Fenomeno Lega

di Diego B. Panetta – 11 maggio 2018 lintellettualedissidente.it

La Lega ha visto più che quadruplicato il suo bottino elettorale. Che significato può avere un dato simile nella società italiana? Può contribuire ad un nuovo modo di dirsi e sentirsi italiani?

Non c’è alcun dubbio, la notte del 5 marzo rimarrà scolpita nella memoria e nei cuori del popolo leghista per un bel pezzo, probabilmente per sempre. Sono passati appena sei anni da quel 10 aprile 2012, dalla ormai famigerata notte delle scope, in cui un arrabbiato Roberto Maroni, parlando dal palco della fiera di Bergamo, invocò giustizia e pulizia per gli scandali in cui rimasero coinvolti punte di primo piano del partito, Bossi compreso. Fu il momento più buio del Carroccio dalla sua nascita, al punto che la maggior parte dei commentatori e degli analisti lo davano per spacciato già all’appuntamento elettorale seguente.

Roberto Maroni

La vittoria del 4 marzo, alla luce di quanto si è appena detto, rappresenta pertanto l’orgoglio di un movimento di popolo che ha saputo comprendere i propri errori, porvi rimedio e ripresentarsi dinanzi agli elettori e ai militanti, con una faccia pulita, un piglio forte e sicuro, permettendosi addirittura il lusso di cambiare linea e tattica politica facendola cementificare dal suo interno. A Matteo Salvini va riconosciuto il merito di aver colto lo spazio politico entro cui agire, con la scomparsa di Alleanza Nazionale, e di essersi riannodato all’esperienza primigenia del movimento: di aver ri-sposato le tesi di Gianfranco Miglio in una sintesi che le circostanze d’oggi esigevano. L’alleanza, su cui molto si è discusso, con Marine Le Pen e con i movimenti europei affratellati da una comune visione dell’Europa, costituisce una indubbia novità in casa leghista, intuizione largamente azzeccata, anche alla luce del trionfo dei cosiddetti populismi.

Fin qui il già noto, il già detto… Ciò su cui non si è discusso affatto, invece, è una valutazione di questo nuovo fenomeno, certamente non più marginale, da un punto di visto culturale e più specificamente storico-ideale. Un tema, questo, che inevitabilmente finisce con l’incrociare un’esigenza avvertita nella sua profondità, già da anni ormai, dallo storico e intellettuale Ernesto Galli della Loggia, e cioè la mancanza in Italia di una destra politica ben definita che attraversasse e andasse al di là della stessa esperienza fascista.

Matteo Salvini

Il professore individua, infatti, nell’assenza di un partito politico conservatore, che incarnasse una propria autonoma individualità, la causa maggiore di una mancata proposta realmente alternativa alla sinistra, che non si riducesse ad uno stantio anticomunismo e ad una logora ricetta liberista in economia. Una proposta, insomma, che non si limitasse ad agire di sponda, bensì ad affermare con vigore e consistenza quelle visioni promananti da una specificità culturale aventi una dignità propria.

In realtà, se oggi la Destra italiana si ritrova priva di una sua specifica immagine, priva di riconoscibilità, è anche perché essa sconta un vuoto storico della propria identità: vale a dire l’assenza di una vera, effettiva, cultura conservatrice. Cultura conservatrice vuol dire identificazione ragionata con il lascito del passato, con gli edifici, il paesaggio e i costumi di un luogo, l’attaccamento ai valori ricevuti, la diffidenza verso tutto ciò che distrugge la tradizione.

Perché nel nostro Paese si sconta una mancanza del genere? La domanda non solo risulta legittima, ma quanto più opportuna alla luce della nostra storia patria, del primo balbettio che l’Italia appena unificata si avviava a pronunciare.

Seguendo il lascito intellettuale e culturale di Benedetto Croce, secondo cui ogni storia è pur semprestoria contemporanea, è doveroso inserirsi nella scia del passato per scoprire subito che la politica dell’Italia appena unificata nasce già monca di un pezzo rilevantissimo di società civile. Non solamente per l’assenza di un suffragio universale, ma per la natura stessa degli eventi che traghettarono la nostra nazione ad essere unita e che portarono il Papa dell’epoca, il Beato Pio IX – l’ultimo “Papa Re” – a pronunciare il celebre non expedit, ovverosia il divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica del neo formatosi Regno d’Italia, che aveva invaso e annesso a sé uno stato perfettamente legittimo e ultra secolare quale era lo Stato Pontificio, violando in tal modo non solamente l’indipendenza territoriale, ma anche e soprattutto la sacralità che tale territorio esprimeva, ovvero il cuore e l’anima stessa dell’Italia.

