Un Comitato di conciliazione (parallelo al Consiglio dei ministri)

Lucia Annunziata, Gianni Del Vecchio, Alessandro De Angelis, Carlo Renda, Claudio Paudice huffinghonpost.it 15 maggio 2018

Il documento integrale su cui si è arenata la trattativa tra Di Maio e Salvini. Nel contratto un meccanismo di uscita dall’euro e la richiesta a Draghi di cancellare 250 miliardi di debito italiano – ESCLUSIVA HUFFPOST

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La parte più sorprendente, e per certi versi più esplosiva, del documento cui stanno lavorando come base di un accordo di governo Lega e M5s, è contenuta a pagina 4 delle 39 di cui il documento è, al momento, composto: la creazione di una struttura parallela al Consiglio dei ministri, il Comitato di Riconciliazione, sede in cui regolare i dissensi nella cooperazione fra le due forze politiche o prendere nuove decisioni. Un organo consultivo e decisionale (che infatti decide con maggioranza a due terzi) non previsto oggi dall’architettura costituzionale del governo e la cui formazione per quanto “informale” rischia di innescare un conflitto istituzionale fortissimo, o, chissà, magari il sorgere di un nuovo avvenire.

Una copia del “CONTRATTO PER IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO” (bozza del 14.05.2018, 0re 9.30, cioè ieri), ottenuto dall’HuffPost in cartaceo, e che qui di seguito pubblichiamo, inizia come un serissimo atto notarile, con la formula d’obbligo “Il presente contratto è sottoscritto dal Signor Luigi Di Maio Capo politico del “Movimento 5Stelle” e dal Signor Matteo Salvini “Segretario Federale della Lega”, seguita da una certificazione della firma”. A pagina 4 sotto la banale dicitura di “Funzionamento del governo e dei gruppi parlamentari” c’è quella che , contenuti di ogni tipo a parte, si potrebbe chiamare la Regola delle regole: cioè la disciplina che stabilisce le modalità del funzionamento della cooperazione fra le due forze politiche. Nel caso che questa cooperazione a un certo punto si inceppi.

“Nel caso le diversità persistano verrà convocato un Comitato di Conciliazione”, recita il documento. I contraenti si confronteranno in questo Comitato per “giungere a un dialogo in caso di conflitti, al fine di risolvere i problemi”. Ma la sua funzione scatta anche quando si tratta di elaborare una posizione comune nel caso si presentino “tematiche estranee al presente contratto ovvero questioni di carattere d’urgenza e/o imprevedibili al momento della sottoscrizione di questo contratto”. Il Comitato dunque non serve solo a sedare i conflitti interni ma a prendere nuove decisioni in materia rilevanti, quali ad esempio: “Crisi internazionali, calamità naturali, problemi di ordine e di salute pubblici”. Il Comitato infine si riunisce anche in caso sia richiesto da uno dei contraenti per esaminare questioni ritenute fondamentali “.

L’organismo è composto da: il Presidente del Consiglio dei Ministri, il capo politico di M5S e il segretario federale della Lega. I capigruppo di Camera e senato delle due forze politiche e il ministro competente per materia. Alle riunioni partecipa anche come uditore il membro del governo responsabile dell’attuazione del programma nonché eventuali soggetti individuati dal Comitato.” Come si vede si tratta di un organo complesso che si pone all’origine delle decisioni del più vasto territorio della governance – se si considera che qui si parla di emergenze e crisi internazionali. Certamente, si può obiettare, non è un organo formalizzato, né con uno status legale. Ma di fatto assume un ruolo che è proprio del Consiglio dei Ministri. Nei fatti rischiando di sminuirlo o addirittura di sostituirlo. Altro elemento assolutamente anomalo è che attraverso questo comitato, sia pur sempre in maniera informale, vengono inseriti a un ruolo di decisione di governo i capi dei partiti. La cui presenza è nella nostra costituzione tenuta fuori dagli organi rappresentativi degli eletti. Norma che è garanzia per i cittadini di una non diretta politicizzazione degli organi di governo. Perché una volta eletti si rappresenta la Repubblica.

Infine, nel regolamento si scrive che nel caso non si arrivasse a un accordo “le azioni riguardanti i temi controversi saranno sospese per almeno dieci giorni, in modo da dare al Comitato il tempo necessario per raggiungere un’intesa e suggerire le scelte conseguenti”. Anche in questo caso si profila una forte ingerenza nella dinamica di governo delle istituzioni perché la sospensione toglie dalle mani del parlamento il diritto fondamentale di organizzare i lavori e tende a bloccarne addirittura l’attività . Si tratta, come si diceva , di un accordo privato. Ma profila la più radicale delle riforme. Che non solo entra nelle competenze del Consiglio dei Ministri ma sotto “controllo” lo stesso Presidente del Consiglio.

Conflitto di interessi e giustizia: il solco con Berlusconi

È nei due capitoli “conflitto di interesse” e “giustizia” che viene scavato un solco con Silvio Berlusconi. Il programma “carioca” è ricalca marcatamente le parole d’ordine dei 5 Stelle: “Riteniamo che debba qualificarsi come possibile conflitto di interessi l’interferenza tra un interesse pubblico e un altro interesse, pubblico o privato, che possa influenzare l’esercizio obiettivo, indipendente e imparziale, di una funzione pubblica, non solo quando questo possa portare a un vantaggio economico a chi esercita la funzione pubblica e sia in condizione di un possibile conflitto di interessi, ma anche in assenza di un vantaggio immediatamente qualificabile come monetario”. È la parte direttamente riconducibile a Berlusconi, sia pur formulata in modo generico. Perché poi, in questi casi, occorre leggere la traduzione legislativa per valutare se siamo in presenza di una normativa severa o di una semplice enunciazione di principi.

Ma è il passaggio successivo, altrettanto vago e, diciamo così, “populista”, ad essere indicativo della filosofia di fondo del programma, chiarita già nelle prime pagine ove si prevede una sorta di struttura parallela che controlla il premier e il governo, svuotando la sovranità della politica e della sua rappresentanza parlamentare: “Intendiamo inoltre estendere la disciplina a incarichi non governativi ossia a tutti quei soggetti che, pur non ricoprendo ruoli governativi, hanno potere e capacità di influenzare decisioni politiche o che riguardano la gestione della cosa pubblica, come ad esempio i sindaci delle grandi città o i dirigenti delle società partecipate dallo Stato”. È una formulazione vaga, interpretabile in qualsiasi modo, ma che certo rivela una certa criminalizzazione della politica. Come si configura una norma che sul potere di “influenza della cosa pubblica”? Ad esempio, anche un capo di gabinetto può influenzare una decisione politica. È un caso di conflitto di interessi? Ed è un caso di conflitto di interessi l’operato di un membro di un cda da parte della politica? Nelle società partecipate, poi, come vengono fissati, in base a questa logica, i criteri di nomina e i confini dell’operato di dirigenti di nomina politica?

Più tribunali, più pene, più carceri

Analoga impostazione sul capitolo Giustizia dove, al netto del passaggio sulla “riforma e sull’estensione” della legittima difesa caro a Salvini, l’impronta è squisitamente pentastellata, con l’acquisizione, di fatto, del programma dell’Anm dell’era Davigo. Ecco i punti qualificanti: 1) riforma della prescrizione; 2) il potenziamento della legislazione anti-corruzione da realizzare “aumentando le pene per i reati contro la pubblica amministrazione”, introducendo il “Daspo per i corrotti e corruttori”, l’introduzione “dell’agente sotto copertura” e “dell’agente provocatore”; 3) il “potenziamento” delle intercettazioni. Più in generale, “per garantire il principio di certezza della pena è essenziale abrogare tutti i provvedimenti emanati nel corso della precedente legislatura, tesi unicamente a conseguire effetti deflattivi in termini processuali e carcerari a totale discapito della sicurezza della collettività”. È una filosofia secondo la quale più giustizia si ottiene con più inasprimenti delle pene, più carcere, meno misure alternative, più pan-penalizzazione. E più tribunali, mettendo mano alla legge Severino che chiuse quelli piccoli secondo criteri di efficienza, perché – basta avere un po’ di dimestichezza – i tribunali più piccoli della provincia italiana profonda, con pochi giudici sono spesso i più lenti e i più arretrati. Mentre quelli più grandi hanno una gestione più manageriale. E questa fu una richiesta avanzata dai magistrati.

Immigrazione: poco o nulla su respingimenti ed espulsioni cari a Salvini

A ben vedere, questa impostazione, direbbero i critici “giustizialista” è il fil rouge di tutto il programma, compreso il dossier più delicato per la Lega, l’immigrazione. Dove è più chiara la denuncia della corruzione che il governo del fenomeno: “La situazione che si è venuta a creare è insostenibile per l’Italia, visti i costi da sostenere e il business creatosi, alimentato da fondi spesso gestiti con poca trasparenza e permeabili alle infiltrazioni della criminalità organizzata”. Ci si impegna affinché “l’Italia svolga un più decisivo ai tavoli dei negoziati europei” in particolare “per superare il regolamento di Dublino, attraverso il ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo tra gli Stati membri dell’Ue”. Ma c’è poco o niente sul “come”: politica dei respingimenti, espulsioni vere, accordi bilaterali e multilaterali con i paesi di provenienza per limitare l’arrivo dei migranti, atteggiamento complessivo nei confronti dell’Europa. Tutto questo è accennato in una parte evidenziata in giallo. È in questa parte che sono scritte le proposte più hard del Carroccio, compresa la “chiusura delle moschee e delle associazioni islamiche radicali”. È questa parte ancora oggetto della discussione, perché il leader della Lega non intende cedere sull’obiettivo di identificare e rimpatriare i migranti irregolari, attraverso una radicale revisione delle attuali normative. Questione più complicata per i Cinque Stelle perché impatta sull’atteggiamento complessivo da tenere nei confronti dell’Europa. Per loro è sufficiente attestarsi alla formula del “stop al business dell’immigrazione”.

Dall’euro si deve poter uscire

Il passaggio antieuropeista e sovranista del Contratto arriva a pagina 35 e prende di mira l’Europa e soprattutto la moneta unica. Lega e M5S si pongono come obiettivo di introdurre “specifiche procedure tecniche di natura economica e giuridica” che consentano a singoli Stati di uscire dall’euro e “recuperare la propria sovranità monetaria”, o di “restarne fuori attraverso una clausola di opt-out (rinuncia, ndr) permanente” per avviare un “percorso condiviso di uscita concordata” in caso di “chiara volontà popolare”. Al di là delle rassicurazioni a parole fornite a Bruxelles e al Quirinale – soprattutto dai 5 Stelle – la bozza del Contratto mette in discussione l’irreversibilità dell’euro e si propone di individuare una via d’uscita. D’altro canto anche di recente Beppe Grillo ha nuovamente parlato di referendum popolare sulla moneta unica, corretto non senza imbarazzo da Luigi Di Maio.

L’Europa deve cambiare radicalmente

Nella bozza di contratto si definisce “necessaria una ridiscussione dei Trattati dell’Ue”. Il Patto di Stabilità e di Crescita va “modificato radicalmente”, a partire dai vincoli “stringenti, infondati e insostenibili dal punto di vista economico e sociale”. Inoltre, a livello di budget, si prevede di “ridiscutere il contributo italiano all’Ue in vista della programmazione 2020”.

