Mps, tra soluzione inglese e Usa. Resta pubblica almeno per altri 5 anni

Mps, tra soluzione inglese e Usa. Resta pubblica almeno per altri 5 anni

mps

Il ritorno all’utile di Banca Mps piace a Piazza Affari, dove il titolo ha raggiunto una capitalizzazione di 3,135 miliardi di euro, valore che non si vedevano più da fine febbraio. Che il peggio della crisi del settore bancario sia alle spalle dopo che gli istituti italiani hanno dovuto svalutare crediti per 138 miliardi di euro negli ultimi 5 anni, vedendo svanire utili e capitali nel processo, sembra confermato anche dalle altre trimestrali bancarie pubblicate in questi giorni, ma la strada verso la completa guarigione per Siena, e dunque per l’uscita del Tesoro (attualmente al 68% del capitale), potrebbe essere ancora lunga, se si guarda a casi come quello di Royal Bank of Scotland, a meno che il nuovo governo non voglia fare tesoro della soluzione Usa, molto più rapida nel far uscire le banche e l’economia reale dalla crisi e meno onerosa per i contribuenti.

mps

Il Monte dei Paschi di Siena ha chiuso i primi tre mesi dell’anno con un utile di 187,6 milioni a fronte di una perdita di 169,2 milioni dello stesso periodo del 2017, con un ulteriore compressione dei costi operativi e con ricavi di 877 milioni calati (-6% annuo) meno del previsto, grazie anche alla crescita (900 milioni nel trimestre) degli impieghi commerciali in scia all’aumento del 20% delle nuove erogazioni di mutui. Ma la vera sorpresa sono stati i ridotti accantonamenti per perdite su crediti, calati a soli 137 milioni, ossia circa la metà di quanto il mercato si attendeva.

Non solo: la banca guidata da Marco Morelli ha segnalato di aver completato la securitization dei 24 miliardi di crediti deteriorati varata lo scorso anno avendo ottenuto il rating dei titoli senior (3 miliardi) che saranno acquistati dalla banca per essere ins eguito ceduti sul mercato. La garanzia Gacs su di essi dovrebbe essere concesse a breve, il deconsolidamento del portafoglio è previsto entro fine giugno. Completata questa cessione l’Npe ratio dovrebbe più che dimezzarsi passando dal 45% al 21%, per poi ridursi al 18% dopo l’ulteriore cessione di 2,6 miliardi di Npl legati a “small tickets” e contrastti di leasing attesa entro fine anno. Inoltre è già in corso la vendita di 1,5 miliardi di inadempienze probabili: 500 milioni erano già state cedute (o erano pervenute offerte vincolanti) allo scorso 30 aprile scorso, altri 600 milioni riceveranno offerte vincolanti entro fine giugno, gli ultimi 400 milioni saranno ceduti entro fine 2018. Basterà questo sforzo per rimettere in carreggiata Mps e consentire allo stato di iniziare a ridurre la sua presenza?

mps

Se si guarda alle esperienze estere non sembra possibile, almeno in tempi rapidi. Royal Bank of Scotland, salvata nel 2008 dal Tesoro britannico con un’iniezione di aiuti per 45 miliardi di sterline, ha segnato il primo bilancio in utile solo l’anno scorso (752 milioni di sterline) e tuttora vede lo stato britannico socio al 71%. Il Tesoro di Sua Maestà ha già annunciato di volercollocare una prima tranche di titoli sul mercato, per un controvalore di circa 3 miliardi che ai livelli attuali (Rbs capitalizza oltre 35 miliardi di sterline) significa una quota attorno al 10%.

Ma l’operazione è prevista tra circa un anno (entro il marzo 2019), volendo il management guidato dal Ceo, Ross McEwan, iniziare a restituire prima agli azionisti i circa 4 miliardi di sterline in eccesso che la banca si ritrova in pancia dopo aver definitivamente chiuso ogni strascico legale con le autorità Usa per una vicenda di obbligazioni collegate a mutui “subprime” vendute in modo non corretto. Il maxi dividendo servirebbe a ridurre di circa 3 miliardi il conto finora pagato dai contribuenti britannici che in caso di uscita immediata del Tesoro dal capitale di Rbs perderebbero ad oggi quasi 20 miliardi di sterline.