Papa Pio IX

Paolo Mieli, commentando il libro del prof. Michele Salvati Tre pezzi facili sull’Italia, esprime icasticamente tale verità sin dal titolo del suo pezzo, nel lontano 2011: Italia senza alternanza già nel Risorgimento, quando scrive (riprendendo a sprazzi citazioni tratte dal libro del prof. Salvati):

Per cinquant’anni, nella fase iniziale della storia d’Italia, “i cattolici e le loro organizzazioni sono una forza estranea che non riconosce la legittimità dello Stato, una forza extrasistema, se non antisistema”. Sono i «neri», come li definivano i liberali. Ai quali andavano ad aggiungersi – sul versante politico opposto – i «rossi», cioè i repubblicani intransigenti e i rappresentanti di quei ceti popolari vessati da condizioni di miseria estrema, i quali andranno a costituire la nervatura e l’ossatura del Partito socialista che nascerà a Genova nel 1892.

Questa situazione produrrà, come si è detto, una mancata cultura dell’alternanza inscritta endemicamente nel nostro sistema politico e, soprattutto, l’inesistenza – nel caso specifico di cui tratta quest’articolo – della formazione di una destra conservatrice o anche controrivoluzionaria nella nascente Italia. Tale fenomeno faciliterà enormemente la negletta pratica del trasformismo politico, che contraddistinguerà la storia italiana per moltissimo tempo, essendo quella “Destra” e quella “Sinistra” storica nient’altro che un fronte trasversale di forze liberali.

Venendo all’oggi dunque, l’affermazione della Lega cosa può rappresentare? Può rappresentare un inizio di questo progetto mai nato. L’affrancamento dalle ideologie unito ad una sensibilità molto spiccata per i problemi quotidiani delle persone e per l’esigenze dei territori, costituisce senza dubbio l’humus migliore da cui una nuova Destra può nascere. Non serve che si autodefinisca tale nelle etichette, anzi, ma che interpreti le esigenze di quella cultura nel campo dei fatti e del pensiero.

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L’evoluzione ideale che ha portato il movimento fondato da Umberto Bossi a proporsi come efficace e valida opzione politica che riesca a coniugare al suo interno federalismo e riforma presidenziale dello stato, ripropone oltretutto il tema del “risorgimento tradito” o mancato che, secondo taluni pensatori come il Gioberti o il Cattaneo, doveva essere portato avanti in forma maggiormente sentita e partecipata da parte della popolazione italiana e, soprattutto, in maniera incruenta, passando da una iniziale confederazione che armonizzasse attorno ad una duplice esigenza – da una parte il rispetto dell’autonomia dei rispettivi regni e dall’altra la volontà di costruire un’unità politica intesa come compimento di un’unità spirituale e culturale – la volontà di essere indipendente da potenze straniere e da equilibri internazionali sanciti a tavolino.

La Lega, quindi, può avere il ruolo di forza propulsiva e correttiva di un processo storico, allo stesso tempo. Non si dimentichi che uno dei più illustri esponenti, nonché fondatore del pensiero meridionalista assieme a Giustino Fortunato, come Gaetano Salvemini, fu egli stesso un tenace federalista ritenendo che i problemi del meridione fossero causati anche da un certo centralismo statalista che poco o nulla conosceva dei problemi e delle specificità territoriali. D’altra parte un presidenzialismo forte costituirebbe la risposta migliore dinanzi all’insorgere di eventuali tendenze separatiste, contribuendo, nello stesso tempo, a snellire il rapporto/raccordo tra stato centrale e amministrazioni locali.

Gaetano Salvemini

Merita, infine, un cenno en passant il gesto altamente significativo di Matteo Salvini, di giurare sul Vangelo, con il Santo Rosario alla mano, durante il comizio conclusivo della campagna elettorale, tenuto a Milano, davanti ad una gremitissima piazza Duomo. Naturalmente si spera che ci si adegui nei fatti a tale impostazione, anche laddove in passato si è incespicato su qualche tema: si pensi alla proposta inerente la legalizzazione della prostituzione. Ad ogni modo, gesti come questo, sono destinati a non rimanere privi di significato e a ricordare, ancora una volta, la differenza antropologica che corre anche e soprattutto su questo terreno, tra la sinistra e la destra.

Marcello Veneziani sintetizza così, con queste parole schiette e della massima lucidità – doti che peraltro lo caratterizzano – il divario esistente:

[…] è costitutivo della sensibilità culturale della destra il senso religioso, il senso del sacro e dell’invisibile, il senso del limite e il senso della natura, come accettazione della finitudine umana e di un ordine cosmico che precede l’agire umano.[…]L’atto originario da cui discendono le culture della sinistra è invece il trasferimento delle attese ultraterrene e delle speranze celesti nella dimensione della storia e del mondo; nella convinzione che l’Invisibile, il Cielo, Dio e la religione siano state illusioni e superstizioni che hanno solidificato ignoranza e fatalismo[…]

(M. Veneziani, La cultura della destra, Laterza, 2002)

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