le banche venete anche se in LCA esistono – secondo punto tu pensi da essere nel giusto con il contratto del Notaio Marchetti e con il D.L. 99/2017?

lascia giudicare chi deve giudicare e non continuare a fare il solito EXTERNATOR come qualche quotidiano ti ha giudicato quindi stai sereno e tranquillo che sara’ il futuro a dire chi aveva ragione.

riporto un articolo molto bello e interessante sulla questione:

MESSINA, THE EXTERNATOR.

“Noi siamo una banca e in quanto tale siamo interessati allo stato dell’economia reale, più che alla politica”. Carlo Messina, romano, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, è stato molto esplicito quando il 23 marzo scorso ha svolto una Lectio Magistralis alla Said Business School dell’Università di Oxford. Di fatto però il banchiere è moltissimo interessato alla politica come dimostra una sua lunga serie di interventi pubblici tutti avvenuti quest’anno, con un’insolita accelerazione.

E’ il 16 gennaio scorso e uscendo dalla riunione del Comitato Esecutivo dell’Abi Messina dice: “Il prossimo governo, a prescindere da quale saranno i partiti che comporranno la maggioranza dopo le elezioni, dovrà necessariamente ridurre il debito e spingere sulla crescita economica”. “Qualunque sia il governo che verrà formato, dovrà affrontare le priorità che sono: ridurre il debito pubblico, accelerare la crescita e ridurre altri fattori di rischio, come sono le sofferenze bancarie, con l’accelerazione dei tempi di recupero. Sono priorità per il Paese che chiunque deve affrontare”.

Il 6 febbraio scorso, presentando il piano industriale di Intesa Sanpaolo, Messina interviene anche in un campo “politico” europeo attaccando la Bce. “L’interesse del regolatore a ridurre i crediti deteriorati è giusto, ma sono completamente in disaccordo con il metodo. La mia impressione è che la posizione della Bce sugli npl sia giusta, perciò noi abbiamo fatto i nostri compiti a casa, ma ora è arrivato il momento di affrontare anche altri problemi delle banche, come per esempio le attività di level 3, pezzi di carta valutati sulla base di modelli, mentre gli npl sono spesso garantiti da collaterale. C’è qualcosa che non funziona su questo fronte a livello europeo. Non si stanno facendo le cose uguali per tutti perché i regolatori sono francesi e tedeschi.

L’1 marzo scorso Messina è intervistato dall’Handelsblatt e dice: “E’ vero che l’Italia deve ridurre il suo debito pubblico, ma al momento non ci sono dubbi sulla sua capacità di sostenere questo debito, visto che la durata media dei titoli di Stato è pari a sette anni. La verità è che molti investitori considerano l’Italia una opportunità di investimento, specie quelli americani, che continuano a comprare le nostre azioni perché vedono Intesa Sanpaolo come rappresentazione del paese, e vogliono beneficiare della ripresa dell’economia italiana”.

Il 5 marzo scorso all’indomani delle elezioni, Messina al Congresso nazionale Fabi torna a interessarsi di politica italiana e dice: “Mi chiedete cosa deve fare il nuovo governo? Innanzi tutto evitare qualsiasi riferimento a un’uscita dall’euro, perché chi lo fa mette il paese a rischio rispetto ai mercati finanziari internazionali. Poi decide la maggioranza, ma non bisogna né citare né avanzare l’ipotesi di un’uscita dalla moneta unica. Inoltre, deve affrontare il nodo del debito pubblico e lavorare per recuperare sul fronte dell’occupazione”.

Poi a Oxford Messina a chi dalla platea inglese gli chiedeva quali sono le possibilità che l’Italia esca dall’euro o dall’Unione Europa, viste le uscite propagandistiche dei due grandi vincitori delle elezioni del 4 marzo, ha risposto: “Nessuna, zero. Sono sorpreso che fuori dall’Italia si possa pensare a questa eventualità. Anche il M5S e la Lega hanno cambiato la loro posizione. Un’uscita dell’Italia dall’Ue ha le stesse possibilità di un addio della Francia e della Germania. Quando si parla di ascesa dei nazionalismi, si deve parlare anche degli errori della amministrazione europea. È chiaro che a livello europeo sono stati commessi degli errori nel modo in cui si è gestita la crescita, la sicurezza e l’immigrazione. Ora, se la risposta di questi movimenti si inquadra in una cornice democratica, bisogna capire quali saranno le soluzioni adottate per affrontare i problemi che li hanno portati alla ribalta: in primis la disoccupazione. Se, dunque, questi movimenti riusciranno a risolvere queste questioni, ci potrebbe essere anche uno sviluppo positivo, ecco. I nazionalismi non sono negativi per definizione, lo sarebbero se si esprimessero contro i valori della comunità”.

Infine il 2 aprile scorso a Milano Messina ha detto, sempre commentando il voto: “Il trend è europeo e si è manifestato anche in Italia. Si sono spostati i pesi verso le forze politiche che hanno interpretato meglio le richieste di crescita più equa e di maggiore sicurezza».

Messina a favore di un governo M5S-Lega, come la scelta editoriale di quel “Corriere della Sera” che Urbano Cairo ha strappato a Mediobanca e rilevato proprio grazie ai massicci finanziamenti di Intesa Sanpaolo? Messina “politico” perché prepara un’alleanza con BlackRock, il più grande gestore del mondo che tanto conta in Italia? Sono solo retroscena di un’altra storia che prima o poi varrà la pena raccontare. Per ora si può solo constatare la distanza siderale di Messina dal siciliano Enrico Cuccia, padre di Mediobanca, per il quale il peccato veniale di un banchiere era fuggire con la cassa, ma quello mortale era di parlare.

 

 

Potere al Popolo per Filippo Albertin sindaco si presenta all’ex sede di BPVi, “monumento della finanza corrotta”. Ci sono anche Delle Femmine, Zogli e… una “visione politica”

Di Massimiliano Troncon vicenzapiu.com 10 maggio 2018

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Oggi, di fronte alla vecchia sede della Banca Popolare di Vicenza, è stato presentato il candidato sindaco, e la lista a suo sostegno, per Potere al Popolo. Potere al Popolo si definisce come un “fronte politico nazionale per la difesa dei diritti costituzionali e l’uguaglianza” e a Vicenza si propone come alternativa a quanto il centro destra e il centro sinistra hanno da offrire. Il candidato presentato è il quarantaduenne Filippo Albertin, nato a Padova ma residente a Vicenza da diversi anni, musicista ed organizzatore di eventi culturali.

Ha subito spiegato che la scelta dell’ex sede di BPVi come cornice della conferenza vuole essere un atto simbolico utile a rimarcare uno dei pensieri alla base del proprio movimento.

