Sui derivati lo Stato gioca d’azzardo: già persi 40 miliardi e ne rischiamo altri 31

di Milena Gabanelli corriere.it 9 maggio 2018

Nel 2017 la spesa per interessi sui contratti derivati dello Stato è stata di 4,6 miliardi di euro. È quanto si apprende dal DEF licenziato dal Ministero dell’Economia a fine aprile, nel quale leggiamo anche che sui medesimi contratti ci sono stati ulteriori esborsi (non da interessi) per 1,16 miliardi. Il costo complessivo nel 2017 ammonta quindi a 5,76 miliardi, più del 2016 quando i derivati ci sono costati 5,2 miliardi. Parliamo di oltre 10 miliardi negli ultimi due anni, poco meno dell’importo delle clausole di salvaguardia sull’IVA per il 2019 (12,4 miliardi).
Perché stiamo perdendo tutti questi soldi

Il Ministero giustifica queste perdite con l’andamento sfavorevole dei tassi di interesse, la cui discesa imprevedibile avrebbe penalizzato il nostro Paese. Se si sono persi tutti questi soldi vuol dire che non erano a copertura di un rischio, come il Tesoro ha sempre sostenuto, ma una scommessa — nella direzione sbagliata — su un rischio che ha causato, e continuerà a causare, un salasso. Va detto che dal 2014 l’Europa ha cambiato le regole contabili, per cui non è più possibile utilizzare derivati a copertura del deficit. Intanto quelli in essere si prolungano, e ad oggi le future perdite potenziali superano i 31 miliardi di euro, e 4,3 miliardi — stima il Ministero – li pagheremo nel 2018.

La patata bollente passa al nuovo governo (quando ci sarà)

Tra le righe del DEF si scopre anche una new entry: si tratta delle «erogazioni attese connesse con l’avvio del sistema di garanzie a fronte dell’attività in derivati» previste da un decreto firmato da Padoan il 20 dicembre 2017. In pratica, con questo decreto il Ministro ha deciso di garantire le banche-controparti dal rischio che l’Italia non paghi le perdite sui derivati. Come? Mettendo su un conto 1,3 miliardi, da trasferire alla banca con cui ha stipulato i contratti, se i nostri conti dovessero peggiorare. Ma perché un governo uscente si è lanciato in un provvedimento di amministrazione straordinaria? Per evitare che la banca chieda quest’anno l’estinzione anticipata di un contratto che sta perdendo proprio circa 1,3 miliardi. Con la garanzia di un conto a cui può attingere in qualunque momento, rimanderà l’operazione di qualche anno. Magari le cose andranno meglio, e se invece andranno peggio sarà un problema del prossimo governo. Una cosa è certa: il problema di molti derivati sta proprio nelle clausole capestro che prevedono il rimborso anticipato, dove a rischiare è solo lo Stato. Il famoso caso Morgan Stanley, che nel 2004 ci aveva dato 47 milioni, ci costò 3,1 miliardi a inizio 2012.

Interviene la Corte dei Conti

Ora con il faro acceso della Corte dei Conti, queste cose non passeranno più inosservate. Il processo per danni erariali non vede infatti indagati solo la banca d’affari americana ma anche il direttore generale del Tesoro, Vincenzo La Via, due ex-ministri dell’economia Tesoro (Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli), e Maria Cannata. La richiesta danni è miliardaria, (impossibile incassarli dai dirigenti del Tesoro), ma soprattutto crea un precedente per cui il burocrate di turno ci penserà due volte prima di liquidare sull’unghia esborsi miliardari alle banche. A maggior ragione se chi gestisce queste questioni sono sempre le stesse persone.

Il direttore del Debito è andato in pensione… anzi no

Maria Cannata è stata responsabile del debito pubblico dal 2000 fino allo scorso febbraio quando, raggiunti i limiti di età, è andata in pensione lasciando il testimone al suo vice, Davide Iacovoni. Ma il rapporto fiduciario con Maria Cannata è tale che il Ministero le ha fatto subito un contratto di consulenza che le garantisce ancora pieno spazio di manovra nella gestione del debito e dei derivati. Forse se il controllo dei magistrati contabili fosse anche preventivo anziché solo a posteriori, magari istituendo una struttura di risk management, qualcosa cambierebbe. Serve però un Parlamento operativo, e un Governo.

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