Al Tesoro italiano il salvataggio di Mps è invece costato 5,4 miliardi (se ne dovrebbero aggiungere circa altri 3-3,2 miliardi sotto forma di Gacs), pertanto se volesse uscire ora la perdita supererebbe i 3,25 miliardi anche ammesso che le Gacs non comportassero alcun ulteriore esborso (mentre nel caso peggiore il costo salirebbe attorno a 6,5 miliardi). Se invece Mps tornasse a registare utili di bilancio comparabili con quelli pre-crisi (il 2008 l’utile netto fu di 922 milioni), quando peraltro l’istituto aveva tutt’altre dimensioni (i crediti verso clientela erano paria 156 miliardi, a fine 2017 si era scesi a 86,5 miliardi), servirebbero almeno 5 anni per pareggiare i conti.

Ma forse la conclusione della vicenda Mps potrebbe essere diversa: negli Usa dopo il fallimento di Lehman Brothers furono erogati 107,3 miliardi di dollari di aiuti a Morgan Stanley, 99,5 miliardi a Citigroup e 91,4 miliardi a Bank of America (che poi rilevò Merrill Lynch). In tutto furono sette i programmi di aiuti attivati: solo col programma Tarp le 10 maggiori banche Usa ottennero oltre 68 miliardi di dollari, che però furono poi integralmente rimborsati già a partire dal 2009. Alla fine il Tarp erogò 426 miliardi di dollari di prestiti, ottenendo tra rimborsi, interessi sui prestiti e cessione delle azioni sottoscritte in cambio dei prestiti medesimi, 441 miliardi.

Non solo: anche le grandi agenzie Fannie Mae Freddie Mac, a loro volta controllate dal Tesoro Usa, si attivarono per soccorrere, più che le banche, l’economia reale, erogando finanziamenti agevolati per 622,5 miliardi di dollari ed ottenendo un incasso di 698,3 miliardi. Conclusione: l’esperienza americana ha consentito di superare la crisi in minor tempo e con un guadagno per i contribuenti di oltre 90 miliardi di dollari, quella britannica è servita comunque a non far fallire il sistema, ma a distanza di 10 anni il Tesoro è ancora azionista e i contribuenti rischiano ancora di vedersi addossare alcuni miliardi di perdite, mentre in Italia (e in casa Montepaschi in particolare) siamo ancora alle prime luci dell’alba, in attesa di capire come il nuovo governo vorrà gestire la vicenda e chi dovrà pagare, eventualmente, il conto finale.

Tentativo di Golpe del Presidente? Da che parte starebbero le forze armate? Ben sapendo che verrebbero anche loro sacrificate, la pensione non la prenderebbero più…

 scenarieconomici.it 12 maggio 2018

Tutto sta nel titolo: e se Mattarella fregandosene dei dettami Costituzionali, secondo cui ha ruolo di fiduciario della maggioranza parlamentare, non accettasse un capo del governo proposto da chi ha i numeri per governare?  Ed anzi forzasse un suo esecutivo? Addirittura: e se piuttosto che dare la maggioranza a Lega+M5S rimandasse tutti alle urne, con un Berlusconi riabilitato, con la volontà nemmeno tanto nascosta di fare un governo con Renzi (se succedesse consiglio alle persone di buona volontà di abbandonare l’Italia)?

Avete capito spero la puntualità della riabilitazione di Berlusconi da parte della stessa, medesima procura che l’avrebbe, secondo il Cavaliere, perseguitato in passato? Proprio ora che M5S+Lega stanno facendo il governo più squisitamente italiano dall’Unità d’Italia?

Secondo chi scrive – senza dubbio alcuno – sarebbe un golpe. Con buona pace di Einaudi, secondo chi scrive citato a sproposito in questi giorni.  Einaudi che osò molto meno di quello che (sembra) si appresterebbe a fare Mattarella….

L’ho detto mesi fa: da tempo soggetti (apicali) ben informarti stanno aspettando il diretto tentativo franco-tedesco di ingerire apertamente negli affari italiani, nel caso il Belpaese fosse in grado di mettere a repentaglio, nel rispetto degli interessi dei propri cittadini e non di quelli francesi e tedeschi, il progetto dell’EURO (notasi bene, NON ho detto progetto EUropeo).

Pensate davvero che gli esplosivi e le armi sequestrati mentre cercavano di entrare in Italia per il tramite di ex-jugoslavi e slavi in genere fossero davvero destinati alla Catalogna? Passando dal Monte Bianco e dalla Svizzera per andare in Spagna? Perchè non sono andati direttamente a Barcellona evitando il maggior numero di frontiere possibile?