Le istituzioni politiche cittadine sono sempre state dalla parte dei poteri forti, e il caso Banca Popolare ne è un esempio. Speriamo che questo non si ripeta anche dopo le elezioni amministrative“. Banca Popolare di Vicenza è stata definita dal candidato come un “monumento della finanza corrotta” che riassume bene i problemi che, non solo in terra cittadina, vivono le persone. Per questo motivo, ha detto Albertin, “siamo qui per ribaltare l’ago della bilancia“, il cittadino oggi non deve più adeguarsi ad un potere troppo lontano dal popolo. A Vicenza, come nell’Italia intera, la politica è troppo lontana dai reali problemi dei cittadini. Ancora il candidato: “centro destra e centro sinistra sono ormai due facce della stessa medaglia. Per questo, se non dovessimo arrivare al ballottaggio finale, non sosterremo assolutamente alcun altro candidato“.
La lista che è stata presentata mette insieme un gruppo eterogeneo di lavoratori vicentini, sui quali Albertin ripone grande fiducia. Tra i vari nomi presentati, quello dell’ex preside dell’Istituto Almerico Da Schio Enrico Delle Femmine, nonché capolista, e quello di Enrico Zogli, fondatore di Festambiente Vicenza, festival che si svolge ormai da qualche anno ad inizio estate presso Parco Retrone.
La priorità della lista, ha spiegato il candidato sindaco, è quella di ribaltare quella condizione per la quale “solo le solite cricche decidono“. Dal punto di vista operativo invece le priorità sono state riassunte in alcuni punti: quello, primario, del lavoro (troppi morti bianche nel vicentino); dell’ambiente; della mobilità (che secondo Albertin va affrontato aprendo un dialogo che coinvolga anche le zone limitrofe alla città) e la valorizzazione del centro storico in termini di aumento delle risorse da destinare alle attività.
Anche noi abbiamo a cuore il tema della sicurezza”, ha poi spiegato il capolista Delle Femmine, “la sicurezza però va coniugata al sociale, tutto il resto è solo propaganda politica” ha affermato puntando il dito contro i candidati che fanno della sicurezza il loro tema di punta in campagna elettorale.
Potere al Popolo dunque si vuole proporre come un’alternativa per i vicentini che si sentono stanchi della solita politica, per la quale la differenza tra destra e sinistra sembra venire meno a favore di semplici interessi politici. Resta solo da vedere se questo basterà per arrivare al ballottaggio, ma di sicuro quella di Albertin e della sua lista è una “visione politica”.

Segue lista candidati:

Enrico Delle Femmine

Irene Rui

Alfredo Spano

Laura Baghin

Antonio Pedalino

Elena Ambrosini

Filippo Romeo

Paola Girardello

Paolo Consolaro

Rita Carmela Romeo

Morteza Nirou

Adriana Marigliano

Raffaele D’Alessandro

Maria Teresa Fabris

Enrico Zogli

Rita Armeni

Sergio Lovo

Marco Orlandi

Marcello Limoli

Alessandro Fagagnoli

Giorgio Enrico Dal Ponte

Arnaldo Cestaro

Borsa Italiana oggi/ Milano news: Banco Bpm a -4,3%, Enel a -3,2% (10 maggio 2018)

Borsa italiana news. Piazza Affari oggi affronta ancora l’incertezza politica italiana. Non mancherà uno sguardo ai dati degli Usa. Gli aggiornamenti sulle azioni più importanti

Borsa italiana, LapresseBorsa italiana, Lapresse

PIAZZA AFFARI, AGGIORNAMENTO DELLE ORE 15:55

La Borsa italiana cede l’1,1% e sul listino principale troviamo in rialzo solamente Buzzi (+0,5%), Fca (+0,2%), Moncler (+0,9%), Poste Italiane (+0,1%), Stm (+0,5%), Unicredit (+1,4%) e Yoox (+0,5%). I ribassi più ampi sono quelli di A2A (-3,4%), Atlantia (-1,3%), Azimut (-2%), Banco Bpm (-4,3%), Brembo (-1,8%), Cnh Industrial (-1,3%), Enel (-3,2%), Eni (-1,7%), Fineco (-2,3%), Generali (-1,1%), Intesa Sanpaolo (-1,1%), Leonardo (-2,7%), Mediobanca (-1,3%), Pirelli (-1,1%), Prysmian (-1,2%), Recordati (-1,2%), Saipem (-1,4%), Snam (-1%), Telecom Italia (-2,7%), Tenaris (-1,2%) e Terna (-1,6%). Fuori dal listino principale Smre sale del 12,4%, mentre Astaldi cede il 4,7%. Il cambio euro/dollaro sale sopra quota 1,19, mentre lo spread tra Btp e Bund supera i 137 punti base.

PIAZZA AFFARI, AGGIORNAMENTO DELLE ORE 10:10

La Borsa italiana guadagna lo 0,1% e sul listino principale troviamo in rosso A2A (-2,5%), Banco Bpm (-3,1%), Brembo (-0,4%), Enel (-1,6%), Exor (-0,2%), Fineco (-0,2%), Intesa Sanpaolo (-0,2%), Luxottica (-0,1%), Mediaset (-0,1%), Prysmian (-0,7%), Recordati (-0,5%), Saipem (-0,7%), Snam (-0,1%), Stm (-0,2%), Telecom Italia (-1,4%), Tenaris (-0,9%) e Terna (-0,8%). I rialzi più significativi sono quelli di Azimut (+0,7%), Bper (+1,2%), Fca (+1,1%), Moncler (+1,4%), Poste Italiane (+3,4%), Ubi Banca (+0,7%), Unicredit (+2,7%) e Unipol (+1%). Fuori dal listino principale Smre sale dell’11,7%, mentre Ambromobiliare cede il 3,3%. Il cambio euro/dollaro sale sopra quota 1,185, mentre lo spread tra Btp e Bund sfiora i 135 punti base.

PIAZZA AFFARI ATTENDE DATI DAGLI USA

La giornata odierna prevede alcuni dati macroeconomici interessanti. Alle 10:00 la produzione industriale italiana per il mese di marzo: le attese sono per un incremento dello 0,4%, in netto miglioramento rispetto alla discesa di febbraio. Mezz’ora più tardi anche la produzione industriale del Regno Unito: è previsto un aumento dello 0,2%, più o meno in linea con il risultato precedente. Sempre alla stessa ora anche la produzione manifatturiera: in questo caso è attesa una contrazione dello 0,2%, in linea con il risultato precedente. Alle 13:00 la decisione sui tassi di interesse in Inghilterra: gli analisti non si attendono particolari variazioni con il costo del denaro che dovrebbe rimanere allo 0,5%. Alle 14:30 le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti: le attese sono per un dato a 218 mila unità, in lieve aumento rispetto alla settimana precedente. Sempre alla stessa ora il dato però più significativo della giornata: l’inflazione per il mese di aprile. Le attese sono per una crescita dello 0,2% che significherebbe, annualizzato, un incremento del 2,2%.

