Governo M5s-Lega, i punti del contratto che dividono Di Maio e Salvini

Lettera43.it 14 maggio 2018

Giustizia, migranti, infrastrutture, Europa: le divergenze tra grillini e Carroccio ostacolano la nascita del nuovo esecutivo. I due partiti chiedono tempo e preparano il referendum degli iscritti. Mentre il premier rimane un’incognita.

Dopo sei giorni di trattative il governo giallo-verde è ancora una chimera. E le divergenze programmatiche tra M5s e Lega costringono il Quirinale a concedere altro tempo ai due partiti, intenzionati a sottoporre il contratto alla tedesca al giudizio dei propri elettori. I pentastellati sulla piattaforma Rousseau, il Carroccio con i gazebo in piazza. Nessuna novità nemmeno sul possibile premier e sulla squadra dei ministri: nessun nome è stato infatti proposto il 14 maggio al presidente della Repubblica.

CHIESTO «QUALCHE ALTRO GIORNO» DI TEMPO. «Chiediamo qualche altro giorno di tempo per mettere a punto il contratto di governo. Sarà sul modello tedesco e verrà sottoposto agli iscritti», ha spiegato Di Maio, aggiungendo che «per il momento non si fanno nomi». «Stiamo facendo uno sforzo enorme, stiamo discutendo anche animatamente sulla nostra idea di Italia, non stiamo questionando sui nomi», ha detto invece Salvini.

I PUNTI CHE DIVIDONO DI PIÙ. Ma il leader della Lega ha fatto anche di più, elencando i punti del programma che il suo partito ritiene irrinunciabili e su cui le distanze sono più difficilmente colmabili. A partire dalla questione dei migranti, su cui «la Lega vuole mano libera». Ma anche il rapporto con l’Europa e i vincoli alla spesa pubblica, il dossier giusitizia e quello delle infrastrutture, cioè come e se fare investimenti, «su cui ci sono ancora visioni diverse» con il M5s.

L’intesa su questi contenuti viene considerata fondamentale da Salvini, perché la Lega non darà mai il via libera a un «governo fantoccio». E l’accordo deve tener fede al programma presentato in campagna elettorale dal centrodestra unito, di cui Salvini stesso vuole farsi garante. Ecco perché anche il Carroccio farà una sorta di referendum tra i suoi sostenitori il 19 e 20 maggio. Se i 5 stelle come sempre scelgono il web, i leghisti preferiscono le piazze e i gazebo. Superamento della legge Fornero, nuove regole per l’immigrazione, legittima difesa, flat tax, riformulazione dei trattati europei per evitare – dice Salvini – che il contratto sia solo un «libro dei sogni» saranno tra i temi chiave su cui gli elettori potranno dire la propria.

DI MAIO PIÙ OTTIMISTA. Anche Di Maio, subito dopo aver incontrato il Capo dello Stato, ha fatto qualche accenno al programma, pur se in chiave più ottimista. Si è detto «orgoglioso» delle interlocuzioni e soddisfatto del clima che si respira, ma soprattutto dei «punti che si stanno portando a casa» e che, oltre alla riforma delle pensioni, includono «la lotta agli sprechi e alla corruzione, l’acqua pubblica, il carcere per chi evade il fisco».

CHE FINE HA FATTO IL REDDITO DI CITTADINANZA. Di mediazione in mediazione, sarebbe già arrivato il disco verde per due battaglie-simbolo rispettivamente del M5s e della Lega: nel contratto ci sarebbe infatti il reddito di cittadinanza da 780 euro, con la clausola però che chi lo riceve deve impegnarsi nella ricerca di un’occupazione. Verrebbe anche riscritta la tassazione Irpef, attraverso la riduzione a due delle aliquote. Prevista anche una sorta di pace fiscale, che dovrebbe comportare una nuova rottamazione delle cartelle esattoriali.

RIFORMA DEL WELFARE FAMILIARE. Altro punto sul quale si è chiuso l’accordo riguarda il superamento della legge Fornero, vale a dire una nuova riforma delle pensioni che introdurrebbe la cosiddetta ‘quota 100’ (che si ottiene sommando l’età del lavoratore e gli anni di contributo versati) per poter lasciare il lavoro. Strada in discesa anche per quanto riguarda il welfare familiare, con asili nido gratuiti e forse anche un ministero dedicato alla disabilità.

Un’altra settimana di attesa per il Quirinale

Decidendo di chiedere il parere dei loro elettori sul contratto di governo, di fatto M5s e Lega si sono presi un’altra settimana di tempo. L’ultima, anche perché lunedì 21 maggio saranno passati quasi 80 giorni dalle elezioni (leggi anche: I governi più attesi della Repubblica).

IL RITORNO ALLE URNE È CONSIDERATO UN RISCHIO. Non sarà certo il Quirinale a ostacolare la nascita di un governo politico e di legislatura. Soprattutto se l’alternativa è quella di elezioni in piena estate o in autunno. Più che un’alternativa, il ritorno alle urne viene letto da Sergio Mattarella come un grave rischio che potrebbe portare a una vera crisi di sistema se il voto riproponesse più o meno gli stessi risultati del 4 marzo. È alla luce di queste considerazioni che il presidente ha dovuto prendere atto delle difficoltà nella trattativa e concedere altro tempo a Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Si ragiona sulla settimana, visto che la Lega ha annunciato i gazebo per il 19 e 20 maggio.

LE SCADENZE INTERNAZIONALI. Ma il tempo non può essere infinito ed è sempre più legato alle scadenze internazionali. Ai primi di giugno il G7 in Canada e poi alla fine del mese il Consiglio europeo di Bruxelles. Per quelle date ci deve essere un governo. Il presidente della Repubblica rischia però di trovarsi stretto in una tenaglia velenosa, tra i gazebo leghisti nelle piazze e il voto online dei pentastellati sulla piattaforma Rousseau. Situazione del tutto irrituale, o perlomeno inedita, nel bel mezzo delle consultazioni. Ma troppo alto è il rischio di una crisi di sistema e Mattarella preferisce assumere sulla sua persona il peso di inevitabili critiche piuttosto che mettere i bastoni tra le ruote alla trattativa.

IL COLLE LE HA PROVATE TUTTE. D’altronde il Capo dello Stato in questi 70 giorni le ha provate tutte. Ha esplorato l’inesplorabile, provando prima la via del centrodestra e poi quella del Pd, tenendo sempre al centro il M5s, vero cardine della crisi. Ha lanciato anche un governo di garanzia per salvare la legge di Stabilità 2019 e dare tempo alle forze politiche di maturare ragionevolezza. Ma niente. Senza neanche conoscere il nome del premier che Mattarella aveva in mente, gli hanno chiuso la porta in faccia. Perché mai dovrebbe essere ora proprio il presidente a chiudere le porte? Di sicuro c’è che Salvini e Di Maio non sono ancora pronti e la questione del nome del premier resta tutta in piedi come estrema difficoltà. Ora c’è da trovare uno spericolato accordo tra due programmi che in partenza erano come il sole e la luna. Di nomi se ne parlerà più avanti, assicurano tutti. E non sarà un problema da poco.