VOLPI DI MARE

(Gianni Ballarini) nigrizia.it dicembre 2014

L’imprenditore italiano, dopo l’impero nigeriano, allarga il suo business in Mozambico. In società col governo costruirà il porto, in un’area tax free, che offrirà i servizi a chi è impegnato nel mercato del gas del nord del paese. Un appalto, il suo, vinto senza gara.

 

Volpi di mare

Imprenditore con luci e ombre 

Il Sole24Ore l’aveva definito «l’italiano più ricco d’Africa o, avendo ottenuto la cittadinanza locale, il nigeriano più facoltoso d’Italia». Il ligure Gabriele Volpi (Foto sopra) appassionato di pallanuoto, e presidente dello Spezia Calcio, deve le sue fortune all’oro nero, alla Nigeria, e all’amicizia con l’ex-vicepresidente di quel paese, Atiku Abubakar. Volpi arriva in Nigeria alla fine degli anni ’70. Capisce che il supporto alle attività estrattive poteva diventare la sua miniera d’oro. Certo, se non avesse fatto entrare nella sua società, alla fine degli anni ’80, anche l’ex responsabile delle dogane nigeriane e poi ex vicepresidente del paese, magari non avrebbe accumulato il suo patrimonio gigantesco. I due creano un impero grazie alle strutture logistiche nei porti di Onne, Warri, Lagos e Calabar. Di lui e di Abubakar si sono occupati in passato la Commissione permanente di inchiesta del senato americano e la Security Exchange Commission, (l’equivalente Usa della nostra Consob). Il nigeriano era sospettato di aver riciclato nei conti americani, tramite la moglie, milioni di dollari frutto di corruzione. Volpi era stato indicato come una specie di suo portaborse. Un prestanome. Una vicenda che non gli ha impedito di continuare a mietere affari. Ora anche in Mozambico.

Il 20 agosto, per la posa della prima pietra, Gabriele Volpi non ha badato a spese. Sulla spiaggia di una delle più belle baie di Pemba, ha fatto costruire una tensostruttura in grado di accogliere fino a 400 persone. Erano attesi ospiti eccellenti, a partire dal presidente uscente del paese, Armando Guebuza, al governatore della provincia di Cabo Delgado, Abdul Razak Noormahomed, al boss della Società dei porti (Pcd), John William, ex ministro dell’energia. Il torpedone di macchine di gran lusso, che hanno ingolfato il traffico di Pemba, trasportava anche manager e politici nigeriani e angolani. Nella sorpresa generale, si è perfino visto aggirare tra i banchetti il ministro dell’economia croato Ivan Urdoliak, che presiede l’industria petrolifera nazionale. La sua, in realtà, non era una presenza casuale: la Croazia è un altro paese che rientra nella personale agenda economica del ricco uomo d’affari italo-nigeriano (vedi box), come dimostra l’acquisto della squadra di calcio del Rjieka.

Il 20 agosto erano tutti radunati sulla spiaggia di Pemba per dare il via a un’operazione economica speciale: la nascita del secondo porto cittadino, che porterà vagoni di milioni di dollari sul territorio. Dollari che non si sa poi che direzione imboccheranno. Perché la genesi dell’affare sembra confermare l’archetipo tossico che caratterizza troppo spesso (non solo in Mozambico) l’alleanza tra una élite politica spregiudicata e compagnie o imprenditori stranieri rapaci.

I porti, e il mercato logistico connesso, appaiono infatti un’altra fonte di reddito per le casse personali dei soliti noti. Il Mozambico ha una posizione geopolitica strategica. È lo sbocco al mare per molti paesi dell’interno: dallo Zimbabwe al Malawi, allo Swaziland, allo Zambia. Maputo è (stato) uno dei porti principali per il Sudafrica. Con le enormi scoperte di carbone a Tete e dei giacimenti offshore di gas nel bacino di Rovuma, i porti di Nacala e di Pemba (assieme a quello di Palma) diventeranno altrettanto strategici. Per questo sono previsti investimenti giganteschi su quelle coste. Il Frelimo ha capito che le casse statali (quindi le sue) potrebbero ingrassarsi non solo partecipando, con quote, nelle società che gestiscono le scoperte. Ma anche controllando il mercato logistico e dei servizi. La nascita del secondo porto di Pemba ha questo scopo: farvi arrivare le navi di Eni e Anadarko e di tutte le altre compagnie che stanno perforando l’Oceano Indiano nel nord del Mozambico. Un regime di quasi monopolio significa imporre “pedaggi” e costi, privi di trasparenza. Con alti rischi corruttivi. Come ha denunciato l’ong mozambicana Centro per l’integrità pubblica (Cip), per la quale l’operazione è avvolta nella nebbia.