Ieri Piazza Affari ha chiuso con un rialzo dello 0,51% a quota 24.266 punti. Particolarmente in luce sono stati i titoli bancari con Bper che ha fatto registrare un balzo di oltre otto punti percentuali. Molto bene anche Ubi Banca che ha guadagnato il 3,5%. Più cauta Intesa che è salita solo dello 0,5% mentre Unicredit ha guadagnato l’1,22%. Male, invece, Fca che ha lasciato sul terreno quasi due punti percentuali. Molto bene, invece, i titoli legati al petrolio che hanno beneficiato del rialzo dei prezzi: Saipem ha guadagnato quasi sei punti. Bene anche Eni che è salita del 2,77%. Ancora male Telecom Italia che alla fine della seduta ha mostrato un -1,54% mentre Azimut ha perso poco più di un punto percentuale. Lo spread fra Btp e Bund ha chiuso in rialzo, sui massimi della giornata a 131,9 punti. In rialzo il rendimento del Btp decennale che si è attestato all’1,88%.

BOCCIATI I DIOSCURI – ALLA BORSA NON PIACE IL GOVERNO GIALLO-VERDE – PIAZZA AFFARI LA PEGGIORE D’EUROPA: PERDE L’1,38% (E PENSARE CHE IERI ERA STATA LA MIGLIORE) – LO SPREAD SFIORA QUOTA 140 – A PESARE, LE PROMESSE ELETTORALI DI LEGA E M5S CHE SCASSEREBBERO I CONTI PUBBLICI

Dagospia.com 10 maggio 2018

Francesca Gerosa www.milanofinanza.it

I mercati europei sono contrastati, ma Piazza Affari si conferma la peggiore in un contesto di nervosismo per il delinearsi del nuovo quadro politico. Mentre il Dax segna un +0,32%, il Cac40 un -0,14% e il Ftse100 un -0,36%, l’indice Ftse Mib cala dell’1,38% a quota 23.930 punti e lo spread dell’Italia con la Germania ha toccato oggi livelli che non vedeva da fine marzo. Ora scambia a 137,1 punti base con il rendimento del decennale italiano all’1,92%.

Il differenziale di rendimento con la Spagna, che meglio individua il rischio Paese legato all’Italia, è montato stamani fino a 64 punti base, dopo aver iniziato la settimana a 50 punti base. “”Quello che stupisce è che questa ipotesi che sta prendendo corpo, il governo M5S-Lega, fosse stata finora ignorata dal mercato”, ha affermato un trader. “Agli ambienti finanziari questo governo non piace, ma non è un dramma: non credo infatti che verranno compiute azioni politiche radicali. Inoltre i fondamentali sono migliori rispetto a qualche anno fa”.

In una nota, il leader della Lega, Matteo Salvini, e quello del M5s, Luigi di Maio, hanno annunciato di aver fatto “significativi passi in avanti” nell’individuazione del premier e nella composizione dell’esecutivo, e hanno assicurato “tempi brevi” per il varo del nuovo governo. “Il tasso del decennale potrebbe tornare in area 2-2,05%. D’altra parte da marzo si era visto un incessante flusso d’acquisti, che definirei acquisti automatici, che sembravano non tenere affatto conto della possibilità che adesso si delinea con concretezza”, ha aggiunto un altro trader.

“Stiamo assistendo al profilarsi di quella che è l’ipotesi più temuta dal mercato ovvero la formazione di un governo Lega-M5S”, ha affermato uno strategist di Ig, indicando come “anche se i due partiti hanno ridimensionato le loro posizioni più estreme, restano dubbi perché entrambi perseguono programmi che porterebbero a un maggiore deficit”.

Dato che il mercato desidera politiche che puntano alla diminuzione del debito, “assistiamo a vendite sui titoli di Stato italiani, con l’allargamento dello spread verso diversi Paesi”, ha spiegato l’esperto. Tuttavia, con la formazione di un governo Lega-M5S, “anche se assisteremo a un impatto negativo, questo non dovrebbe essere violento. Poi si vedrà nel lungo termine” in base alle politiche del nuovo esecutivo, ha concluso lo strategist.

Stamane il Tesoro ha collocato 6,5 miliardi di Bot a 12 mesi, con tassi in rialzo. Sono rimasti negativi a -0,361% ma con una risalita di quattro punti base rispetto all’asta precedente. La domanda ha sfiorato i 9 miliardi di euro con un rapporto di copertura di 1,38. La vera prova è il collocamento di domani quando verranno offerti tra 5,25 e 6,75 miliardi di euro nelle aste dei Btp a 3, 7 e 15 anni.

Il dollaro è poco mosso, sostenuto dalla risalita del tasso del decennale Usa oltre la soglia del 3%. Gli investitori sono in attesa dei numeri dei prezzi al consumo statunitensi in aprile che potrebbero evidenziare un’accelerazione dell’inflazione. Le attese degli economisti prospettano un rialzo dell’inflazione core a 2,2% su anno dal 2,1% di marzo. Il cross euro/dollaro scambia al momento a 1,1887. A trascinare al ribasso il listino milanese le performance di Banco Bpm  (-3,5%) e A2a  (-3,2%%) dopo la pubblicazione delle trimestrali. Male anche Enel  (-2,7%) e Tim  (-2,5%). Acquisti invece su Poste Italiane  (+2,4%) e Unicredit  (+1,8%) premiate dopo i conti.

Il teorema di Mynsky e il nuovo governo dell’Italia

 Giuseppe Pennisi formiche.net 10 maggio 2018

Il teorema di Mynsky e il nuovo governo dell’Italia

Il nuovo governo italiano, su cui ancora è difficile fare congetture, dovrà fare i conti con una nuova crisi mondiale. Sarà in grado di fargli fronte?

È difficile fare congetture, in queste ore, su quale sarà la struttura del nuovo governo dell’Italia. È tuttavia da auspicare che chi avrà responsabilità in materia economica abbia dimestichezza con quello che in gergo viene chiamato il “teorema di Mynsky” dal nome dell’economista americano (di origini bielorusse) Hyman Philip Minsky (1919- 1995). Le sue analisi ebbero una notevole popolarità anche in Italia a cavallo tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta (del secolo scorso), ma poi vennero quasi dimenticati. Negli Stati Uniti, il Levy Economics Institute del Bard College è il “pensatoio” che più coltiva i suoi studi, che in questi anni, tuttavia, sembrano avere poca popolarità; altrimenti, le manovre monetarie “non convenzionali” per uscire dalla crisi iniziata nel 2008 sarebbe state improntate a maggiore cautela.

