PER LA FAMIGLIA RENZI LA SITUAZIONE SI FA SCOMODA: I SOCI IN AFFARI DEI GENITORI DEL BULLETTO PATTEGGIANO PER BANCAROTTA! – MIRKO PROVENZANO E LA COMPAGNA SONO PRONTI A USCIRE DAL PROCESSO: ERANO FINITI NEI GUAI PER IL BUSINESS CON LA “EVENTI 6”, LA DITTA DI TIZIANO RENZI E DELLA MOGLIE LAURA BOVOLI…

dagospia.com 13 maggio 2018

Giacomo Amadori per “la Verità”

MATTEO RENZI TIZIANOMATTEO RENZI TIZIANO

Le brutte notizie sono come le ciliegie. Una tira l’ altra. Laura Bovoli, la mamma di Matteo Renzi, è in attesa, insieme con il marito Tiziano Renzi, del rinvio a giudizio per la presunta emissione di fatture false, ma nei prossimi giorni la signora, presidente e amministratore della Eventi 6, la ditta di famiglia, potrebbe ricevere un altro plico verde proveniente dalla Procura di Cuneo contenente l’ avviso di chiusura indagini per il crac della ditta cuneese Direkta srl.

I principali coindagati della Bovoli sono già a processo e molto probabilmente il prossimo 27 luglio chiederanno al gup di patteggiare l’ accusa di bancarotta.

tiziano renzi e laura bovoliTIZIANO RENZI E LAURA BOVOLI

Stiamo parlando di Mirko Provenzano ed Erika Conterno, imprenditori ed ex amici personali dei Renzi. Per esempio Provenzano, quando è finito sotto indagine, è stato assunto in una coop legata ai genitori dell’ ex premier ed è stato ospitato a Rignano sull’ Arno. I legali dell’ imprenditore, considerato il principale artefice del crac, non hanno ancora deciso se chiedere il patteggiamento o il rito abbreviato per il loro assistito.

tiziano renzi e laura bovoliTIZIANO RENZI E LAURA BOVOLI

Prima, però, Provenzano dovrà accordarsi per una transazione con il curatore fallimentare Alberto Peluttiero. Per il crac milionario, dopo una prima richiesta di 300-400.000 euro, il curatore ha rilanciato chiedendo 150.000 euro, ma nella migliore delle ipotesi Provenzano restituirà poco più della metà e difficilmente la procedura si dichiarerà soddisfatta, rimanendo parte civile nel procedimento.

La Conterno, invece, a quanto risulta alla Verità, sembra pronta a chiudere il procedimento per bancarotta accordandosi con la Procura per una pena di 1 anno e 8 mesi. La sua posizione si è alleggerita dopo che ha restituito 40.000 euro alla procedura fallimentare, che per questo non si è costituita contro di lei nel processo.

LAURA BOVOLI E TIZIANO RENZILAURA BOVOLI E TIZIANO RENZI

La madre di Provenzano, la pensionata Bambina Licciardi, ha già ottenuto l’ assenso della Procura a un patteggiamento di 1 anno e 4 mesi. Un altro indagato ha chiesto la messa in prova, mentre il commercialista Bruno Pagamici verrà giudicato con il rito ordinario.

Resta aperto il capitolo giudiziario collegato ai reati fiscali riscontrati nell’ inchiesta. Qui la partita potrà chiudersi in tempi stretti solo se gli imputati pagheranno all’ erario tutto il dovuto, tra tasse evase e sanzioni. Altrimenti si andrà verso il rito ordinario.

Nell’ avviso di garanzia che è stato recapitato alla Bovoli ad aprile viene contestata la retrodatazione di alcuni documenti. Provenzano il 13 aprile 2013 aveva scritto ai Renzi: «Ciao a tutti. Come detto al telefono ad Andrea (Conticini, il cognato di Matteo Renzi ndr) avrei bisogno di avere delle richieste su carta intestata Eventi 6 di note di credito per penali e disservizi con data antecedente di un giorno o due alla data delle emissioni delle note di credito (da parte della Direkta ndr)».

TIZIANO RENZI ALLA FESTA DELL UNITA DI RIGNANO -3TIZIANO RENZI ALLA FESTA DELL UNITA DI RIGNANO -3

La Bovoli avrebbe subito preparato e firmato i documenti richiesti. I finanzieri hanno chiosato così l’ operazione: «Tale richiesta avanzata da Mirko Provenzano () di lettere della Eventi 6, palesemente retrodatate, a giustificazione dell’ emissione nel 2012 da parte della Direkta di note di credito nei confronti della Eventi 6 aveva come fine ultimo la dimostrazione di inadempimenti a carico delle cooperative di Giorgio Fossati», un subsubappaltatore della Eventi 6, con un credito di 1.700.000 euro nei confronti della Direkta.

Dunque per non pagare Fossati, Provenzano aveva chiesto ai genitori di Renzi di mettere per iscritto lamentele «per non meglio specificati “penali e disservizi”» scritte nel 2013, ma datate 2012. Per gli inquirenti si tratterebbe di «documentazione da ritenersi falsa».

L’ iscrizione della Bovoli sul registro degli indagati è scattata dopo l’ interrogatorio reso l’ 8 febbraio scorso dallo stesso Provenzano, il quale davanti ai magistrati ha ammesso: «Ho fatto carte false perché ero costretto dalla situazione finanziaria in cui versavo».

TIZIANO RENZITIZIANO RENZI

Le carte raccolte dagli investigatori nelle sedi della Direkta e della Eventi 6 della famiglia Renzi hanno regalato agli inquirenti un quadro giudicato abbastanza chiaro: quando un’ azienda doveva sistemare una voce di bilancio o giustificare una fattura tra il Piemonte e la Toscana iniziava una fitta corrispondenza, con l’ obiettivo di far tornare i conti. Una materia (far tornare i conti) in cui Laura Bovoli si sentiva particolarmente ferrata. Tanto da scrivere all’ amica Conterno: «Se tu fossi più vicina ti insegnerei a tenerti da sola l’ amministrazione. A parte il fattore economico, avresti sempre sotto mano la situazione alla lira, cosa che comporta una maggior facilità di movimenti e una programmazione più utile».

La Pop. Vicenza cerca un salvatore, Zonin invece stappa lo champagne – (Adesso e’ Lui che cerca il salvatore delle Sue Aziende)

Mentre la sua ex banca, su cui ha governato per 20 anni, è alle prese con il secondo impervio salvataggio della sua storia recente, Gianni Zonin, l’ex patriarca della Popolare di Vicenza stappa lo champagne.

O meglio lo fanno i suoi tre figli, Domenico, Francesco e Michele che governano, dopo che il patron si è spogliato di ogni bene pochi mesi dopo l’uscita dalla Banca, la storica azienda di famiglia, la Casa Vinicola Zonin. Due giorni fa infatti è arrivato l’annuncio che gli Zonin espanderanno la loro attività all’estero, precisamente in Cile, dove l’obiettivo è di arrivare a produrre in tre anni 600.000 bottiglie da distribuire in oltre 100 Paesi, a partire da Stati Uniti, Regno Unito, Cina e Italia.

Ma i fasti dell’azienda vitivinicola di famiglia non finiscono qui. Pochi giorni fa è stato depositato il bilancio di fine 2016 della società.Conti più che brillanti. L’anno scorso il fatturato a livello di Spa è salito a 151 milioni. Una crescita importante, dato che nel 2014 il giro d’affari si era fermato a 127 milioni. Anche la redditività è di tutto rispetto, con il margine industriale sui ricavi passato dal 4,5% del 2014 al 7% della chiusura del 2016. L’utile netto ha chiuso l’anno scorso a 3,8 milioni dai 2 milioni del 2015. E a livello consolidato i profitti netti portati a casa in quel di Gambellara valgono oltre i 5 milioni. La famiglia Zonin si conferma quindi tra i protagonisti di successo nel settore vinicolo italiano.