Via le sanzioni alla Russia

L’equilibrismo in politica estera è una specialità italiana e anche un governo giallo-verde confermerebbe le linee guida degli ultimi anni. Si afferma subito la fedeltà alla Nato, con gli Stati Uniti “alleato privilegiato”, ma si sancisce altresì la “apertura alla Russia, da percepirsi non come una minaccia, ma quale partner economico e commerciale”. A tal fine, la Lega ottiene che nel testo venga definito “opportuno il ritiro immediato delle sanzioni imposte alla Russia” e la riabilitazione di Mosca come “interlocutore strategico” in aree di crisi come Siria, Libia e Yemen.

Revisione delle missioni all’estero

Va “rivalutata” la presenza dei contingenti italiani nelle missioni internazionali che sono “geograficamente, e non solo, distanti dall’interesse nazionale italiano”. Nessun dettaglio però sui numeri e sulle aree interessate. Per quanto concerne la Difesa, viene posto l’accento su un più efficace impiego delle forze armate “al fine della protezione del territorio e della sovranità nazionale” e su “nuove assunzioni nelle forze dell’ordine” con più risorse. Viene definita “imprescindibile” la tutela dell’industria italiana, con riferimento soprattutto alle attività di Fincantieri (“progettazione e costruzione navi”) e Leonardo Finmeccanica (“Aeromobili e sistemistica high tech”).

Caro Draghi, cancellaci 250 miliardi di debito!

Sulla finanza pubblica le vere proposte-bomba si trovano a pagina 38, verso la fine del documento. Qui Salvini e Di Maio si pongono l’annoso problema di come ridurre il pesante stock di debito pubblico, che a oggi (dati marzo 2018) si attesta alla cifra record di 2.302 miliardi di euro, qualcosa come il 132% del Pil. La prima misura per ridurre questa imponente massa di debito farà certamente drizzare i capelli alla Cancelliera Merkel e ai rigoristi europei. Lega e M5s chiederanno alla Bce guidata da Draghi di cancellare ben 250 miliardi di titoli di stato che l’istituto di Francoforte avrà in pancia alla fine del quantitative easing. “La loro cancellazione vale circa 10 punti percentuali”, quantifica il documento. Uno stralcio che sicuramente farà discutere, a Francoforte, Bruxelles e nelle altri capitali europee.

Vendesi patrimonio immobiliare agli italiani

Altra misura shock è la vendita del patrimonio immobiliare pubblico alle famiglie italiane, e in subordine agli investitori. In poche parole, i due partiti di governo “impacchetteranno” 200 miliardi di patrimonio pubblico (caserme, palazzi, monumenti e via dicendo) e lo trasformeranno in un titolo finanziario da vendere al risparmio domestico. Si tratta del classico meccanismo di cartolarizzazione, tanto criticato negli ultimi anni. “Di fatto questo equivale a trasferire il risparmio degli italiani dal debito pubblico al patrimonio immobiliare”, si legge. Quanti punti di debito verranno abbattuti? Dieci, secondo il contratto.

Cdp superstar

Infine la Cassa Depositi e Prestiti. Nelle intenzioni dei contraenti l’istituto che gestisce il risparmio postale dovrà acquistare dal Tesoro tutte le principali partecipazioni (Enel, Enav, Poste, ecc.), diventando così il vero braccio economico del governo. La Cdp si finanzierà per 70 miliardi di euro emettendo obbligazioni sul mercato, sottoscrivibili in cash o mediante titoli di stato italiani. “Il risultato sarà quello di aver mantenuto in mano semi-pubblica le principali partecipazioni statali”, fanno notare gli estensori del documento. E in seconda battuta di aver abbattuto altri 5 punti di debito.

Flat tax non più flat (e senza cifre)

Sulla parte fiscale il documento prevede solo un breve passaggio sul cavallo di battaglia della Lega. Tre righe, senza alcun numero, per scoprire che la tassa piatta, piatta non lo sarà affatto. Sono previste infatti più di una aliquota e rimarranno in piedi le deduzioni. Ecco lo striminzito passaggio: “La parola chiave è flat tax, caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta in armonia con i principi costituzionali”.

Condoni “saldo e stralcio” ma anche carcere per gli evasori

Leghisti e pentastellati hanno un approccio abbastanza diverso sul concetto di evasione fiscale, si sa. Tanto che nel contratto ci sono due misure abbastanza divergenti fra loro. Da una parte la ricerca della “pace fiscale” tanto cara a Salvini, con un condono “saldo e stralcio” delle cartelle Equitalia, anche se solo in casi particolari come “perdita di lavoro, malattie, crisi familiari, ecc.”; dall’altra il classico proclama “manette agli evasori”, cifra dei 5 stelle, tradotto con un perentorio “inasprimento dell’esistente quadro sanzionatorio, amministrativo e penale, per assicurare il carcere vero per i grandi evasori”.

Tornano i voucher e si supera (non si abolisce) la legge Fornero

Salvini e Di Maio sembra che si siano accorti che “la cancellazione dei voucher ha creato non pochi disagi ai tanti settori per i quali questo mezzo di pagamento rappresenta uno strumento indispensabile”. E quindi ne promettono una reintroduzione anche se con un nome diverso: “Bisogna introdurre un apposito strumento, agile ma chiaro e semplice, che non si presti ad abusi per la gestione dei rapporti di lavoro accessorio”. Per quanto riguarda la legge Fornero, invece, molto sorprendente la formulazione usata: non si parla di abolizione ma semplicemente di “superamento”, stanziando 5 miliardi “per agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse”. In particolare, la ricetta utilizzata è quella presente nel programma elettorale pentastellato. “Daremo fin da subito la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100, con l’obiettivo di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti”.

Reddito da cittadinanza finanziato anche da Bruxelles

Sul reddito di cittadinanza l’impronta è chiaramente a 5 stelle. Qui si addensano quei pochi numeri presenti nel contratto. Si parla di 780 euro mensili, per i quali è previsto uno stanziamento di 17 miliardi annui. La cosa interessante è che altre risorse dovrebbero arrivare da Bruxelles: “Andrà avviato un dialogo nelle sedi comunitarie al fine di applicare il provvedimento A80292/2017 del parlamento europeo, che garantirebbe l’utilizzo del 20 per cento della dotazione complessiva del Fondo Sociale Europeo per istituire un reddito di cittadinanza anche in Italia”.

Per l’Ilva non si dice come si spengono i forni senza perdere posti di lavoro

Su quella che sarà una delle prime grane sul tavolo del Governo gialloverde, il contratto resta nel vago. Viene garantita la tutela della salute degli abitanti di Taranto attraverso la chiusura delle fonti inquinanti dell’Ilva ma, al tempo stesso, “salvaguardando i livelli occupazionali” attraverso un “programma di riconversione economica” e bonifiche del sito e ricorso alle energie rinnovabili. Ma su come conciliare lo spegnimento dei forni con la salvaguardia dei livelli occupazionali non si entra nel merito.

Sulla cultura tanti principi e poche misure

Nel capitolo riguardante i Beni culturali, viene elencata una lunga serie di principi tanto condivisibili quanto vaghi. Unica misura annunciata è la riforma del Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS) per modificare le modalità dei finanziamenti “che rimetta al centro la qualità dei progetti artistici”.

Nella sanità stop ai dirigenti amici dei politici e recupero delle risorse tagliate per i Lea

Poco più di due pagine vengono dedicate alla voce centrale della spesa statale. In primis, stop al “rapporto dannoso tra politica e sanità” con la riforma dei criteri di selezione dei direttori generali, sanitari e amministrativi. Quindi revisione della Governance farmaceutica e una forte spinta alla digitalizzazione del SSN. Ancora: “recupero integrale” di tutte le risorse tagliate negli anni precedenti per garantire i Livelli essenziali di assistenza. Infine, assunzioni di medici e personale sanitario.

Sulla scuola l’imperativo è smantellare quella “Buona” di Renzi

Il contratto si pone l’obiettivo di rispettare il legame dei docenti con il loro territorio e limitare i trasferimenti, uno dei problemi emersi con la riforma di Renzi. Ma non l’unico: si deve cancellare la “chiamata diretta dei docenti” da parte dei dirigenti, “strumento inutile quanto dannoso”. Altro elemento da superare della Buona Scuola è l’alternanza scuola-lavoro così come attualmente in vigore, anch’essa “dannosa”.

“Commissariare” il Coni

Nel capitolo sport si parte dall’aumento delle ore scolastiche dedicate alle attività motorie, ma il punto centrale è il “commissariamento” del Coni. “Il Governo – si legge nel contratto – deve assumere con maggiore attenzione il ruolo di controllore delle modalità di assegnazione e di spesa delle risorse destinate al Coni”. Bisogna quindi “rivederne le competenze” e i “rapporti con altri ministeri”. “Fatta salva l’autonomia”, infatti, si prevede che il Governo “sia compartecipe delle modalità con cui vengono spesi e destinati i contributi pubblici assegnati al Coni e trasmessi alle Federazioni”. Nei fatti, un commissariamento.

Rivedere i corsi di laurea a numero chiuso

Nel capitolo dedicato alla Università si prevede la “revisione del sistema di accesso ai corsi a numero programmato”, attraverso la “verifica preventiva” delle effettive attitudini degli studenti. Quanto alla Ricerca, l’obiettivo che si pone il Governo è, molto vagamente, di “superare la precarietà”.

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Lo strano caso del leghista a libro paga di Banca Intesa a Parigi (ripropongo per Matteo Salvini – L’ARTICOLO)

VITTORIO MALAGUTTI 6 aprile 2018 espresso.repubblica.it 

Mentre Salvini attacca la finanza che opprime i popoli, il capo del suo partito a Varese, senza alcuna esperienza bancaria, è stato nominato nel consiglio di amministrazione di Financière Fideuram. L’interessato risponde: “Ne ho parlato con Guzzetti”, presidente di Cariplo

Lo strano caso del leghista a libro paga di Banca Intesa a Parigi
C ’è un filo che unisce Intesa, il più grande gruppo creditizio italiano, con il partito di Matteo Salvini. Un filo verde in tinta Lega. Si parte da Varese, la città dove nacque il movimento che fu di Umberto Bossi, per arrivare fino a Parigi. In un palazzo d’epoca affacciato su rue de la Paix, strada centralissima ad alta concentrazione di gioiellerie e negozi d’alta moda, si trova la sede di Financière Fideuram. L’insegna non dice granché neppure agli esperti di cose bancarie, ma la società francese gestisce un patrimonio importante, oltre 2 miliardi di euro investiti in titoli. A fine 2016, data dell’ultimo bilancio disponibile, i profitti avevano superato i 90 milioni di euro. Gli utili sono finiti per intero nella casse di Intesa, che tramite la controllata Fideuram, storico marchio nella gestione di patrimoni, possiede l’intero capitale della financière parigina. Insomma, carte alla mano, si può dire che lo scrigno di rue de la Paix è un affare interno alla grande banca italiana guidata da Carlo Messina.