La teoria di Mynky sull’instabilità finanziaria congenita al sistema economico internazionale può essere sintetizzata in poche parole. In periodo di espansione dell’economia reale, cresce anche il credito nella sua funzione di motore dell’economia e gli operatori diventano spericolati (nella convinzione che in tempi di vacche grasse occorre approfittarne per ingrassarne ancora di più. Ne consegue l’ipervalutazione di alcune attività economiche (nel 2007-2008 la miccia fu l’edilizia residenziale) e, quindi, la crisi finanziaria. Ne siamo usciti – lo sappiamo- grazie ad una politica monetaria coraggiosa ed innovativa, sia in Europa sia negli Usa (nonché in altre parti del mondo).

Ma siamo di nuovo alle soglie di una nuova crisi, in parte determinata dagli strumenti con cui siamo “usciti” da quella iniziata nel 2008. Il rallentamento dell’economia mondiale di cui ci avvertono Fondo Monetario ed Ocse è un primo segnale. Uno più preoccupante sono i dati sul debito. Il debito mondiale ha raggiunto l’incredibile cifra di 240.000 miliardi di dollari, ovvero il 335% del Pil mondiale. Il debito americano, benché costituisca una parte non eccessiva del totale mondiale (poco più del 9% dell’astronomico cumulo di 217mila miliardi stimato all’inizio di gennaio dall’Institute for International Finance, pari al 325% del Pil mondiale), è pur sempre il primo in assoluto. Ma anche la classifica in rapporto al Pil vede ormai gli Usa piazzati all’ottavo posto, dinnanzi a casi comunemente ritenuti assai più gravi, come quello della Spagna. Se si considera poi il cruciale “debt-to-revenue ratio” (cioè il rapporto con le entrate del governo federale, il denaro con cui il debito andrebbe onorato), si entra in un vero campo minato: il passivo è quasi dieci volte superiore alle entrate.

La stretta monetaria in atto è dolce proprio per impedirne un’esplosione. Gli investimenti, gli effetti più diretti si faranno sentire ovviamente sul comparto obbligazionario, dove nei prossimi mesi assisteremo a un riequilibrio tra la domanda e l’offerta. Già adesso il rating medio sui corporate bonds e BB-+, poco di più a quello attribuito, dalle principali agenzie, alle “obbligazioni spazzature”.

Inoltre, per la prima volta, tutte le principali banche centrali saranno simultaneamente impegnate nella “ripulitura” e riduzione delle dimensioni dei propri bilanci. Dopo l’inondazione di liquidità degli ultimi anni, le economie di mezzo mondo dovranno ora provare a camminare da sole nella nuova fase del ciclo. Nei prossimi mesi la Fed continuerà ad innalzare il livello dei tassi, mentre la quantità dei titoli acquistati dalla Bce sta dimezzando.

È in questo contesto che si troverà ad operare il nuovo esecutivo. Dalla fine degli anni ottanta, anche grazie a Minsky, abbiamo appreso molto in materia di crisi finanziarie. Il servizio studi Bce ha pubblicato in questi giorni un bel volume sulla “rete di sicurezza” ora in atto. Tuttavia, tenendo presente il nostro alto debito pubblico, non sarà facile preparare ed attuare una politica economica ben articolata.

Veneto Banca, arriva un’altra maxi-multa da tre milioni di euro

http://www.venetoeconomia.it/10 maggio 2018

Veneto Banca

In tutto fanno quasi tre milioni. È questa la somma delle multe inflitte da Banca d’Italia ai cda di Veneto Banca guidati prima da Flavio Trinca e poi da Francesco Favotto, che dovranno saldare il conto insieme ad altri 27 membri della governance. Come scrive il Corriere del Veneto, le due sanzioni più consistenti ruotano attorno alla figura dell’ex dg Vincenzo Consoli: la prima, che sfiora gli 800 mila euro, punisce Trinca con 93 mila euro e altri dieci consiglieri con 70 mila euro a testa per aver mantenuto Consoli al vertice operativo della banca anche nella fase di transizione verso il nuovo cda; la seconda, che supera il milione e mezzo, punisce Favotto con 186 mila euro e altri dieci consiglieri con cifre tra 163 mila e 70 mila euro per le carenze nel bilanciamento dei poteri e nell’organizzazione.

A Consoli la sanzione più pesante

Dal canto suo, Consoli ha ricevuto una multa di oltre 258 mila euro per il «non corretto esercizio dei poteri di gestione» e per gli stessi motivi contestati al cda guidato da Favotto. Poco meno di 400 mila euro in tutto, infine, per altre sei figure della direzione e dei collegi sindacali, che hanno rimediato altrettante multe comprese tra 70 mila e 35 mila euro. Le sanzioni di Bankitalia risalgono al dicembre 2017, ma sono state rese note solo adesso. I 29 multati comunque hanno già fatto ricorso alla Corte d’Appello, che si occuperà della vicenda a partire da gennaio 2019. Per gli ex vertici di Veneto Banca si tratta della seconda maxi-multa in pochi mesi, dopo quella di 5,4 milioni ricevuta lo scorso agosto dalla Consob.

Banco Bpm, che cosa farà su Npl e Gacs

 startmag.it 10 maggio 2018

fintech

Banco Bpm archivia il primo trimestre dell’anno con un risultati buoni ma inferiori rispetto alle stime degli analisti e si prepara a un piano di vendite di Npl da 5 miliardi entri giugno.

Sono questi gli aspetti salienti emersi dalla pubblicazione dei dati sui primi tre mesi del 2018 di Banco Bpm e dalle parole dell’amministratore delegato, Giuseppe Castagna.

LA SINTESI E LA PROSPETTIVA

Il gruppo Bpm ha registrato un utile netto di 223 milioni, quasi il doppio rispetto ai 115 milioni registrati nello stesso periodo del 2017. Sul risultato – che è lievemente inferiore alle stime del consensus, pari a 240 milioni – ha inciso in particolare la plusvalenza di 176 milioni legata al riassetto nella bancassicurazione, con la cessione del 65% delle joint venture con Unipol e Aviva a Cattolica Assicurazioni, scrive oggi il Sole 24 Ore.

I NUMERI ESSENZIALI DELLA TRIMESTRALE

Banco Bpm chiude il primo trimestre con un utile netto di 223 milioni, raddoppiato rispetto ai 115 milioni al 31 marzo 2017. Migliora il bilancio dei crediti deteriorati netti, in calo di 1,7 miliardi rispetto a fine anno, con un’incidenza sul totale degli impieghi in calo dal 12,1% (fine 2017) al 10,7%. L’istituto segnala anche un incremento delle coperture dei crediti deteriorati lordi, che passano dal 48,8% del 31 dicembre 2017 al 53,8%.Nei primi tre mesi del 2018, informa il gruppo in una nota, gli impieghi a clientela sono pari a 106,2 miliardi, di cui in bonis +0,1% e deteriorati -12,8% rispetto al 31 dicembre 2017 per effetto principalmente delle rettifiche e delle riclassifiche IFRS9.

