Mps, tra soluzione inglese e Usa. Resta pubblica almeno per altri 5 anni

Mps, tra soluzione inglese e Usa. Resta pubblica almeno per altri 5 anni

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Il ritorno all’utile di Banca Mps piace a Piazza Affari, dove il titolo ha raggiunto una capitalizzazione di 3,135 miliardi di euro, valore che non si vedevano più da fine febbraio. Che il peggio della crisi del settore bancario sia alle spalle dopo che gli istituti italiani hanno dovuto svalutare crediti per 138 miliardi di euro negli ultimi 5 anni, vedendo svanire utili e capitali nel processo, sembra confermato anche dalle altre trimestrali bancarie pubblicate in questi giorni, ma la strada verso la completa guarigione per Siena, e dunque per l’uscita del Tesoro (attualmente al 68% del capitale), potrebbe essere ancora lunga, se si guarda a casi come quello di Royal Bank of Scotland, a meno che il nuovo governo non voglia fare tesoro della soluzione Usa, molto più rapida nel far uscire le banche e l’economia reale dalla crisi e meno onerosa per i contribuenti.

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Il Monte dei Paschi di Siena ha chiuso i primi tre mesi dell’anno con un utile di 187,6 milioni a fronte di una perdita di 169,2 milioni dello stesso periodo del 2017, con un ulteriore compressione dei costi operativi e con ricavi di 877 milioni calati (-6% annuo) meno del previsto, grazie anche alla crescita (900 milioni nel trimestre) degli impieghi commerciali in scia all’aumento del 20% delle nuove erogazioni di mutui. Ma la vera sorpresa sono stati i ridotti accantonamenti per perdite su crediti, calati a soli 137 milioni, ossia circa la metà di quanto il mercato si attendeva.

Non solo: la banca guidata da Marco Morelli ha segnalato di aver completato la securitization dei 24 miliardi di crediti deteriorati varata lo scorso anno avendo ottenuto il rating dei titoli senior (3 miliardi) che saranno acquistati dalla banca per essere ins eguito ceduti sul mercato. La garanzia Gacs su di essi dovrebbe essere concesse a breve, il deconsolidamento del portafoglio è previsto entro fine giugno. Completata questa cessione l’Npe ratio dovrebbe più che dimezzarsi passando dal 45% al 21%, per poi ridursi al 18% dopo l’ulteriore cessione di 2,6 miliardi di Npl legati a “small tickets” e contrastti di leasing attesa entro fine anno. Inoltre è già in corso la vendita di 1,5 miliardi di inadempienze probabili: 500 milioni erano già state cedute (o erano pervenute offerte vincolanti) allo scorso 30 aprile scorso, altri 600 milioni riceveranno offerte vincolanti entro fine giugno, gli ultimi 400 milioni saranno ceduti entro fine 2018. Basterà questo sforzo per rimettere in carreggiata Mps e consentire allo stato di iniziare a ridurre la sua presenza?

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Se si guarda alle esperienze estere non sembra possibile, almeno in tempi rapidi. Royal Bank of Scotland, salvata nel 2008 dal Tesoro britannico con un’iniezione di aiuti per 45 miliardi di sterline, ha segnato il primo bilancio in utile solo l’anno scorso (752 milioni di sterline) e tuttora vede lo stato britannico socio al 71%. Il Tesoro di Sua Maestà ha già annunciato di volercollocare una prima tranche di titoli sul mercato, per un controvalore di circa 3 miliardi che ai livelli attuali (Rbs capitalizza oltre 35 miliardi di sterline) significa una quota attorno al 10%.

Ma l’operazione è prevista tra circa un anno (entro il marzo 2019), volendo il management guidato dal Ceo, Ross McEwan, iniziare a restituire prima agli azionisti i circa 4 miliardi di sterline in eccesso che la banca si ritrova in pancia dopo aver definitivamente chiuso ogni strascico legale con le autorità Usa per una vicenda di obbligazioni collegate a mutui “subprime” vendute in modo non corretto. Il maxi dividendo servirebbe a ridurre di circa 3 miliardi il conto finora pagato dai contribuenti britannici che in caso di uscita immediata del Tesoro dal capitale di Rbs perderebbero ad oggi quasi 20 miliardi di sterline.

Al Tesoro italiano il salvataggio di Mps è invece costato 5,4 miliardi (se ne dovrebbero aggiungere circa altri 3-3,2 miliardi sotto forma di Gacs), pertanto se volesse uscire ora la perdita supererebbe i 3,25 miliardi anche ammesso che le Gacs non comportassero alcun ulteriore esborso (mentre nel caso peggiore il costo salirebbe attorno a 6,5 miliardi). Se invece Mps tornasse a registare utili di bilancio comparabili con quelli pre-crisi (il 2008 l’utile netto fu di 922 milioni), quando peraltro l’istituto aveva tutt’altre dimensioni (i crediti verso clientela erano paria 156 miliardi, a fine 2017 si era scesi a 86,5 miliardi), servirebbero almeno 5 anni per pareggiare i conti.

Ma forse la conclusione della vicenda Mps potrebbe essere diversa: negli Usa dopo il fallimento di Lehman Brothers furono erogati 107,3 miliardi di dollari di aiuti a Morgan Stanley, 99,5 miliardi a Citigroup e 91,4 miliardi a Bank of America (che poi rilevò Merrill Lynch). In tutto furono sette i programmi di aiuti attivati: solo col programma Tarp le 10 maggiori banche Usa ottennero oltre 68 miliardi di dollari, che però furono poi integralmente rimborsati già a partire dal 2009. Alla fine il Tarp erogò 426 miliardi di dollari di prestiti, ottenendo tra rimborsi, interessi sui prestiti e cessione delle azioni sottoscritte in cambio dei prestiti medesimi, 441 miliardi.

Non solo: anche le grandi agenzie Fannie Mae Freddie Mac, a loro volta controllate dal Tesoro Usa, si attivarono per soccorrere, più che le banche, l’economia reale, erogando finanziamenti agevolati per 622,5 miliardi di dollari ed ottenendo un incasso di 698,3 miliardi. Conclusione: l’esperienza americana ha consentito di superare la crisi in minor tempo e con un guadagno per i contribuenti di oltre 90 miliardi di dollari, quella britannica è servita comunque a non far fallire il sistema, ma a distanza di 10 anni il Tesoro è ancora azionista e i contribuenti rischiano ancora di vedersi addossare alcuni miliardi di perdite, mentre in Italia (e in casa Montepaschi in particolare) siamo ancora alle prime luci dell’alba, in attesa di capire come il nuovo governo vorrà gestire la vicenda e chi dovrà pagare, eventualmente, il conto finale.

Tentativo di Golpe del Presidente? Da che parte starebbero le forze armate? Ben sapendo che verrebbero anche loro sacrificate, la pensione non la prenderebbero più…

 scenarieconomici.it 12 maggio 2018

Tutto sta nel titolo: e se Mattarella fregandosene dei dettami Costituzionali, secondo cui ha ruolo di fiduciario della maggioranza parlamentare, non accettasse un capo del governo proposto da chi ha i numeri per governare?  Ed anzi forzasse un suo esecutivo? Addirittura: e se piuttosto che dare la maggioranza a Lega+M5S rimandasse tutti alle urne, con un Berlusconi riabilitato, con la volontà nemmeno tanto nascosta di fare un governo con Renzi (se succedesse consiglio alle persone di buona volontà di abbandonare l’Italia)?

Avete capito spero la puntualità della riabilitazione di Berlusconi da parte della stessa, medesima procura che l’avrebbe, secondo il Cavaliere, perseguitato in passato? Proprio ora che M5S+Lega stanno facendo il governo più squisitamente italiano dall’Unità d’Italia?