Meno bene come sappiamo è andata l’avventura del patriarca Gianni Zonin nella sua banca del territorio. Su di lui, indagato dalla Procura e inseguito da un’azione di responsabilità che ha chiesto ai vecchi vertici un miliardo e mezzo di danni, è ormai tempesta fitta da quando, nel novembre del 2015, fu costretto ad abbandonare la poltrona di regia della banca da lui governata per un ventennio.

Gianni Zonin però non è stato a guardare prostrato dagli eventi. Ha da subito contrattaccato alle accuse che lo indicano tra i protagonisti del dissesto.

Ecco in sintesi l’autodifesa di Zonin che ha citato a sua volta in giudizio la banca. I crediti dati a chi non era palesemente in grado di rimborsarli? Lui non c’entra, c’era la direzione crediti a deliberare. La svalutazione del titolo fino ad azzerarlo? È accaduto per la severità della Bce e poi c’era la perizia del tecnico indipendente a certificare la bontà del valore della banca. I famosi finanziamenti baciati, correlati cioè all’acquisto di azioni? Faceva tutto l’ex direttore Samuele Sorato e l’ex vice direttore Giustini all’insaputa del Cda e quindi del presidente. Che non a caso, scoperto l’arcano, ha subito messo alla porta il top manager.

La sostanza per Zonin pare non avere posto alcuno. E la sostanza, al di là del duello formale su cavilli e deleghe varie che vedrà impegnato l’ex padre-padrone contro la sua stessa banca e i suoi direttori citati a giudizio, è quella di un crac colossale. Un istituto crollato bruciando 6 miliardi di valore azionario in un falò che ha coinvolto oltre 100mila soci e che lascia come eredità un grave malato salvato una prima volta dal Fondo Atlante e ora prossimo all’ingresso dello Stato nel capitale. Che nonostante oltre 3 miliardi di perdite in meno di tre anni viaggia ancora con un cumulo di prestiti a rischio di rientro che valgono tuttora quasi 5 miliardi, il 22% dell’intero portafoglio.

Ma per Zonin poco importa. Lui ha ribadito nei mesi scorsi, dopo l’ok dell’assemblea all’azione di responsabilità , che «ha operato in tutti questi anni con dedizione, correttezza e onestà e .. con la distribuzione ai soci per 17 anni sotto la mia presidenza di consistenti utili». Peccato che le perdite per oltre 3 miliardi abbiano vanificato del tutto i mirabolanti utili, dato che valgono da soli più del doppio dei profitti fatti in 17 anni. Zonin può replicare che sono avvenute in buona parte sotto la nuova gestione. Vero sul piano formale, ma la sostanza dice che quelle perdite sono il frutto della pulizia delle sofferenze e degli incagli tenuti per anni (sotto la sua presidenza) in bonis quando erano invece da svalutare. Potrà replicare che non era lui che redigeva il bilancio. E si potrebbe continuare all’infinito. Non partecipava al processo di erogazione dei prestiti? Strano, dato che per i crediti erogati dalla banca a se stesso e alla sua famiglia (41 milioni di euro) l’organo deliberante è stato il Cda che Zonin stesso presiedeva.

E sarà una mera coincidenza, ma perché girare pochi mesi dopo la sua uscita dalla banca le sue quote di capitale nell’accomandita di famiglia ai tre figli, spossessandosi di ogni bene patrimoniale? Un passaggio generazionale si dice. E questo vale anche per la casa vinicola che porta il suo nome e che produce utili e ricavi crescenti.

Gianni Zonin non compare infatti più tra i soci. L’anziano capofamiglia aveva una quota personale del 5,4% fino al 2015, poi dal 2016 scompare. Oggi la Casa vinicola ha come soci di controllo i tre figli con quote personali del 9% ciascuno, il 25% è in capo alla Gianni Zonin sas l’accomandita che vede il figlio Domenico come referente, mentre un altro 34% è posseduto dalla Mobiliare Montebello altra azienda di famiglia. Non c’è più il capofamiglia, ma compare la moglie Silvana Zuffellato che con la sua società personale, la Tenuta Rocca di Montemassi, mantiene da sempre il 7,2% della casa vinicola. Del resto che la scomparsa formale di Gianni Zonin dagli albi della principale attività della dinastia vicentina non sia una novità lo dicono le date e gli atti. Così come ha ricordato il Corriere della Sera alle 17 di lunedì 7 marzo, Gianni Zonin, la moglie, i loro tre figli e due testimoni hanno suonato al campanello del notaio Rizzi. E lì hanno siglato i contratti sulle holding al vertice del gruppo: la «Gianni Zonin Vineyards sas» e la «Zonin Giovanni sas».

«Il sig. Zonin Cav Lav. dr. Giovanni – è scritto – dichiara di trasferire ai propri figli (…) la propria quota di partecipazione (…) sia per la piena proprietà che per il diritto di usufrutto vitalizio, e ciò mediante la stipula di un patto di famiglia», istituto giuridico disciplinato dal codice civile. Sulle quote delle due società viene stabilito un valore di 12,5 milioni che però resta sulla carta, non è una contropartita. Di fatto è come una donazione e Gianni Zonin garantisce che le sue azioni sono «libere da pegni, oneri, sequestri, pignoramenti e vincoli di qualsiasi genere». Lui, l’ex dominus della banca vicentina, non ha più beni patrimoniali, anche se si dovessero accertare responsabilità e danni da rimborsare non ci sarà niente da recuperare. Che il destino del banchiere non si addicesse al grande imprenditore vinicolo lo dimostrano gli eventi. Resta la buona e sana azienda vinicola conosciuta in tutto il mondo. Forse era meglio continuare a fare solo vino. Lì Zonin non ha sbagliato un colpo.

Ilva? Noi non gettiamo la spugna, guai a piegarsi al populismo sindacale. Parla Bentivogli (Fim-Cisl)

 STARTMAG.IT 13 MAGGIO 2018

Intervista di Start Magazine a Marco Bentivogli, segretario generale Fim-Cisl, sul caso Ilva

Segretario, che cosa è successo al tavolo Ilva?

E’ successo che in una parte del sindacato hanno prevalso ragioni politiche estranee al tavolo sindacale e all’interesse dei lavoratori. Alcuni credono che sarà più facile trattare con il nuovo governo, che fin d’ora percepiscono come un “governo amico”. Altri sperano in un’impossibile nazionalizzazione. La maggioranza, probabilmente, in tutte e due le cose. Sta di fatto che un sindacato che si vanta di aver fatto saltare la trattativa dovrebbe spiegare ai lavoratori che ora l’azienda ha le “mani libere”.

In che senso ha le mani libere?

Può cioè abbandonare il progetto di acquisire l’Ilva o, al contrario, decidere di andare avanti senza accordo sindacale. Queste considerazioni non devono comunque mettere in ombra i limiti della proposta del governo.

Che cosa poteva fare l’esecutivo?

Con un po’ di buon senso poteva migliorarla e sottoscriverla. Nella riunione di delegazione sindacale siamo stati gli unici a chiedere di andare avanti, con alcune organizzazioni che si vantavano di aver aggiunto ai loro successi accanto alla bocciatura dell’Accordo Alitalia, quello Ilva. Per noi la partita non è chiusa.

Ma di chi è la vera responsabilità della trattativa interrotta? Dei sindacati? E di quali? O del ministro Calenda come si evince dal suo tweet di ieri mattina? “Rischiamo anche la pelle per non inseguire il populismo sindacale e ti ho chiesto di proseguire la trattativa. Non hai accettato!”.

Le contraddizioni nell’atteggiamento di alcuni sindacati sono sotto gli occhi di tutti, non è la prima volta. Dopo anni che i media mitizzano i sindacalisti che non fanno contrattazione, raccogliamo i frutti dell’analfabetismo sindacale populista. Sentire durante l’incontro un sindacalista che, dopo un anno di negoziato, lamenta di “non essere stato messo in grado di fare la trattativa” è scoraggiante. A me se mi si nega il negoziato blocco le fabbriche. Di più: è un’ammissione esplicita di incapacità.

E Calenda?

