I NUMERI/ Il boom dei lavoratori saltuari pronto a impoverirci

In Italia sono cresciuti molto i lavoratori saltuari, che hanno redditi piuttosto bassi. Cosa che non aiuta l’economia, danneggiando tutti. MAURO ARTIBANI

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Dunque, i bambini non lo sanno; gli adulti lo intuiscono, gli economisti dovrebbero saperlo: se si ottimizza la produttività totale dei fattori ,viene azzerato il gap dell’output (la differenza tra il Prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale). La crescita economica si spinge al massimo; la ricchezza generata pure! Bene quei fattori erano, nell’economia della produzione, il capitale e il lavoro; in quella dei consumi viene aggiunto l’esercizio di consumazione, che partecipa per i due terzi alla combutta. Bella no?

Bella quando la manutenzione di piccoli giardini, lavori di traslochi, volantinaggio, animatori, autisti, babysitter, badanti, camerieri e commessi, corrieri in bici e tante altre piccole occupazioni compresi sorveglianti in musei o fiere e pizzaioli si fanno con 592 mila addetti. Gente questa che, nel 2017, ha svolto un’attività lavorativa nel nostro Paese per meno di 10 ore alla settimana. Di questi, 389 mila hanno prestato servizio come dipendenti e gli altri 203 mila come lavoratori autonomi.

Questi 592 mila addetti, fa sapere l’Ufficio studi della Cgia, sono persone impiegate in lavori saltuari: due su tre sono donne occupate, principalmente, nei servizi alla persona, come domestiche, babysitter, badanti, o al servizio di attività legate alla cura della persona (parrucchiere, estetiste, centri benessere, ecc.). Un altro comparto, dove si concentra un’incidenza molto elevata di occupati saltuari, è l’alberghiero-ristorazione e i servizi alle imprese.

Rispetto al 2007, il numero complessivo dei lavoratori saltuari è aumentato del 20,3%. Et voilà, la gig economy! Qua, si lavora on demand; solo quando c’è la necessità delle nostre competenze e delle nostre abilità. Alcuni corrieri o i driver di Uber sono chiari esempi di figure professionali all’interno della gig economy: il trionfo dei “lavoretti.”

Lavoretti, appunto, che hanno consentito la produzione di beni e servizi che, per trasformarsi in ricchezza, devono essere acquistati magari proprio da chi, con i lavoretti, ha guadagnato “quattro spicci”! Orbene, se la crescita si fa con la spesa, non con la produzione, né con il lavoro, e mancano i denari sufficienti per farla, la produttività di quei fattori collassa, aumenta l’outgap, la crescita decresce, la ricchezza pure!

Già, per riparare il danno si potrebbe farla lunga, magari invocando che so… il salvifico moltiplicatore keynesiano; pure un ulteriore ampliamento della politiche monetarie, finanche il vincolare le paghe alla produttività, quell’in parte già aumentata proprio con i lavoretti. Si può pure, però, farla breve; come un tweet: chi, con la vendita guadagna, paghi chi li fa guadagnare!

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