Secondo chi scrive – senza dubbio alcuno – sarebbe un golpe. Con buona pace di Einaudi, secondo chi scrive citato a sproposito in questi giorni.  Einaudi che osò molto meno di quello che (sembra) si appresterebbe a fare Mattarella….

L’ho detto mesi fa: da tempo soggetti (apicali) ben informarti stanno aspettando il diretto tentativo franco-tedesco di ingerire apertamente negli affari italiani, nel caso il Belpaese fosse in grado di mettere a repentaglio, nel rispetto degli interessi dei propri cittadini e non di quelli francesi e tedeschi, il progetto dell’EURO (notasi bene, NON ho detto progetto EUropeo).

Pensate davvero che gli esplosivi e le armi sequestrati mentre cercavano di entrare in Italia per il tramite di ex-jugoslavi e slavi in genere fossero davvero destinati alla Catalogna? Passando dal Monte Bianco e dalla Svizzera per andare in Spagna? Perchè non sono andati direttamente a Barcellona evitando il maggior numero di frontiere possibile?

Ve la faccio semplice: il dubbio di molti è che tali armi sequestrate fossero destinate all’Italia, forse per destabilizzare il Paese con azioni là da venire. Non vi è venuto il dubbio, eh? E’ fatto risaputo che la manovalanza “sporca” dell’Europa sia quella ex jugoslava, soprattutto se si parla di Francia e Germania.

Chiedetevi: perchè la Lega ha proposto Giampiero Massolo – da circa un anno in Finmeccanica, a tutela della strategicità dell’azienda messa in crisi nell’affaire STX dai francesi – come primo ministro super partes del governo M5S+Lega? Sapete vero chi era Massolo? Il capo supremo dei servizi segreti italiani, uomo integro, credetemi. Spero abbiate capito che qualcuno sa bene cosa – sigh – sta succedendo. (…) Ed inoltre spero che il M5S capisca che Massolo è davvero la scelta migliore, nell’interesse nazionale.

Vi prego di ricordare che, in tutto questo, io cerco solo di farvi arrivare a conclusioni che nessuno vuole mettere in risalto, spero l’abbiate capito (…).

Ricordatevi solo una cosa: l’Italia, la sua unità, la sua democrazia ed anche il suo benessere ed autonomia sono a rischio altissimo in riferimento a periodi non bellici, il rischio più alto almeno dal 1870. Purtroppo – lo vedremo fra poche ore – temo che di Mattarella non ci si possa fidare (vedremo se anche per lui ci sarà lo Scontrino che metterà a repentaglio la sua carriera, …).

Fantomas

 

Protesta a Napoli contro Bankitalia

ansa.it 12 maggio 2018

Tute arancioni, maschere. Tensioni davanti a sede Banco Napoli

Si sono ispirati alla serie “La casa di carta” gli attivisti che oggi hanno protestato davanti alla sede della Banca d’Italia a Napoli per denunciare “il ricatto al quale sono sottoposte le città soggette al debito provocato anche dalle banche che negli anni hanno prestato denaro a condizioni pessime per una pubblica amministrazione, facendo firmare derivati legati ai tassi di mercato europei senza dare le giuste garanzie di informazioni e valutazione dei rischi”.
I manifestanti, in tuta arancione come i protagonisti della serie televisiva ma che al posto della maschera di Dalì indossavano quelle di Pulcinella, hanno sostato sotto la sede della Banca d’Italia esponendo uno striscione con la scritta ‘Napoli non si vende’.
La manifestazione si è svolta in concomitanza con altre iniziative simili previste oggi in Spagna ed in Grecia. Il gruppo in arancione si è poi diretto alla vicina sede del Banco di Napoli dove vi sono stati alcuni momenti di tensione con agenti di Polizia.

Esposto del Codacons alla Corte dei Conti: “253,1 milioni il danno economico dello stallo politico”. E la Cgia lancia l’allarme sull’Iva: “Con l’aumento effetti recessivi”

lanotizia.it 12 maggio 2018

Camera

Ammonta a 253,1 milioni il danno economico subito dalla collettività negli ultimi due mesi a causa dei ritardi nella formazione del nuovo Governo. Lo denuncia il Codacons, che presenta un esposto alla Corte dei Conti affinché accerti sprechi di soldi pubblici e il danno erariale subito dallo Stato. Come noto, da due mesi l’attività parlamentare è totalmente bloccata in attesa della formazione del nuovo Governo – spiega il Codacons – ciò significa che Camera e Senato, le relative Commissioni e gli altri organi direttamente connessi al Parlamento sono inattivi e i loro lavori sospesi. A fronte di tale situazione di stallo, tuttavia, i due rami del Parlamento continuano a produrre costi a carico dei cittadini, e deputati e senatori percepiscono da due mesi i compensi da parlamentari pur non svolgendo alcun tipo di attività. Considerato che, in base ai dati di bilancio resi pubblici, i costi annui per il funzionamento del Parlamento nel 2018 ammontano a circa 1,52 miliardi di euro (551 milioni il Senato, 968 milioni a Camera), tale situazione di impasse ha prodotto uno spreco di soldi pubblici a danno dei cittadini pari a 253,1 milioni di euro solo negli ultimi due mesi (dalle elezioni del 4 marzo ad oggi).

“Mentre da un lato ancora non si trovano risorse per bloccare l’aumento Iva del 2019, dall’altro milioni e milioni di euro vengono buttati per finanziare un Parlamento fermo da più di due mesi e per pagare gli stipendi a Senatori e Deputati – denuncia il presidente Carlo Rienzi –. Per tale motivo abbiamo chiesto alla Corte dei Conti di aprire una inchiesta sul caso, allo scopo di accertare eventuali danni erariali per la collettività. Chiediamo inoltre ai partiti politici di disporre la restituzione, in favore delle casse dello Stato, di parte dei compensi percepiti dai parlamentari eletti dal 4 marzo ad oggi, considerato che tali soldi sono stati incassati in assenza di qualsivoglia tipo di attività”, conclude Rienzi.

Ecco, l’Iva. Se il prossimo Esecutivo non riuscisse a sterilizzarne l’aumento, nel corso del 2019 – secondo i calcoli della Cgia di Mestre – ogni famiglia italiana subirà un incremento medio di imposta pari a 242 euro. Nel dettaglio, tale rincaro sarà pari a 284 euro per famiglia al Nord, a 234 euro nel Centro e a 199 euro nel Mezzogiorno. Infatti, se non verranno recuperati entro la fine di quest’anno 12,4 miliardi di euro, l’aliquota ordinaria passerà dal 22 al 24,2%, mentre quella ridotta dal 10 salirà all’11,5%. E l’Italia sarà il Paese con l’aliquota Iva ordinaria più elevata dell’Eurozona. “Bisogna assolutamente evitare l’aumento dell’Iva – ha spiegato Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia –. Non solo perché colpirebbe in particolar modo le famiglie meno abbienti e quelle più numerose, ma anche perché il ritocco all’insù delle aliquote avrebbe un effetto recessivo per la nostra economia. Ricordo, infatti, che il 60 per cento del Pil nazionale è riconducibile ai consumi delle famiglie”.

“L’aumento delle aliquote Iva rischia di alimentare una spirale recessiva che compromette i segnali di ripresa dell’agroalimentare, dove i consumi interni sono ancora stagnanti, a fronte di una produzione in crescita, restano ancora al palo”, l’allarme lanciato invece dalla Coldiretti. “Va quindi scongiurato perché – sostiene l’associazione – sarebbe un duro colpo per la spesa delle famiglie italiane in alimenti e bevande che nel 2017, dopo cinque anni di valori negativi, ha invertito la tendenza e ha fatto segnare un balzo record del 3,2%, secondo le elaborazioni su dati Ismea. La spesa alimentare è la principale voce del budget delle famiglie dopo l’abitazione con un importo complessivo di 215 miliardi ed è quindi un elemento fondamentale per la ripresa dell’economia”.