I documenti ufficiali raccontano però anche un’altra storia, una trama che porta alla Lega dell’aspirante premier Salvini. Partiamo dalla fine, dal 14 marzo 2017, poco più di un anno fa. Quel giorno a Parigi un nuovo amministratore esordisce nel consiglio di Financière Fideuram. Si chiama Carlo Piatti e di mestiere fa l’avvocato, ma a Varese, dove vive, è meglio conosciuto come segretario cittadino della Lega. Piatti, 38 anni, vanta una militanza di lunga data, dal 2011 al 2016 è stato assessore nella giunta del sindaco Attilio Fontana, da poco eletto governatore della Lombardia, ed ha saputo destreggiarsi senza danni apparenti nella guerra interna che per anni ha opposto la fazione più estrema, i secessionisti duri e puri, a quella dei moderati, i sostenitori di Roberto Maroni, pure lui varesino.

Marco Piatti segretario della Lega a...
Marco Piatti segretario della Lega a Varese

Nel settembre 2016, dopo l’inattesa sconfitta del partito nelle elezioni cittadine, e la successiva resa dei conti tra correnti, Piatti si è tolto la soddisfazione di tornare a guidare la Lega nella sua città, incarico che aveva lasciato nel 2011. Tempo qualche mese e l’esponente del partito di Salvini vola in Francia, designato nel board di Financière Fideuram. Una sorpresa. L’avvocato di Varese non ha competenze bancarie. E nel curriculum personale può vantare al massimo un breve periodo da amministratore dell’Avt, l’azienda comunale che gestisce gli autobus della sua città.

Dal trasporto pubblico a Banca Intesa il salto è lungo, ma Piatti, a ben guardare, corre in scia di un altro leghista. Ad aprire la strada che porta a Parigi era stato Dario Galli, già deputato tra il 1997 e il 2006, poi senatore fino al 2008 e infine rieletto nei giorni scorsi a Palazzo Madama dopo una parentesi (2008-2013) da presidente della provincia di Varese. Nel 2009, Galli aveva fatto il suo esordio nel consiglio di Financière Fideuram. E anche lui, come il suo successore, era alla sua prima esperienza in campo bancario. L’ex senatore in trasferta ha conservato la poltrona fino al marzo 2017, quando ha passato il testimone al suo collega di partito. La nomina di Piatti è passata sotto silenzio. Nessun comunicato ufficiale e non c’è traccia dell’incarico a Parigi neppure nella documentazione patrimoniale depositata al municipio di Varese dall’esponente leghista, che è anche consigliere comunale.

La staffetta in casa Lega resta al momento inspiegabile. Tanto più che gli altri quattro amministratori della società parigina vengono direttamente dalle fila del gruppo Intesa oppure sono esperti di fisco e finanza come l’avvocato francese Thierry Pons. Galli, ingegnere di formazione nonché piccolo imprenditore del settore della plastica, a suo tempo aveva raccontato che la nomina in Francia era per lui un’occasione da non perdere per conoscere dall’interno il mondo bancario. Sette anni fa, all’epoca dell’ultimo governo Berlusconi, le logiche della lottizzazione lo avevano invece portato fino al consiglio di amministrazione della holding pubblica Finmeccanica.

E nel 2013 l’allora governatore lombardo Maroni non aveva potuto fare a meno di assegnare a Galli un incarico di consulenza (50 mila euro l’anno di compenso) per lo “sviluppo di progetti speciali a livello macroregionale”.
Altri tempi, quelli. Adesso comanda Salvini e la prima linea dei dirigenti d’estrazione varesotta, cresciuti accanto a Bossi e a Maroni, si è prudentemente schierata con il nuovo leader. Un gradino sopra a tutti c’è il veterano Giancarlo Giorgetti da Cazzago Brabbia sul lago di Varese, in Parlamento dal 1996, l’eminenza grigia che in questi giorni convulsi cuce e ricuce la trama dei negoziati per la formazione del nuovo governo. Dietro di lui tutti gli altri, compresi Piatti e Galli, i due banchieri per conto di Intesa. Un incarico ben remunerato, il loro: 10 mila euro l’anno per partecipare a quattro riunioni del consiglio di amministrazione nell’arco dei dodici mesi.

Contattato da L’Espresso, Piatti spiega che il suo nome è stato «segnalato a Banca Intesa dalla Fondazione Cariplo», azionista influente dell’istituto di credito con una quota del 4,8 per cento. «Ne ho parlato con Guzzetti», racconta il segretario varesino della Lega. Giuseppe Guzzetti, classe 1934, è da due decenni l’intramontabile presidente di Cariplo, la cassaforte che distribuisce oltre 170 milioni l’anno sul territorio lombardo per finanziare i progetti più diversi, dalla ricerca scientifica, alla cultura fino al volontariato e all’assistenza sociale.

Guzzetti, quindi, tira le fila di un formidabile centro di potere. A ben guardare, però, ai piani alti della Fondazione milanese troviamo anche un altro esponente leghista, un altro varesino che negli ultimi anni si è scoperto la vocazione del banchiere. Andrea Mascetti, questo il suo nome, nel 2013 è entrato nella Commissione centrale di beneficenza, l’organo che decide i criteri con cui l’ente assegna i propri contributi.

Mascetti è stato designato in Cariplo su segnalazione della provincia di Varese, all’epoca presieduta da Galli. Una nomina politica, quindi, come di regola per gran parte dei membri della Commissione centrale. Tempo due anni e nel 2015 l’esponente leghista ha fatto il suo esordio nel gruppo Intesa, la stessa banca che ha messo a libro paga prima Galli e poi Piatti. Anche per Mascetti, titolare di un avviato studio legale a Varese, erano pronte due poltrone all’estero, a Lugano e a Mosca. Nel Canton Ticino lo troviamo tra gli amministratori di Intesa San Paolo private bank. In Russia invece siede nel consiglio della locale filiale dell’istituto di credito italiano.

Roberto Maroni e Dario Galli
Roberto Maroni e Dario Galli

Mascetti, che ha un passato da militante di estrema destra con il Movimento sociale italiano, è un nome importante nella nomenklatura leghista e l’ascesa di Salvini sembra aver rafforzato la sua posizione. Nel 2016 il capo del partito che fu di Bossi gli ha affidato il compito di creare un gruppo di lavoro per studiare i punti del programma su federalismo, autonomia e rapporti con l’Unione Europea, ma il potere dell’avvocato varesino, grande amico del governatore lombardo Fontana, si misura soprattutto in termini d’incarichi ricevuti da società con azionariato pubblico. Eccolo, quindi, nel consiglio di Nord Energia, controllata dalle Ferrovie Nord, di proprietà della regione Lombardia e presiedute dal leghista Andrea Gibelli. Poi c’è il posto da amministratore in Autostrade Lombarde, partecipata da numerosi enti locali insieme a Intesa.

Ancora la banca, quindi, la stessa che gli ha aperto le porte anche oltreconfine. A Lugano, del resto, Mascetti è di casa. Negli anni scorsi si è speso moltissimo per rafforzare i legami tra la Lega nostrana e quella dei Ticinesi, un partito che ha scalato il potere locale denunciando l’invasione degli stranieri, italiani compresi. Intesa private bank, la società svizzera di cui Mascetti è amministratore, vende servizi di gestione patrimoniale. Il denaro viene in gran parte dal nostro Paese, ma i soldi, a differenza dei frontalieri, da quelle parti sono sempre bene accolti.

La Russia è un’altra delle mete privilegiate dall’avvocato di fede leghista, che oltre all’incarico in Banca Intesa a Mosca, gestisce anche un’agenzia specializzata nell’organizzazione di fiere nel Paese di Vladimir Putin. Questione di affari, ma non solo. La Lega di Salvini, infatti, guarda al nuovo zar come un faro della politica internazionale. Il bersaglio polemico è l’Unione Europea, la burocrazia di Bruxelles che opprime i popoli per favorire l’alta finanza. Mascetti è d’accordo, a quanto pare. Quattro anni fa fu uno degli animatori di un convegno dal titolo “Contro l’Europa delle banche, per un’Europa delle Regioni”. Proprio lui, lo stesso Mascetti che dopo alcuni mesi venne arruolato da Intesa, uno dei giganti bancari del continente.

DIEGO DELLA VALLE: PRESTO TUTTE LE RESPONSABILITÀ DELL’AZIENDA A ANDREA E AI MANAGER (nessun accenno pero’ alla Presidenza della squadra Viola)

firenzepost.it 15 maggio 2018

 

ANCONA – Tod’s va verso una riorganizzazione di vertici, anche se è difficile capire quanto saranno profondi
i cambiamenti e soprattutto che tempi avranno. A dirlo, in modo più esplicito rispetto al passato, è stato lo stesso presidente Diego Della Valle, parlando ad una platea di neo dottori di ricerca dell’Università Politecnica delle Marche durante Your Future Festival: «entro poco tempo conto di delegare la gestione ordinaria dell’azienda ai nostri uomini, mio fratello Andrea (attuale vice presidente, ndr) sarà capo di questa struttura».
Per sé, mr. Tod’s ritaglia un ruolo che sembra meno operativo, quello di chi studia le «strategie, qualche buona idea per far vedere che ancora qualcosa possiamo insegnare». Con i giovani dell’Ateneo anconetano, che anni fa gli conferì la laurea honoris causa, ammette di voler tornare a casa mia il più possibile, cioé a Casette D’Ete, la frazione di Sant’Elpidio a Mare (Fermo) da dove è partita l’avventura del calzaturificio paterno diventato poi, sotto le cure di Diego, il cuore del polo del lusso che fa capo alla famiglia Della Valle, e tuttora quartiere generale dell’azienda. Meno di un mese fa, durante l’assemblea degli azionisti, lo stesso Della Valle, 64 anni, aveva risposto con una battuta ad un socio che chiedeva lumi su alcuni rumors. «Io via dalla presidenza della Tod’s? Dove vuoi che vada alla mia età…». Ma aveva accennato anche alla possibilità di alleggerire gli impegni: «la vera domanda è: fratello e manager vecchi e nuovi ti daranno la possibilità di venire meno in azienda? Mi auguro di sì». Nell’assemblea dei soci, c’era stata la nomina del nuovo cda, irrobustito con l”ingresso del manager Gabriele Del Torchio e soprattutto con l’investitura del nuovo Ad Umberto Macchi di Cellere, ex top manager di Bulgari e della Johnson&Johson. Una persona – aveva
detto Della Valle -, scelta perché «al di là delle competenze tecniche possiede quelle umane, indispensabili per lavorare in un”azienda che si è sempre basata principalmente su onestà e correttezza». Parole e concetti in parte ripetuti anche ieri dopo avere ricordato il non facile salto da azienda familiare a Gruppo quotato in Borsa. Un “passaggio importante perché dava disciplina al Gruppo e per «non mettere a repentaglio gente che lavora, 13 mila famiglie che si fidano di noi». In Macchi di Cellere, ha spiegato, non si è cercata solo capacità gestionale ma un uomo che quando entra in azienda si ricorda che c’è gente che ha figli, nonni, gente dignitosa che si fida.

Ma della Fiorentina chi se ne occuperà? Diego non l’ha detto.

Per Salvini è l’ora di attuare il vecchio slogan della Lega: “Padroni a casa nostra”

https://www.controinformazione.info/15 maggio 2018 Luciano Lago

Per Salvini è l’ora di attuare il vecchio slogan della Lega: “Padroni a casa nostra” e sventolarlo in faccia ai commissari europei

 

Se non bastavano i “paletti” messi dal presidente Mattarella sulla formazione del nuovo governo, arrivano i chiari segnali che la Commissione Europea si appresta a dettare le regole al Nuovo Governo, qualunque esso sia .Quelli che hanno lanciato oggi moniti ed avvertimenti all’Italia sono stati tre personaggi della Commissione, in tre, come i tre porcellini: Valdis Dombrovskis, Dimitris Avramopoulos e Jyrki Katainen, rispettivamente vicepresidente della Commissione Ue, Commissario Europeo alla Migrazione e vicepresidente della Commissione Europea per il Lavoro.