Ho già detto che penso abbia fatto un errore a dichiarare conclusa la trattativa, avrebbe dovuto restare al tavolo e andare avanti visto che da parte nostra c’era la disponibilità a ragionare – non ad approvare senza modifiche – sullo schema di accordo da lui proposto, che aveva delle aperture ma anche molti aspetti da migliorare. Non mi piace neppure che adesso etichetti tutti i sindacati come populisti senza fare distinzioni. Calenda sa bene con chi ha a che fare. Personalmente credo di aver dato dimostrazione di non essere sensibile alle sirene del populismo e non ho mai evitato, come molti sindacalisti catodici o politici, i luoghi dove era certo prendere fischi perché lo considero normale. Gli applausi servono ai ballisti e alle panzane che raccontano ai lavoratori. La verità paga in ritardo, ma paga sempre.

C’è davvero il rischio che ci si avvii verso la nazionalizzazione dell’Ilva come peraltro evocato da esponenti M5S? Ma l’Ue consentirebbe la nazionalizzazione?

No, solo un analfabeta funzionale non sa che sull’acciaio non è possibile nazionalizzare con le regole Ue. L’idea dei 5Stelle di chiudere lo stabilimento di Taranto per poi riconvertire l’area è a dir poco fantasiosa. Le ipotesi che non solo dai grillini vengono prospettate, dalla generazione di energia con fonti rinnovabili a imprecisate iniziative di valorizzazione del territorio e del turismo, sono talmente vaghe da non poter essere prese in considerazione, anche perché non sarebbero mai in grado di dare lavoro a 14 mila persone (per non parlare poi dell’indotto). Servirebbe una norma che impone i benaltristi di vivere del reddito generato dalle loro proposte. Dire che “serve “ da chi vive di rendita o da posto fisso è penoso. Tra l’altro la Puglia ha un tasso di disoccupazione doppio rispetto alla media europea. E’ vero: molti lavoratori hanno votato 5Stelle. Ma non sarebbe la prima volta che i cittadini ci chiedono di riparare agli errori compiuti dai partiti votati da loro votati.

Come giudica l’operato della Regione Puglia?

In modo del tutto negativo. Non avrei mai pensato di rimpiangere Vendola. Con la gara in corso la Regione ha preso pubblicamente posizione a favore di una delle due cordate. Quando poi è risultata vincente l’altra si è dedicata ad un’attività di interdizione sistematica. Il ricorso al Tar presentato contro il decreto che ha approvato il piano ambientale, ancora pendente, è il caso più emblematico, ma non è il solo. Questo modus operandi rientra a pieno titolo in quella sottocultura anti-industriale che purtroppo è diffusa in tutto il Paese. Ha ragione Calenda, il Pd al sud è in mano a califfati peronisti, tollerati e talvolta incoraggiati.

Non c’è contraddizione di Emiliano quando il governatore da un lato invoca la decarbonizzazione a favore del gas e dall’altro lato intralcia il Tap?

Certo che c’è, e noi l’abbiamo rimarcata più volte. Per alimentare una grande acciaieria a gas c’è ovviamente bisogno di gas a prezzi competitivi. Intralciare l’infrastruttura che dovrebbe consentire di realizzare questa condizione è semplicemente assurdo. Farlo in nome dell’ambiente e della tutela della salute è anche peggio. La mia impressione è che dietro questa incoerenza si nasconda soltanto la ricerca di visibilità mediatica e consenso politico, un consenso peraltro di breve respiro.

Meglio l’amministrazione straordinaria o il lavoro dei commissari? Facciamo un bilancio?

I risultati conseguiti in questi anni dalla gestione commissariale rappresentano forse l’argomento più forte contro la nazionalizzazione. E’ stata la riprova che un acciaieria funziona se la governa chi sa produrre acciaio. L’Ilva perde 30 milioni al mese e a luglio avrà le casse vuote, le ditte di appalto vengono pagate in ritardo, la manutenzione degli impianti è deficitaria, il che determina gravi rischi per la sicurezza dei lavoratori, come dimostra la lunga catena di infortuni, alcuni dei quali mortali. Sono stato l’unico ad attaccare anche l’ipotesi di nazionalizzazione del Governo Renzi e il siluramento del Commissario Bondi che stava facendo un ottimo lavoro. Riconoscere gli errori è un segno di forza.

Lei sul quotidiano Il Mattino ieri ha avanzato critiche ad ArcelorMittal. Ce le spiega?

Nell’impostazione di ArcelorMittal c’è un difetto di fondo: loro applicano gli stessi criteri di organizzazione aziendale e del lavoro a livello globale in tutti gli stabilimenti del gruppo. E’ un problema di rigidità ideologica che rende obiettivamente difficile trovare punti d’intesa. Nel merito, come Fim-Cisl abbiamo detto che c’erano alcune cose qualificanti da modificare, tra cui i numeri. Per noi le condizioni per un accordo sono sempre le stesse: zero licenziamenti e tutti i lavoratori devono avere un posto di lavoro a tempo indeterminato per tutta la durata del piano. Nella proposta del Governo ci sono le basi su cui lavorare e con alcune modifiche arrivare ad un accordo. Ma serve uno sforzo corale di concretezza e di buon senso che, fino ad ora, attorno a noi è mancato.

ILVA, BENTIVOGLI, EMILIANO, CALENDA E LE CALENDE GRECHE. IL CORSIVO DI ARNESE

Fca, Audi, Bmw, Mercedes. Tutti gli effetti delle ultime sportellate di Trump

 STARTMAG.IT 13 MAGGIO 2018

Elogio di Marchionne di Fca. Annunci di dazi contro le auto asiatiche ed europee. Non mancano le sorprese nella politica commerciale di Donald Trump sempre all’insegna dell’America First. Vediamo fatti, numeri, commenti e scenari partendo dai numeri del comparto auto negli Stati Uniti.

I NUMERI DEL SETTORE

L’industria Usa dell’auto, che vale il 3,5% del Pil e che occupa direttamente 2,5 milioni di persone, abbraccia molti brand che non sono americani rispetto a Ford, General Motors e Fiat Chrysler ma che contribuiscono all’economia degli Stati Uniti.

LE PAROLE AL MIELE PER MARCHIONNE

Donald Trump ha un prediletto tra i dirigenti delle case automobilistiche mondiali. Ed è un’eccezione alla sua regola di America First: l’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles, Sergio Marchionne. «È lui oggi il mio preferito in questa sala», ha detto il presidente incontrando i vertici delle aziende nella Roosevelt Room della Casa Bianca. Le ragioni del plauso? I piani di Fca per spostare operazioni dal Messico al Michigan, storica patria statunitense delle quattro ruote. Più veicoli Trump li vuole anche sfornati in Ohio e Pennsylvania, Nord e Sud Carolina. E così che “l’obamiano” Marchionne – che siglò appunto con Obama l’accordo per salvare, rilevare e rilanciare i marchi Chrsyler e Jeep, d’incanto è diventano trumpiano. D’altronde lo stesso Marchionne non ha mai proferito critiche al neo presidente americano pur avendo avuto rapporti cordiali con Obama con il quale nel recente passato si è profumo in reciproci elogi.

TRA CASA BIANCA E CASE AUTOMOBILISTICHE

Eppure, nel corso dell’incontro di due giorni fra Trump e le case auto, sono emersi interessi comuni se non identici – l’ammorbidimento degli obiettivi di consumi e emissioni, al centro del mini-summit: la Casa Bianca si profonde, attraverso riforme dell’Agenzia per la protezione ambientale (Epa), contro regolamentazioni giudicate troppo stringenti. I gruppi automobilistici invocano flessibilità per rispettare nuovi target, pur confermando l’intento di migliorarli e evitare polemiche e passi indietro.

LE PROSSIME MOSSE DI TRUMP

Comunque il presidente americano è tornato ad agitare lo spettro di dazi sulle automobili importate dall’Europa e dal sudest asiatico. Trema soprattutto la Germania, che ogni anno esporta negli Stati Uniti circa 500 mila auto e la cui industria automobilistica è stata già colpita negli ultimi mesi dallo scandalo delle emissioni diesel, che ha travolto in particolare la Volkswagen.