 

Mattarella “einaudiano” avvisa M5s e Lega

lo spiffero.com 12 maggio 2018

Il Capo dello Stato coglie l’occasione delle celebrazioni per il 70° anniversario del giuramento del primo presidente “costituzionale” della Repubblica per lanciare segnali a Di Maio e Salvini. Come lo statista di Dronero non farà il semplice notaio

Parla di Einaudi perché Di Maio e Salvini intendano. «Cercando sempre leale sintonia con il governo e il Parlamento, Luigi Einaudi si servì in pieno delle prerogative attribuite al suo ufficio ogni volta che lo ritenne necessario». È un passaggio dell’intervento del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Dogliani.  «Fu il caso illuminante del potere di nomina del presidente del Consiglio dei ministri, dopo le elezioni del 1953 per la quale non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, quello della Dc», aggiunge. Quella di Einaudi fu una presidenza «tutt’altro che notarile», sottolinea poi il capo dello Stato ricordando lo statista piemontese a Dogliani nel 70° anniversario del suo discorso di insediamento al Quirinale. Einaudi «sapeva che i suoi atti avrebbero fissato confini all’esercizio del mandato presidenziale», aggiunge Mattarella. Quello del presidente della Repubblica è un ruolo di «tutore dell’osservanza della legge fondamentale della Repubblica», ricorda ancora il capo dello Stato citando Einaudi. Sempre a proposito dei «contrappesi istituzionali», Mattarella cita La Città libera di Einaudi: «I freni hanno lo scopo di limitare la libertà di legiferare e di operare dei ceti politici governanti scelti dalla maggioranza degli elettori».

La citazione fatta da Mattarella di Einaudi assume quasi i contorni di un richiamo ai doveri dei politici contemporanei, in specie quelli che in queste ore sono alle prese con la formazione del governo: «Tu non potrai operare a tuo piacimento, tu devi, sotto pena di violare giuramenti e carte costituzionali solenni, osservare talune norme che a noi parvero essenziali alla conservazione dello Stato che noi fondammo – dice Mattarella citando Einaudi -. Se tu vorrai mutare codeste norme, dovrai prima riflettere a lungo, dovrai ottenere il consenso di gran parte dei tuoi pari, dovrai tollerare che taluni gruppi di essi, la minor parte di essi, ostinatamente rifiutino il consenso alla mutazione voluta dai più».

Era «tale l’importanza che Einaudi attribuiva al tema della scelta dei ministri, dal volerne fare oggetto di una nota, nel 1954, in occasione dell’incontro con i presidenti dei gruppi parlamentari della Dc, dopo le dimissioni del governo Pella», ricorda ancora il presidente Mattarella. «È, scrisse nella nota, dovere del Presidente evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Carta gli attribuisce».

«Einaudi, riferendosi alla prerogativa del sovrano (e, vien da pensare, interrogandosi implicitamente sul ruolo del presidente della Repubblica), osservava che essa «può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé, non sono capaci di affrontare», sottolinea ancora il presidente.

«Solo una società libera e robusti contropoteri avrebbero impedito abusi»: questa, secondo il presidente della Repubblica, fu una delle «convinzioni più profonde» dello studioso Einaudi che, «sin dal suo messaggio alle Camere riunite in occasione del giuramento ricordò il ruolo di tutore” dell’osservanza della legge fondamentale della Repubblica. «La divaricazione tra le forze politiche legittimate a guidare il Paese e le forze politiche alle quali era assegnato il ruolo di opposizione non si tradusse mai in una democrazia dissociativa che avrebbe reso la Repubblica fragile e debole». Il presidente della Repubblica ricorda poi così la «democrazia in bilico» del Dopoguerra nel 70esimo anniversario del giuramento di Luigi Einaudi da presidente della Repubblica. «Erano avvenute scelte divaricanti, con la costituzione di governi che avevano lasciato alle spalle la straordinarietà dell’unità tra le forze politiche rappresentata dal Comitato di Liberazione Nazionale – aggiunge il Capo dello Stato -. I risultati delle elezioni generali del 18 aprile 1948 avevano rappresentato lo spartiacque che avrebbe segnato i decenni successivi. E la democrazia uscì vincente dalla prova».

Mattarella spiega ai partiti che il presidente non è un notaio

askanews.it 12 maggio 2018

Ricorda i poteri del capo dello Stato
Mattarella spiega ai partiti che il presidente non è un notaio

Roma, 12 mag. (askanews) – “Le osservazioni al governo non avevano mai “indole di critica, sibbene di cordiale collaborazione o di riflessioni comunicate da chi, anche per ragioni di età, poteva essere considerato un anziano meritevole di essere ascoltato”. Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella citando parole del capo dello Stato Luigi Einaudi in occasione della ricorrrenza del suo giuramento e dell’entrata in carica al Colle. “Einaudi – ha ricordato Mattarella – rinviò due leggi approvate dal Parlamento, perché comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell’art.81 della Costituzione”. Il capo dello Stato ha il potere di nominare il presidente del Consiglio, anche non avvalendosi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, ha anche ricordato Mattarella.

Einaudi, “cercando sempre leale sintonia con il governo e il Parlamento, si servì in pieno delle prerogative attribuite al suo ufficio ogni volta che lo ritenne necessario. Fu il caso illuminante del potere di nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri, dopo le elezioni del 1953. Nomina per la quale – ha ricordato Mattarella – non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, quello della Democrazia Cristiana”. Fu un passaggio di un esecutivo di pochi mesi, guidato dall’ex ministro del Tesoro, Giuseppe Pella, ha proseguito Mattarella, “e che portò al chiarimento politico con la formazione di una maggioranza tripartita che governò, con Mario Scelba, sino alla scadenza del settennato dello stesso Einaudi”. Per Einaudi “tale l’importanza che attribuiva al tema della scelta dei ministri, dal volerne fare oggetto di una nota verbale, da lui letta il 12 gennaio 1954 – ha rilevato il capo dello Stato – in occasione dell’incontro con i presidenti dei gruppi parlamentari della Democrazia Cristiana, rispettivamente Aldo Moro e Stanislao Ceschi, dopo le dimissioni del governo Pella. È, scrisse in quella nota, “dovere del Presidente della Repubblica evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”.

“Il ruolo del Presidente della Repubblica “può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé, non sono capaci di affrontare, o per ristabilire l’osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza anche se ossequiata nell’apparenza”. Così sempre Mattarella citando Einaudi.

“Spettava a Luigi Einaudi – ha proseguito Mattarella – una esperienza senza precedenti: essere il moderatore dell’avvio della vita dell’Italia repubblicana. Nella sua opera di costruzione dell’equilibrio tra i diversi organi costituzionali, lo statista di Carrù sapeva che i suoi atti avrebbero fissato confini all’esercizio del mandato presidenziale, per sé e per i suoi successori. Con la discrezione e la fermezza che lo caratterizzavano diede vita a un dialogo di permanente leale collaborazione istituzionale, proponendo una penetrante “moral suasion” nei rapporti con il governo, a partire dall’esercizio del potere previsto all’art. 87 della Costituzione, che regola la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa”.