I NUMERI SULLA RACCOLTA

La raccolta diretta da clientela si attesta a 107,9 miliardi (107,3 miliardi a fine dicembre 2017): si conferma la tendenza alla crescita della raccolta ‘core’ conti correnti e depositi a vista (+ 0,9 miliardi rispetto a fine esercizio) e alla flessione delle forme di raccolta più onerose (-1,1 miliardi per le obbligazioni). La raccolta indiretta a clientela, spiega l’istituto, è a 91,6 miliardi di euro (rispetto a 97,4 miliardi al 31 dicembre 2017), in calo del 6,0%.

MARGINE DI INTERESSE E NON SOLO

Il margine di interesse si attesta a 595,1 euro, al netto delle riclassifiche IFRS 9 tale dato si attesta a 529,4 milioni rispetto ad 516,9 milioni del primo trimestre 2017 (dato al netto dell’effetto non ricorrente degli interessi su finanziamenti TLTRO-II relativi al 2016). Le commissioni nette sono pari a 476,5 milioni rispetto ai 515,8 dei primi tre mesi del 2017. Gli oneri operativi calano a 769,5 milioni rispetto ai 770,3 milioni del 31 marzo 2017. Il risultato lordo di gestione è pari a 398,2 milioni di euro rispetto ai 402,8 milioni del 31 marzo 2017. Il risultato netto finanziario è pari a 29,3 milioni di euro rispetto ai 36,9 milioni del corrispondente periodo dello scorso esercizio. Il totale dei proventi operativi ammonta a 1.167,7 milioni.

I PROSSIMI PASSI

La banca conferma il piano di derisking che prevede il perfezionamento della cessione di circa 5 miliardi di sofferenze entro giugno 2018. Il Cet1 fully phased pro forma sale a 12,1%; mentre phased in è al 13,48%.

LA NOTA DELLA BANCA

La gestione ordinaria di Banco Bpm – si legge in una nota dell’istituto – nel corso dei prossimi trimestri resterà improntata al recupero di redditività, che trarrà vantaggio dagli effetti sinergici derivanti dalla fusione.

LE PAROLE DI CASTAGNA

Il processo di ottimizzazione e contenimento costi, ha spiegato l’amministratore delegato Giuseppe Castagna, “ci permetterà di procedere velocemente nel piano di derisking già annunciato nello scorso trimestre”. Il gruppo, ha aggiunto, ha “molte opzioni” per andare oltre il piano, anche grazie al contributo dell’operazione Exodus che prevede la cessione di 5 miliardi di crediti deteriorati attraverso gacs.

IL PIANO IN CANTIERE SUGLI NPL

Per il piano di cartolarizzazione ci sono “dieci-quindici soggetti interessati”, ha spiegato. Castagna ha ricordato che il prossimo giugno la banca avrà ridotto in 18 mesi i propri npl di 10,4 miliardi. “Nelle ultime settimane stiamo ricevendo molte opportunità per vendere la nostra piattaforma di gestione con altri npl oltre a quelli già previsti nel piano”, ha evidenziato Castagna spiegando che l’istituto ha un livello di copertura dei crediti deteriorati che permette di essere “pronti per cogliere ogni occasione”.

Vini Zonin, Il Sole 24 Ore: “un socio Usa per la Borsa”

Rassegna stampa Vicenzapiu.com 10 maggio 2018

Settanta milioni di euro. È più o meno la cifra necessaria per l’aumento di capitale che la famiglia Zonin, aiutata dall’advisor Mediobanca, avrebbe in mente per la controllata Casa Vinicola Zonin 1821, una delle maggiori aziende del settore, con una importante propensione all’export (circa il 90% dei ricavi viene generato fuori dall’Italia). Il nuovo socio, secondo le attese, dovrebbe essere preferibilmente straniero. L’obiettivo sarebbe infatti quello della crescita internazionale del gruppo, anche tramite acquisizioni, per aggiungere nuovi marchi e attività alle etichette Principi di Butera, Ca’ Bolani, Tenuta il Bosco e ai vigneti americani della Barboursville: la tenuta si trova in Virginia su una superficie di 500 ettari, di cui 90 a vigneto.

La strategia sarebbe proprio quella di un’espansione sul promettente mercato americano tramite altre acquisizioni.

Il dossier sarebbe stato esaminato da grandi fondi americani, come ad esempio Blackstone. Anche qualche fondo italiano ci avrebbe dato un’occhiata, come Idea Taste of Italy, il gruppo finanziario che ha come sponsor il gruppo De Agostini: nota per aver rilevato di recente la casa vinicola Botter, proprio Taste of Italy starebbe guardando ad altre operazioni di aggregazione. Dopo la fase delle manifestazioni d’interesse, ora sembra arrivato il momento di raccogliere concretamente le offerte: proprio in questi giorni sarebbero infatti attese le proposte non vincolanti. Il nuovo socio potrebbe entrare con una quota corposa, tra il 30% e il 40%, con una valutazione del gruppo che potrebbe assestarsi su oltre 300 milioni di euro.

Tuttavia l’operazione non sembra così semplice, anzi si caratterizza per diversi elementi di complessità. Il riassetto della Casa vinicola di Gambellara avviene infatti in un momento cruciale per la famiglia Zonin. L’ex banchiere Gianni Zonin infatti ha lasciato la guida societaria e ha ceduto le quote ai figli per le sue vicissitudini da ex presidente della Banca Popolare di Vicenza, un passato che è sotto l’esame della Procura vicentina con il rinvio a giudizio chiesto nell’autunno scorso (a fianco di tutto l’ex vertice) per il crac dell’istituto di credito.

Ora i riflettori sono sulle mosse della magistratura con la possibilità, per ora soltanto teorica, che nell’ambito dell’azione di responsabilità civilistica ci possa essere una richiesta di risarcimento che coinvolga i beni vinicoli della famiglia, malgrado le quote azionarie di Gianni Zonin siano state cedute ai figli, i fratelli Domenico, che del gruppo è diventato presidente nel 2016, Francesco e Michele.