I DETTAGLI SULLE TATTICHE AUTO DI TRUMP

Un incontro teso, raccontano alcuni dei partecipanti ai giornali americani, durante il quale il presidente americano – denunciando uno squilibrio sul fronte del deficit commerciale definito “inaccettabile” – ha evocato la possibilità di una tariffa del 20% su ogni autovettura proveniente dall’estero, contro l’attuale 2,5%. Non solo: queste ultime potrebbero restare soggette alle severe restrizioni varate nell’era Obama sul fronte delle emissioni. Proprio quei vincoli e quegli standard che il capo della Casa Bianca vuole invece allentare per le auto prodotte negli Usa. A sobbalzare sulla sedia sono stati soprattutto i rappresentanti di Bmw, Mercedes e Volkswagen-Audi.

GLI EFFETTI PER LA GERMANIA

La stretta di Trump rappresenterebbe infatti per l’industria automobilistica tedesca un durissimo colpo. Non solo perché aumenterebbero i costi delle auto esportate Oltreoceano, ma anche perché nel caso di una guerra dei dazi verrebbero colpite le auto che le case tedesche producono negli Stati Uniti, oltre 800 mila l’anno, di cui almeno un quarto viene venduta in giro per il mondo. Ma pagheranno – se i dazi entrano in vigore – anche modelli importati dall’Italia con i vari marchi Ferrari, Maserati, Alfa Romeo, Lamborghini.

I DUBBI DEGLI ANALISTI

Ma proprio per questo, secondo altri analisti, la prospettata introduzione dei dazi sulle auto importate negli Stati Uniti da Paesi non Nafta (North American Free Trade Agreement, che comprende Canada e Messico) potrebbe avere un impatto limitato sull’industria mondiale, riguardando sostanzialmente modelli di fascia alta e altissima. Al momento, infatti, la totalità dei produttori asiatici (Giappone e Corea) e quasi tutti i brand tedeschi (manca solo la Porsche) sono presenti con propri impianti negli Stati Uniti, rappresentando una quota di immatricolazioni compresa fra il 65 e l’80%, a seconda dei segmenti.

CHE COSA DICE IL REPORT

L’edizione 2018 dello studio Made in America Auto Index, realizzato dall’American University di Washington, sulla base di sette parametri (tra cui margini di profitto, occupazione, collocazione della sede, dei centri di ricerca e sviluppo) valuta il contributo che arriva da ogni singolo modello all’economia Usa. Per il 2017 al primo posto si collocano a pari merito 3 modelli General Motors (Chevrolet Traverse, GMC Acadi e Buick Enclave) con l’85,5% di “americanità” seguiti da Ford F-150 (82%) e Chevrolet Corvette (82%). Ma al quarto posto stupisce il piazzamento di 3 modelli della gamma Jeep Wrangler – brand del gruppo Fca – con un indice dell’81,5%, Nel complesso nei primi 30 posti della classifica delle auto che più contribuiscono al benessere economico degli Stati Uniti ci sono 12 modelli fra giapponesi e coreani e 4 dell’italiana Fca.

LE INCOGNITE ANCHE PER LE CASE USA

Secondo alcuni esperti si aprono incognite anche per le case americane. Ford, General Motors e Chrysler, infatti, hanno delle fabbriche in Messico, dalle quali sfornano vetture destinate al mercato domestico. Le regole del trattato Nafta considerano quelle auto come fossero domestiche purché contengano almeno il 62% di componenti made in Usa. Trump vorrebbe alzare quella quota al 75%, altrimenti pagherebbero dazio come fossero messicane.

Ecco quale sarà la vera sterzata di M5S-Lega in politica economica

 STARTMAG.IT 13 MAGGIO 2018

Salvini

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta sulla politica economica del governo in fieri M5S-Lega

Vedo! Da quando Forza Italia, mercoledì sera, ha fatto venir meno il suo veto alla formazione di un governo tra Lega e M5s, togliendo di mezzo l’ultima pietra di inciampo rappresentata dalla rottura della coalizione di centrodestra, è svanita la prospettiva di un governo del Presidente per andare a nuove elezioni. Alle urne non si torna, né sotto l’ombrellone, e neppure sotto la neve: troppo rischioso, per chiunque, ingaggiare una nuova sfida.

Dieci anni dopo il divampare della crisi americana nel settembre del 2008, anche in Italia si sta materializzando quella svolta politica profonda che ha smantellato i partiti tradizionali in Grecia ed in Spagna, ha portato alla Brexit, ha condotto alla Presidenza Donald Trump ed Emmanuel Macron, ed indotto una stracca riedizione della Grande Coalizione tra Cdu-Csu e Spd per fronteggiare l’avanzata della SPD e di AfD in Germania.

Ad innescare la maggioranza giallo-verde tra M5S e Lega, che potrà contare sulla astensione di Forza Italia, di volta in volta critica o benevola, è stato un duplice fattore: il timore che una ripetizione delle elezioni portasse ad una polarizzazione del voto tale da squassare definitivamente il vecchio assetto politico; l’incertezza di procedere al buio con un governo di tregua, ma privo di una maggioranza.

(COME EVITARE L’AUMENTO DELL’IVA. I CONSIGLI DEL PROF. PIGA)

Non avendo la possibilità di porre la questione di fiducia, gli sarebbe stato impossibile varare qualsiasi provvedimento di rilievo, tanto più una legge di bilancio che dovrà sminare le clausole di salvaguardia che prevedono l’aumento delle aliquote Iva. Avrebbe dovuto andare a cercarsi i voti su ogni articolo, su ogni comma, combattendo emendamento dopo emendamento: assurdo.

Come sempre accade, una cosa è vincere le elezioni ed altra è governare. Chi vince le elezioni partendo da posizioni estreme tende poi a moderarsi, convergendo al centro; viceversa, chi va al governo partendo da posizioni moderate deve evitare che il dissenso si radicalizzi e che si estenda.

(FLAT TAX, I PRO E I CONTRO DELLA STEP TAX DI LEGA-M5S)

C’è un elemento che viene spesso sottolineato: questa alleanza nasce con lo sfavore dell’establishment, in particolare quello europeista. Ogni mossa sarà esaminata al microscopio, ed ogni minimo errore verrà enfatizzato oltre misura. E già le sono addebitati i timori del mercato per scelte inopinate in materia di finanza pubblica. Il rialzo dello spread e la flessione della Borsa di Milano, registrati sin dalla giornata di giovedì, ne sarebbero solo una anticipazione.

Di tutto ciò ha profonda consapevolezza il Presidente della Repubblica Mattarella: nel suo intervento a Firenze, in occasione della ottava edizione de The State of the Union, ha sottolineato come la operosa solidarietà degli esordi dell’Europa unita sembra essersi trasformata in una stagnante indifferenza, in una sfiducia diffusasi, pervasivamente, a tutti i livelli, portando opinioni pubbliche, Governi, Istituzioni comuni, a diffidare, in misura crescente, l’uno dell’altro.

Non si può ignorare questo stato di fatto, ha proseguito il Presidente, né sottacere quanto sia diffusa, fra i cittadini europei, la convinzione che il progetto comune abbia perso la sua capacità di poter realmente venire incontro alle aspettative crescenti di larghi strati della popolazione; e che non riesca più ad assicurare adeguatamente protezione, sicurezza, lavoro, crescita per i singoli e le comunità. Non bisogna cedere, ha concluso, alla tentazione di cercare in formule ottocentesche la soluzione ai problemi degli anni 2000.

(CHE COSA UNISCE E COSA DIVIDE M5S E LEGA SU FISCO, PENSIONI E SPESA PUBBLICA)

Il tema del sovranismo è stato affrontato nelle stesse ore anche dal Presidente francese Emmanuel Macron. Nel corso della cerimonia svoltasi ad Aquisgrana, durante cui gli è stato conferito il Premio Carlo Magno, ha affermato che occorre reagire ai traumi che la Brexit e i recenti risultati elettorali italiani hanno inferto al processo di integrazione europea: bisogna andare avanti con una Unione a due velocità, in cui chi è pronto ad un processo di più intensa integrazione non deve attendere che gli altri si rendano disponibili.