1. GLI USURAI DOVE NASCONDONO I (MOLTI) SOLDI DEI LORO TRAFFICI ILLECITI? AL CIMITERO! 2. A ROMA DUE FRATELLI, GIOVANNI E DARIO ZAPPARINI DI 68 E 64 ANNI, CHE PRESTAVANO DENARO A STROZZO, NASCONDEVANO I PROVENTI DIETRO LA LAPIDE DEL PADRE MORTO 3. LE INTERCETTAZIONI: “NOI SO QUARANTA ANNI CHE FACCIAMO STO LAVORO…DI QUESTE OPERAZIONI IO NE FACCIO TRENTA AL MESE. SIAMO UNA PICCOLA SOCIETÀ CHE PRESTA DUEMILA, TREMILA EURO AGLI AMICI…”. TRA LE VITTIME COMMERCIANTI, RISTORATORI E NEGOZI 4. QUANDO NON RIUSCIVANO A CONVINCERE CON LE MINACCE LE VITTIME A SALDARE (“FACCIO SCENDERE MIO COGNATO DALLA ROMANIA”, “TI UCCIDO CARTOLARMENTE”), I DUE FACEVANO…

dagospia.com 12 maggio 2018

Adelaide Pierucci per “il Messaggero”

CIMITERO DI PRIMA PORTACIMITERO DI PRIMA PORTA

Guadagni mensili da capogiro. E l’impossibilità di depositare il denaro in banca. Allora i soldi guadagnati coi prestiti usurai venivano sistemati nella tomba di famiglia, sotto alla lapide del padre, e dentro una fioriera. Non è bastata l’ accortezza dell’ occultamento dei guadagni illeciti al cimitero di Prima Porta e l’ intestazione fittizia dei beni ai parenti a mettere al riparo dall’ arresto due fratelli usurai del Quadraro, specializzati nel prestare denaro a strozzo ai commercianti del quartiere, in difficoltà economica.

USURAUSURA

Giovanni e Dario Zapparini, 68 e 64 anni, ieri non hanno potuto riaprire la saracinesca del loro negozio di vini in piazza del Quadraretto, usato come copertura all’ attività di microcredito a strozzo: si sono ritrovati in carcere, in due celle vicine a Regina Coeli, con le accuse di usura e esercizio abusivo del credito.

Il modus operandi lo ha spiegato il fratello maggiore a un cliente non sapendo di essere intercettato dalla finanza: «Noi so quaranta anni che facciamo sto lavoro…Di queste operazioni io ne faccio trenta al mese». «Noi siamo una piccola società – aveva aggiunto – che presta duemila, tremila euro agli amici». Quattordici finora le vittime accertate.

I CLIENTI

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Nell’ elenco ci sono per lo più commercianti, ristoratori, ma anche titolari di negozi di ottica, di agenzie di viaggio, mediatori commerciali, periti, ragionieri, conducenti Ncc, e altra «gente bisognosa del quartiere», scrivono i magistrati. Romani del Quadraro, ma anche un tunisino che ha appena aperto un ristorante etnico all’ Appio Claudio. Lui a fronte di 10.000 euro si è ritrovato a restituirne in meno di un anno 18.800 euro, pagando 48 rate da 400 euro a settimana. In un caso a fronte di un prestito di 100mila euro destinato ad un piccolo imprenditore, poi fallito, la vittima dopo 10 anni ha dovuto riconsegnare circa 400mila euro. Gli interessi erano superiori al 10%.

USURAUSURA

E gli affari dei fratelli Zapparini, a dispetto della crisi, andavano a gonfie vele. Anche perché, come riporta l’ ordinanza di arresto firmata dal gip Daniela Caramico D’ Auria, specie Giovanni, quando non riusciva a convincere con le minacce le vittime a saldare («Faccio scendere mio cognato dalla Romania» oppure «ti uccido cartolarmente», ossia «ti mando sotto protesto»), passava ai pignoramenti di stipendi e pensioni, alle esecuzioni forzate sugli immobili.

Le vittime confermano davanti agli investigatori: «Volevano un garante e assegni senza nomi e cifre». Nella bottega di vini gli incassi lievitano ogni giorno. Giovanni, in cassa, parla col fratello dei soldi nascosti nella tomba di famiglia.

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Pacchetti di «trentamila euro, quaranta mila euro», imbustati e sistemati in scatole di plastica, perché «nessun metal detector la scova». I due fratelli, assistiti dagli avvocati Carlo Arnulfo e Pierpaolo Ristori, saranno interrogati domani. Ad inchiodarli il loro parlottio: «Avemo arzato la pietra di marmo, la lapide di papà, e abbiamo piazzato i soldi.

Tranquillo, non se fracicano». Soldi che i finanzieri non hanno fatto in tempo a recuperare.

“Comprate diamanti”, anche 7 lodigiani truffati

CARLO D’ELIA il giorno.it 12 maggio 2018

Truffa dei diamanti

Truffa dei diamanti

Lodi, 12 aprile 2018 – Anche sette risparmiatori lodigiani si sono rivolti alla Federconsumatori Lodi per denunciare la truffa dei diamanti. In tutta Italia sono stati circa 1.100 i cittadini convinti a investire i propri risparmi in pietre preziose, per un ammontare complessivo di 21,2 milioni di euro. I fatti risalgono, almeno per i casi lodigiani, al periodo compreso tra il 2008 e il 2014. In un momento in cui alcune banche erano a rischio di fallimento e molti risparmiatori vedevano svanire i propri averi a causa di spregiudicate operazioni di salvataggio, il rifugio negli investimenti in diamanti a molti è sembrata una buona strada, suggerita ed ampiamente garantita da parte di specialisti che, in presenza dei consulenti della propria banca, assicuravano un «investimento sicuro.

I lodigiani hanno investito da 8mila euro a 80mila euro. Peccato che gli stessi diamanti, oggi, hanno valori fortemente svalutato ed i cittadini non riescono neanche a venderli sul mercato. Anche l’Antitrust ha multato per 15 milioni di euro le banche ed i broker per le proposte «gravemente ingannevoli e omissive», aggravate dal fatto che le quotazioni relative ai prezzi dei diamanti erano fissate attraverso la «contrattazione in mercati organizzati». Nel frattempo, Federconsumatori di Lodi sta chiedendo risposte alle banche.

In provincia gli unici sportelli al momento coinvolti sono quelli della Banca Popolare di Lodi. «E’ una questione che stiamo tenendo sotto controllo – spiega l’esponente di Federconsumatori Lodi, Umberto Poggi –. Si tratta di investimenti considerevoli che hanno coinvolto anche sette lodigiani. Chi è stato truffato ha la possibilità di presentarsi nei nostri uffici per avviare le pratiche di richiesta di risarcimento». «La prima cosa che stiamo facendo – aggiunge – è l’invio di una triplice lettera che viene indirizzata ai diversi uffici della banca. Ho già avuto delle risposte da parte della Banca d’Italia e dalla Consob, che si scaricano a vicenda le colpe, e anche dell’azienda dei diamanti che si è occupata del business. Sono fatti che risalgono dal 2008 al 2014. La Banca Popolare di Lodi è l’unica ad avere delle responsabilità tra i clienti lodigiani».

PIERMATTARELLA XIV DI FRANCIA

 scenari economici.it 12 maggio 2018

PierMattarella XIV, come il suo predecessore Re Sole, intende governare da solo:

Morto il suo Cardinal Mazzarino, anche se dall’oltretomba questi viene a grattare i piedi dei suoi successori:

decide di scegliere lui i pupazzi da manovrare:

Fedele cagnolino al seguito della sua vera padrona:

mi pare tanto cominci ad assumere comportamento alla Marchese del Grillo:

Per quanto ancora la gente sopporterà questi abusi di potere?

Ad maiora.