Il tema sotto osservazione è infatti che l’operazione con il nuovo socio estero sarà in aumento di capitale e non verranno cedute quote dalla famiglia: i soldi dovranno dunque restare in azienda per lo sviluppo internazionale.

di Carlo Festa da Il Sole 24 Ore 

Banco Bpm stringe sulla cessione di Npl

S.N. finanza report.it 10 maggio 2018

Nel trimestre utile sotto attese, ma il focus è sul piano di derisking. Via 5 miliardi di sofferenze entro giugno, 10-15 soggetti interessati, l’ad Castagna apre a un’operazione “stile” Intesa Sanpaolo


Risultati misti per Banco Bpm nei primi tre mesi dell’anno, almeno rispetto alle stime degli analisti. Il focus però è sull’accelerazione del piano di derisking, cui si aggiunge un’apertura del management alla cessione della piattaforma di Npl sul modello della recente operazione “benchmark” di Intesa Sanpaolo con gli svedesi di Intrum.

Sul fronte dei conti la banca lombardo-veneta ha chiuso il trimestre con un utile netto di 223 milioni di euro (115 milioni nel pari periodo 2017) che si confronta con attese del consensus per 255 milioni. Il risultato beneficia della plusvalenza di 176 milioni legata agli accordi di bancassicurazione con Cattolica.

I ricavi si attestano a 1,167 miliardi, in calo dello 0,5% e migliori delle attese per 1,136 miliardi. In particolare, il calo delle commissioni (-7,6%) è stato compensato dalla crescita del margine di interesse (+8,5%). Gli oneri operativi segnano 769,5 milioni (-0,1%), mentre il rapporto cost/income passa al 65,9% dal 65,7%.

Sul lato patrimoniale, il coefficiente Cet1 fully phased pro forma è al 12,1% (al 13,48% il dato phased-in).

Ricco di dettagli il capitolo legato alla qualità del credito. Se da fine 2017 i crediti deteriorati netti sono calati di 1,7 miliardi, per un’incidenza sul totale impieghi al 10,7% (dal 12,1%), viene confermata la cessione di 5 miliardi di sofferenze con garanzia pubblica (Gacs) entro il primo semestre. I rating delle tranche della cartolarizzazione sono attesi entro maggio e l’istituto ha già avviato contatti con gli investitori per il collocamento delle tranche Junior e Mezzanine. I soggetti interessati sarebbero 10-15, secondo quanto rivelato dall’ad Giuseppe Castagna.

Il progetto è stato chiamato “Exodus” e consentirà a Banco Bpm di completare oltre il 70% del piano complessivo di cessione degli Npl. Resteranno poi da cedere 3,5 miliardi entro il 2020 dopo i 9,5 miliardi venduti complessivamente dal 2016. Il portafoglio Exodus sarà composto al 74% da crediti secured (26% unsecured) e comporterà la riduzione di circa 1,3 miliardi di asset ponderati per il rischio. Gli effetti contabili dell’operazione saranno inclusi nei conti del primo semestre.

In conference call con gli analisti Castagna ha inoltre accennato alla recente transazione di Intesa Sanpaolo. “Dopo l’importante operazione – ha spiegato – abbiamo ricevuto diverse opportunità per vendere la nostra piattaforma di gestione insieme ad altri npl oltre a quelli la cui cessione è già prevista nel piano”. Castagna ha aggiunto che la banca manterrà “un comodo livello di copertura” in modo da “poter esplorare qualsiasi opportunità” e “andare oltre gli obiettivi del piano di derisking”.

Il mercato però guarda soprattutto ai numeri sotto le attese e in Borsa le azioni Banco Bpm aprono oggi in calo. Il titolo alle ore 9,06 cede il 3% a 2,96 euro.

“Siamo nelle mani di Salvini”, disse l’importante banchiere. “Liquidarlo non sarà indolore”

https://www.maurizioblondet.it/ 9 maggio 2018 Maurizio Blondet

L’articolo è del 6 maggio, su Italia Oggi. Firmato da Giuseppe Turani, giornalista economico di lunghissimo corso, sempre interprete dei poteri forti diciamo così progressisti. “Siamo nelle mani di Salvini”, è il titolo dell’articolo.
A parlare è un “importante banchiere” con cui Turani è a colazione a Milano. L’importante banchiere: «La mia prima preoccupazione è che Berlusconi non riesca a tenere a freno Salvini e che alla fine si faccia un governo Di Maio-Salvini. Sarebbe una catastrofe».
Turani: Ma sarebbero subito bloccati dall’Europa e dai mercati, per fortuna c’è lo spread, che potrebbe rimettersi a volare
Risposta. Non credo a questi automatismi. Sono tutte cose che richiedono tempo. Per essere realizzate e per trovare delle alternative. Non si tratta di passaggi semplici .
Turani: Ma cosa vuole che combini un governo, eventuale, Di Maio-Salvini.
R. Sa, all’inizio possono fare tante cose demagogiche per procurarsi il favore popolare. E questo renderebbe ancora più difficile una loro liquidazione. Liquidazione che dovrebbe avvenire comunque per vie extra-parlamentari. Insomma, se arriva un governo populista, che fa cose populiste e che ha i voti in parlamento, poi toglierselo di torno non sarà una cosa semplice, e nemmeno indolore.

 

 

Soppesate la paura che traspare, del “favore popolare”, e le minacce. “Liquidazione”  –  “per via extraparlamentare”. “Non sarà indolore”.
Anche il resto dell’intervista è istruttiva.

https://www.italiaoggi.it/amp/news/siamo-in-mano-a-matteo-salvini-2236812?__twitter_impression=true

D. Non pensa che Berlusconi riesca a tenere a freno Salvini impedendogli di andare con i grillini?

R. Berlusconi ha 81 anni e, età a parte, non è più quello di una volta, ha meno voti. In più, Bossi gli doveva molto, Salvini non gli deve niente. Salvini, inoltre, è un moderno conquistatore, uno che guarda dritto al risultato. Di amicizie, solidarietà, tradizioni non gli importa nulla. Lui vuole arrivare al potere e basta. Disponibile a tutto. Oggi il vero pericolo è lui. È lui che potrà darsi un governo di grande coalizione o un governaccio con Di Maio. Sembra incredibile, ma siamo finiti nelle sue mani.

Chissà chi sarà  l’importante banchiere. Uno si domanda quanto sia contiguo a quel Carlo De  Benedetti che ha sparato: “Salvini è antisemita, anti-europeo e finanziato da Putin”.

Salvini ha anunciato querela per diffamazione.  Deve assolutamente farla. Può scucire dei bei soldini.

 

BANCHE GOLPISTE E LA NECESSITA’ DI UNA NUOVA, VERA, VIGILANZA DEMOCRATICA

 scenarieconomici.it 10 maggio 2018

Cari amici,

Immaginiamo se nel novembre 1970 un giornalista avesse intervistato un Generale dei Carabinieri che gli avesse detto che in Italia non sarebbero stati accettabili governi di centrosinistra e che per evitarlo si sarebbe ricorso a “Vie extraparlamentari“. Avremmo giustamente avuto un’indagine approfondita, anche a livello parlamentare , e quindi arresti, tribunali, condanne etc.

