Mina romana in Compagnia di San Paolo

| di  firstonline.it

DAL BLOG ENORDOVEST – Per la prima volta il patrimonio netto della Compagnia di San Paolo supera i sei miliardi di euro e il rendimento complessivo della sua partecipazione in Intesa Sanpaolo, da cui proviene un dividendo netto di 210 milioni, arriva al 21,8%, ma il Protocollo d’intesa Mef-Acri la obbliga a ridurre ancora la quota nella banca guidata da Messina diminuendo un investimento altamente premiante funzione di altri di dubbia resa

Mina romana in Compagnia di San Paolo

A parte la notizia che il valore del patrimonio netto ha superato, per la prima volta, i sei miliardi di euro (per la precisione, è ammontato a 6,014 miliardi, con un incremento di 133,6 milioni rispetto al 31 dicembre 2016), il bilancio 2017 della Compagnia di San Paolo riporta altri dati e fatti interessanti e significativi, oltre a quelli diramati dopo la sua approvazione da parte del Consiglio di Indirizzo.

Sfogliando il documento, infatti, si può scoprire che il total return (somma della rivalutazione del capitale e dell’incasso dei dividendi divisa per l’investimento originale), cioè il rendimento complessivo della partecipazione in Intesa Sanpaolo è stato del 21,8%, a fronte del 2,2% degli investimenti nei fondi di Fondaco Sgr, la società che gestisce il 44,5% del portafoglio degli attivi finanziari della Compagnia di San Paolo.

Se, dunque, è stato del 12% il rendimento dell’intero portafoglio degli investimenti dell’ente torinese presieduto da Francesco Profumo, lo si deve soprattutto alla partecipazione in Intesa Sanpaolo, dalla quale è arrivato un dividendo netto di 210 milioni (il lordo è stato di 258 milioni).

Proprio il fiume di denaro proveniente dalla Banca guidata da Carlo Messina, sempre molto generoso con i suoi azionisti, ai quali distribuisce quote elevatissime degli utili, non può non far riflettere sulle conseguenze del rispetto di quell’”indicazione” contenuta nel “Protocollo d’intesa Acri-Mef” (accordo vincolante tra l’Associazione delle fondazioni di origine bancaria presieduta dal lombardo Giuseppe Guzzetti e il ministero dell’Economia e delle Finanze, che ne è l’Autorità di Vigilanza), “indicazione” che, per le fondazioni firmatarie, comporta il seguente obbligo: “In ogni caso, il patrimonio non può essere impiegato, direttamente o indirettamente, in esposizioni verso un singolo soggetto per un ammontare complessivamente superiore a un terzo del totale dell’attivo dello stato patrimoniale della Fondazione valutando, al fair value, esposizioni e componenti dell’attivo patrimoniale”.

In altre parole, la Compagnia di San Paolo, che ha in portafoglio attività finanziarie per un valore di mercato (fair value) di 7,3 miliardi, il 45,9% dei quali relativi all’investimento in Intesa Sanpaolo, deve ancora ridurre notevolmente la sua partecipazione nella Banca, nonostante l’abbia già fatta scendere al 7,22% dell’intero capitale al 31 dicembre scorso.

Insomma, al di là di altre considerazioni, la Compagnia di San Paolo si trova costretta a diminuire drasticamente un investimento ad alto rendimento per investire in asset diversi dalla resa imprevedibile, per di più con la constatazione che la diversificazione degli ultimi anni non è stata premiante. Il tutto sull’altare rituale della riduzione del rischio, anche se c’è chi continua a pensare che il Protocollo d’intesa Acri-Mef sia stato e sia un grave errore.

Comunque, tornando al bilancio della Compagnia, che conta 86 dipendenti, 14 dei quali dirigenti (Segretario generale compreso), vi si può leggere, fra l’altro, che l’acquisto dell’1% del capitale della Banca d’Italia è costato 75 milioni, l’avanzo dell’esercizio (utile netto) è diminuito di 14 milioni rispetto a quello del 2016 e che sono scesi a 1,053 milioni (1,169 l’anno prima) gli oneri relativi agli organi statutari, comprensivi di Iva, contributi previdenziali e assistenziali.

In particolare, nel 2017 i costi sono stati di 90.147 euro per il presidente (l’emolumento annuo è di 70.000 euro), 449.808 euro per il Consiglio generale, 257.269 euro per il Comitato di gestione (Consiglio di amministrazione), 218.234 euro per il Collegio dei revisori e 37.648 euro per l’Organismo di vigilanza. Gli oneri per tutto il personale sono ammontati a 7,638 milioni.

Dal blog Enordovest.

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