Depositi di risparmio, l’ennesima presa in giro della Bce

 ilfattoquotidiano.it 12 maggio 2018

Diceva Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. La prova è la consapevole e scarsa attenzione al processo di indebolimento delsistema bancario per consegnarlo (laddove già non fatto) al capitale straniero. Il terzo indizio è una scadenza molto importante e vicina. Entro il 2018 le banche (per dimostrare di essere in buona salute) dovranno superare un esame richiesto dalla Banca centrale europea. Un esame difficile e che si basa sull’indice Nsfr(Net stable funding ratio), un “indicatore” creato per dare più solidità al sistema delle banche e rafforzarne la capacità di reagire a eventi traumatici, su un orizzonte di tempo limitato (un anno).

Il Net stable funding ratio è il rapporto tra l’ammontare disponibile di provvista stabile di una banca e la somma obbligatoria di provvista stabile. Il requisito imposto da Basilea è che questo rapporto sia maggiore del 100% e cioè che il numeratore sia maggiore del denominatore. Per provvista stabile si intendono, tra l’altro, “i depositi di risparmio della clientela che si ritiene costituiscano fonti affidabili di fondi, su un orizzonte temporale di un anno, in condizioni di stress prolungato”. Un tesoretto che non va via facilmente (perché vincolato per una durata superiore ai 12 mesi) e sul quale quindi si può certamente contare entro l’anno. L’ammontare obbligatorio, invece, è la somma minima di soldi che la banca deve (per legge e cautelativamente) “mettere da parte” e tenere a disposizione dei risparmiatori, nel caso in cui – in presenza di eventi traumatici – rivogliano indietro e prima della scadenza i loro risparmi.

Come sono messe le banche italiane rispetto a questo nuovo obbligo richiesto dalla Bce?

Negli ultimi anni (post fallimento Lehman Brothers), i banchieri hanno adottato una miope politica di funding che puntava, nel breve, a racimolare un po’ di utili per i disastrati bilanci traendo profitto da una raccolta a breve termine (risparmi dei clienti che restano nelle casse solo o meno di 18 mesi) che solitamente viene pagata a un tasso più contenuto rispetto alla raccolta a medio e lungo termine. E la raccolta a breve termine non costituisce “provvista stabile”.

Ma poi vai a vedere l’Nsfr del 2012 di Mps e trovi un valore pari a 101%. E ti chiedi: ma Monte dei Paschi di Siena non è andata in default proprio per la sua scarsa resistenza strutturale? Bilancio falso o altro? Il motivo lo capisci quando si esamina attentamente il documento del 2014 del Comitato di Basilea che ha introdotto il Nsfr: la normativa è solo una ennesima presa in giro perché è già stata edulcorata in partenza. Basta concentrarsi su due percentuali indicate nel documento90% e 95%. Quale sarebbe quindi l’escamotage pensato da Bce e da Bankitalia per vanificare – dietro l’apparente severità dei propositi – il carattere vincolante dell’indice Nsfr?
Per far sì che tutte le banche sembrino “a posto” e possano (apparentemente) superare l’esame, hanno fatto in modo che dentro la definizione di “provvista stabile disponibile” (il numeratore) le banche possano calcolare anche il 90% dei depositi liberi a scadenze inferiori a un anno.

In sostanza quella che (in teoria) dovrebbe essere una provvista stabile, in realtà – per un cavillo “esecutivo” della stessa normativa – si rivela una provvista non tanto stabile, perché è stato permesso di conteggiare dentro quella provvista anche fondi che così duraturi non sono, visto che possono sparire dalle casse della bancaprima di un anno. E tutto ciò al fine di fare sembrare il sistema bancario migliore di quanto sia.

Ma perché tutto questo? Alla prossima.

Le 145 Bcc unite da Iccrea dimezzeranno le sofferenze

Maurizio Carucci avvenire.it 12 maggio 2018

Gruppo unico dal 1° gennaio. Conterà su quattro milioni di clienti, 2.600 sportelli presenti in 1.720 comuni italiani, 22.600 dipendenti, un attivo di circa 150 miliardi di euro
Le 145 Bcc unite da Iccrea dimezzeranno le sofferenze

Passi avanti verso la creazione del Gruppo bancario Iccrea. Ieri l’assemblea della capogruppo Iccrea Banca ha approvato il bilancio al 31 dicembre 2017. In particolare, si evidenzia una crescita dell’utile a livello consolidato, che si attesta a 29,3 milioni di euro. E si preannuncia la cessione di crediti non esigibili (Npl) per 7,3 miliardi di euro nei prossimi tre anni. «Risultato soddisfacente – spiega Leonardo Rubattu, direttore generale di Iccrea Banca – in relazione agli oneri di natura straordinaria che hanno inciso nell’esercizio: svalutazione del Fondo Atlante per 21 milioni di euro e oneri per circa 20 milioni di euro sostenuti per la progettualità relativa alla costituzione del Gruppo bancario cooperativo. Oggi il rapporto tra Npl lordi e impieghi lordi è al 19,5%, pari a a 18 miliardi di euro lordi, ma l’obiettivo è quello di portare questo rapporto sotto l’11% al 2021».

Dall’esito del bilancio consolidato viene confermato, anche nel 2017, il particolare impegno profuso dal Gruppo Iccrea a sostegno delle Banche di credito cooperativo e dei loro territori, con la corresponsione di 384 milioni di euro di commissioni per l’operatività svolta insieme nei vari segmenti del Gruppo. L’utile stimato complessivo nel 2017, ricomprendendo quello del Gruppo Iccrea e di tutte le Bcc aderenti al Gruppo cooperativo di Iccrea, è di circa 139 milioni di euro. In questi due giorni – oltre all’assemblea dei soci – Iccrea ha illustrato alle 145 Bcc aderenti al costituendo Gruppo bancario cooperativo i contenuti dell’istanza inviata il 27 aprile scorso alla Banca Centrale Europea e alla Banca d’Italia. All’evento hanno partecipato circa 600 esponenti del credito cooperativo e i rappresentanti della Vigilanza europea e italiana.

Con l’istanza Iccrea ha presentato il contratto di coesione e l’accordo di garanzia che sottoscriveranno le 145 Bcc con l’obiettivo, dal 1° gennaio 2019, di dare avvio al Gruppo, le cui linee di sviluppo sono state tracciate in un dettagliato piano industriale. Il costituendo Gruppo bancario cooperativo parte da un assetto di grande rilevanza, potendo già contare su quattro milioni di clienti, 2.600 sportelli presenti in 1.720 comuni italiani, 22.600 dipendenti, un attivo di circa 150 miliardi di euro, un patrimonio netto di 11,4 miliardi di euro e un Cet1 ratio superiore al 15%. Queste dimensioni collocano complessivamente il Gruppo bancario cooperativo Iccrea di fatto come la prima banca locale del Paese e tra i primi quattro gruppi bancari italiani.

«La costituzione del Gruppo bancario cooperativo è una immensa opportunità per il nostro sistema e per le singole Bcc – dichiara Giulio Magagni, presidente di Iccrea Banca – in quanto forza patrimoniale, garanzie incrociate, sviluppo delle quote di mercato e innovazione saranno i pilastri del nuovo Gruppo nato per e in funzione delle Bcc aderenti, con l’obiettivo di valorizzarne il ruolo nell’economia reale e nella economia italiana. Il nostro è un Gruppo che dovrà dare valore non solo alle imprese e alle famiglie, in quanto protagoniste dei territori in cui le Bcc operano, ma anche e soprattutto ai soci di ogni Bcc».

