Mattarella spiega ai partiti che il presidente non è un notaio

askanews.it 12 maggio 2018

Ricorda i poteri del capo dello Stato
Mattarella spiega ai partiti che il presidente non è un notaio

Roma, 12 mag. (askanews) – “Le osservazioni al governo non avevano mai “indole di critica, sibbene di cordiale collaborazione o di riflessioni comunicate da chi, anche per ragioni di età, poteva essere considerato un anziano meritevole di essere ascoltato”. Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella citando parole del capo dello Stato Luigi Einaudi in occasione della ricorrrenza del suo giuramento e dell’entrata in carica al Colle. “Einaudi – ha ricordato Mattarella – rinviò due leggi approvate dal Parlamento, perché comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell’art.81 della Costituzione”. Il capo dello Stato ha il potere di nominare il presidente del Consiglio, anche non avvalendosi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, ha anche ricordato Mattarella.

Einaudi, “cercando sempre leale sintonia con il governo e il Parlamento, si servì in pieno delle prerogative attribuite al suo ufficio ogni volta che lo ritenne necessario. Fu il caso illuminante del potere di nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri, dopo le elezioni del 1953. Nomina per la quale – ha ricordato Mattarella – non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, quello della Democrazia Cristiana”. Fu un passaggio di un esecutivo di pochi mesi, guidato dall’ex ministro del Tesoro, Giuseppe Pella, ha proseguito Mattarella, “e che portò al chiarimento politico con la formazione di una maggioranza tripartita che governò, con Mario Scelba, sino alla scadenza del settennato dello stesso Einaudi”. Per Einaudi “tale l’importanza che attribuiva al tema della scelta dei ministri, dal volerne fare oggetto di una nota verbale, da lui letta il 12 gennaio 1954 – ha rilevato il capo dello Stato – in occasione dell’incontro con i presidenti dei gruppi parlamentari della Democrazia Cristiana, rispettivamente Aldo Moro e Stanislao Ceschi, dopo le dimissioni del governo Pella. È, scrisse in quella nota, “dovere del Presidente della Repubblica evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”.

“Il ruolo del Presidente della Repubblica “può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé, non sono capaci di affrontare, o per ristabilire l’osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza anche se ossequiata nell’apparenza”. Così sempre Mattarella citando Einaudi.

“Spettava a Luigi Einaudi – ha proseguito Mattarella – una esperienza senza precedenti: essere il moderatore dell’avvio della vita dell’Italia repubblicana. Nella sua opera di costruzione dell’equilibrio tra i diversi organi costituzionali, lo statista di Carrù sapeva che i suoi atti avrebbero fissato confini all’esercizio del mandato presidenziale, per sé e per i suoi successori. Con la discrezione e la fermezza che lo caratterizzavano diede vita a un dialogo di permanente leale collaborazione istituzionale, proponendo una penetrante “moral suasion” nei rapporti con il governo, a partire dall’esercizio del potere previsto all’art. 87 della Costituzione, che regola la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa”.