Ve la faccio semplice: il dubbio di molti è che tali armi sequestrate fossero destinate all’Italia, forse per destabilizzare il Paese con azioni là da venire. Non vi è venuto il dubbio, eh? E’ fatto risaputo che la manovalanza “sporca” dell’Europa sia quella ex jugoslava, soprattutto se si parla di Francia e Germania.

Chiedetevi: perchè la Lega ha proposto Giampiero Massolo – da circa un anno in Finmeccanica, a tutela della strategicità dell’azienda messa in crisi nell’affaire STX dai francesi – come primo ministro super partes del governo M5S+Lega? Sapete vero chi era Massolo? Il capo supremo dei servizi segreti italiani, uomo integro, credetemi. Spero abbiate capito che qualcuno sa bene cosa – sigh – sta succedendo. (…) Ed inoltre spero che il M5S capisca che Massolo è davvero la scelta migliore, nell’interesse nazionale.

Vi prego di ricordare che, in tutto questo, io cerco solo di farvi arrivare a conclusioni che nessuno vuole mettere in risalto, spero l’abbiate capito (…).

Ricordatevi solo una cosa: l’Italia, la sua unità, la sua democrazia ed anche il suo benessere ed autonomia sono a rischio altissimo in riferimento a periodi non bellici, il rischio più alto almeno dal 1870. Purtroppo – lo vedremo fra poche ore – temo che di Mattarella non ci si possa fidare (vedremo se anche per lui ci sarà lo Scontrino che metterà a repentaglio la sua carriera, …).

Fantomas

 

Protesta a Napoli contro Bankitalia

ansa.it 12 maggio 2018

Tute arancioni, maschere. Tensioni davanti a sede Banco Napoli

Si sono ispirati alla serie “La casa di carta” gli attivisti che oggi hanno protestato davanti alla sede della Banca d’Italia a Napoli per denunciare “il ricatto al quale sono sottoposte le città soggette al debito provocato anche dalle banche che negli anni hanno prestato denaro a condizioni pessime per una pubblica amministrazione, facendo firmare derivati legati ai tassi di mercato europei senza dare le giuste garanzie di informazioni e valutazione dei rischi”.
I manifestanti, in tuta arancione come i protagonisti della serie televisiva ma che al posto della maschera di Dalì indossavano quelle di Pulcinella, hanno sostato sotto la sede della Banca d’Italia esponendo uno striscione con la scritta ‘Napoli non si vende’.
La manifestazione si è svolta in concomitanza con altre iniziative simili previste oggi in Spagna ed in Grecia. Il gruppo in arancione si è poi diretto alla vicina sede del Banco di Napoli dove vi sono stati alcuni momenti di tensione con agenti di Polizia.

Esposto del Codacons alla Corte dei Conti: “253,1 milioni il danno economico dello stallo politico”. E la Cgia lancia l’allarme sull’Iva: “Con l’aumento effetti recessivi”

lanotizia.it 12 maggio 2018

Camera

Ammonta a 253,1 milioni il danno economico subito dalla collettività negli ultimi due mesi a causa dei ritardi nella formazione del nuovo Governo. Lo denuncia il Codacons, che presenta un esposto alla Corte dei Conti affinché accerti sprechi di soldi pubblici e il danno erariale subito dallo Stato. Come noto, da due mesi l’attività parlamentare è totalmente bloccata in attesa della formazione del nuovo Governo – spiega il Codacons – ciò significa che Camera e Senato, le relative Commissioni e gli altri organi direttamente connessi al Parlamento sono inattivi e i loro lavori sospesi. A fronte di tale situazione di stallo, tuttavia, i due rami del Parlamento continuano a produrre costi a carico dei cittadini, e deputati e senatori percepiscono da due mesi i compensi da parlamentari pur non svolgendo alcun tipo di attività. Considerato che, in base ai dati di bilancio resi pubblici, i costi annui per il funzionamento del Parlamento nel 2018 ammontano a circa 1,52 miliardi di euro (551 milioni il Senato, 968 milioni a Camera), tale situazione di impasse ha prodotto uno spreco di soldi pubblici a danno dei cittadini pari a 253,1 milioni di euro solo negli ultimi due mesi (dalle elezioni del 4 marzo ad oggi).