Primo avvertimento da Timmy Dombrovskis: «È chiaro che l’approccio alla formazione del nuovo Governo e l’approccio rispetto alla stabilità finanziaria deve essere quello di rimanere nel corso attuale, riducendo gradualmente il deficit e riducendo gradualmente il debito pubblico».
Si capisce quindi che la Commissione vigila sul mantenimento dei vincoli di bilancio (il 3%) e sulla riduzione della spesa pubblica con buona pace di spese sociali, reddito di cittadinanza o Flat Tax.

Secondo avvertimento arrivato dall’altro commissario, il greco Avramopoulos : «Speriamo che col nuovo governo in Italia non ci siano cambiamenti sulla linea della politica migratoria».
Come dire: dovete continuare ad essere l’approdo preferito di masse di migranti africani e consentire lo sviluppo del business delle ONG, egli scafisti, delle mafie e delle Coop, che così state andando bene.

Arriva poi l’altro del trio, il finlandese Katainen: «Non vedo segnali che gli Stati membri vogliano cambiare le regole o concedere eccezioni a Stati membri sul Patto di Stabilità e Crescita. La Commissione è guardiano dei trattati e tutte le regole del Patto di Stabilità e Crescita si applicano all’Italia».
Certamente ,come no, l’Unione Europea frana tutte le parti con la Germania che va per conto suo, acquisendo giganteschi surplus di bilancio a spese degli altri membri dell’Unione, in violazione delle norme europee, la Francia si atteggia per acquisire le maggiori imprese italiane e mette il blocco alle operazioni da realizzare in casa propria, i paesi dell’Est contestano tutto e mandano a quel paese le politiche migratorie, soltanto l’Italia dovrebbe rimanere quieta ed ossequiosa, come ai tempi di Renzi, ad obbedire e sottostare a tutte le regole europee che hanno prodotto il salasso economico, l’invasione migratoria con i suoi costi insostenibili e l’impoverimento generale del paese.

Commissari europei

Fortunatamente, a rappresentare uno scatto di dignità nazionale ci ha pensato Salvini nel rispondere: «Dall’Europa ennesima inaccettabile interferenza di non eletti. Noi abbiamo accolto e mantenuto anche troppo, ora è il momento della legalità, della sicurezza e dei respingimenti».

Questa risposta va bene per il momento ma, come lo stesso Borghi della Lega ha dichiarato, occorre superare i vincoli europei e ridiscutere i Trattati europei altrimenti il nuovo Governo avrebbe comunque le mani legate.
Non è difficile capire che non si può semplicemente derogare alle regole ma al contrario occorre partire dal monte e rivedere tutti i trattati penalizzanti per l’Italia che la classe politica, con in testa il prof. Monti, il PD e la sua corte dei miracoli, ha sottoscritto per sottomettere il paese ai diktat dell’oligarchia europea e ai potentati finanziari, dal trattato di Mastricht a quello di Dublino, al vincolo di bilancio ed agli altri accordi fatti contro l’interesse nazionale dell’Italia.

La politica degli slogans non basta più e lo slogan del “padroni a casa nostra” che piaceva tanto alla Lega va messo in pratica con i fatti e questo significa fare delle scelte anche difficili, come quella di mettere in questione i trattati. Come anche occorre abolire le sanzioni alla Russia che hanno prodotto un danno di miliardi all’economia italiana e servono soltanto a creare tensione e guerra fredda con la Russia di Putin, partner naturale dell’Europa con cui occorre riprendere una cooperazione a tutto campo nell’interesse dell’Italia e dell’Europa.

Senza contare la vecchia storia dell’appartenenza alla NATO che è ormai intimamente legata con la UE che risulta soltanto foriera di guai per il paese, come si è dimostrato con l’operazione fatta in Libia che ha aperto il vaso di Pandora dell’immigrazione di massa incontrollata e delle infiltrazioni terroristiche. La NATO non ci difende dal vero pericolo che è quello di essere coinvolti in una guerra contro la Russia e contro l’Iran che non è assolutamente nell’interesse nazionale del paese. Se le facciano loro le guerre che tanto gli piacciono: Trump , Netanyahu e la loro compagnia di giro con i i monarchi sauditi, nuovi partner inseparabili di Washington e di Tel Aviv.

In questa fase si stanno prospettando forti rischi di guerra sull’orizzonte internazionale e tutto può essere conveniente per l’Italia meno che farsi trascinare in un’altra guerra condotta dagli USA nella loro strategia del caos e di destabilizzazione.

Pertanto una presa di distanza, come minimo, non guasterebbe a meno che qualcuno pensi che sia un bene mandare i nostri miltari a morire per l’Ucraina, il peggiore stato canaglia creato da Washington in Europa che fa il paio con il Kosowo, altro paese divenuto ricettacolo di terrorismo islamista e cartelli del traffico di droga. Tutti “capolavori” creati dagli interventi a gamba tesa fatti dai nostri alleati guerrafondai di Washington.

Carriere forze armate, il caos riordino del governo Pd che premia solo gli ufficiali 10MILA NUOVI DIRIGENTI (SENZA CONCORSI E SELEZIONI) E BONUS SOLO PER QUELLI CHE STANNO A ROMA

ofcsreport 15 maggio 2018

Aumenti in busta paga solo per i nuovi dirigenti, Maggiori e Tenenti colonnelli, che fanno i pendolari a Roma. E’ l’ultimo atto di un riordino delle carriere militariche, nonostante le risorse stanziate, si è dimostrato fallimentare. Il governo uscente lascia un brutto ricordo alle forze armate oltre che l’amaro in bocca. L’ultima (contestata) decisione riguarda una specie di bonus previsto per la categoria, un fondo ad hoc per i nuovi dirigenti, circa 10mila, che passeranno di grado automaticamente grazie alla riforma del governo senza concorsi e selezioni (con un ingente impiego economico), creando una ulteriore e notevole disparità di trattamento tra quelli che dimorano nella capitale e quelli che invece si trovano nelle periferie. Merito di una magica riforma che, come spiegato già in parte ad aprile 2017 dal Corriere della Sera, “dopo 13 anni di servizio qualunque ufficiale non abbia demeritato (cioè tutti) avrà il grado di maggiore diventando in questo modo un dirigente pubblico”. Ma non solo. Questa situazione non è stata comunicata ai Co.ce.r interforze, ma solo tramite lettera alla categoria.

 

“Il problema – dichiara Antonello Ciavarelli, delegato Co.ce.r Marina Militare – non sono solo le cifre che percepiranno. Il riordino, in prima battuta, ha dato ai dirigenti cifre molto importanti in seguito allo sblocco degli automatismi stipendiali. Si assiste però nuovamente ad una mancata considerazione del Co.ce.r. nella sua interezza – aggiunge – Nei fatti è come se si stesse assistendo ad una istituzione del Co.ce.r. dei dirigenti. Infatti, questi sono autorizzati a concertare gli interessi dei non dirigenti e viceversa si impedisce che le altre categorie si interessino o trattino gli interessi dei dirigenti stessi. Della serie “ciò che è nostro è loro ciò che è loro é loro”. Sarebbe il caso di congelare il tutto in attesa che si insedi il nuovo Co.ce.r.  che è prossimo alle votazioni. Ciò anche alla luce della sentenza della Corte Costituzionale che riconosce ai militari diritti sindacali. Non a caso è sospesa la trattazione dei correttivi del riordino e la coda contrattuale”. E conclude: “Sembra inopportuno e paradossale che venga riconosciuto il disagio del pendolarismo ai dirigenti e non ai sottufficiali e graduati, come se questi ultimi stessero facendo le “vacanze romane”. Inoltre, la vita nelle altre città è agevolata? Tutto ciò mentre chi percepisce decisamente meno di 2.000 euro al mese deve barcamenarsi con gli errori e i ritardi inspiegabili  del sistema stipendiale Noipa e degli aumenti contrattuali firmati di fretta e furia la notte del 26 gennaio scorso e non ancora in busta paga. Si auspica che la politica al più presto cominci a risolvere fattivamente questi ed altri problemi seri che incombono sui militari non dirigenti e la loro condizioni”.

Il malessere, dunque, serpeggia a vari livelli. E come se non bastasse altri dettagli si aggiungono alla vicenda.  Il documento in questione è firmato da unAmmiraglio, dimessosi dal Co.ce.r. Marina all’atto del trasferimento al primo reparto dello Stato Maggiore della Difesa. Carica che poi gli ha consentito, di fatto, di progettare, insieme al suo staff, il riordino delle carriere. A seguito del provvedimento avrebbe ricevuto, insieme ad altri, un encomio solenne. Vi è una particolare coincidenza: l’articolo 3 lettera D del provvedimento gli avrebbe dato, inoltre, l’opportunità di una promozione ad hoc. Ma se avesse atteso i 4 anni previsti nel suo grado per andare in avanzamento, non ce l’avrebbe fatta per 15 giorni perché sarebbe andato in pensione. Solo in alcuni casi particolari il Ministro potrà autorizzare l’avanzamento dopo appena due anni. A quanto pare, però, il Ministro e la commissione avrebbero dato questa opportunità per un prossimo avanzamento ad Ammiraglio di Squadra. L’altro aspetto particolare di questa vicenda è la presidenza del Co.ce.r interforze. Il presidente è direttore del personale ed è stato il primo sul quale tale riordino ha avuto effetto, visto che è nella posizione di ausiliaria. Ma la stranezza è che, nonostante il Codice militare consideri la posizione dell’ausiliaria la posizione del congedo che avviene a seguito della cessazione dal servizio e che quest’ultima è da considerarsi a norma del Testo Unico motivo di decadenza, il presidente è ancora lì al suo posto. L’unico risultato ottenuto sarebbe la mancanza di numero legale al Co.ce.r. interforze per quasi 3 anni, fatta eccezione per un paio di volte.
Il personale che si occupa della nostra sicurezza e difesa, dunque, ricorderà il ministro Pinotti come colei che ha tentato di precarizzare le forze armate e consolidare i privilegi dei vertici e sperano che, nelle ultime ore di questo governo, non ci siano altre sorprese.

Salvini e Di Maio sono avvisati. La pazienza dei mercati (e dell’Europa) ha un limite. Parola di Confindustria

Gianluca Zapponini formiche.net 15 maggio 2018

Salvini e Di Maio sono avvisati. La pazienza dei mercati (e dell’Europa) ha un limite. Parola di Confindustria

L’intervento alla Camera del capo del Centro studi dell’associazione, Andrea Montanino

Lo stallo politico a oltranza non piace nemmeno un po’ agli imprenditori italiani riuniti in Confindustria. Sarebbe bene che Lega e Cinque Stelle facessero a questo punto un’operazione verità per scoprire le carte sull’esistenza o meno di un accordo politico. Perché l’attesa, dicono gli industriali, rischia di diventare il peggior nemico della ripresa, o quanto meno dei suoi germogli. Questo pomeriggio il direttore del Centro studi di Confindustria, Andrea Montanino, è stato ascoltato alla Camera in audizione sul Def. Che, giova ricordarlo, contiene mere proiezioni di crescita senza alcuna indicazione sulle riforme da intraprendere nelle prossime settimane. Compito che spetterà (forse) a un governo giallo-verde.