(COME EVITARE L’AUMENTO DELL’IVA. I CONSIGLI DEL PROF. PIGA)

Questo processo comporta, secondo Macron, una più forte solidarietà ed in particolare la previsione di un più consistente budget a disposizione della Unione per affrontare i temi della disoccupazione giovanile e del lavoro. Sul punto, la Cancelliera Angela Merkel non ha replicato: è notoria, infatti, la contrarietà tedesca ad una Unione che preveda trasferimenti di risorse. Come è accaduto già molti anni fa, quando vennero avanzate le prime proposte volte ad unificare le emissioni dei debiti pubblici europei, creando una sorta di solidarietà tra i debiti, così è stato anche di recente con la mancata costituzione di un unico Fondo europeo di garanzia per i depositi bancari. Il nodo è sempre lo stesso: ogni Stato è responsabile delle proprie finanze, e nessuna responsabilità per i rischi di ciascuno, anche quelli derivanti dal sistema bancario, può essere trasferita all’Unione o altrimenti condivisa.

(FLAT TAX, I PRO E I CONTRO DELLA STEP TAX DI LEGA-M5S)

Il debito pubblico italiano è un macigno tornato a crescere dopo la crisi: la sua dimensione esorbitante viene strumentalizzata da chiunque abbia interesse a mettere in discussione la sovranità economica e l’indipendenza politica dell’Italia. Essere esposti alla speculazione è il nostro punto debole.

La politica monetaria della Bce, ancora eccezionalmente accomodante, in questi ultimi due anni ha messo in secondo piano la necessità di abbattere il debito pubblico con misure straordinarie: questa rimane l’unica vera emergenza nazionale, su cui tutti sono tenuti a contribuire. Non bisogna illudersi della bonaccia: la speculazione ed i rentier non vedono l’ora di sottrarsi alla bassa volatilità dei titoli ed alla repressione imposta con i tassi di interesse negativi.

Il prossimo governo potrà sbarazzarsi delle tante critiche che gli vengono già mosse, e rivendicare una certa libertà nelle scelte di politica fiscale, solo se si porrà come obiettivo prioritario l’abbattimento del debito pubblico. Numerose proposte sono state elaborate negli anni scorsi, e talune sono state illustrate su queste colonne. Sarebbero già sufficienti misure volte a garantirlo, mediante la messa a disposizione di asset collaterali finanziari e reali, piuttosto che imposizioni patrimoniali.

(COME EVITARE L’AUMENTO DELL’IVA. I CONSIGLI DEL PROF. PIGA)

Una volta affrontato il nodo del debito, non servirebbero stravolgimenti quantitativi dei saldi di bilancio: le maggiori novità potrebbero essere rappresentate da un ribilanciamento dei flussi della fiscalità e della spesa pubblica a favore dell’economia reale, delle piccole e medie imprese e del lavoro precario, dipendente ed autonomo.

Troppa attenzione, d’altra parte, è stata dedicata in questi anni agli aspetti finanziari dell’economia: siamo stati subissati di normative sulle banche, dagli stress test alle ricapitalizzazioni, dalle emissioni di titoli subordinati alla disciplina dei crediti in sofferenza, dalle garanzie pubbliche sulle cartolarizzazioni alla accelerazione delle procedure esecutive sui debitori, fino al divieto di aiuti di Stato ed ai salvataggi in extremis. Nel frattempo, la funzione creditizia a favore delle imprese si è annebbiata, con una riduzione progressiva degli interventi sul medio e lungo periodo. Abbiamo patito insieme una duplice pressione deflazionistica, sul versante fiscale e su quello creditizio, perché anche gli acquisti dei corporate bond delle grandi imprese da parte della Bce hanno avuto un profilo prevalentemente finanziario, andando prevalentemente a sostituire precedenti debiti.

(COSA UNISCE E COSA DIVIDE M5S E LEGA SU FISCO, PENSIONI E SPESA PUBBLICA)

La politica economica è stata più attenta all’aumento della competitività di prezzo, abbassando i salari e riducendo il cuneo fiscale a favore delle imprese. Sono stati agevolati solo gli interventi microeconomici, attraverso l’accelerazione degli ammortamenti, mentre niente si è fatto per aumentare la produttività generale con gli investimenti pubblici. È su queste scelte di fondo che probabilmente ci sarà una sterzata.

Si è accentuato il dualismo tra le imprese vocate all’export e quelle che vivono del mercato interno, lasciando che queste ultime lentamente marcissero. Ed ora, che il contesto del commercio internazionale si sta facendo assai complesso, per via dei dazi americani incombenti, delle sempre nuove sanzioni commerciali verso la Russia e verso l’Iran, e con una situazione del Mediterraneo sempre infiammata, si rischia di perdere una buona parte del lavoro fatto.

Siamo in mezzo al guado. Ma indietro non si torna.

(FLAT TAX, I PRO E I CONTRO DELLA STEP TAX DI LEGA-M5S)

(COME EVITARE L’AUMENTO DELL’IVA. I CONSIGLI DEL PROF. PIGA)

(COSA UNISCE E COSA DIVIDE M5S E LEGA SU FISCO, PENSIONI E SPESA PUBBLICA)

Proposte e numeri alla mano, una lettura disincantata del nuovo strombazzato “bilancio europeo”

DANIEL GROS OPEN.LUISS.IT 7 MAGGIO 2018

Il budget 2021-2027 è un piccolo passo nella giusta direzione ma certo non il “nuovo inizio” annunciato dalla Commissione europea. L’incognita del ruolo degli Stati e i ritocchi solo cosmetici sui capitoli principali di spesa: agricoltura, fondi per la Coesione e sicurezza

La Commissione europea ha pubblicato di recente la sua proposta per il riassetto del bilancio dell’Unione europea nel prossimo decennio, proposta così intitolata: “Un budget moderno per una Unione che protegge, offre possibilità e difende”. In realtà si tratta di un budget che si muove in continuità col passato, piuttosto che di un cambiamento radicale. La spesa prevista, nel progetto proposto, rimane fissata nel complesso a un livello che non supera l’1,1% del Pil dell’Ue. In questo quadro, qualche mutamento nelle poste di bilancio è effettivamente previsto, ma è di entità modesta. Il mutamento più importante riguarda gli equilibri fra le principali aree di policy interessate e può essere visualizzato nel grafico qui sotto.

Senza titolo

La Commissione propone che ciascuna delle tre principali aree si veda assegnare all’incirca il 30% del bilancio complessivo: ci sono le due aree tradizionali, cioè Agricoltura e Coesione, poi il resto che comprende ricerca e sicurezza.

Le troppe contraddizioni sui lauti finanziamenti all’agricoltura

La buona notizia è che il peso relativo dell’agricoltura – in termini di spesa allocata – dovrebbe diminuire; eppure si tratta della mera continuazione di una tendenza già avviata 20 anni fa. In questo arco di tempo, la percentuale di occupati nel settore primario si è dimezzata ma la quota di spesa pubblica europea sull’agricoltura è diminuita soltanto di un terzo. Ergo, la spesa pro capite per ogni agricoltore è notevolmente cresciuta. Inoltre, in questo ambito, la principale novità proposta dall’esecutivo di Bruxelles è quella che ipotizza di fissare un tetto ai pagamenti totali diretti che ogni singola impresa agricola potrà ottenere dal budget Ue. Ovviamente questa mossa suscita forti resistenze da parte delle grandi aziende agricole (spesso gruppi industriali specializzati in una sola coltura, per esempio lo zucchero). I Paesi dell’Ue in cui hanno sede molti di questi grossi beneficiari dei sussidi europei tenderanno a difendere tali interessi, nonostante i benefici di tali pagamenti siano più per gli azionisti di tali società che non per gli agricoltori.

Anche il peso relativo dei fondi per la Coesione dovrebbe diminuire, ma di poco, nonostante le differenze di reddito all’interno dell’Ue si siano già ridotte di molto negli ultimi due decenni. D’altronde questa è l’area in cui gli Stati membri hanno un interesse diretto più marcato, visto che i fondi per la Coesione finiscono direttamente nelle casse dei governi regionali.