“Mentre da un lato ancora non si trovano risorse per bloccare l’aumento Iva del 2019, dall’altro milioni e milioni di euro vengono buttati per finanziare un Parlamento fermo da più di due mesi e per pagare gli stipendi a Senatori e Deputati – denuncia il presidente Carlo Rienzi –. Per tale motivo abbiamo chiesto alla Corte dei Conti di aprire una inchiesta sul caso, allo scopo di accertare eventuali danni erariali per la collettività. Chiediamo inoltre ai partiti politici di disporre la restituzione, in favore delle casse dello Stato, di parte dei compensi percepiti dai parlamentari eletti dal 4 marzo ad oggi, considerato che tali soldi sono stati incassati in assenza di qualsivoglia tipo di attività”, conclude Rienzi.

Ecco, l’Iva. Se il prossimo Esecutivo non riuscisse a sterilizzarne l’aumento, nel corso del 2019 – secondo i calcoli della Cgia di Mestre – ogni famiglia italiana subirà un incremento medio di imposta pari a 242 euro. Nel dettaglio, tale rincaro sarà pari a 284 euro per famiglia al Nord, a 234 euro nel Centro e a 199 euro nel Mezzogiorno. Infatti, se non verranno recuperati entro la fine di quest’anno 12,4 miliardi di euro, l’aliquota ordinaria passerà dal 22 al 24,2%, mentre quella ridotta dal 10 salirà all’11,5%. E l’Italia sarà il Paese con l’aliquota Iva ordinaria più elevata dell’Eurozona. “Bisogna assolutamente evitare l’aumento dell’Iva – ha spiegato Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia –. Non solo perché colpirebbe in particolar modo le famiglie meno abbienti e quelle più numerose, ma anche perché il ritocco all’insù delle aliquote avrebbe un effetto recessivo per la nostra economia. Ricordo, infatti, che il 60 per cento del Pil nazionale è riconducibile ai consumi delle famiglie”.

“L’aumento delle aliquote Iva rischia di alimentare una spirale recessiva che compromette i segnali di ripresa dell’agroalimentare, dove i consumi interni sono ancora stagnanti, a fronte di una produzione in crescita, restano ancora al palo”, l’allarme lanciato invece dalla Coldiretti. “Va quindi scongiurato perché – sostiene l’associazione – sarebbe un duro colpo per la spesa delle famiglie italiane in alimenti e bevande che nel 2017, dopo cinque anni di valori negativi, ha invertito la tendenza e ha fatto segnare un balzo record del 3,2%, secondo le elaborazioni su dati Ismea. La spesa alimentare è la principale voce del budget delle famiglie dopo l’abitazione con un importo complessivo di 215 miliardi ed è quindi un elemento fondamentale per la ripresa dell’economia”.

 

Mattarella “einaudiano” avvisa M5s e Lega

lo spiffero.com 12 maggio 2018

Il Capo dello Stato coglie l’occasione delle celebrazioni per il 70° anniversario del giuramento del primo presidente “costituzionale” della Repubblica per lanciare segnali a Di Maio e Salvini. Come lo statista di Dronero non farà il semplice notaio

Parla di Einaudi perché Di Maio e Salvini intendano. «Cercando sempre leale sintonia con il governo e il Parlamento, Luigi Einaudi si servì in pieno delle prerogative attribuite al suo ufficio ogni volta che lo ritenne necessario». È un passaggio dell’intervento del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Dogliani.  «Fu il caso illuminante del potere di nomina del presidente del Consiglio dei ministri, dopo le elezioni del 1953 per la quale non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, quello della Dc», aggiunge. Quella di Einaudi fu una presidenza «tutt’altro che notarile», sottolinea poi il capo dello Stato ricordando lo statista piemontese a Dogliani nel 70° anniversario del suo discorso di insediamento al Quirinale. Einaudi «sapeva che i suoi atti avrebbero fissato confini all’esercizio del mandato presidenziale», aggiunge Mattarella. Quello del presidente della Repubblica è un ruolo di «tutore dell’osservanza della legge fondamentale della Repubblica», ricorda ancora il capo dello Stato citando Einaudi. Sempre a proposito dei «contrappesi istituzionali», Mattarella cita La Città libera di Einaudi: «I freni hanno lo scopo di limitare la libertà di legiferare e di operare dei ceti politici governanti scelti dalla maggioranza degli elettori».