Il messaggio degli industriali ai palazzi, comunque, c’è tutto: basta perdere tempo, basta scervellarsi in improbabili (ma pur sempre possibili) convergenze, o salta fuori il governo oppure tanto vale rivotare. “L’inerzia politica potrebbe improvvisamente rendere molto più costoso finanziare questo ingente debito, mettendo a rischio la tenuta economica del Paese. Insomma, i mercati stanno dando tempo all’Italia, ma l’attesa non potrà essere troppo lunga”, ha esordito Montanino. In effetti, a dare un’occhiata al trend delle sedute di Borsa e alla curva dello spread, finora l’Italia è stata quantomeno graziata dai mercati, al netto di un paio di scivoloni sui listini. Però a questo punto è più che lecito chiedersi fino a quando gli investitori continueranno a fidarsi dell’Italia e della sua capacità di finanziare l’enorme debito pubblico.

“Lo stallo politico interno che ha contraddistinto gli ultimi mesi, nell’attuale delicato contesto internazionale, rischia di far perdere all’Italia quanto di buono è stato fatto per avviare la ripresa e consolidare un percorso di crescita robusta e sostenibile” ha attaccato in numero uno del Csc, ex funzionario del Fondo monetario.

Per evitare giornate da incubo con borse in rosso e spread alle stelle, serve un esecutivo che abbia la legittimità del voto del 4 marzo, che ne sia espressione e che soprattutto abbia sufficiente spazio di manovra. Risulta “indispensabile che il nuovo governo abbia un mandato politico chiaro e che sia in grado di agire nel pieno dei suoi poteri. Ne abbiamo bisogno per avere il ruolo che ci compete in Europa, nel gruppo di testa guidato da Francia e Germania, in una fase in cui sono in discussione scelte cruciali per il futuro dell’Europa”.

In Confindustria devono aver cominciato a perdere la pazienza, è evidente, cosa che non ha ancora fatto il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. “Abbiamo bisogno di un governo che sappia rassicurare, scelte sbagliate possono complicare, non poco, il collocamento sul mercato dei 400 miliardi di euro in titoli di Stato di cui ogni anno l’Italia necessita per finanziare il debito pubblico”, ha puntualizzato Montanino.

Certo, se poi Matteo Salvini e Luigi Di Maio dovessero riuscire nel miracolo di trovare la quadra, si passerebbe direttamente al secondo livello cioè evitare la corsa allo smantellamento delle riforme degli ultimi 5-6 anni, tentazione tutt’altro che debole per Lega e grillini. “Anche se gli effetti pieni si potranno percepire solo nel tempo, le riforme adottate costituiscono una preziosa eredità per il nuovo governo, che non deve essere dilapidata ma rafforzata. Abbiamo bisogno di un Governo che sia in grado di portare avanti le riforme, essenziali per aumentare il potenziale di crescita dell’Italia. Ne abbiamo bisogno anzitutto perché l’incertezza politica spinge lavoratori e imprese a rinviare le proprie scelte di consumo e di investimento, frenando l’economia”. Per il direttore del Centro studi “bisogna partire da quello che è stato fatto. Le riforme strutturali adottate, pur non avendo ancora prodotto tutti gli effetti auspicati, hanno comunque inciso su alcuni nodi storici del nostro sistema istituzionale e regolatorio”.

Su tutto però, è la conclusione di Confindustria, bisogna ricordarsi chi siamo e dove siamo. Un Paese fondatore dell’Unione e che per primo deve dare l’esempioa altri. Tradotto, niente colpi di calore su euro o sforamento dei parametri sul deficit. “Occorre riscoprire il nostro senso di appartenenza all’Europa senza alibi e pregiudizi” ha proseguito Montantino ed in questo senso “auspichiamo che la risoluzione al Def, sia di maggioranza che di minoranza, fissi alcuni punti fermi: rispetto assoluto degli accordi con i nostri partners europei sul graduale rientro del debito pubblico; impegno a ricercare soluzioni non misure recessive per la tenuta dei conti pubblici; valutazione non ideologica delle riforme che hanno funzionato”.

Banche venete, Commissione regionale: «c’è preoccupazione»

Vvox.it 15 maggio 2018

«Siamo estremamente preoccupati per la situazione cui potrebbero andare incontro migliaia di privati e di aziende venete qualora, a breve, fossero chiamate da Sga al rientro dalla propria posizione debitoria con le popolari venete». Così Giovanna Negro, Presidente della Commissione d’inchiesta del Consiglio regionale sul crac del sistema bancario in Veneto, riassume in una nota la posizione di tutti i componenti dell’organismo consiliare. «Sga – spiega Negro – è la sigla che sta per Società di Gestione Attività, S.p.A del Ministero dell’Economia e delle Finanze che avrà non solo il compito istituzionale di gestire le sofferenze creditorie, ma anche i crediti incagliati o scaduti con le due banche da parte delle imprese».

«Sga ha di recente acquisito dall’ex Banca Popolare di Vicenza e dalla ex Veneto Banca, i due istituti in liquidazione coatta amministrativa – ricorda la Presidente della Commissione – i crediti non acquisiti da Intesa Sanpaolo, per un valore pari a 18 miliardi di euro. Si è trattato di un passaggio fondamentale, nel quadro dell’intera vicenda che ha riguardato il destino del sistema bancario del Veneto, vicenda sulla quale la Commissione intende soffermarsi e riflettere con attenzione proprio con la società Sga, soggetto che abbiamo già invitato presso la Commissione stessa, affinché il Consiglio regionale, tramite il suo speciale Organo conoscitivo, possa acquisire ulteriori elementi destinati a fare luce sulla delicata e complessa circostanza che potrebbe mettere a repentaglio, visto le sue inedite ed allarmante dimensioni, il tessuto connettivo, non solo economico, ma anche sociale, dell’intera comunità veneta».

Morgan Stanley: le banche centrali potrebbero forzare tassi d’interesse negativi grazie alle criptovalute

Andrea Lagni 15 maggio 2018

https://www.criptovalute24.com

Mentre le banche centrali stanno esplorando la tecnologia alla base di ciò che minaccia di indebolirle sempre poi più, gli esperti di Morgan Stanley hanno suggerito che le criptovalute potrebbero consentire tassi di interesse negativi più profondi durante l’imminente crisi finanziaria.

Secondo le nuove scoperte che sono state fatte da Morgan Stanley, le banche centrali potrebbero utilizzare le criptovalute per ridurre gli impatti negativi della prossima crisi finanziaria tagliando i tassi di interesse.

Come riportato da Business Insider, un team di strateghi della della banca d’investimento multinazionale e della società di servizi finanziari, ha scoperto diverse aree per le quali le banche centrali potrebbero utilizzare le criptovalute a proprio vantaggio. L’applicazione più degna di nota per le valute digitali controverse e volatili, tuttavia, è nel campo della politica monetaria. Il rapporto di Morgan Stanley afferma che le banche centrali potrebbero abbassare i tassi di interesse verso cifre negative più profonde che mai, nel caso in cui dovesse verificarsi un’altra grave crisi finanziaria.

Come è stato riportato da Business Insider, l’ultima crisi finanziaria ha visto le banche centrali di tutto il mondo tagliare i tassi di interesse in modo drammatico nel tentativo di mitigare l’impatto estremo del collasso economico su consumatori e istituti di credito. Le banche di Svezia, Danimarca, Giappone e Unione europea hanno persino portato i tassi di interesse in negativo – alcuni dei quali persistono ancora oggi. (Anche se non inferiore a -0,5 percento.)

Ha spiegato il team di Morgan Stanley:

Teoricamente, un sistema monetario al 100% digitale può consentire tassi negativi più profondi. Questo fa appello a certe banche centrali. Le banconote e le monete di carta a libera circolazione (in contanti) limitano la capacità delle banche centrali di forzare i tassi sui depositi negativi. Una versione digitale del contante potrebbe teoricamente consentire di addebitare tariffe depositi negativi su tutti i soldi in circolazione all’interno di qualsiasi economia.

Tuttavia, è importante sottolineare che i ricercatori hanno anche chiarito che il loro rapporto “non intende suggerire dove pensiamo che una valuta digitale fiatpossa essere implementata”.

Inoltre, ci sono alcuni seri problemi potenziali inerenti a un tale sistema “solo digitale”. Ecco cosa ha affermato Morgan Stanley:

Tassi d’interesse negativi sono alla fine sono problematici per le banche. Le banche centrali dovrebbero quindi rivolgersi direttamente agli utenti per attuare la politica monetaria, riducendo significativamente la leva finanziaria nel sistema e riducendo la crescita del PIL.

Criptovalute: dove acquistarle fisicamente

Hodly è l’unico exchange regolamentato CySEC in europa. Questa nuova tecnologia consente di comprare e vendere le criptovalute più famose a commissioni zero, per poi conservarle all’interno di un vero e proprio portafoglio, decidendo se fare hodling (mantenerle con l’obiettivo di guadagnare dal rialzo sul lungo termine), venderle oppure inviarle o riceverle, in un secondo momento.

Oggi la soluzione di Hodly (in collaborazione con il broker pluripremiato IQ Option) è la sola piattaforma di trading regolamentata in Europa dalla CySEC. Stiamo parlando dunque di una soluzione completamente affidabile, economica e avveniristica.

CRV – Presidente Commissione Banche “Attesa per audizione di Sga” necessario gestire le sofferenze creditorie

ansa.it 15 maggio 2018

Commissione Banche – La Presidente: “Attesa per l’audizione di Sga”

 “Siamo estremamente preoccupati per la situazione cui potrebbero andare incontro migliaia di privati e di aziende venete qualora, a breve, fossero chiamate da Sga al rientro dalla propria posizione debitoria con le popolari venete. Sga è la sigla che sta per Società di Gestione Attività, S.p.A del Ministero dell’Economia e delle Finanze che avrà non solo il compito istituzionale di gestire le sofferenze creditorie, ma anche i crediti incagliati o scaduti con le due banche da parte delle imprese”. Sono le parole della Presidente della Commissione d’inchiesta istituita in seno al Consiglio regionale sui gravi fatti riguardanti il sistema bancario in Veneto, e che riassume, in una nota, la posizione di tutti componenti dell’organismo consiliare. “Sga ha di recente acquisito dall’ex Banca Popolare di Vicenza e dalla ex Veneto Banca, i due istituti in liquidazione coatta amministrativa – ricorda la Presidente della Commissione consiliare d’inchiesta – i crediti non acquisiti da Intesa Sanpaolo, per un valore pari a diciotto miliardi di euro. Si è trattato di un passaggio fondamentale, nel quadro dell’intera vicenda che ha riguardato il destino del sistema bancario del Veneto, vicenda sulla quale la Commissione intende soffermarsi e riflettere con attenzione proprio con la società Sga, soggetto che abbiamo già invitato presso la Commissione stessa, affinché il Consiglio regionale, tramite il suo speciale Organo conoscitivo, possa acquisire ulteriori elementi destinati a fare luce sulla delicata e complessa circostanza che potrebbe mettere a repentaglio, visto le sue inedite ed allarmante dimensioni, il tessuto connettivo, non solo economico, ma anche sociale, dell’intera comunità veneta”.