Storia sospetta. La storia prende il via il 23 aprile del 2013, quando il governo autorizza la nascita dei nuovi terminal a Palma e a Pemba, auspicando un partenariato pubblico-privato. Un mese dopo nasce la Società dei porti di Cabo Delgado, dove il 50% è controllato dalla Compagnia nazionale degli idrocarburi (Enh) e l’altra metà dalla Compagnia nazionale ferroviaria e dei porti (Cfm). Quindi, capitale pubblico. La firma che assegna a Pcd la gestione del terminal di Pemba arriva solo il 23 gennaio 2014. Ovviamente la nuova società non ha né la capacità tecnica né quella finanziaria per realizzare il progetto. Così a febbraio chiede alla Ernst & Young, big mondiale in consulenza e revisione, di preparare una gara internazionale. La risposta è che servono almeno 8 mesi per predisporre bando e indire la gara. Troppi per Pcd, che decide, così, di andare a trattativa privata. Violando la legge, secondo il Cip. Maputo, tuttavia, vuole affrettare i tempi: la prima fase del porto deve essere pronta entro il 2016.

Arrivano subito sul tavolo di Pcd alcune proposte. Ma non c’è l’offerta che deve vincere. Per quella bisogna attendere la nascita, il 12 marzo 2014, di Enh Integrated Logistics Services (Enhils), società partecipata al 51% da Enh (che è pure azionista di riferimento di Pcd, le solite scatole cinesi) e al 49% dalla compagnia nigeriana Orlean Invest Holding. È qui che entra in scena Volpi, deus ex machinadella Orlean, società dal passato discusso (vedi box) e che a Onne, in Nigeria, gestisce la più ampia zona franca al mondo dedicata esclusivamente a gas e petrolio, con un giro di affari sui 2 miliardi di dollari. Il Frelimo vuole replicare la stessa esperienza a Pemba. Compresa la tax free zone. Come consulenti arrivano i tecnici dell’angolana Sonils, società che gestisce a Luanda il porto e che ha come soci la compagnia di stato Sonangol e Intel, società della holding Orlean. Il triangolo è perfetto. L’affare è chiuso. Guebuza ha garantito a Volpi che Eni, anche se a malavoglia, si appoggerà a quelle strutture. Il punto interrogativo resta Anadarko che preferirebbe appoggiarsi al porto di Palma.

Il progetto è imponente: il nuovo porto occuperà un’area di 8mila ettari; la banchina sarà lunga 5,5 km, il terminal commerciale 800 metri. Prevista anche un’area residenziale-commerciale di 460 ettari e uno spazio per ulteriore espansione di oltre 6 mila ettari. Investimento per la prima fase: 150 milioni di dollari. Tra le certezze attuali c’è che una delle insenature più belle del Mozambico è destinata a trasformarsi in una colata di cemento, con le popolazioni sfrattate. Il “costo del progresso”?

Volpi di mare

Imprenditore con luci e ombre 

Il Sole24Ore l’aveva definito «l’italiano più ricco d’Africa o, avendo ottenuto la cittadinanza locale, il nigeriano più facoltoso d’Italia». Il ligure Gabriele Volpi (Foto sopra) appassionato di pallanuoto, e presidente dello Spezia Calcio, deve le sue fortune all’oro nero, alla Nigeria, e all’amicizia con l’ex-vicepresidente di quel paese, Atiku Abubakar. Volpi arriva in Nigeria alla fine degli anni ’70. Capisce che il supporto alle attività estrattive poteva diventare la sua miniera d’oro. Certo, se non avesse fatto entrare nella sua società, alla fine degli anni ’80, anche l’ex responsabile delle dogane nigeriane e poi ex vicepresidente del paese, magari non avrebbe accumulato il suo patrimonio gigantesco. I due creano un impero grazie alle strutture logistiche nei porti di Onne, Warri, Lagos e Calabar. Di lui e di Abubakar si sono occupati in passato la Commissione permanente di inchiesta del senato americano e la Security Exchange Commission, (l’equivalente Usa della nostra Consob). Il nigeriano era sospettato di aver riciclato nei conti americani, tramite la moglie, milioni di dollari frutto di corruzione. Volpi era stato indicato come una specie di suo portaborse. Un prestanome. Una vicenda che non gli ha impedito di continuare a mietere affari. Ora anche in Mozambico.

 

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