La citazione fatta da Mattarella di Einaudi assume quasi i contorni di un richiamo ai doveri dei politici contemporanei, in specie quelli che in queste ore sono alle prese con la formazione del governo: «Tu non potrai operare a tuo piacimento, tu devi, sotto pena di violare giuramenti e carte costituzionali solenni, osservare talune norme che a noi parvero essenziali alla conservazione dello Stato che noi fondammo – dice Mattarella citando Einaudi -. Se tu vorrai mutare codeste norme, dovrai prima riflettere a lungo, dovrai ottenere il consenso di gran parte dei tuoi pari, dovrai tollerare che taluni gruppi di essi, la minor parte di essi, ostinatamente rifiutino il consenso alla mutazione voluta dai più».

Era «tale l’importanza che Einaudi attribuiva al tema della scelta dei ministri, dal volerne fare oggetto di una nota, nel 1954, in occasione dell’incontro con i presidenti dei gruppi parlamentari della Dc, dopo le dimissioni del governo Pella», ricorda ancora il presidente Mattarella. «È, scrisse nella nota, dovere del Presidente evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Carta gli attribuisce».

«Einaudi, riferendosi alla prerogativa del sovrano (e, vien da pensare, interrogandosi implicitamente sul ruolo del presidente della Repubblica), osservava che essa «può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé, non sono capaci di affrontare», sottolinea ancora il presidente.

«Solo una società libera e robusti contropoteri avrebbero impedito abusi»: questa, secondo il presidente della Repubblica, fu una delle «convinzioni più profonde» dello studioso Einaudi che, «sin dal suo messaggio alle Camere riunite in occasione del giuramento ricordò il ruolo di tutore” dell’osservanza della legge fondamentale della Repubblica. «La divaricazione tra le forze politiche legittimate a guidare il Paese e le forze politiche alle quali era assegnato il ruolo di opposizione non si tradusse mai in una democrazia dissociativa che avrebbe reso la Repubblica fragile e debole». Il presidente della Repubblica ricorda poi così la «democrazia in bilico» del Dopoguerra nel 70esimo anniversario del giuramento di Luigi Einaudi da presidente della Repubblica. «Erano avvenute scelte divaricanti, con la costituzione di governi che avevano lasciato alle spalle la straordinarietà dell’unità tra le forze politiche rappresentata dal Comitato di Liberazione Nazionale – aggiunge il Capo dello Stato -. I risultati delle elezioni generali del 18 aprile 1948 avevano rappresentato lo spartiacque che avrebbe segnato i decenni successivi. E la democrazia uscì vincente dalla prova».

Mattarella spiega ai partiti che il presidente non è un notaio

askanews.it 12 maggio 2018

Ricorda i poteri del capo dello Stato
Mattarella spiega ai partiti che il presidente non è un notaio

Roma, 12 mag. (askanews) – “Le osservazioni al governo non avevano mai “indole di critica, sibbene di cordiale collaborazione o di riflessioni comunicate da chi, anche per ragioni di età, poteva essere considerato un anziano meritevole di essere ascoltato”. Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella citando parole del capo dello Stato Luigi Einaudi in occasione della ricorrrenza del suo giuramento e dell’entrata in carica al Colle. “Einaudi – ha ricordato Mattarella – rinviò due leggi approvate dal Parlamento, perché comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell’art.81 della Costituzione”. Il capo dello Stato ha il potere di nominare il presidente del Consiglio, anche non avvalendosi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, ha anche ricordato Mattarella.

Einaudi, “cercando sempre leale sintonia con il governo e il Parlamento, si servì in pieno delle prerogative attribuite al suo ufficio ogni volta che lo ritenne necessario. Fu il caso illuminante del potere di nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri, dopo le elezioni del 1953. Nomina per la quale – ha ricordato Mattarella – non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, quello della Democrazia Cristiana”. Fu un passaggio di un esecutivo di pochi mesi, guidato dall’ex ministro del Tesoro, Giuseppe Pella, ha proseguito Mattarella, “e che portò al chiarimento politico con la formazione di una maggioranza tripartita che governò, con Mario Scelba, sino alla scadenza del settennato dello stesso Einaudi”. Per Einaudi “tale l’importanza che attribuiva al tema della scelta dei ministri, dal volerne fare oggetto di una nota verbale, da lui letta il 12 gennaio 1954 – ha rilevato il capo dello Stato – in occasione dell’incontro con i presidenti dei gruppi parlamentari della Democrazia Cristiana, rispettivamente Aldo Moro e Stanislao Ceschi, dopo le dimissioni del governo Pella. È, scrisse in quella nota, “dovere del Presidente della Repubblica evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”.