Bentornata Realpolitik su valori europei e Stato di diritto

Si è detto (e fatto) molto del progetto originario di vincolare la spesa dell’Unione europea al rispetto dello Stato di diritto nei Paesi membri. Tuttavia la Commissione adesso propone in realtà qualcosa di molto diverso. Ecco cosa recita il testo originale: “La Commissione propone pertanto un nuovo meccanismo volto a proteggere il bilancio dell’Ue dai rischi finanziari connessi a carenze generalizzate per quanto riguarda lo Stato di diritto negli Stati membri. Se tali carenze mettono a rischiano o minacciano di mettere a rischio una sana gestione finanziaria o la protezione degli interessi finanziari dell’Unione, dev’essere possibile tirarne le conseguenze in termini di finanziamenti comunitari”. Ciò implica che effettivamente la condizione del rispetto dello Stato di diritto non riguarderebbe tanto quei Paesi in cui il potere giudiziario non è più indipendente o in cui la libertà di stampa è in pericolo. L’obiettivo della condizionalità si limiterebbe a proteggere gli interessi finanziari dell’Ue. Dunque anche quei Paesi in cui il processo democratico iniziasse a zoppicare continuerebbero ad avere accesso ai finanziamenti comunitari, a condizione che quegli stessi Paesi tutelino gli interessi finanziari dell’Ue. Ciò potrebbe apparire in giusto, ma ha un senso. L’Unione europea ha bisogno di difendere i propri valori fondamentali e i propri principi democratici. Ma ritirare i finanziamenti comunitari vorrebbe dire che a essere penalizzati sarebbero soltanto i più poveri all’interno di un Paese. Dunque Bruxelles dovrà concepire strumenti differenti per puntellare il rispetto dei valori fondamentali.

La svolta (apparente) su sicurezza interna ed esterna

Il principale incremento di spesa proposto dalla Commissione è quello che riguarda la sicurezza interna ed esterna. Tuttavia tale incremento è meno importante di quel che potrebbe sembrare, se si raffrontano le proposte della Commissione per il bilancio a lungo termine (Multiannual Financial Framework, o MFF) 2021-2027 non tanto con il bilancio 2014-2020, ma con i livelli di spesa attuali, visto che alcuni finanziamenti sono già stati reindirizzati in quest’area. Comunque sia, ci saranno più risorse a disposizione e anche un impegno appariscente: “La Commissione propone di creare una forza permanente di circa 10.000 agenti di frontiera entro l’ultimo anno considerato dal budget”. Rimane però da vedere dov’è che questi 10.000 uomini saranno posizionati. Gli Stati membri potrebbero essere perfino seccati dal fatto di avere così tanti funzionari europei che occupano i loro confini.

In definitiva, la Commissione europea sta proponendo un piccolo passo nella giusta direzione ma di certo non il “nuovo inizio” che ha annunciato con enfasi. Senza contare che anche i miglioramenti proposti dalla Commissione rischiano di essere annacquati dagli interessi particolari degli Stati membri. Questo infatti è solo l’inizio di un lungo processo di contrattazione che difficilmente migliorerà l’esito finale rispetto all’ultimo bilancio, considerato il forte bias favorevole allo status quo che è connaturato all’attuale sistema

Piacenza 1932: il fallimento di quattro banche: il giudizio di un protagonista – seconda parte

http://www.ilpiacenza.it/giuseppe romagnoli 13 maggio 2018

Piacenza 1932: il fallimento di quattro banche: il giudizio di un protagonista – Blog

Il comunicato delle autorità piacentine (citato nella 1° puntata), soffuso di velleitario ottimismo ufficiale, non poteva certo placare gli animi; la situazione era ormai precipitata. Anche l’annuncio che il capo del Governo Benito Mussolini aveva ricevuto una delegazione provinciale capeggiata dal Prefetto Selvi, dal Federale Bionda, dal Podestà De Francesco, stanziando la somma di 10 milioni da impiegare in “lavori straordinari” per alleviare i disagi dell’economia colpita nei suoi gangli finanziari- operativi, non servì a smorzare la vampata di inquietudini che serpeggiava tra i piccoli e medi risparmiatori, tanto più che l’8 ottobre la stessa Scure pubblicava i decreti dei concordati preventivi, accettati dal Tribunale civile e penale relativi ai dissesti delle tre Banche piacentine meno sconquassate dal crack: la Popolare, la Sant’Antonino, l’Agricola.

La Banca Popolare proponeva infatti il pagamento integrale dei crediti privilegiati entro 6 mesi dall’omologazione del concordato, nonché il pagamento percentuale di oltre il 40% dei crediti chirografari; il rimanente entro due anni. Analoghe proposte formularono la S. Antonino e l’Agricola. Colpita dal provvedimento di bancarotta fraudolenta, la Banca Raguzzi era esclusa dagli istituti proponenti i concordati preventivi. Il settore più colpito dal dissesto delle quattro banche fu quello commerciale, come si deduce dall’annuario del Consiglio provinciale dell’economia corporativa dove si leggeva che “ in provincia di Piacenza il commercio ha dovuto subire anche le gravi conseguenze della crisi bancaria. E’ logico pensare che il commercio, per la sua modesta consistenza, avesse forse più gravemente a risentire della situazione creatasi a seguito dei dissesti bancari del settembre scorso”.
Quel documento prosegue tra l’altro così:”Se le ripercussioni furono lievi, come appare dall’indice dei fallimenti e dei protesti cambiari, ciò lo si deve indubbiamente al fatto che i commercianti piacentini si sono resi consci da tempo della necessità di agire con maggior prudenza”.
La relazione camerale del 1933 (anno della vittoria del grano, passato alla storia economica del regime) poneva l’accento sul fatto che in seguito al tracollo di quattro banche locali, “il credito aveva necessariamente avuto un andamento difficile ed irregolare”; si ammetteva altresì che “la fiducia dei depositanti era scossa, aveva compromessa ed arrestata la loro attività, essendosi annullati o gravemente falcidiati gli sforzi faticosi di lunghi anni. Centinaia di milioni erano stati bloccati, in parte perduti”. E il 1933 fu un anno decisamente infausto per alcuni settori produttivi dell’economia provinciale, con le banche liquidatrici che a loro volto dovevano esercitare pressioni sui debitori.
Arturo Govoni in quel travagliato periodo fu il direttore della Banca Commerciale Agricola. Si recò alla Rocca delle Caminate prima (residenza estiva di Mussolini nel comune di Meldola vicino a Predappio), a Palazzo Venezia poi, per illustrare a Mussolini la situazione delle banche locali disastrate, chiedendo adeguati interventi.
Osservava Govoni in una testimonianza di quel periodo che “l’allora Capo del Governo valutò con obiettività, competenza e comprensione la “debacle” in cui versavano le quattro banche; fu però la burocrazia statale ad imbrigliare ed ostacolare i propositi del Duce, quando si dovette passare dalle buone intenzioni ai fatti concreti”.
A parere di Govoni la chiusura degli sportelli della Raguzzi che per prima subì l’assalto dei piccoli risparmiatori, “alimentò nella restante massa dei depositanti degli altri istituti di credito la psicosi del crollo imminente. Fu una sorta di contagio epidemico, un panico in parte irrazionale ed emotivo che sconvolse le strutture di tutto l’apparato creditizio locale. Fu un vero miracolo che la stessa Cassa di Risparmio riuscisse a scampare dal marasma generale”.