Ieri è successo qualcosa che, in altri tempi, con altre sensibilità, avrebbe portato agli stessi risultati. Da Italia Oggi, estratto di un’intervista di Giuseppe Turani ad un misterioso grosso banchiere milanese:

 

Domanda. Ma sarebbero subito bloccati dall’Europa e dai mercati, per fortuna c’è lo spread, che potrebbe rimettersi a volare

Risposta. Non credo a questi automatismi. Sono tutte cose che richiedono tempo. Per essere realizzate e per trovare delle alternative. Non si tratta di passaggi semplici .

D. Ma cosa vuole che combini un governo, eventuale, Di Maio-Salvini.

R. Sa, all’inizio possono fare tante cose demagogiche per procurarsi il favore popolare. E questo renderebbe ancora più difficile una loro liquidazione. Liquidazione che dovrebbe avvenire comunque per vie extra-parlamentari. Insomma, se arriva un governo populista, che fa cose populiste e che ha i voti in parlamento, poi toglierselo di torno non sarà una cosa semplice, e nemmeno indolore.

“LIQUIDAZIONE CHE DOVREBBE AVVENIRE COMUNQUE PER VIE EXTRA PARLAMENTARI, INSOMMA , SE ARRIVA UN GOVERNO POPULISTA E FA COSE POPULISTE E CHE HA I VOTI IN PARLAMENTO, POI TOGLIERSELO DI TONO NON SARA’ UNA COSA SEMPLICE , E NEMMENO INDOLORE”

Ho voluto riscriverne le parole perchè vediamo come un eventuale governo Lega – Movimento 5 stelle non avrà nemici politici, ma dovrà temere in modo molto più profondo. Il terrore è che faccia cose “Popolari” cioè gradite ed utili per il popolo, diventando quindi democraticamente ed istituzionalmente inattaccabile, ed allora la sua eliminazione sarà per via “Extraparlamentare” cioè:

  • violenta, tramite un Golpe;
  • violenta , tramite assassinio dei suoi leader;
  • non violenta, tramite calunnie ed accuse costruite ad hoc dalle macchine del fango;
  • un mix delle precedenti.

Dove sono i giudici inquirenti d’assalto ? Dov’è il Presidente della Repubblica ? Nessuno chiede a Turani chi ha detto queste pericolosissime parole ? Nessuno indaga  chi possa essere il banchiere ? Ci rendiamo conto che è un golpe di un nucleo piccolo, eterodiretto, di grandi banchieri e di grandi capitali, che non avrebbero nessun problema ad intervenire in modo violento?

Un motivo per le mancate domande c’è, e lo spiega proprio il banchiere in una domanda successiva:

D. Che cosa mi dice dei giornali, dei maggiori almeno?

R. Guardi, il Corriere mi sembra che stia migliorando, è ancora un po’ troppo dalla parte grillina, ma si sta correggendo., la Repubblica, invece, mi sembra in un vicolo cieco: non hanno creduto a Renzi, ma ai suoi avversari. Solo che i suoi avversari stanno scomparendo dalla politica. In sostanza, Repubblica sponsorizza quello che non c’è. Non aveva mai fatto questo errore. In più mi sembrano sempre più chiusi in se stessi.

Anche gli Oceani non respirano più!!!

 scenari economici.it 10 maggio 2018

E’ di qualche ora fa la scoperta di una delle più grandi “zone morte” nel Mar Arabico (Golfo di Oman), che rende impossibile la vita marina, probabilmente dovuto ai cambiamenti climatici, agli scarichi in mare di acque inquinate, nonché all’uso di fertilizzanti. Per anni queste zone sono state inesplorate per motivi di pirateria e tensioni legate alla politica interna dei paesi. Per otto mesi sono stati usati due Seagliders (robot sottomarini simili ad un sommozzatore), per comunicare dati relativi ai livelli di ossigeno nell’acqua e sulle correnti che trasportano il gas vitale da una zona marina all’altra, consentendo ai ricercatori di tracciare una mappa dell’ossigeno. I risultati si sono rilevati spaventosi, trovando una zona grande quanto la Scozia priva di ossigeno, una situazione che non è naturale ne frutto di bizzarre evoluzioni. Negli oceani sono presenti “zone morte” (zone minime di ossigeno), avente profondità tra i 200 e 800 metri con presenza di fertilizzanti ed acque calde che contengono poco ossigeno. In questa zona appena scoperta la situazione è devastante, l’oceano sta letteralmente soffocando, quando l’ossigeno è assente il ciclo chimico dell’azoto, un nutriente chiave per la crescita delle piante, cambia drammaticamente. Tanto che si produce ossido di azoto, un gas a effetto serra 300 volte più potente dell’anidride carbonica. Le simulazioni dell’ossigeno oceanico mostrano infatti una diminuzione del gas vitale nel prossimo secolo e un’espansione delle zone minime di ossigeno. Una piccola speranza potrebbe arrivare dalle correnti, in grado, forse, di “ridistribuire l’ossigeno”. Ma perché sperare sempre che la natura compensi i nostri errori quando abbiamo tutti gli strumenti per invertire una rotta pericolosa per noi e il nostro pianeta? Dovremmo ascoltare di più tutto ciò che ci circonda per capire fin dove possiamo arrivare… per non arrivare al punto di non ritorno. Senza gli oceani che assorbono la CO2 siamo in grande difficoltà per la nostra sopravvivenza.

Daniele Parlante dott. in economia ambientale

 

Iran, l’ultima beffa per Renzi: Trump fa saltare del tutto gli accordi miliardari siglati dalle aziende italiane nel 2016

Il presidente iraniano Hassan Rohani con il premier Matteo Renzi, Roma, 25 gennaio 2016 – TIZIANA FABI/AFP/Getty Images

Poco più di due anni fa, a fine gennaio del 2016, all’epoca del governo di Matteo Renzi, la visita in Italia del presidente iraniano, Hassan Rohani, fu salutata con squilli di tromba e con una sfilza di intese commerciali miliardarie siglate tra le maggiori aziende dei due paesi. Solo per fare alcuni esempi, il gruppo dell’acciaio Danieli siglò accordi per la ragguardevole cifra di circa 5,7 miliardi di euro; la società di servizi petroliferi Saipem, di cui Eni è prima azionista, nel gennaio del 2016 comunicò di avere raggiunto due intese (memorandum of understandingda circa 5 miliardi di dollari, cui se ne aggiunse una terza ad aprile dello stesso anno; e, ancora, Itinera, la società di costruzioni del gruppo Gavio, firmò intese per lo sviluppo di progetti infrastrutturali per 4 miliardi.