“Il ruolo del Presidente della Repubblica “può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé, non sono capaci di affrontare, o per ristabilire l’osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza anche se ossequiata nell’apparenza”. Così sempre Mattarella citando Einaudi.

“Spettava a Luigi Einaudi – ha proseguito Mattarella – una esperienza senza precedenti: essere il moderatore dell’avvio della vita dell’Italia repubblicana. Nella sua opera di costruzione dell’equilibrio tra i diversi organi costituzionali, lo statista di Carrù sapeva che i suoi atti avrebbero fissato confini all’esercizio del mandato presidenziale, per sé e per i suoi successori. Con la discrezione e la fermezza che lo caratterizzavano diede vita a un dialogo di permanente leale collaborazione istituzionale, proponendo una penetrante “moral suasion” nei rapporti con il governo, a partire dall’esercizio del potere previsto all’art. 87 della Costituzione, che regola la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa”.

1. GLI USURAI DOVE NASCONDONO I (MOLTI) SOLDI DEI LORO TRAFFICI ILLECITI? AL CIMITERO! 2. A ROMA DUE FRATELLI, GIOVANNI E DARIO ZAPPARINI DI 68 E 64 ANNI, CHE PRESTAVANO DENARO A STROZZO, NASCONDEVANO I PROVENTI DIETRO LA LAPIDE DEL PADRE MORTO 3. LE INTERCETTAZIONI: “NOI SO QUARANTA ANNI CHE FACCIAMO STO LAVORO…DI QUESTE OPERAZIONI IO NE FACCIO TRENTA AL MESE. SIAMO UNA PICCOLA SOCIETÀ CHE PRESTA DUEMILA, TREMILA EURO AGLI AMICI…”. TRA LE VITTIME COMMERCIANTI, RISTORATORI E NEGOZI 4. QUANDO NON RIUSCIVANO A CONVINCERE CON LE MINACCE LE VITTIME A SALDARE (“FACCIO SCENDERE MIO COGNATO DALLA ROMANIA”, “TI UCCIDO CARTOLARMENTE”), I DUE FACEVANO…

dagospia.com 12 maggio 2018

Adelaide Pierucci per “il Messaggero”

CIMITERO DI PRIMA PORTACIMITERO DI PRIMA PORTA

Guadagni mensili da capogiro. E l’impossibilità di depositare il denaro in banca. Allora i soldi guadagnati coi prestiti usurai venivano sistemati nella tomba di famiglia, sotto alla lapide del padre, e dentro una fioriera. Non è bastata l’ accortezza dell’ occultamento dei guadagni illeciti al cimitero di Prima Porta e l’ intestazione fittizia dei beni ai parenti a mettere al riparo dall’ arresto due fratelli usurai del Quadraro, specializzati nel prestare denaro a strozzo ai commercianti del quartiere, in difficoltà economica.

USURAUSURA

Giovanni e Dario Zapparini, 68 e 64 anni, ieri non hanno potuto riaprire la saracinesca del loro negozio di vini in piazza del Quadraretto, usato come copertura all’ attività di microcredito a strozzo: si sono ritrovati in carcere, in due celle vicine a Regina Coeli, con le accuse di usura e esercizio abusivo del credito.

Il modus operandi lo ha spiegato il fratello maggiore a un cliente non sapendo di essere intercettato dalla finanza: «Noi so quaranta anni che facciamo sto lavoro…Di queste operazioni io ne faccio trenta al mese». «Noi siamo una piccola società – aveva aggiunto – che presta duemila, tremila euro agli amici». Quattordici finora le vittime accertate.