Secondo le successive analisi tecniche, le cause vere del tracollo si possono compendiare in tre fattori più o meno concomitanti:
– I titolari della Raguzzi avevano speculato e perso grosse somme in investimenti azionari, cosicché vennero a trovarsi nei frangenti del panico collettivo, senza disporre di adeguata liquidità finanziaria.
– La Sant’Antonino si trovava in una pesante situazione causata dall’assegnazione di “fidi poco cautelati” ed era afflitta da sclerosi monetaria dovuta a scarso afflusso di liquido nelle sue casse.
– -La Popolare e la Commerciale Agricola che pure possedevano cospicua liquidità, furono coinvolte nel cataclisma bancario determinato, quasi per la legge dei “riflessi condizionati” dalla posizione deficitaria delle “consorelle”. Entrambe furono insomma impossibilitate a sborsare in brevissimo tempo le somme richieste dai depositanti il cui versamento richiedeva invece ragionevole lasso di tempo per le coperture; in tal modo, nonostante gli sforzi degli amministratori, gli eventi precipitarono.
Si cercò poi un Istituto bancario disposto a fiancheggiare le liquidazioni. Venne trovato nel Banco di Roma. Si sarebbe impegnato ad effettuare il pagamento dei crediti privilegiati di tutte le quattro Banche. Venne inoltre stabilito che ogni Istituto avrebbe eseguito per proprio conto la liquidazione con un Comitato liquidatore composto da tre membri. Il compenso dei Commissari fu talmente elevato (da 25.000 mila lire a 400.000, fino al milione e mezzo di lire per un avvocato imposto dal Banco di Roma), che spinse il rag. Govoni a dimettersi da direttore, motivando la sua decisione con un preciso esposto al Direttore della Banca d’Italia.

Piacenza 1932: il fallimento di quattro banche: il giudizio di un protagonista – Blog
„Contrariamente a quanto stabilito, anche le percentuali di riparto riscosse dai risparmiatori furono depauperate. Solo l11% da parte della Raguzzi (la quale aveva subito il provvedimento di bancarotta fraudolenta ed il carcere per il titolare), il 40% da parte della S. Antonino, mentre i depositanti della Popolare e dell’Agricola fruirono di una percentuale superiore di poco al 60%.
In parole povere le laute parcelle versate ai liquidatori furono scontare dai piccoli risparmiatori ed il crack delle quattro banche piacentine venne placidamente archiviato.“

 

Piacenza, una storia per volta

” Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell’oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com’era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… “”la rimembranza acerba!”” “

 

 

Svizzera, in un bunker si trova l’equivalente di 10 miliardi di dollari in bitcoin

sputniknews.it 13 maggio 2018

Bitcoin

I server della start-up Xapo che si trovano in un ex bunker militare nelle montagne svizzere, contengono circa il 7% del totale di bitcoin esistenti oggi equivalente a circa 10 miliardi di dollari.

La start-up Xapo ha iniziato ad estrarre bitcoin nel 2014. Il suo lavoro è organizzato in un ex bunker militare del 1947 sulle montagne svizzere vicino Lucerna, appositamente attrezzate di celle frigorifere.

Il fondatore di Xapo è il business man argentino Wences Casares, ed probabilmente grazie a lui che Bill Gates e il co-fondatore di LinkedIn Reid Hoffman hanno guadagnato il loro primo bitcoin.

La quantità di denaro presente nei server della start-up è segreta, ma secondo Bloomberg si tratta dell’equivalente di circa 10 miliardi di dollari in bitcoin. Una fonte vicina alla compagnia ha confermato che questa stima è abbastanza accurata. Pertanto, Xapo detiene circa il 7% di tutti i bitcoin esistenti oggi.

Per ottenere bitcoin dal repository devono passare due giorni. Dopo aver identificato il cliente e aver approvato la sua richiesta, l’azienda firma manualmente le transazioni con chiavi private che si trovano in diverse posizioni del bunker.

“Ogni volta che vogliamo fare una grande transazione ce lo comunicano in videoconferenza, e noi usiamo parole in codice… controlliamo tutto personalmente, ogni elemento della struttura è volto a garantire la sicurezza”, ha spiegato il fondatore di First Block Sean Clark.

Gli USA dettano all’Italia: “non togliete le sanzioni alla Russia”

sputniknews.it 13 maggio 2018 Tatiana Santi

Spasskaya Bashnya

Un possibile governo Lega-Movimento 5 stelle spaventa gli Stati Uniti nell’ottica dei futuri rapporti con Mosca. I due partiti che più hanno lottato contro le misure restrittive antirusse potrebbero segnare una svolta provocando un effetto domino in Europa. Gli USA dettano all’Italia: “non togliete le sanzioni alla Russia”.

Se un ministro o un politico russo si permettesse di indicare all’Italia quale politica estera intraprendere susciterebbe uno scandalo indicibile. Se a farlo sono gli americani è cosa buona e giusta. Non è la prima volta che degli esponenti politici degli Stati Uniti spiegano all’Italia la strada da seguire. Lo si è visto con il referendum costituzionale: Obama e l’allora ambasciatore Phillips si schierarono senza farsi troppi scrupoli per il sì, appoggiando Renzi.

Ora che sembra prendere forma un governo Lega-Movimento 5 stelle, gli americani non perdono tempo e si fanno avanti. In un’intervista al quotidiano La Stampa Kurt Volker, inviato speciale dell’amministrazione americana per l’Ucraina non usa mezzi termini: “l’Italia non può togliere le sanzioni alla Russia”. A fargli coro è l’ex segretario di Stato John Kerry, questa volta in un’intervista al Corriere, in cui spiega come sia necessario prolungare a tutti i costi (a pagare però è l’Italia) le sanzioni antirusse.

Lorenzo Valloreja
© FOTO : FORNITA DA LORENZO VALLOREJA
Lorenzo Valloreja

Insomma, un’Italia a guida Lega e Movimento 5 stelle fa paura agli americani, perché potrebbe rappresentare un primo passo in Europa, seguito dagli altri Paesi dell’Unione Europa, verso una distensione con Mosca. Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione in merito il saggista Lorenzo Valloreja, autore del libro “Al di là del pregiudizio”.

—  Kurt Volker, inviato speciale di Trump per l’Ucraina ha dichiarato al quotidiano La Stampa che “l’Italia non può togliere le sanzioni alla Russia senza subire gravi conseguenze”. Lorenzo Valloreja, perché gli americani si intromettono così platealmente nella politica italiana?

—  Una simile dichiarazione è vergognosa e da parte della nostra diplomazia bisognerebbe chiedere le scuse per simili frasi. Si tratta di un’intromissione a gamba tesa nella politica italiana. Già conoscevamo l’idea che gli Stati Uniti hanno dell’Italia: un Paese cardine della NATO nel Mediterraneo, quindi gli americani hanno paura che l’Italia possa svincolarsi dall’attuale alleanza. Fortunatamente a mio avviso lunedì dovrebbe formarsi il primo governo sovranista del mio Paese. Dovrebbe essere un governo formato dalla Lega e dal Movimento 5 stelle, due partiti che hanno sempre dichiarato di voler eliminare le sanzioni antirusse.

Gli Stati Uniti quindi temono molto questo fatto: se l’Italia in maniera unilaterale toglie le sanzioni, chiaramente si creerà una crepa all’interno del fronte occidentale. Una crepa che potrà diventare un domino, perché andrebbe a crollare il castello di carta: Macron da un lato cerca di tenere sotto scacco tutti i Paesi, dall’altro cerca di ricucire i rapporti con la Russia. Se quindi l’Italia togliesse le sanzioni, non credo la Francia rimanga a guardare, lo stesso vale per la Germania. L’Italia potrà diventare il piede di porco verso l’eliminazione delle sanzioni. Volker comunque non può aver dichiarato tutto ciò senza aver parlato prima con degli esponenti politici italiani.

Veduta della lanterna di Genova
© FOTO : WIKIMEDIA COMMONS

—  Cioè?

—  Il presidente Mattarella all’Istituto Universitario Europeo di Firenze ha dichiarato che “non può esserci un governo sovranista, perché sarebbe una follia, l’Europa non può finire così”. Vedo quindi che riprende pedissequamente sia le dichiarazioni di Volker sia quelle di John Kerry.

—  John Kerry, infatti, ha recentemente spiegato al Corriere come gli americani abbiano lavorato molto per convincere gli europei a mantenere le sanzioni contro la Russia. L’ex segretario di Stato ha praticamente svelato come la politica estera europea dipenda direttamente dagli Stati Uniti, no?