COLPI DI SOLE IN CONFINDUSTRIA.

andreagiacobino.com 14 maggio 2018

 

Non c’è solo la clamorosa uscita di Leonardo Del Vecchio e della sua Luxottica da Confindustria ad agitare le acque dell’associazione presieduta da Vincenzo Boccia. Non minori tensioni sta provocando, infatti, anche la partita in corso sulla futura direzione de “Il Sole 24 Ore”, il quotidiano economico confindustriale, tuttora alle prese con un grave crisi nonostante l’ultima ricapitalizzazione garantita da Intesa SanpaoloMario Orfeo, direttore del Tg1, è infatti il candidato “in pectore” attualmente in “pole position” spinto com’è dallo stesso Boccia e dall’asse romano della Confindustria, dietro il quale si staglia l’editore, costruttore e finanziere Francesco Gaetano Caltagirone al quale certamente non dispiacerebbe mettere un piede nel giornale anche dal punto di vista azionario. Al tempo stesso, però, Marcella Panucci, attuale direttore generale di Confindustria e da qualche mese in frizione con Boccia, sta portando avanti un suo candidato: Claudio Cerasa, attuale direttore de “Il Foglio”. La partita sulla direzione delle quotidiano avviene senza che nessuno degli organismi decisionali di Confindustria sia stato coinvolto e questo provoca i maldipancia.

Maldipancia di egual portata hanno attraversato il consiglio d’amministrazione della casa editrice de “Il Sole” quando pochi giorni fa l’amministratore delegato Franco Moscetti ha affermato che se le indagini in corso della procura di Milano sulla passata gestione dovessero concludersi con dei rinvii a giudizio, sarà necessario portare in assemblea soci un’azione di responsabilità. E alcuni consiglieri “romani” hanno avuto a che ridire.

Lo scorso marzo la procura meneghina ha chiesto la seconda proroga indagini di sei mesi nell’ambito dell’inchiesta sui bilanci del gruppo editoriale, questa volta limitatamente all’ex direttore editoriale del quotidiano, Roberto Napoletano, l’ex presidente Benito Benedini e l’ex amministratore delegato Donatella Treu, indagati per false comunicazioni sociali. La richiesta di proroga, motivata dal fatto che la procura è in attesa del deposito di una serie di atti per chiudere le indagini, non riguarda invece gli altri sette indagati, fra cui alcuni ex manager, per il reato di appropriazione indebita. Secondo l’inchiesta, condotta dal pm Gaetano Ruta e coordinata dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, le vendite delle copie digitali del quotidiano economico sarebbero state “enfatizzate” e sarebbero “false”, conducendo a “uno scostamento tra la rappresentazione della realtà economica della società e la situazione effettiva”.

In tutto ciò Elisabetta Sgarbi, editrice con “La Nave di Teseo” nel cui capitale ci sono socie eccellenti e che organizza il festival letterario “La Milanesiana”, ha pensato bene di invitare l’indagato Napoletano il prossimo 18 luglio a Milano, al Teatro Menotti, per presentare il suo ultimo libro. Quest’ultima edizione del festival si intitola “Il dubbio e la certezza”: qualche dubbio sull’opportunità della presenza di un indagato si pone.

MEDIOBANCA, METEORA MARSAGLIA.

andreagiacobino.com 15 maggio 2018

Mediobanca S.p.A.

 

Non è durato nemmeno cinque anni il “regno” di Stefano Marsaglia, torinese, clase 1955, come co-head del Corporate & Investment Banking, uno dei cuori del business di Mediobanca, il cui altro capo è Alberto Nagel, amministratore delegato dell’istituto di Piazzetta Cuccia. Marsaglia, basato a Londra, a fine del 2013 era arrivato in Mediobanca dopo che a partire dal 2010 era stato chairman del Global financial institutions group di Barclays con sede a Londra dove aveva creato il team Financial institutions group per l’Europa portandolo a crescere e svilupparsi su scala mondiale. Nel corso della sua trentennale carriera Marsaglia è stato advisor in molte delle più grandi operazioni di fusione, acquisizione e cessione in Europa, Medio Oriente, Asia e America, con focus particolare sul settore Fig. E’ inoltre stato consulente di molti governi e istituzioni statali durante la recente crisi finanziaria e in occasione dei loro programmi di privatizzazione. In ambito equity capital markets ha guidato molti aumenti di capitale e ipo effettuati sia da banche che da società industriali. Prima dell’incarico in Barclays ha lavorato in NM Rothschild come global head del FIG e co-head per l’Europa.

Marsaglia, che lascerà il suo posto a Francesco Canzonieri e che sta studiando un suo fondo, è anche un appassionato giocatore di polo. Il polo, definito oltre Manica “lo sport dei re”, è, specialmente a Londra, una sorta di club dove si possono fare anche buoni affari fra un “swing” (colpo) e l’altro sferrato dal “mallet” (mazza). Fra l’altro l’ex superbanker di Mediobanca è bravo, perché ha vinto due Gold Cup, la Hildon Queen’s Cup e il trofeo Prince of Wales. E proprio praticando questo sport, Marsaglia ricevette una multa di ben 30.000 sterline inflittagli dalla Hurlingham Polo Association (HPA), cioè la Lega del polo britannico. L’episodio, avvenuto nell’estate di qualche anno fa, vedeva Marsaglia giocare con il team Azzurra al Cowdray Park Polo Cluba Hidhurst, nel West Sussex, durante il British Open Championship. Ma che aveva fatto di tanto grave il superbanker per meritarsi la supermulta (la massima consentita dalle regole HPA) oltre a una sospensione dai campi per 15 mesi? Aveva insultato, minacciato e infine sputato addosso a un arbitro. “Ambire al massimo e comportarsi in maniera onesta” aveva risposto il banchiere quando gli avevano chiesto qual’era il segreto di un buon giocatore di polo.

L’Europa, il Fiscal Compact, gli sbuffi acidi di Bruxelles e cosa può fare l’Italia

 startmag.it 15 maggio 2018

Il commento di Gianfranco Polillo, già sottosegretario all’Economia, sugli sbuffi di Bruxelles, le anomalie del Fiscal Compact e le proposte di Tajani sull’Ue

C’è un aspetto dell’intervista di Antonio Tajani al Corriere della sera che merita attenzione. Mettiamo tra parentesi le riflessioni di carattere politico e concentriamoci sui rapporti con l’Europa. Sostiene il presidente del Parlamento europeo: “Pensiamo che serva un governo che faccia contare il nostro Paese in Europa, forte ed autorevole. Per essere chiari su un punto decisivo: per cambiare i Trattati, come si vorrebbe, non basta una dichiarazione, serve convincere 26-27 Paesi. Bisognerebbe saperlo…”. Difficile dargli torto. Il problema è capire innanzitutto se questa sia una prospettiva realistica.

Quando Mario Draghi varò il quantitative easing, molti esponenti del board della Bce erano contrari. Soprattutto Jens Weidmann, il potente governatore della Bundesbank. La sua opposizione era motivata da considerazioni diverse: il timore ancestrale che l’eccesso di liquidità potesse rilanciare l’inflazione e consentire ai Paesi più esposti, come l’Italia e la Grecia, di ritardare ulteriormente il necessario processo di aggiustamento. Sullo sfondo il timore di una nuova Grecia, che avrebbe costretto ad interventi di salvaguardia a spese del contribuente tedesco. Infine l’idiosincrasia per una banca centrale (la stessa Bce) costretta ad acquistare i titoli del debito sovrano dei singoli Stati, operando al limite del proprio statuto.

C’era poi un aspetto più pratico. Tassi di interessi troppo bassi, divenuti tali in conseguenza all’abbondante liquidità, destinati a penalizzare oltre misura i risparmiatori. Pericoli destinati a sovrastare – ma il calcolo era errato – i possibili vantaggi. Queste prese di posizione non tenevano conto del fatto che la forza del bund avrebbe richiamato, in Germania, nuovi capitali. Consentendo all’industria tedesca di finanziarsi a tasso più che agevolato. Alla fine Weidmann fu costretto a capitolare. Soprattutto grazie all’intervento di Angela Merkel consapevole che il bilancio tra il dare e l’avere era comunque a favore – come mostra il forte attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti – dell’economia tedesca.

Il successo di Mario Draghi dimostra, quindi, che l’opera di convinzione invocata dal presidente Tajani può avere il successo che merita. Sempre che si abbiano al proprio arco le frecce necessarie per far breccia su un’ortodossia sempre più disancorata dalla dinamica dei processi reali. Vi può essere un bis per i Trattati? Quello istitutivo del Fiscal compact prevedeva (articolo 16) una verifica preventiva dei risultati raggiunti, dopo cinque anni di sperimentazione. Scadenza indicata: il 2018. Esistono pertanto le condizioni giuridiche per procedere in modo conseguente. Ed individuare le eventuali correzioni.

Forse il limite principale del Fiscal compact è la netta contrapposizione tra il problema della stabilità finanziaria e i sottostanti legami con il quadro macroeconomico. Rottura che nega, in linea di principio, la circolarità che dovrebbe caratterizzare qualsiasi ragionamento di politica economica. Assetti di finanza pubblica ed economia reale dovrebbe comporsi in un quadro di coerenze al fine di massimizzare il benessere collettivo. Risultato che si ottiene solo quando i fattori produttivi sono pienamente utilizzati: impianti che marciano a pieno regime e producono a costi competitivi, disoccupazione solo frizionale, tasso d’inflazione contenuto per garantire, come una sorta di lubrificante, il continuo adattamento dell’offerta al mutare delle condizioni di mercato.

Nel quadro descritto, la finanza pubblica ha un ruolo di stabilizzatore. Serve deficit quando la domanda effettiva è troppo bassa. Si ricorre alla stretta quando, invece, è eccessiva ed è necessario pilotare processi di riconversione produttiva. I sintomi di questo squilibrio possono essere diversi: l’eccesso d’inflazione (aumento dei prezzi) o, al contrario, la deflazione (prezzi che scendono perché la domanda non tira). Ma c’è un dato che segnala, prima di altri, l’insorgere dell’eventuale squilibrio: l’andamento dei conti con l’estero. Il deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti – come nel caso della Francia – indica un eccesso di domanda rispetto alle capacità concorrenziali del sistema produttivo. Il surplus – come ne caso italiano – l’esatto opposto.

Date queste relazioni basiche, non ha senso prescrivere la stessa ricetta per Paesi che si trovano in posizione opposta, come avviene nel caso del Fiscal compact. E’ pur vero che, in quelle regole, è implicito un correttivo dato dal pareggio del deficit strutturale corretto per l’andamento del ciclo. Ma nel caso di squilibri di natura permanente, i margini concessi non sono sufficienti a determinare un’inversione di tendenza. Basta, allora, tornare alle regole di Maastricht, come da più parti invocato? Purtroppo non è così semplice. Se il potenziale produttivo di un determinato Paese non è in grado di garantire l’equilibrio di lungo periodo, per ragioni di natura strutturale, non basta far leva sulla sola spesa pubblica.

E’ necessario che i margini concessi dal surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti sia utilizzato esclusivamente per ridurre l’eventuale gap. Ecco allora il tema della golden rule, da sempre reclamato dalla Gran Bretagna, prima della Brexit. Vale a dire: maggiori investimenti e riduzione del carico fiscale. Quei maggiori margini che un governo “forte ed autorevole”, per richiamare le parole di Antonio Tajani, potrebbe reclamare.