Come il Fintech sta cambiando banche e finanza. Report Accenture

 startmag.it 12 maggio 2018

Numeri, informazioni e scenari tratti dal rapporto Accenture sul mondo Fintech

Cresce il Fintech in Europa e accelerano gli investimenti in Italia. Dei circa 100 milioni di dollari investiti nel settore dal 2010 nel nostro paese, un terzo è stato censito nel solo 2017 e si stima che le nuove tecnologie potrebbero portare un aumento di valore fino al 30% nei prossimi 5 anni anche se per il momento l’Italia è solo dodicesima in Europa nel Fintech, alle spalle di paesi come Belgio, Finlandia e Spagna. È quanto emerge da uno studio di Accenture diffuso in occasione del FintechStage Festivalinaugurato a Roma per contribuire a creare un momento di riflessione tra istituzioni e rappresentanti del mondo finanziario sulla situazione italiana.

IN ATTO PROFONDA TRASFORMAZIONE DEL MERCATO FINANZIARIO EUROPEO

L’analisi del mercato finanziario europeo mostra che è in atto una profonda trasformazione guidata principalmente dall’innovazione tecnologica che sta plasmando nuovi comportamenti da parte dei consumatori e, imponendo alle imprese un radicale cambiamento dell’offerta e dei modelli di business. Secondo lo studio Accenture il numero di operatori tradizionali si è ridotto del 40% rispetto al 2015 da 8.500 a circa 5.300 a favore dell’ingresso di altri attori di origine Fintech (oltre 800), che rappresentano oggi il 12% degli operatori (challenger banks, Payments, Specialist). In questo contesto le istituzioni finanziarie che hanno intrapreso grandi processi di innovazione presentano percentuali di valore futuro maggiori di almeno il 30% rispetto alle realtà meno dinamiche. Inoltre, l’analisi mostra che circa i 2/3 dei consumatori (65%) è composta da persone digitalmente evolute o addirittura “esperte di digitale”; questi consumatori si aspettano anche nell’ambito dei servizi finanziari un’esperienza simile a quella offerta dai GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon), estremamente personalizzata e in “real time”. In particolare, nelle interazioni con le istituzioni bancarie, questi ultimi ricercano un rapporto di fiducia e sono più inclini al cambiamento. Questo scenario apre la strada a nuovi ecosistemi dove si assiste ad un forte passaggio da logiche puramente competitive a logiche collaborative che vedono protagonisti gli operatori tradizionali del banking, le Fintech e player di altri settori industriali.

CIRCA 3000 FINTECH NEL MONDO CON INVESTIMENTI A 100 MILIARDI DI DOLLARI

Il 50% dei principali operatori finanziari europei collabora già con imprese startup – attraverso acquisizioni dirette e partnership – per entrare in nuovi mercati, sviluppare nuovi prodotti, acquisire nuovi segmenti di clientela e razionalizzare i modelli operativi. Ciò viene realizzato attraverso l’adozione di nuove tecnologie. Attualmente, secondo la recente mappatura di Accenture, le Fintech risultano essere circa 3000 in tutto il mondo. L’analisi rivela un mercato in costante espansione: dal 2010 al 2017 il livello degli investimenti è aumentato in media del 47% all’anno, arrivando a quasi 100 miliardi di dollari a livello globale. Gli investimenti in Europa appaiono però ancora deboli e si attestano a quota 15,7 miliardi dal 2010 ad oggi, ma nel 2017 sono più che triplicati rispetto al 2016. Come detto, in Italia, invece, dei circa 100 milioni investiti dal 2010, un terzo è stato censito nel solo 2017, sintomo di un settore in forte accelerazione. Ciò nonostante, il nostro paese rimane al 12esimo posto in Europa per investimenti complessivi in Fintech.

I DRIVER CHE GUIDERANNO IL MERCATO

Le motivazioni alla base del fenomeno Fintech sono molteplici e spaziano dalla necessità per le banche di iniziare a “servire oggi il cliente di domani”, alla necessità di raggiungere nuove frontiere di efficienza operativa sfruttando tecnologie come RPA (Robotic Process Automation) e AI (Artifical Intelligence). In questo senso, consapevoli delle difficoltà nel mercato dei Financial Services, le imprese Fintech vedono nella collaborazione con le banche tradizionali una scorciatoia per accrescere rapidamente la loro rilevanza e costruire fiducia nel loro brand e scalare in termini dimensionali. Se finora le aziende di finanza tecnologica si erano concentrate su singole aree come i settori del pagamento, del prestito e del risparmio ora, si stanno riorganizzando in un’offerta unica per il cliente e si prevede che questo trend sarà mantenuto anche nei prossimi anni. Questo sta già accadendo nei mercati più innovativi come Stati Uniti e Regno Unito, e, se si considerano le maggiori Fintech (quelle con oltre 100 milioni di dollari in finanziamenti) è possibile conteggiare già oltre 150 iniziative di collaborazione. Tre le direttrici in cui le Fintech stanno evolvendo, vale a dire il mondo del banking come importante laboratorio sperimentale per testare le tecnologie, sia in termini di gradimento dei consumatori che di efficienza dei processi di business; come portatrici di expertise e know-how da altri settori e mercati (ad esempio in termine di customer experience); e come acceleratori del percorso dell’open banking.

PIÙ INVESTIMENTI IN COMPLIANCE NEI PROSSIMI ANNI

Per quanto riguarda infine l’aspetto regolatorio, sempre secondo la ricerca Accenture, gli investimenti in compliancesono destinati ad aumentare nei prossimi due anni: lo ritiene possibile l’89% dei Compliance Officers del settore Financial Services. Gli investimenti in Regtech sono, infatti, in costante crescita e la continua accelerazione già registrata nel primo trimestre del 2018 potrebbe portare a raddoppiare gli investimenti rispetto al 2017. In questo scenario, gli investimenti del mercato europeo rappresentano circa il 30% degli investimenti totali (quindi circa il doppio rispetto alla quota europea degli investimenti Fintech complessivi).

MACCHI (ACCENTURE): IL SETTORE FINANZIARIO È STRATEGICO PER IL NOSTRO PAESE CHE DEVE ACCELERARE IL PERCORSO DI INNOVAZIONE E FARE UN SALTO DI QUALITÀ

“I segnali che osserviamo – spinta all’innovazione da parte dei consumatori, maggiore consapevolezza da parte degli istituti bancari, abbattimento dei costi delle tecnologie unito all’effetto combinatorio che esse producono – sembrano creare un ecosistema sempre più predisposto alla sperimentazione di nuove soluzioni. Il settore finanziario è strategico per il nostro paese: ricchezza privata, propensione al risparmio, diffusione delle PMI e forte legame delle stesse con il sistema bancario, forti radicamenti territoriali, sono alcuni degli elementi che spiegano perché è fondamentale accelerare il percorso di innovazione e fare un netto salto di qualità posizionandosi tra i leader europei”, ha commentato Mauro Macchi, Senior Managing Director, Responsabile di Accenture Financial Services.

I disabili migliorano la produttività. Parola di imprenditore

 lettera43.it 12 maggio 2018

Comincia a farsi strada tra gli imprenditori l’idea che la diversità migliori le condizioni di lavoro. Ma servono strumenti migliori e più efficaci per il reclutamento e l’inclusione. La strada è ancora lunga.

Ve le ricordate le proteste dei piccoli imprenditori nei confronti della nuova riforma sugli obblighi di assunzione dei lavoratori disabili da parte delle aziende? «Non dobbiamo trasformare un diritto, quello dei lavoratori disabili, in un onere a carico solo delle imprese», dicevano. Dichiarazioni come quella appena riportata, pur lasciando emergere timori plausibili, ci avevano fatto rizzare i capelli in testa.