I CLIENTI

CIMITERO DI PRIMA PORTACIMITERO DI PRIMA PORTA

Nell’ elenco ci sono per lo più commercianti, ristoratori, ma anche titolari di negozi di ottica, di agenzie di viaggio, mediatori commerciali, periti, ragionieri, conducenti Ncc, e altra «gente bisognosa del quartiere», scrivono i magistrati. Romani del Quadraro, ma anche un tunisino che ha appena aperto un ristorante etnico all’ Appio Claudio. Lui a fronte di 10.000 euro si è ritrovato a restituirne in meno di un anno 18.800 euro, pagando 48 rate da 400 euro a settimana. In un caso a fronte di un prestito di 100mila euro destinato ad un piccolo imprenditore, poi fallito, la vittima dopo 10 anni ha dovuto riconsegnare circa 400mila euro. Gli interessi erano superiori al 10%.

USURAUSURA

E gli affari dei fratelli Zapparini, a dispetto della crisi, andavano a gonfie vele. Anche perché, come riporta l’ ordinanza di arresto firmata dal gip Daniela Caramico D’ Auria, specie Giovanni, quando non riusciva a convincere con le minacce le vittime a saldare («Faccio scendere mio cognato dalla Romania» oppure «ti uccido cartolarmente», ossia «ti mando sotto protesto»), passava ai pignoramenti di stipendi e pensioni, alle esecuzioni forzate sugli immobili.

Le vittime confermano davanti agli investigatori: «Volevano un garante e assegni senza nomi e cifre». Nella bottega di vini gli incassi lievitano ogni giorno. Giovanni, in cassa, parla col fratello dei soldi nascosti nella tomba di famiglia.

CIMITERO DI PRIMA PORTACIMITERO DI PRIMA PORTA

Pacchetti di «trentamila euro, quaranta mila euro», imbustati e sistemati in scatole di plastica, perché «nessun metal detector la scova». I due fratelli, assistiti dagli avvocati Carlo Arnulfo e Pierpaolo Ristori, saranno interrogati domani. Ad inchiodarli il loro parlottio: «Avemo arzato la pietra di marmo, la lapide di papà, e abbiamo piazzato i soldi.

Tranquillo, non se fracicano». Soldi che i finanzieri non hanno fatto in tempo a recuperare.

“Comprate diamanti”, anche 7 lodigiani truffati

CARLO D’ELIA il giorno.it 12 maggio 2018

Truffa dei diamanti

Truffa dei diamanti

Lodi, 12 aprile 2018 – Anche sette risparmiatori lodigiani si sono rivolti alla Federconsumatori Lodi per denunciare la truffa dei diamanti. In tutta Italia sono stati circa 1.100 i cittadini convinti a investire i propri risparmi in pietre preziose, per un ammontare complessivo di 21,2 milioni di euro. I fatti risalgono, almeno per i casi lodigiani, al periodo compreso tra il 2008 e il 2014. In un momento in cui alcune banche erano a rischio di fallimento e molti risparmiatori vedevano svanire i propri averi a causa di spregiudicate operazioni di salvataggio, il rifugio negli investimenti in diamanti a molti è sembrata una buona strada, suggerita ed ampiamente garantita da parte di specialisti che, in presenza dei consulenti della propria banca, assicuravano un «investimento sicuro.

I lodigiani hanno investito da 8mila euro a 80mila euro. Peccato che gli stessi diamanti, oggi, hanno valori fortemente svalutato ed i cittadini non riescono neanche a venderli sul mercato. Anche l’Antitrust ha multato per 15 milioni di euro le banche ed i broker per le proposte «gravemente ingannevoli e omissive», aggravate dal fatto che le quotazioni relative ai prezzi dei diamanti erano fissate attraverso la «contrattazione in mercati organizzati». Nel frattempo, Federconsumatori di Lodi sta chiedendo risposte alle banche.

In provincia gli unici sportelli al momento coinvolti sono quelli della Banca Popolare di Lodi. «E’ una questione che stiamo tenendo sotto controllo – spiega l’esponente di Federconsumatori Lodi, Umberto Poggi –. Si tratta di investimenti considerevoli che hanno coinvolto anche sette lodigiani. Chi è stato truffato ha la possibilità di presentarsi nei nostri uffici per avviare le pratiche di richiesta di risarcimento». «La prima cosa che stiamo facendo – aggiunge – è l’invio di una triplice lettera che viene indirizzata ai diversi uffici della banca. Ho già avuto delle risposte da parte della Banca d’Italia e dalla Consob, che si scaricano a vicenda le colpe, e anche dell’azienda dei diamanti che si è occupata del business. Sono fatti che risalgono dal 2008 al 2014. La Banca Popolare di Lodi è l’unica ad avere delle responsabilità tra i clienti lodigiani».