«Questo capitalismo è tutto da rifare»

EMANUELE COEN espresso.repubblica.it 15 maggio 2018

L’economia di mercato non funziona più perché è basata solo sull’egoismo.
Ma un altro sistema è possibile, anche in
Occidente. Parla con il “banchiere dei poveri” Muhammed Yunus

Chi non vorrebbe un mondo a tre zeri? Niente povertà, niente disoccupazione, niente inquinamento. Progetto iperbolico, utopia irrealizzabile, una pagina nel libro dei sogni. Eppure Muhammad Yunus, 78 anni, il “banchiere dei poveri” che ha inventato il sistema del microcredito e lo ha esportato in tutto il mondo, sostiene che l’umanità può vincere la sfida: un nuovo modello esiste già ed è la risposta all’economia dell’egoismo.

Premio Nobel per la pace (2006), Yunus ha fondato la Grameen Bank 41 anni fa in Bangladesh, il suo Paese, dove oggi è diffusa in migliaia di villaggi. Da allora il sistema – un istituto di credito indipendente che presta soldi senza garanzie – ha fatto il giro del globo, finanziando anche imprese gestite da donne negli Stati Uniti e servizi sociali nelle zone più povere della Francia. Yunus sarà presto in Italia per l’uscita del suo nuovo libro “Un mondo a tre zeri – Come eliminare definitivamente povertà, disoccupazione, inquinamento” (Feltrinelli): lo presenterà a Torino (17 maggio), Milano (18 maggio) e Roma (19 maggio).

«Bisogna riconoscere l’inganno del capitalismo classico, secondo cui la natura umana è egoista. E diffondere un nuovo sistema fondato sull’altruismo, altrettanto potente», dice l’economista dal suo studio a Dacca, in Bangladesh.

Professor Yunus, dal suo nuovo saggio emerge un ritratto impietoso della società. A dieci anni dall’inizio della crisi globale la ricchezza è sempre più concentrata nelle mani di pochi, la povertà è aumentata, la disoccupazione spinge i giovani ai margini, l’inquinamento distrugge l’ambiente. C’è una via di uscita?

«Ci stiamo lavorando. È una teoria ancora in evoluzione, che parte da un assunto importante: il capitalismo finora ha inquadrato l’uomo in una maniera sbagliata, come un individuo indifferente al prossimo. Per fortuna, nel mondo reale, quasi nessuno si comporta con l’egoismo assoluto che si suppone governi l’uomo capitalista. L’uomo reale è molto migliore. E così esistono due tipi di capitalismo: quello individualista, spinto dall’egoismo; quello sociale, che consente di guadagnare ma risolve anche i problemi del mondo».

È il modello proposto dalla banca Grameen. Qual è il bilancio dei primi 40 anni?

«La maggior parte delle persone che beneficia dei prestiti è analfabeta e non possiede beni patrimoniali; molte non hanno mai nemmeno maneggiato denaro in precedenza. Sono spesso donne che non avevano alcun accesso al sistema finanziario. L’idea di fare loro dei prestiti perché avviassero un’attività economica era considerata folle dai banchieri e dagli economisti tradizionali. Ciononostante, oggi Grameen effettua prestiti per oltre due miliardi e mezzo di dollari all’anno a nove milioni di persone povere, soprattutto donne, solo sulla base della fiducia. E gode di un tasso di restituzione del 98,96 per cento».

Una delle critiche più frequenti rivolte alla banca è che i finanziamenti sono troppo esigui per avviare un’attività imprenditoriale.

«È un’affermazione infondata. Non si può nutrire un bambino con il cibo per gli adulti. Chi è povero non è in grado di prendere e utilizzare una grande somma di denaro, rischia di bruciarsi. Deve procedere con gradualità, e pian piano accedere a finanziamenti più importanti. Si possono creare imprese solide anche a partire da piccole somme: per esempio la piattaforma di microfinanza Kiva, pioniera del crowdfunding creata nel 2005, è ispirata alla Banca Grameen. Kiva consente ai singoli di prestare denaro ad altri per progetti che considerano meritevoli, con piccole cifre alla volta, 25, 50 o magari 100 dollari. La velocità di elaborazione dei dati, consentita dalla tecnologia digitale, rende facile trovare rapidamente i progetti a cui si è interessati. E così, imprenditori che non sarebbero considerati degni di credito da parte di una banca tradizionale possono ottenere finanziamenti. Finora Kiva ha messo in contatto 1,6 milioni di persone che hanno prestato denaro a due milioni e 200 mila persone in 82 paesi».

Il microcredito è applicabile solo ai Paesi in via di sviluppo, dicono alcuni esperti.

«È falso. Oggi banche di microcredito che si fondano sugli stessi principi operano con successo in molti altri paesi, fra cui Stati Uniti, Francia, Italia, Gran Bretagna, Norvegia. Oggi la Grameen America ha venti filiali in dodici città con oltre 100 mila beneficiarie, tutte donne, che ricevono prestiti, in media nell’ordine dei mille dollari, per avviare le loro attività. Negli ultimi dieci anni Grameen negli Stati Uniti ha rilasciato prestiti per un totale di un miliardo di dollari, con un tasso di restituzione superiore al 99 per cento. Anche nei paesi più ricchi, un gran numero di persone è impantanato in una condizione di povertà o quasi povertà, perché costretto a fare affidamento su posti di lavoro salariato come unica possibile fonte di reddito. I problemi sono gli stessi nelle ricche città d’Europa o del resto del mondo, dove i poveri sono esclusi dal sistema del finanziamento».

Una sfida al capitalismo nel Paese più capitalista del mondo. Un salto nel vuoto.

«Uno degli insegnamenti fondamentali ricavati dalla Grameen Bank negli Stati Uniti (Gai) è che i princìpi operativi e i sistemi grazie ai quali il microcredito ha successo a New York e nel Nebraska sono praticamente gli stessi sviluppati per i villaggi del Bangladesh. Concediamo un prestito a una donna solo dopo che ha costituito un gruppo di cinque o si aggrega a un gruppo in formazione. Le donne si danno sostegno, consigli e incoraggiamenti a vicenda. Prima di ricevere un prestito, bisogna presentare al personale della Gai un’idea di business e un piano plausibile per realizzarla con successo. Le donne inoltre si impegnano a far frequentare la scuola ai figli, ad aver cura della salute e del benessere delle loro famiglie e ad agire in ogni altro modo per costruire un futuro migliore. La formula del microcredito di Grameen negli Stati Uniti è uguale a quella del Bangladesh».

Il capitalismo è riformabile, dunque.

«Certo. Finora il capitalismo è stato interpretato in maniera sbagliata. L’uomo è al tempo stesso egoista e altruista, dunque il capitalismo deve ridisegnare se stesso sulla base di un paradigma nuovo. Anzi, i due modelli – il capitalismo egoistico e il capitalismo altruista, cioè il business sociale – possono essere realizzati dalla stessa persona. E i giovani devono crescere con la consapevolezza che nell’arco della vita possono realizzare entrambi. L’idea è suddividere la vita lavorativa in due fasi: nella prima bisogna preoccuparsi di mettere solide radici economiche, garantirsi un reddito, prendersi cura della famiglia. Poi, tra i quaranta e i cinquant’anni, comincia la seconda fase, in cui l’individuo deve occuparsi degli altri, cambiare il mondo».

Siamo tutti imprenditori, secondo la sua teoria. In realtà la maggior parte dei giovani, anche in Italia, sogna il posto fisso.

«È così perché non conoscono la verità, si basano su ciò che hanno appreso a scuola. Finisci gli studi e trovi un lavoro, così hanno insegnato, senza indicare alternative. Fin dall’inizio dovrebbero insegnare: devi scegliere, o sei un cercatore di lavoro o un creatore di posti di lavoro. E se non trovi un posto di lavoro, sei un disoccupato. Questo è il modello tradizionale, purtroppo, che blocca le menti e la progettualità. E invece gli esseri umani, per loro natura, sanno risolvere problemi».

Sul tema del reddito di cittadinanza in Italia è in corso un aspro dibattito. Cosa ne pensa?

«Non mi piace il reddito di cittadinanza: è un meccanismo con cui il governo dà soldi a fondo perduto a chi è in difficoltà. Non risolve problemi ma li nasconde, trasmette un messaggio molto negativo. Gli esseri umani sono nati per lavorare e mettere a frutto le proprie potenzialità. Il reddito di cittadinanza parte da un approccio totalmente sbagliato, secondo cui le persone trascorrono la propria vita senza sapere chi sono e chi potrebbero diventare».

Ha dedicato il suo nuovo libro alle giovani generazioni, «che costruiranno una nuova civiltà». Eppure tra i giovani sfiducia e rabbia regnano sovrane. Anche lei cita l’articolo del Washington Post, che riporta un sondaggio secondo cui la maggioranza dei millennial rifiuta il capitalismo.

«Non penso che i millennial comprendano chiaramente che tutti i problemi che vedono intorno a loro sono causati dal capitalismo; penso che stiano semplicemente dicendo che non sono contenti di quel che vedono. Sono molto fiducioso per il loro futuro. Non smetto di dire loro: “Siete la generazione più potente della Storia, perché avete la tecnologia nelle vostre mani”, dovete soltanto decidere cosa volete fare di questo potere. E risolverete i problemi del mondo. I giovani di oggi sono uno dei tre “megapoteri” che trasformeranno la società globale nei prossimi decenni, insieme alla tecnologia e alla struttura politica e sociale che riduca al minimo i problemi di corruzione, ingiustizia e potenziale tirannia».

A proposito di tecnologia, i robot stanno cancellando milioni di posti di lavoro…

«La tecnologia può essere una grande opportunità ma anche una minaccia, dipende dalle decisioni dell’uomo, che può distruggere il mondo premendo un bottone. Su questo tema le Nazioni Unite dovrebbero stabilire delle linee guida. Numero uno: nessuna tecnologia deve nuocere alle persone. Numero due: nessuna tecnologia deve nuocere al pianeta. Bisogna orientare il potere della tecnologia al raggiungimento di obiettivi sociali».

Per forgiare il mondo di domani serve l’aiuto delle persone più ricche della Terra a finanziare le imprese sociali. Come convincerli?

«Nel 2017 l’Oxfam ha annunciato che il gruppo degli ultraprivilegiati, coloro che possiedono una ricchezza superiore a quella di tutta la metà inferiore della popolazione mondiale, si è ristretto a solo otto individui. Sono figure ben note e rispettate, tra cui Bill Gates, Warren Buffett e Jeff Bezos, lo spagnolo Amancio Ortega e il messicano Carlos Slim Helú. Se questi iper-ricchi cedessero metà della loro ricchezza per il bene del mondo, il flusso di denaro cambierebbe immediatamente direzione. Ma non c’è bisogno di persuaderli: hanno già deciso di farlo. Hanno firmato una promessa di donazione in base alla quale promettono di devolvere metà della loro ricchezza per iniziative filantropiche dopo la loro morte. Sono solo una fetta dei miliardari di tutto il mondo che si sono accodati a questa iniziativa. I soldi ci sono, basta indirizzarli nella maniera giusta».