DISABILI, UN CAPRO ESPIATORIO. Questo succedeva a gennaio in Italia ma appena un mese prima al di là della Manica Philip Hammond, Cancelliere dello Scacchiere inglese, individuava nelle persone con disabilità un comodo capro espiatorio per giustificare gli scarsi risultati britannici sul fronte della produttività.

UN PERCORSO A OSTACOLI. Queste due tessere di puzzle, da sole, rendono molto bene conto della considerazione che molti esponenti del mondo aziendale e politico hanno della forza lavoro disabile e di come il percorso da compiere per arrivare a un cambiamento nel modo di considerare le persone con disabilità all’interno del mercato del lavoro sia ancora irto di ostacoli.

Gestire un’organizzazione composta da individui con caratteristiche molto eterogenee tra loro è complesso ma può essere un’occasione per operare cambiamenti utili a tutti

Chi ritiene oggi che un disabile sia inutile o addirittura un cappio al collo per l’economia e il mercato del lavoro non è un orco cattivo ma una persona che guarda l’Altro attraverso le lenti del pregiudizio ed è convinto di stare osservando una realtà assoluta e oggettiva. È una constatazione che fa arrabbiare ma credo che l’unica strada percorribile per cercare di contrastare questo modo di pensare sia promuovere la diffusione di discorsi e pratiche differenti.

EPPUR (QUALCOSA) SI MUOVE. Gestire un’organizzazione composta da individui con caratteristiche molto eterogenee tra loro è complesso ma può essere un’occasione per operare cambiamenti utili a tutti. Secondo me in Italia lo stiamo lentamente comprendendo, nonostante permangano le “teste ostinate”. The Times They Are A-Changin’, infatti si intravedono dei timidi segnali di pensieri in movimento.

UN BENEFICIO PER TUTTI. Mi sono molto meravigliata leggendo un articolo che divulgava i risultati dell’indagine “Disabilità & Lavoro-La sfida dei manager” promossa da Aism –Associazione italiana sclerosi multipla -, Prioritalia, Manageritalia e Osservatorio Socialis: i due terzi dei manager italiani partecipanti è convinto che avere dei colleghi con disabilità determini ricadute positive su tutti i dipendenti! Non solo, la maggioranza di loro dichiara di aver imparato a organizzare il lavoro in modo più efficiente e a valutare meglio le persone.

CAMBIAMENTO SPONTANEO O GUIDATO? Cosa ha trasformato un mero assolvimento di un obbligo di assunzione della quota di lavoratori con disabilità previsto per legge in un’opportunità di miglioramento per tutto il team aziendale, con supposti benefici anche in termini di produttività? L’articolo non ci permette di capire se il cambiamento di prospettiva sia maturato grazie al supporto del Disability Manager, ruolo responsabile dell’inclusione lavorativa nelle imprese, o spontaneamente in virtù dell’incontro e della conoscenza reciproca tra dipendenti con e senza disabilità.

Cos’ha portato molti imprenditori a investire su risorse con disabilità assumendole, piuttosto che pagare le sanzioni previste per chi non ottempera alla legge?

Il risultato di una gestione aziendale inclusiva penso sia diventare consapevoli del fatto che quelle che si pensavano essere soluzioni per soddisfare le esigenze di pochi rispondono invece ai bisogni di più lavoratori.

DA DISABILITY A CAPABILITY MANAGER. Per esempio l’organizzazione dello spazio in modo più razionale è maggiormente funzionale per tutti; avere la possibilità di lavorare da casa può essere comodo non solo a chi ha difficoltà di spostamento, ovvero ai lavoratori e lavoratrici con disabilità motoria, ma anche alle mamme “normodotate” che ogni giorno rischiano l’esaurimento nervoso cercando di conciliare la vita lavorativa con quella da desperate housewifes. Proprio per questo molti dei partecipanti all’indagine sostituirebbero il ruolo del Disability Manager con il Capability Manager, cioè un profilo che si occupi della gestione di tutte le diversità in azienda.

ALLA BASE DELLA “RIVOLUZIONE”. La ricerca indaga le opinioni dei manager a inserimento lavorativo avvenuto. Io però mi chiedo: cos’ha portato questi imprenditori a scegliere di investire su risorse con disabilità assumendole, piuttosto che pagare le sanzioni previste per chi non ottempera alla legge, soluzione invece adottata da molti altri? L’articolo non lo spiega ma provo a mettermi nei loro panni e immagino che per un datore di lavoro sia difficile selezionare dei nominativi a scatola chiusa.

CV E INFO SINTETICHE E FILTRATE. ​Mi riferisco principalmente a quei titolari d’azienda che attingono al bacino degli iscritti agli uffici Disabili e Categorie Protette provinciali. Le informazioni che possono reperire attraverso questo servizio a mio parere non sono esaustive perché molto sintetiche e sempre inevitabilmente filtrate dallo sguardo dell’operatore che raccoglie le informazioni sugli iscritti.

Quando mi sono registrata io, molti anni fa, il questionario usato per raccogliere i dati dell’aspirante lavoratore conteneva, tra le altre, la domanda: «La persona è in grado di salire autonomamente sui mezzi pubblici?». L’operatrice che mi stava aiutando nella compilazione ha risposto di no senza nemmeno consultarmi e quando le ho chiesto se pensasse che fossi giunta fino a lì in volo, ha ribattuto che se mi fossi imbattuta in un autobus senza rampa non avrei potuto salirci, quindi meglio arrotondare prudentemente per difetto!

IL BELLO DEL VIDEO CURRICULUM. I datori di lavoro che avranno letto il mio profilo avranno probabilmente dedotto che io non sono in grado di salire in autonomia su alcun mezzo di trasporto pubblico ma questo non è vero. L’idea di produrre dei video curriculum in cui gli aspiranti lavoratori si presentano brevemente e mostrano ciò che sanno fare, come quelli realizzati nel progetto “Vedo Curriculum” a sostegno delle persone affette dalla Sindrome X Fragile mi sembra molto utile perché permette a chi guarda di rendersi conto delle effettive competenze dei candidati, senza l’interposizione di filtri terzi.

NON SI ASSUMA A SCATOLA CHIUSA. Il cambiamento necessario non deve solo avvenire da parte dei datori di lavoro ma anche, dunque, nella fase di reclutamento delle risorse, affinché i candidatati, disabili o meno, possano presentarsi al meglio alle aziende, e le aziende, da parte loro, non siano costrette a scegliere a scatola chiusa o con i filtri degli uffici amministrativi.

Crac BpVi Nuovi sequestri per 36 milioni

ilgiornaledivicenza.it 11 maggio 2018

Domani nuova udienza preliminare su costituzioni parti civili

Domani nuova udienza preliminare su costituzioni parti civili

VICENZA. Continuano i sequestri preventivi autorizzati dal Tribunale di Vicenza a favore degli azionisti e risparmiatori danneggiati dal crac della Popolare Vicenza: 36 milioni di euro in due giorni. Il gup Roberto Venditti oggi ha disposto i sigilli su 25 milioni di euro, ai danni di Gianni Zonin e gli altri imputati nel processo, su richiesta dell’associazione «Noi che credevamo nella banca popolare». La cifra si aggiunge agli 11 milioni che si è vista assegnare ieri una singola azionista, un’ereditiera che tra il 2012 e il 2013 aveva cercato di vendere inutilmente azioni per 23 milioni di euro, ma nonostante le rassicurazioni di Zonin e Samuele Sorato era rimasta con un palmo di naso.