—  Esattamente, ma adesso a mio avviso siamo ad un punto di svolta. Spero si formi il governo Lega-Movimento 5 stelle e che questo governo sia realmente sovranista. Il 9 maggio è la data della morte di Moro, tuttora ci sono delle ipotesi su un possibile ruolo nella vicenda dei servizi segreti americani, perché Aldo Moro, anche se all’epoca c’era il comunismo, vedeva i rapporti fra Italia e Russia in modo diverso. Non vorrei quindi, qualora vi fosse un governo sovranista, si tornasse ad una strategia della tensione.

—  Il Movimento 5 stelle e la Lega sono i partiti che più hanno lottato in precedenza contro le sanzioni antirusse, ma recentemente Di Maio si è tirato indietro mostrando il lato più atlantista del partito. Salvini, almeno a parole, rimane invece fedele a questa linea. Arrivati al governo non c’è il rischio di ritrovarsi le mani legate e di non riuscire ad opporsi al volere degli americani?

—  I ministri vengono vagliati dal Presidente della Repubblica, di conseguenza quest’ultimo può porre un veto su un ministro. Stando ai giornali italiani sembra ci sia la possibilità che Di Maio venga messo agli Esteri e Salvini agli Interni. Questo potrebbe comportare una linea più morbida per rapporto all’eliminazione delle sanzioni antirusse, perché Di Maio è rimasto più legato all’atlantismo. È pur vero che anche se il ministro ha quest’idea, ricordiamoci che un solo ministro non fa la politica estera di un Paese. La politica estera la fa tutto il governo.

Anche all’interno del Movimento 5 stelle, al di là delle posizioni ufficiali di Di Maio, ci sono politici che hanno degli atteggiamenti più “filorussi” così come all’interno della Lega. Può succedere di tutto, vi saranno indubbiamente pressioni internazionali, gli Stati Uniti stanno perdendo terreno e potrebbero essere pronti a qualsiasi cosa. Mi auguro comunque che la maggioranza dei due Partiti possa portare alla cessazione delle sanzioni.

—  Quali soluzioni ci sono per sottrarsi a questa dipendenza dagli Stati Uniti? Secondo te la via d’uscita sarebbe sganciarsi da organismi come la NATO, o almeno rivalutare la propria presenza al loro interno?

—  Sì, questa sarebbe la via d’uscita. Vedremo se questo governo, dando per buona la sua formazione nelle prossime ore, sarà veramente sovranista. Il Presidente della Repubblica ha un potere non indifferente.

Nella storia della Repubblica italiana non abbiamo mai avuto presidenti della Repubblica che non fossero europeisti e di sinistra. Adesso, i membri del nuovo governo voteranno in futuro il prossimo Presidente della Repubblica, per la prima volta si potrà eleggere un presidente che non sia europeista.

Se ci fosse un presidente con l’obiettivo di distendere i rapporti con la Russia le cose sarebbero diverse. Mattarella è più legato all’Europa e alla NATO. Volendo comunque, a mio avviso, i due partiti al governo potrebbero togliere in breve tempo le sanzioni. A cascata potrebbero poi seguire tutti gli altri Paesi europei.

GOVERNO, DI MAIO E SALVINI CHIAMANO MATTARELLA/ “Pronti a riferire contratto Lega-M5s”: premier sarà politico

Governo, ultime notizie live: nuovo incontro tra Salvini e Di Maio, il contratto M5s-Lega è (quasi) pronto e avrà il reddito di cittadinanza. I due leader hanno chiamato Mattarella

Luigi Di Maio e Matteo Salvini (LaPresse)Luigi Di Maio e Matteo Salvini (LaPresse)

Il vertice è concluso e la chiamata è stata fatta: Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno telefonato al Quirinale per avvisare Mattarella che non occorre altro tempo e che sono pronti a riferire sul “contratto di governo” stilato tra Lega e Movimento 5 Stelle. Così svelano fonti M5s e del Carroccio alla Camera, dopo che l’ultimo vertice tra i due leader pare si sia rivelato molto positivo chiarendo quasi tutti i punti “nodosi”. Su tutti il nome del premier, che al netto dei tatticismi, pare sia stato individuato e verrà presentato al Colle già nelle prossime ore (se non già comunicato nella recente telefonata, ndr): Di Maio ha ribadito che «sarà un politico e mai un tecnico. A momenti chiamiamo il Quirinale e diamo tutte le informazioni. È stata una giornata molto produttiva», ha detto Di Maio poco prima di telefonare direttamente al Capo dello Stato assieme al collega, ormai, di governo Matteo Salvini. Secondo il segretario del Carroccio – anche lui intercettato prima della telefonata più importante degli ultimi due mesi e mezzo ormai post-Elezioni – «Si lavora su tutto, giorno e notte, e poi vediamo di arrivarne a una conclusione. Mattarella? Verrà chiamato entro stasera». Non sarà una “rosa di nomi” ma uno e uno solo, «e che portiamo una squadra di calcio?» ironizza ancora Salvini. Curiosità attorno al nome: se dunque sarà un politico come dicono i due giovani leader, sarà interessante vedere verso quale “sponda politica” verterà il nome di Palazzo Chigi, se più assimilabile alla Lega o al M5s, a meno di sorprese “clamorose” che vedono nomi con più ampia “esplorazione” sia verso il centrodestra che il centrosinistra.

ULTIMO INCONTRO DI MAIO-SALVINI

L’ultimo incontro previsto per queste trattative, estenuanti, di Governo Lega-M5s è in corso in questi minuti: presenti solo Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che al termine dovrebbero comunicare al Quirinale l’esito finale di questa settimana di lavori e tavoli costanti. Qui trovate tutte le informazioni sul contenuto del contratto di Governo stilato dal lavoro delle ultime 48 ore, mentre la vera grande attesa ora è per il nome/i nomi del premier da presentare al Mattarella entro sera. Una linea di pensiero ritiene che sarà presentata una “terna” di nomi “tecnici” che possano garantire l’equidistanza tra M5s e Lega, mentre lo stesso Movimento 5 Stelle ha fatto sapere che verrà fatto tutto il possibile per un presidente del Consiglio «di alto profilo politico», spiegano le fonti alla Camera. Mentre ci si interroga su chi possa essere quella “figura”, il nuovo incontro a Milano tra i due leader potrebbero finalmente porre fine a questo infinito tempo post-Elezioni per arrivare in settimana al giuramento del nuovo governo “giallo-verde”. Attenzione però, non è detto che questa sera si esauriscano i tavoli: se non usciranno sostanziali novità tra Di Maio e Salvini, già domani mattina è probabile un nuovo tavolo tecnico negli uffici della Lega alla Camera dei Deputati per “limare” gli accordi sul contratto di Governo fatto a 22 punti

IL REDDITO DI CITTADINANZA NEL CONTRATTO

Tra questi svariati punti dell’intesa ci sarebbe il reddito di cittadinanza: lo ha spiegato questo pomeriggio Laura Castelli presente nelle ultime 48 ore nel tavolo ristretto di lavoro tra Lega e M5s: «ci sarà il nostro reddito di cittadinanza per intero, senza alcuna limatura, non si parla di reddito a tempo. […] Non ci sono punti difficili, ci sono temi che interessano i cittadini su cui si discute e si va avanti. Oggi abbiamo parlato di lavoro, superamento della Fornero, quota 100, categorie usuranti. Abbiamo fissato dei punti, è un lavoro laborioso, ci vuole tempo. Non ci sono punti su cui non c’è accordo». All’uscita dal Pirellone, il capogruppo al Senato Gianmarco Centinaio ha spiegato che «non ci sono punti che ci dividono, anzi ci avvicinano perchè vogliamo presentare il migliore programma possibile per questo Paese». Il Partito Democratico intanto, nelle parole del segretario reggente Maurizio Martina, ha commentato le parole del primo pomeriggio di Luigi Di Maio: «Leggo che Lega e Cinque Stelle avrebbero chiesto pazienza perché stanno ‘facendo la storia’. Consiglierei di rimanere con i piedi per terra nonostante da giorni abbiano preso in ostaggio il 23esimo piano del Pirellone. Di Maio e Salvini risparmino agli italiani altre sceneggiate inutili».