Il presidente iraniano Hassan Rohani con il premier Matteo Renzi, Roma, 25 gennaio 2016 – TIZIANA FABI/AFP/Getty Images

Ma annunciarono accordi simili anche le Ferrovie dello Stato, la controllata di Fincantieri Isotta Fraschini, il gruppo di costruzioni Pessina, Ansaldo Energia e Condotte“E’ soltanto l’inizio di un cammino – dichiarò l’allora premier Matteo Renzi – ci sono settori in cui possiamo fare di più: energia, oil and gas, ma anche piccole e medie imprese, investimenti in innovazione, infrastrutture, nel settore sanitario e in campo farmaceutico”.

Quella di Rohani era la prima visita europea del leader iraniano dopo la fine delle sanzioni al paese, decretata nel 2015 dal presidente americano, Barack Obama. “E’ il momento giusto per avviare accordi commerciali”, si disse. E il fatto che il presidente iraniano avesse scelto proprio l’Italia come prima destinazione europea nell’era del “dopo sanzioni” fu interpretato come un benaugurante segno del destino. “Puntiamo a raggiungere 3 miliardi di esportazioni dall’Italia all’Iran in due anni”, affermava speranzosa, nel gennaio del 2016, Licia Mattioli, presidente del comitato tecnico per l’internazionalizzazione e gli investitori esteri di Confindustria. Tanto per avere una cifra che consenta di fare un paragone, nel 2016, l’export italiano verso l’Iran valeva intorno agli 1,5 miliardi.

Ebbene, nulla di tutto questo. Oggi, a distanza di quasi due anni e mezzo, di quelle intese non si è fatto nulla e tutto quell’entusiasmo economico e politico e si è dissolto come una bolla di sapone. A dare il fatidico colpo di grazia a quell’impalcatura di accordi commerciali è stata la recente decisione del presidente americano, Donald Trump, di ritirarsi dall’accordo sul nucleare firmato nel 2015 con l’Iran, preannunciando l’imminente reintroduzione di sanzioni “molto dure” contro il paese.

Donald Trump. Jeff Swensen/Getty Images

Il contesto geopolitico era già cambiato, in peggio, ancora prima della decisione di Trump. “Tutte quelle intese siglate nel 2016 non si sono mai trasformate in veri e propri contratti– spiega una fonte – sia perché il vento già poco dopo era cambiato, sia perché sono mancati i finanziamenti”. I contratti miliardari, in altri termini, non avevano coperture finanziarie. “Sembra che all’origine dell’impasse sia la mancata copertura Sace (società pubblica che opera nei finanziamenti all’export, ndrai finanziamenti delle banche italiane ai committenti iraniani, ma ci sono ritardi anche nella concessione dei crediti stessi, nonché delle controgaranzie del governo di Teheran”scriveva Affari & Finanza nel mese di gennaio del 2017.

A supporto di questa tesi, si legge per esempio tra le righe del bilancio del 2017 di Saipem: “Alcuni di questi progetti, in particolare in Iran, nonostante siano stati assegnati a un contrattista, rimangono soggetti al reperimento dei finanziamenti necessari”. E, ancora, il 6 marzo del 2018, in occasione della presentazione agli analisti dei numeri di bilancio del 2017, l’amministratore delegato, Stefano Cao, ha spiegato: “In Iran c’è stata una fase di entusiasmo per Saipem che adesso si sta raffreddando. Abbiamo avuto un momento di entusiasmo, abbiamo anche siglato una serie di memorandum of understanding e poi c’è stato un raffreddamento. Al momento siamo impegnati con Total nella gara per il giacimento di gas South Pars e stiamo facendo piccoli studi di ingegneristica sulla raffinazione”.

Ora che l’entusiasmo si è dissolto, mancano i soldi e gli Stati Uniti stanno per reintrodurre le sanzioni sul nucleare, quelle intese miliardarie annunciate a raffica nel 2016 hanno l’amaro sapore della beffa.

Bpm, in uscita 5 miliardi di sofferenze. In chiusura altre 300 filiali

repubblica.it 9 maggio 2018

Il primo trimestre si è chiuso con un utile netto di 223 milioni di euro, quasi raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno passato

MILANO –  Banco Bpm ha chiuso il primo trimestre del 2018 con un utile netto di 223 milioni rispetto ai 115 milioni dello stesso periodo del 2017. In calo i crediti deteriorati netti, scesi di 1,7 miliardi di euro su fine 2017. L’utile è inferiore alle stime del consensus, pari a 240 milioni. I proventi operativi si sono attestati a 1,18 miliardi (-0,5%), con margine di interesse a 595 milioni (+8,5%) e commissioni nette a 476,5 milioni (-7,6%). In lieve flessioni gli oneri operativi, a 769,5 milioni (-0,1%), per un rapporto cost/income salito al 65,9% dal 65,7%. Quanto alla solidità patrimoniale, il coefficiente cet1 fully phased pro forma è al 12,1% (al 13,48% il dato phased-in). L’istituto sottolinea che continua ‘l’importante azione di derisking’ con crediti deteriorati netti in calo di 1,7 miliardi da fine 2017, per un’incidenza sul totale impieghi al 10,7% (dal 12,1%). Banco bpm punta inoltre a perfezionare la cessione di circa 5 miliardi di sofferenze entro giugno con un’operazione di cartolarizzazione e il ricorso alla garanzia pubblica gacs.

Nel primo trimestre del 2018 la raccolta diretta da clientela di Banco Bpm si è attestata a 107,9 miliardi di euro (erano 107,3 miliardi a fine dicembre 2017): anche nel trimestre si conferma la tendenza alla crescita della raccolta ‘core’ conti correnti e depositi a vista (+ 0,9 miliardi rispetto a fine esercizio) e alla flessione delle forme di raccolta più onerose (- 1,1 miliardi per le obbligazioni). La raccolta indiretta a clientela, spiega l’istituto, è a 91,6 miliardi di euro (rispetto a 97,4 miliardi al 31 dicembre 2017), in calo del 6,0%.

Gli impieghi a clientela arrivano a 106,2 miliardi, di cui in bonis +0,1% e deteriorati -12,8% rispetto al 31 dicembre 2017 per effetto principalmente delle rettifiche e delle riclassifiche IFRS9.

Nella conferenza con gli analisti, l’ad Giuseppe Castagna ha annunciato che chiuderà altre 312 filiali retail entro giugno. Il totale delle chiusure sarà così del 44% superiore al target 2019 previsto dal piano strategico. A fine giugno la rete banco Bpm sarà quindi composta da 1.934 filiali e l’istituto vede un’ulteriore potenziale di futura ottimizzazione di circa 200 filiali’: il ‘modello target potenziale’ è infatti di 1.700-1.800 Sportelli.