Intanto domani riprende l’udienza preliminare nel corso della quale, lo stesso giudice Venditti, dovrà esprimersi sulle richieste di costituzione di parte civile di circa cinquemila azionisti prima di procedere oltre con le richieste degli avvocati. Quanto ai sequestri concessi, sono ora le stesse parti, attraverso i legali, a doversi attivare per rintracciare i beni degli imputati e porli sotto sequestro, come accaduto per la villa e l’abitazione cittadina di Gianni Zonin e per alcuni dei beni contenuti nelle dimore.

I valori eventualmente sigillati non potranno comunque essere ceduti o venduti fino al termine del processo. Solo in caso di condanna potranno infatti essere utilizzati per gli eventuali risarcimenti.

Soccorso veneto, Alessandro Benetton pronto a entrare nella Casa Vinicola Zonin. Così si eviterà il peggio

albola

Castello di Albola, Toscana

 

Che ne sarà della Casa Vinicola Zonin (Cvz), una delle principali aziende italiane del settore, dopo i guai del fondatore ed ex presidente della banca popolare di Vicenza Gianni Zonin? E’ di questi giorni la notizia che i figli del fondatore Domenico, Francesco e Michele si sono messi alla ricerca di un partner con l’obbiettivo di far crescere il gruppo anche attraverso acquisizioni e poi sbarcare in Borsa. E che per individuare il partner giusto è stata investita Mediobanca che sta sondando una serie di fondi internazionali per vedere se sono interessati all’operazione che prevede la sottoscrizione di un aumento di capitale da 50-70 milioni.

In realtà le cose non sono così rosee come vengono dipinte dal momento che la famiglia Zonin ha assolutamente bisogno di una nuova iniezione di capitali, in mancanza della quale rischia di non riuscire a far fronte al debito che è arrivato ai livelli di guardia. Il cavalier Gianni Zonin, infatti, negli anni d’oro in cui era presidente della Banca Popolare di Vicenza, è riuscito a far crescere la sua azienda vinicola a colpi di acquisizioni di nuove terre e possedimenti comprati principalmente a debito. Un debito che nel corso degli anni è andato oltre i livelli cui solitamente accede un comune imprenditore e che faceva leva sulla posizione di rilievo di Zonin nel mondo bancario italiano.

Oggi la Cvz ha nove possedimenti terrieri distribuiti su sette regioni italiane (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Toscana, Puglia, Sicilia) e nella East Coast degli Stati Uniti (Barboursville, Virginia) per un totale di oltre 3000 ettari ed esporta più dell’85% della sua produzione attraverso un network di distribuzione che fa perno sulle filiali estere in Gran Bretagna, Usa, Giappone, Cina e Cile. Il fatturato nel 2017 ha sfiorato i 200 milioni ma il problema è che per costruire questo piccolo impero del vino italiano Zonin si è dovuto accollare più di 180 milioni di indebitamento. I quali, rapportati a un ebitda (margine lordo) di circa 27 milioni porta a un multiplo di oltre 6 volte, troppo alto e obbiettivamente sostenibile. Bisogna ridurlo almeno a 3,5 volte.

21/03/2015 Roma. Rai. Trasmissione televisiva 2 Next economia e futuro. Nella foto Gianni Zonin produttore vitivinicolo ed ex Presidente della Banca Popolare di Vicenza

Per questo motivo, tra il 2015 e il 2016, quando tutti i problemi della Popolare di Vicenza sono esplosi, Zonin ha cercato di salvare l’azienda trasferendo le quote di controllo della Cvz ai figli attraverso un ‘patto di famiglia’. Un accordo contestato dai vertici della banca che ne hanno chiesto la revoca al Tribunale di Vicenza dopo aver ottenuto i sequestri conservativi.

In quei mesi convulsi la prima mossa dei figli Zonin è stata quella di  tamponare la situazione con le banche italiane che chiedevano i rientri dei crediti attingendo liquidità da istituti esteri (dunque impegnando le filiali non italiane del gruppo) per finanziare il circolante e il servizio del debito. Ma ora questa situazione non è più sostenibile e c’è assolutamente bisogno di un aumento di capitale da 50-70 milioni che riequilibri strutturalmente la situazione finanziaria.

29/10/2017 Milano, annuale Assemblea degli Azionisti di Mediobanca
nella foto Francesco Saverio Vinci DG Mediobanca Alberto Nagel Ad e Renato Pagliaro Presidente di Mediobanca

Il problema, al vaglio dell’advisor Mediobanca, è assegnare una valore alla Cvz che possa attrarre un azionista di minoranza con poca governance visto che i figli Zonin vogliono rimanere con la maggioranza (che non dovrebbe essere messa in discussione dalle revocatorie) e continuare a gestire la società. Il nuovo investitore sarebbe chiamato a versare capitale direttamente nella società operativa a valle senza entrare in contatto con l’eventuale procedura giudiziaria. Ma è chiaro che se il Tribunale dovesse decidere per la revoca anche solo di una quota di minoranza delle holding di famiglia, va da sè che il prezzo di vendita della Cvz ne sarebbe influenzato. Il tribunale potrebbe per esempio contestare che il prezzo a cui è stata venduta la partecipazione di minoranza al piano di sotto è troppo basso e pregiudica i diritti dei ricorrenti.

Già, ma allora a quale prezzo si può concludere questo affare, a patto che si possa. La valutazione che in questi giorni Mediobanca sta comunicando ai potenziali investitori si aggira intorno ai 300 milioni. Una cifra frutto della differenza tra 480 milioni di valore dell’attivo a cui bisogna sottrarre circa 180 milioni di debito. Le nove proprietà terriere sono state valutate intorno a 170 milioni, il centro operativo e gli stabilimenti di Gambellara circa 80 milioni, i marchi del gruppo altri 180 milioni. In più c’è il Castello di Albola oltre ad altri appezzamenti che potrebbero essere sfruttati sotto il profilo turistico e che valgono nel complesso un’altra cinquantina di milioni.

In pratica si chiede al potenziale investitore di versare 50-70 milioni per avere una quota della Cvz tra il 15 e il 20% pagando un multiplo Ev/ebitda di 18 volte, che sale a 24 volte se si considera che l’ebitda vero è di circa 20 milioni calcolando in circa 7 milioni la parte di margine che va a remunerare le aziende agricole di famiglia che gestiscono i possedimenti.

Si tratta di un prezzo obbiettivamente alto visto che le transazioni del settore si attestano su un multiplo compreso tra 10 e 12 volte. Dunque è probabile che parta una trattativa con i potenziali interessati che porti il prezzo a livelli più ragionevoli.

La novità di queste ore è che tra i fondi che hanno guardato la società quello più gradito alla famiglia Zonin è certamente la 21 Investimenti guidata da Alessandro Benetton, cui è stato sottoposto il dossier da Mediobanca. Una sorta di soccorso veneto, verrebbe da dire, vista la situazione piuttosto complicata che sta attraversando la famiglia Zonin e le necessità impellenti che difficilmente possono essere spiegate a un investitore estero.

A ciò si aggiungano i buoni rapporti tra la famiglia Benetton e Mediobanca, amicizia suggellata da una quota azionaria nella merchant bank di piazzetta Cuccia e una ancora più consistente e appena arrotondata pari al 3% di Generali. Con 70 milioni di nuova finanza la Cvz vorrebbe abbattere il debito per circa 40 milioni, di cui 12,3 andranno a chiudere prodotti derivati con posizioni negative. Mentre 20-30 milioni servirebbero per acquistare una nuova proprietà in California, in modo da arricchire il ventaglio dei prodotti offerti, e stringere joint venture in Cile, altra terra famosa per i suoi vini.

Ma prima di arrivare a tutto ciò bisognerà vedere se i figli Zonin e Alessandro Benetton riusciranno a mettersi d’accordo sul prezzo e se le cause in corso non andranno a influenzare tutta l’operazione.

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