Iran, l’ultima beffa per Renzi: Trump fa saltare del tutto gli accordi miliardari siglati dalle aziende italiane nel 2016

Il presidente iraniano Hassan Rohani con il premier Matteo Renzi, Roma, 25 gennaio 2016 – TIZIANA FABI/AFP/Getty Images

Poco più di due anni fa, a fine gennaio del 2016, all’epoca del governo di Matteo Renzi, la visita in Italia del presidente iraniano, Hassan Rohani, fu salutata con squilli di tromba e con una sfilza di intese commerciali miliardarie siglate tra le maggiori aziende dei due paesi. Solo per fare alcuni esempi, il gruppo dell’acciaio Danieli siglò accordi per la ragguardevole cifra di circa 5,7 miliardi di euro; la società di servizi petroliferi Saipem, di cui Eni è prima azionista, nel gennaio del 2016 comunicò di avere raggiunto due intese (memorandum of understandingda circa 5 miliardi di dollari, cui se ne aggiunse una terza ad aprile dello stesso anno; e, ancora, Itinera, la società di costruzioni del gruppo Gavio, firmò intese per lo sviluppo di progetti infrastrutturali per 4 miliardi.

Il presidente iraniano Hassan Rohani con il premier Matteo Renzi, Roma, 25 gennaio 2016 – TIZIANA FABI/AFP/Getty Images

Ma annunciarono accordi simili anche le Ferrovie dello Stato, la controllata di Fincantieri Isotta Fraschini, il gruppo di costruzioni Pessina, Ansaldo Energia e Condotte“E’ soltanto l’inizio di un cammino – dichiarò l’allora premier Matteo Renzi – ci sono settori in cui possiamo fare di più: energia, oil and gas, ma anche piccole e medie imprese, investimenti in innovazione, infrastrutture, nel settore sanitario e in campo farmaceutico”.

Quella di Rohani era la prima visita europea del leader iraniano dopo la fine delle sanzioni al paese, decretata nel 2015 dal presidente americano, Barack Obama. “E’ il momento giusto per avviare accordi commerciali”, si disse. E il fatto che il presidente iraniano avesse scelto proprio l’Italia come prima destinazione europea nell’era del “dopo sanzioni” fu interpretato come un benaugurante segno del destino. “Puntiamo a raggiungere 3 miliardi di esportazioni dall’Italia all’Iran in due anni”, affermava speranzosa, nel gennaio del 2016, Licia Mattioli, presidente del comitato tecnico per l’internazionalizzazione e gli investitori esteri di Confindustria. Tanto per avere una cifra che consenta di fare un paragone, nel 2016, l’export italiano verso l’Iran valeva intorno agli 1,5 miliardi.

Ebbene, nulla di tutto questo. Oggi, a distanza di quasi due anni e mezzo, di quelle intese non si è fatto nulla e tutto quell’entusiasmo economico e politico e si è dissolto come una bolla di sapone. A dare il fatidico colpo di grazia a quell’impalcatura di accordi commerciali è stata la recente decisione del presidente americano, Donald Trump, di ritirarsi dall’accordo sul nucleare firmato nel 2015 con l’Iran, preannunciando l’imminente reintroduzione di sanzioni “molto dure” contro il paese.

Donald Trump. Jeff Swensen/Getty Images

Il contesto geopolitico era già cambiato, in peggio, ancora prima della decisione di Trump. “Tutte quelle intese siglate nel 2016 non si sono mai trasformate in veri e propri contratti– spiega una fonte – sia perché il vento già poco dopo era cambiato, sia perché sono mancati i finanziamenti”. I contratti miliardari, in altri termini, non avevano coperture finanziarie. “Sembra che all’origine dell’impasse sia la mancata copertura Sace (società pubblica che opera nei finanziamenti all’export, ndrai finanziamenti delle banche italiane ai committenti iraniani, ma ci sono ritardi anche nella concessione dei crediti stessi, nonché delle controgaranzie del governo di Teheran”scriveva Affari & Finanza nel mese di gennaio del 2017.

A supporto di questa tesi, si legge per esempio tra le righe del bilancio del 2017 di Saipem: “Alcuni di questi progetti, in particolare in Iran, nonostante siano stati assegnati a un contrattista, rimangono soggetti al reperimento dei finanziamenti necessari”. E, ancora, il 6 marzo del 2018, in occasione della presentazione agli analisti dei numeri di bilancio del 2017, l’amministratore delegato, Stefano Cao, ha spiegato: “In Iran c’è stata una fase di entusiasmo per Saipem che adesso si sta raffreddando. Abbiamo avuto un momento di entusiasmo, abbiamo anche siglato una serie di memorandum of understanding e poi c’è stato un raffreddamento. Al momento siamo impegnati con Total nella gara per il giacimento di gas South Pars e stiamo facendo piccoli studi di ingegneristica sulla raffinazione”.

Ora che l’entusiasmo si è dissolto, mancano i soldi e gli Stati Uniti stanno per reintrodurre le sanzioni sul nucleare, quelle intese miliardarie annunciate a raffica nel 2016 hanno l’amaro sapore della beffa.