CONTRATTO LEGA-M5S/ Cosa ne sarà di Ilva, Alitalia e Mps?

Probabilmente il contratto di Governo tra Lega e Movimento 5 Stelle non ne parlerà, ma ci sono importanti dossier da affrontare, come Ilva, Alitalia e Mps. LORENZO TORRISI

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Probabilmente il contratto di Governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, se mai verrà alla luce, non ne parlerà. Eppure, oltre a misure di politica economica come reddito di cittadinanza, riforma delle pensioni e flat tax, l’esecutivo giallo-verde dovrà varare interventi importanti per alcune aziende, e i loro tanti dipendenti, prendendo in mano dei dossier ora sulle scrivanie di Carlo Calenda e Pier Carlo Padoan. E non è detto che Luigi Di Maio e Matteo Salvini non si trovino di fronte a delle “incompatibilità” difficili da sanare.

Il caso in questo senso più eclatante è quello cronologicamente più fresco: l’Ilva. I sindacati hanno infatti bocciato il piano messo a punto con certosina pazienza da Calenda, determinati a far sì che tutti i 14.000 lavoratori del gruppo vengano riassunti e non solo 10.000, come ArcelorMittal propone. Per il Movimento 5 Stelle, tuttavia, l’Ilva di Taranto va semplicemente chiusa. Rosa D’Amato, tarantina eurodeputata M5s, ha infatti spiegato pochi giorni fa: “Noi restiamo della convinzione che l’Ilva vada chiusa e che le risorse per la città siano indirizzate a una grande opera di riconversione industriale, con precisi impegni per il sostegno e la formazione dei lavoratori”. 

Difficile che la Lega la pensi allo stesso modo. In Liguria, infatti, il gruppo siderurgico ha uno stabilimento a Cornigliano e Giovanni Toti, Governatore forzista vicino al Carroccio, ritiene che sia “un patrimonio industriale e produttivo non solo del territorio ma dell’intero Paese”. Matteo Salvini stesso ha in diverse occasioni espresso solidarietà ai dipendenti dell’Ilva promettendo il massimo impegno per salvaguardare i loro posti di lavoro. Dunque lo stabilimento di Taranto va chiuso o no? Nel caso di risposta affermativa, si può ritenere che ArcelorMittal prenda solo gli altri stabilimenti sul territorio nazionale compreso Cornigliano, visto che quella pugliese è considerata la più grande acciaieria d’Europa?

Altri migliaia di posti di lavoro sono in ballo con Alitalia. Lufthansa viene indicato come il potenziale acquirente: a patto però che prima la gestione italiana riduca il personale di circa 4.000 unità. Il Movimento 5 Stelle, sempre pochi giorni fa, ha fatto sapere di non essere d’accordo con una vendita a qualsiasi costo. “Troppe volte negli ultimi mesi si è parlato di eventuali ristrutturazioni con conseguenti tagli a mani basse ai posti di lavoro: secondo noi non è con i colpi di scure che si può rilanciare un’azienda del trasporto aereo, ma con investimenti e rinnovate politiche industriali”. 

Un mese fa circa, parlando a un convegno su Alitalia, Claudio Borghi Aquilini, responsabile economico della Lega, ha evidenziato che un Paese come l’Italia, con vocazione turistica e conformazione geografica particolare, non può pensare di lasciare l’intero trasporto aereo nelle mani del mercato e di compagnie straniere. “Sono convinto che l’Italia abbia assolutamente bisogno di una compagnia di bandiera e non abbia assolutamente bisogno invece che la parte profittevole di quello che è il trasporto aereo italiano vada a ingrassare un altro Stato”, ha detto. Dunque se M5s è convinto che si possa vendere, ma non svendere, la Lega invece sembra volere una compagnia di bandiera. Difficile però vedere imprenditori italiani alle porte: Alitalia deve tornare nelle mani dello Stato? Anche se continua a perdere? E come la mettiamo con l’indagine in corso da parte della Commissione europea sui 900 milioni di prestito-ponte alla compagnia aerea varato dal Governo Gentiloni?

E a proposito di società partecipate dallo Stato: Mps è stata spesso al centro della campagna elettorale di Lega e M5s per criticare la gestione che l’esecutivo a maggioranza Pd ne ha fatto proprio perché banca storicamente legata al partito. A dire la verità, però, Giacomo Giannarelli, consigliere pentastellato in Toscana che è stato alla guida della Commissione d’inchiesta regionale su Mps, ha ricordato che “a guidare l’Antonveneta targata Mps ci andò un uomo del centrodestra, legato a Denis Verdini”. Montepaschi, ha aggiunto, rappresenta “la degenerazione di quella politica che vogliamo lasciarci alle spalle”. Leonardo Franci, candidato M5s nel collegio senese contro Padoan alle scorse elezioni, ha parlato della necessità di commissariare e togliere dalle contrattazioni di Borsa la banca, cambiandole persino nome perché ormai “il brand Mps è compromesso”. 

Claudio Borghi Aquilini, anche lui sfidante di Padoan alle scorse elezioni, ha già detto di non essere d’accordo: “Che facciamo cambiamo nome al Palio per accontentare gli animalisti? […] Il futuro di Mps paradossalmente è rappresentato dal suo passato. Vanno riportate indietro le lancette dell’orologio a prima degli anni Novanta e delle malsane idee che non hanno prodotto risultati”. Ha quindi ricordato che in “Europa sono tante le banche statali e nessuno dice niente. Noi italiani dobbiamo essere i più rigorosi del mondo? Non si può andare dietro all’Europa quando le cose sono palesemente sbagliate. Mps va rimessa in pista esattamente come prima che finisse nelle mani del dio mercato e con tutto l’orgoglio di mantenere il suo nome”. Il responsabile economico della Lega ritiene anche tutti i risparmiatori coinvolti, sia nel caso Mps che in quello Etruria e delle altre banche “salvate” vadano risarciti con criteri diversi da quelli individuati dai Governi Renzi e Gentiloni.

Sembrerebbe dunque che Mps debba essere rinazionalizzata (non è chiaro se mantenendo però o meno il suo nome e con quale grado di indipendenza dalla politica). Andrebbero in ogni caso messi sul piatto altri soldi, anche per rimborsare i risparmiatori. Manovre che andrebbero concordate con l’Europa. Compresi i cambiamenti che andrebbero apportati al piano industriale di Montepaschi, le cui trattative con Margrethe Vestager e Danièle Nouy nei mesi scorsi non sono state proprio una passeggiata nel parco.

Ci bastano questi tre dossier, due dei quali richiedono una decisione non procrastinabile, per capire che il Governo giallo-verde dovrà lavorare molto anche per trovare una buona amalgama al suo interno. A farne le spese, altrimenti, rischiano di essere lavoratori e contribuenti.