Mps, tra soluzione inglese e Usa. Resta pubblica almeno per altri 5 anni

Mps, tra soluzione inglese e Usa. Resta pubblica almeno per altri 5 anni

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Il ritorno all’utile di Banca Mps piace a Piazza Affari, dove il titolo ha raggiunto una capitalizzazione di 3,135 miliardi di euro, valore che non si vedevano più da fine febbraio. Che il peggio della crisi del settore bancario sia alle spalle dopo che gli istituti italiani hanno dovuto svalutare crediti per 138 miliardi di euro negli ultimi 5 anni, vedendo svanire utili e capitali nel processo, sembra confermato anche dalle altre trimestrali bancarie pubblicate in questi giorni, ma la strada verso la completa guarigione per Siena, e dunque per l’uscita del Tesoro (attualmente al 68% del capitale), potrebbe essere ancora lunga, se si guarda a casi come quello di Royal Bank of Scotland, a meno che il nuovo governo non voglia fare tesoro della soluzione Usa, molto più rapida nel far uscire le banche e l’economia reale dalla crisi e meno onerosa per i contribuenti.

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Il Monte dei Paschi di Siena ha chiuso i primi tre mesi dell’anno con un utile di 187,6 milioni a fronte di una perdita di 169,2 milioni dello stesso periodo del 2017, con un ulteriore compressione dei costi operativi e con ricavi di 877 milioni calati (-6% annuo) meno del previsto, grazie anche alla crescita (900 milioni nel trimestre) degli impieghi commerciali in scia all’aumento del 20% delle nuove erogazioni di mutui. Ma la vera sorpresa sono stati i ridotti accantonamenti per perdite su crediti, calati a soli 137 milioni, ossia circa la metà di quanto il mercato si attendeva.

Non solo: la banca guidata da Marco Morelli ha segnalato di aver completato la securitization dei 24 miliardi di crediti deteriorati varata lo scorso anno avendo ottenuto il rating dei titoli senior (3 miliardi) che saranno acquistati dalla banca per essere ins eguito ceduti sul mercato. La garanzia Gacs su di essi dovrebbe essere concesse a breve, il deconsolidamento del portafoglio è previsto entro fine giugno. Completata questa cessione l’Npe ratio dovrebbe più che dimezzarsi passando dal 45% al 21%, per poi ridursi al 18% dopo l’ulteriore cessione di 2,6 miliardi di Npl legati a “small tickets” e contrastti di leasing attesa entro fine anno. Inoltre è già in corso la vendita di 1,5 miliardi di inadempienze probabili: 500 milioni erano già state cedute (o erano pervenute offerte vincolanti) allo scorso 30 aprile scorso, altri 600 milioni riceveranno offerte vincolanti entro fine giugno, gli ultimi 400 milioni saranno ceduti entro fine 2018. Basterà questo sforzo per rimettere in carreggiata Mps e consentire allo stato di iniziare a ridurre la sua presenza?

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Se si guarda alle esperienze estere non sembra possibile, almeno in tempi rapidi. Royal Bank of Scotland, salvata nel 2008 dal Tesoro britannico con un’iniezione di aiuti per 45 miliardi di sterline, ha segnato il primo bilancio in utile solo l’anno scorso (752 milioni di sterline) e tuttora vede lo stato britannico socio al 71%. Il Tesoro di Sua Maestà ha già annunciato di volercollocare una prima tranche di titoli sul mercato, per un controvalore di circa 3 miliardi che ai livelli attuali (Rbs capitalizza oltre 35 miliardi di sterline) significa una quota attorno al 10%.

Ma l’operazione è prevista tra circa un anno (entro il marzo 2019), volendo il management guidato dal Ceo, Ross McEwan, iniziare a restituire prima agli azionisti i circa 4 miliardi di sterline in eccesso che la banca si ritrova in pancia dopo aver definitivamente chiuso ogni strascico legale con le autorità Usa per una vicenda di obbligazioni collegate a mutui “subprime” vendute in modo non corretto. Il maxi dividendo servirebbe a ridurre di circa 3 miliardi il conto finora pagato dai contribuenti britannici che in caso di uscita immediata del Tesoro dal capitale di Rbs perderebbero ad oggi quasi 20 miliardi di sterline.

Al Tesoro italiano il salvataggio di Mps è invece costato 5,4 miliardi (se ne dovrebbero aggiungere circa altri 3-3,2 miliardi sotto forma di Gacs), pertanto se volesse uscire ora la perdita supererebbe i 3,25 miliardi anche ammesso che le Gacs non comportassero alcun ulteriore esborso (mentre nel caso peggiore il costo salirebbe attorno a 6,5 miliardi). Se invece Mps tornasse a registare utili di bilancio comparabili con quelli pre-crisi (il 2008 l’utile netto fu di 922 milioni), quando peraltro l’istituto aveva tutt’altre dimensioni (i crediti verso clientela erano paria 156 miliardi, a fine 2017 si era scesi a 86,5 miliardi), servirebbero almeno 5 anni per pareggiare i conti.

Ma forse la conclusione della vicenda Mps potrebbe essere diversa: negli Usa dopo il fallimento di Lehman Brothers furono erogati 107,3 miliardi di dollari di aiuti a Morgan Stanley, 99,5 miliardi a Citigroup e 91,4 miliardi a Bank of America (che poi rilevò Merrill Lynch). In tutto furono sette i programmi di aiuti attivati: solo col programma Tarp le 10 maggiori banche Usa ottennero oltre 68 miliardi di dollari, che però furono poi integralmente rimborsati già a partire dal 2009. Alla fine il Tarp erogò 426 miliardi di dollari di prestiti, ottenendo tra rimborsi, interessi sui prestiti e cessione delle azioni sottoscritte in cambio dei prestiti medesimi, 441 miliardi.

Non solo: anche le grandi agenzie Fannie Mae Freddie Mac, a loro volta controllate dal Tesoro Usa, si attivarono per soccorrere, più che le banche, l’economia reale, erogando finanziamenti agevolati per 622,5 miliardi di dollari ed ottenendo un incasso di 698,3 miliardi. Conclusione: l’esperienza americana ha consentito di superare la crisi in minor tempo e con un guadagno per i contribuenti di oltre 90 miliardi di dollari, quella britannica è servita comunque a non far fallire il sistema, ma a distanza di 10 anni il Tesoro è ancora azionista e i contribuenti rischiano ancora di vedersi addossare alcuni miliardi di perdite, mentre in Italia (e in casa Montepaschi in particolare) siamo ancora alle prime luci dell’alba, in attesa di capire come il nuovo governo vorrà gestire la vicenda e chi dovrà pagare, eventualmente, il conto finale.

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