LO SCARPARO VA IN PENSIONE – DIEGO DELLA VALLE LASCERÀ LA GESTIONE DI TOD’S AL FRATELLO ANDREA. LUI SI OCCUPERÀ DI ‘STRATEGIE, QUALCHE BUONA IDEA, E TORNARE A CASA MIA IL PIÙ POSSIBILE’ – IL NUOVO CDA SI E’ INSEDIATO DA POCO, CON L’INGRESSO DI GABRIELE DEL TORCHIO E SOPRATTUTTO DEL NUOVO AD UMBERTO MACCHI DI CELLERE – IL TITOLO DOPO LA NOTIZIA APRE IN LIEVE RIALZO

Dagospia.com 15 maggio 2018

ANSA) – Tod’s va verso una riorganizzazione di vertici, anche se è difficile capire quanto saranno profondi i cambiamenti e soprattutto che tempi avranno. A dirlo, in modo più esplicito rispetto al passato, è stato lo stesso presidente Diego Della Valle, parlando ad una platea di neo dottori di ricerca dell’Università Politecnica delle Marche durante Your Future Festival: “entro poco tempo conto di delegare la gestione ordinaria dell’azienda ai nostri uomini, mio fratello Andrea (attuale vice presidente, ndr) sarà capo di questa struttura”.

Per sé, mr. Tod’s ritaglia un ruolo che sembra meno operativo, quello di chi studia le “strategie, qualche buona idea per far vedere che ancora qualcosa possiamo insegnare”. Con i giovani dell’Ateneo anconetano, che anni fa gli conferì la laurea honoris causa, ammette di voler “tornare a casa mia il più possibile”, cioé a Casette D’Ete, la frazione di Sant’Elpidio a Mare (Fermo) da dove è partita l’avventura del calzaturificio paterno diventato poi, sotto le cure di Diego, il cuore del polo del lusso che fa capo alla famiglia Della Valle, e tuttora quartiere generale dell’azienda.

Meno di un mese fa, durante l’assemblea degli azionisti, lo stesso Della Valle, 64 anni, aveva risposto con una battuta ad un socio che chiedeva lumi su alcuni rumors. “Io via dalla presidenza della Tod’s? Dove vuoi che vada alla mia età…”. Ma aveva accennato anche alla possibilità di alleggerire gli impegni: “la vera domanda è: fratello e manager vecchi e nuovi ti daranno la possibilità di venire meno in azienda? Mi auguro di sì”.

Nell’assemblea dei soci, c’era stata la nomina del nuovo cda, irrobustito con l’ingresso del manager Gabriele Del Torchio e soprattutto con l’investitura del nuovo ad Umberto Macchi di Cellere, ex top manager di Bulgari e della Johnson&Johson. Una persona – aveva detto Della Valle -, scelta perché “al di là delle competenze tecniche possiede quelle umane”, indispensabili per lavorare in un’azienda che si è sempre basata principalmente su “onesta’ e correttezza”.

Parole e concetti in parte ripetuti anche oggi, dopo avere ricordato il non facile ‘salto’ da “azienda familiare a Gruppo quotato in Borsa”. Un “passaggio importante perché dava disciplina al Gruppo” e per “non mettere a repentaglio gente che lavora, 13 mila famiglie che si fidano di noi”. In Macchi di Cellere, ha spiegato, non si è cercata solo “capacità gestionale ma un uomo che quando entra in azienda si ricorda che c’è gente che ha figli, nonni, gente dignitosa che si fida”.

UMBERTO MACCHI DI CELLERE

GABRIELE DEL TORCHIO

Cdp, Saipem e le apprensioni dopo la Consob

Michele Arnese startmag.it 15maggio 2018

Potrebbe avere riflessi nella partita delle nomine pubbliche la vicenda Saipem? E’ quello che da giorni si bisbiglia nei palazzi romani, e non solo romani, in vista della scadenza del vertice di Cassa depositi e prestiti controllata dal Tesoro: l’assemblea di Cdp è prevista in prima convocazione il 23 maggio.

La domanda che fa trattenere il fiato circola in queste ore nei corridoi di Palazzo Chigi, ministero dell’Economia e Cdp è la seguente: che succede se la Corte dei Conti avvia un’indagine per un ipotetico danno erariale a latere del caso Saipem?

Andiamo con ordine.

COSA FA SAIPEM

È uno dei leader mondiali nei servizi per l’industria petrolifera onshore e offshore. Nata negli anni ‘50 come divisione di Eni, Saipem ha iniziato a offrire servizi all’esterno nel 1960, diventando autonoma nel 1969. A fine anni ‘90, il business si è spostato verso le acque profonde e nei paesi in via di sviluppo, portando Saipem a sviluppare propri mezzi navali di perforazione e operazioni per giacimenti in acque profonde, posa di condotte, leased FPSO (Floating Production Storage & Offloading) e robotica sottomarina. Stefano Cao è stato riconfermato amministratore delegato e Francesco Caio è stato eletto presidente il 3 maggio.

LE CONTESTAZIONI DELLA CONSOB

La Consob ha contestato il bilancio 2016 di Saipem, in cui sarebbero state rinviate 1,8 miliardi di euro di svalutazioni che avrebbero dovuto già impattare i conti 2015. Secondo la Consob – ma la società in questione contesta la ricostruzione – il bilancio 2015, approvato poco dopo la chiusura dell’aumento da 3,5 miliardi, si sarebbe dovuto chiudere con una perdita di 2,63 miliardi e non, come accadde, con un rosso di 789 milioni.

GLI ACCERTAMENTI DELL’AUTORITA’

Gli accertamenti hanno portato l’authority di Borsa ad avviare un procedimento sanzionatorio nei confronti del cda allora in carica per il prospetto dell’aumento, contestando – tra l’altro – la correttezza di alcune informazioni date agli investitori sulle stime di risultato del 2015 e sulle previsioni del piano strategico 2016-2019.

LA RISPOSTA DI SAIPEM

Saipem ha rivisto le perdite 2015-2016 dopo i rilievi della Consob sulle svalutazioni. La società, lo scorso 16 aprile, ha ripubblicato i suoi bilanci pro-forma 2015 e 2016 in risposta a una richiesta della Commissione di Borsa. La maggior parte delle svalutazioni effettuate nel 2016 è stata anticipata al 2015 con una conseguente perdita di 2,628 miliardi di euro rispetto al rosso di 789 milioni riportato da Saipem. Così per il 2016 la perdita netta di 2,080 miliardi si è ridotta a 368 milioni con una riduzione delle svalutazioni complessive pari a 1,712 miliardi.

LA REPLICA DELLA SOCIETA’

La società continua a contestare i rilievi della Consob sui bilanci 2015 e 2016 e ha annunciato che farà ricorso al Tar del Lazio contro la delibera della Commissione che contesta la “non conformità” del bilancio 2016.

LE ORIGINI DELLA VICENDA

Tutto nasce alla fine di ottobre, quando si realizza una articolata operazione con cui Eni lascia al suo destino la controllata nei servizi, cedendone il 12,5% al Fondo strategico italiano – lo strumento della Cassa depositi e prestiti per investire nelle aziende ritenute strategiche dal governo – a un prezzo compreso tra 7,40 e 8,83 euro per azione, e mettendo le basi per deconsolidare il debito: ben 5,7 miliardi nei conti a fine settembre 2015, uno in più di un anno prima. “E’ una tappa fondamentale per la strategia di trasformazione di Eni – spiegò l’ad dell’Eni, Claudio Descalzi -. Ci permette di focalizzarci sulle attività principali e usare le risorse finanziarie addizionali per lo sviluppo delle ingenti riserve di olio e gas scoperte negli ultimi anni”.

I COMMENTI

L’acquisizione della quota di Saipem fu – scrisse il quotidiano Repubblica – “la prima operazione della nuova era (voluta da Matteo Renzi che ha nominato Claudio Costamagna come presidente e Fabio Gallia in qualità di amministratore delegato, per rafforzare il ruolo della Cdp e dei suoi fondi)” che fece registrare “una minusvalenza teorica oggi pari a 446 milioni, quasi tutti i 463 milioni investiti per comprare, il 27 ottobre, un 12,5% di Saipem a 8,39 euro per azione”.

GLI UOMINI DEL DOSSIER

A seguire in prima persona il dossier c’erano, oltre all’ad, Fabio Gallia, in primis, il responsabile Partecipazioni Italia di Cdp, Leone Pettofatto, e il presidente Claudio Costamagna. Il quale resterebbero alla presidenza della Cassa, secondo alcune indiscrezioni ricorrenti, con un ruolo di amministratore delegato per Fabrizio Palermo, attuale direttore finanziario di Cdp (qui tutte le ultime indiscrezioni).

LA PAROLA ALLA CORTE

Fu un’operazione industriale, strategica o anche politica? Di sicuro ci fu una richiesta di “aiuto”, secondo quanto si legge nella relazione della Corte dei Conti sul bilancio 2015 della Cassa depositi e prestiti. Ecco lo scarno passaggio sull’operazione di Cdp che si legge nella relazione dei magistrati contabili: “Ciò che è aumentato sono le richieste di aiuto nei confronti della Cdp chiamata ad intervenire, proprio in virtù delle sue disponibilità, in situazioni molto critiche: sblocco dei crediti verso la PA, finanziamento di infrastrutture, salvataggi di imprese in crisi (oggi l’Ilva, in passato Parmalat, Montepaschi e Alitalia) o alla ricerca di capitali (Saipem, Fincantieri)”.

L’ESITO DELL’AUMENTO DI CAPITALE

L’aumento di capitale di Saipem si chiuse a metà febbraio del 2016, in un clima pessimo sottolineò il Fatto Quotidiano: “Le azioni Saipem hanno chiuso la seduta con una flessione di oltre il 12% a 0,318 euro, nuovo minimo assoluto. Un bagno di sangue per tutti gli azionisti, per le banche del consorzio che si sono impegnate a sottoscrivere l’inoptato – ben il 12,2 %- e in particolare per chi – come la Cassa depositi e presiti– ha investito su Saipem solo pochi mesi fa e ora si ritrova in portafoglio un titolo che vale oltre l’80% in meno”.

CHE COSA SI LEGGE NELLA RELAZIONE

L’impatto di Saipem nel bilancio 2016 della Cassa è così descritto nella relazione della Corte dei Conti: “Il risultato della valutazione a patrimonio netto delle società partecipate nei confronti delle quali si ha un’influenza notevole o che sono sottoposte a comune controllo, incluso nella voce “Utili (perdite) delle partecipazioni”, pur se negativo per 652 milioni di euro, mostra una tendenza al miglioramento se confrontato con l’esercizio 2015 (-2.332 milioni di euro). Contribuiscono principalmente alla formazione della voce l’effetto netto della valutazione a equity di ENI (-581 milioni di euro) e di SAIPEM (-264 milioni di euro)”.

LE APPRENSIONI

La vicenda Saipem e i potenziali riflessi della magistratura contabile potrebbero avere un ruolo nelle nomine ai vertici di Cdp? In ambienti della Lega c’è chi non deve di buon occhio l’intesa informale che sarebbe stata abbozzata tra fondazioni bancarie, azioniste della Cassa, con esponenti di vertice del Movimento 5 Stelle. Ed esponenti di spicco dei Pentastellati che studiano gli organigrammi delle maggiori aziende controllate o partecipate dallo Stato, si chiedono se davvero la mossa di Cdp sia stata salutare.