PIERMATTARELLA XIV DI FRANCIA

 scenari economici.it 12 maggio 2018

PierMattarella XIV, come il suo predecessore Re Sole, intende governare da solo:

Morto il suo Cardinal Mazzarino, anche se dall’oltretomba questi viene a grattare i piedi dei suoi successori:

decide di scegliere lui i pupazzi da manovrare:

Fedele cagnolino al seguito della sua vera padrona:

mi pare tanto cominci ad assumere comportamento alla Marchese del Grillo:

Per quanto ancora la gente sopporterà questi abusi di potere?

Ad maiora.

Depositi di risparmio, l’ennesima presa in giro della Bce

 ilfattoquotidiano.it 12 maggio 2018

Diceva Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. La prova è la consapevole e scarsa attenzione al processo di indebolimento delsistema bancario per consegnarlo (laddove già non fatto) al capitale straniero. Il terzo indizio è una scadenza molto importante e vicina. Entro il 2018 le banche (per dimostrare di essere in buona salute) dovranno superare un esame richiesto dalla Banca centrale europea. Un esame difficile e che si basa sull’indice Nsfr(Net stable funding ratio), un “indicatore” creato per dare più solidità al sistema delle banche e rafforzarne la capacità di reagire a eventi traumatici, su un orizzonte di tempo limitato (un anno).

Il Net stable funding ratio è il rapporto tra l’ammontare disponibile di provvista stabile di una banca e la somma obbligatoria di provvista stabile. Il requisito imposto da Basilea è che questo rapporto sia maggiore del 100% e cioè che il numeratore sia maggiore del denominatore. Per provvista stabile si intendono, tra l’altro, “i depositi di risparmio della clientela che si ritiene costituiscano fonti affidabili di fondi, su un orizzonte temporale di un anno, in condizioni di stress prolungato”. Un tesoretto che non va via facilmente (perché vincolato per una durata superiore ai 12 mesi) e sul quale quindi si può certamente contare entro l’anno. L’ammontare obbligatorio, invece, è la somma minima di soldi che la banca deve (per legge e cautelativamente) “mettere da parte” e tenere a disposizione dei risparmiatori, nel caso in cui – in presenza di eventi traumatici – rivogliano indietro e prima della scadenza i loro risparmi.

Come sono messe le banche italiane rispetto a questo nuovo obbligo richiesto dalla Bce?

Negli ultimi anni (post fallimento Lehman Brothers), i banchieri hanno adottato una miope politica di funding che puntava, nel breve, a racimolare un po’ di utili per i disastrati bilanci traendo profitto da una raccolta a breve termine (risparmi dei clienti che restano nelle casse solo o meno di 18 mesi) che solitamente viene pagata a un tasso più contenuto rispetto alla raccolta a medio e lungo termine. E la raccolta a breve termine non costituisce “provvista stabile”.

Ma poi vai a vedere l’Nsfr del 2012 di Mps e trovi un valore pari a 101%. E ti chiedi: ma Monte dei Paschi di Siena non è andata in default proprio per la sua scarsa resistenza strutturale? Bilancio falso o altro? Il motivo lo capisci quando si esamina attentamente il documento del 2014 del Comitato di Basilea che ha introdotto il Nsfr: la normativa è solo una ennesima presa in giro perché è già stata edulcorata in partenza. Basta concentrarsi su due percentuali indicate nel documento90% e 95%. Quale sarebbe quindi l’escamotage pensato da Bce e da Bankitalia per vanificare – dietro l’apparente severità dei propositi – il carattere vincolante dell’indice Nsfr?
Per far sì che tutte le banche sembrino “a posto” e possano (apparentemente) superare l’esame, hanno fatto in modo che dentro la definizione di “provvista stabile disponibile” (il numeratore) le banche possano calcolare anche il 90% dei depositi liberi a scadenze inferiori a un anno.

In sostanza quella che (in teoria) dovrebbe essere una provvista stabile, in realtà – per un cavillo “esecutivo” della stessa normativa – si rivela una provvista non tanto stabile, perché è stato permesso di conteggiare dentro quella provvista anche fondi che così duraturi non sono, visto che possono sparire dalle casse della bancaprima di un anno. E tutto ciò al fine di fare sembrare il sistema bancario migliore di quanto sia.

Ma perché tutto questo? Alla prossima.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: