GOVERNO M5S-LEGA, GLI ANALISTI FINANZIARI: A OTTOBRE IN ITALIA SARÀ LA CATASTROFE (INIZIA LA GUERRA)

stopeuro.com 17 maggio 2018

Dall’Europa, quella politica e delle grandi banche, sono già partite intimidazioni e minacce, dopo quanto è filtrato in tema di tasse, pensioni, reddito di cittadinanza e quant’altro del contratto di governo messo a punto da Lega e 5 Stelle. E le minacce potrebbero trasformarsi in guerra a ottobre, quando l’ombrello aperto sui nostri titoli di Stato da Mario Draghi grazie al Quantitative Easing verrà meno.

L’ombrello resterà aperto fino a settembre: fino lì la Banca centrale europea continuerà nel programma di acquisto titoli deciso ormai da qualche anno e che ha contribuito in maniera decisiva a mantenere bassi i tassi d’interesse dei nostri titoli di Stato, consentendo al nostro Paese di pagare nel 2017 interessi sul proprio debito pubblico pari a 65,6 miliardi di euro, ovvero la cifra più bassa in valore assoluto dagli anni Novanta. Ma da ottobre…

Quanto è accaduto nel 2011 non è al momento immaginabile (spread a circa 540), ma il differenziale tra Btp e Bund che si è inerpicato a quota 170 punti è comunque un segnale. Non bastasse, il quotidiano Il Messaggero riporta gli analisti di Mediobanca che definiscono “semplicemente inaccettabile in Europa” la richiesta di cancellazione di una parte del debito pubblico del nostro Paese con l’Europa. Giuseppe Sersale di Anthilia Capital Partners, citato sempre dal quotidiano romano, la definisce una proposta “surreale e irrealizzabile”.

E tra gli operatori, scrive sempre Il Messaggero, si diceva ieri che “se davvero questo è il tono del dibattito, c’è da aspettarsi una fase di rapporti tempestosi con l’Europa”. Uno scenario che fino a settembre il nostro Paese potrà reggere, ma che rappresenta un’incognita quando da ottobre il fronte delle banche guidato dalla Bundesbank spingerà per chiudere i rubinetti. Per Marco Palacino di BNY Mellon “gli investitori danno già per scontato che il debito della periferia europa accuserà il colpo, per cui è lecito attendersi un aumento dello spread tra Btp e Bund nell’ultimo trimestre dell’anno”.

via Libero

L’ultima intervista di Claudio Giacobazzi prima della morte in hotel: «Quei diamanti? Sono sereno»

Enrico Lorenzo Tidona gazzettadireggio.geolocal.it 17 maggio 2018

omo schivo, poi la ribalta con l’indagine sulle pietre. L’ultima dichiarazione poche settimane fa in tv, vicenda che ha squassato la realtà del re dei diamanti fino alla tragica fine nella stanza dell’albergo dove è stato trovato il suo corpo senza vita.

REGGIO EMILIA. Piuttosto schivo per essere un manager di successo, mai sotto i riflettori nonostante avesse in mano le leve di un grande e raro impero dei diamanti prosperato in Italia. Chi lo ha conosciuto da vicino e frequentato tra le vie del paese, parla così di Claudio Giacobazzi, amministratore delegato della Intermarket Diamond Business, meglio conosciuta come Idb spa, quartier generale a Milano ma interessi in mezzo mondo, perché i diamanti sono merce rara

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Di più, secondo Giacobazzi e soci in affari, banche comprese: sono dei beni rifugio, venduti come tali a migliaia di risparmiatori che da un paio d’anni si sono ribellati e chiedono risarcimenti a sei cifre dopo lo “sboom” del prezzo dei diamanti, contestando poi la valutazione e il relativo prezzo al quale li hanno comprati.

Una vicenda complicata finita in un’inchiesta nella quale la pm milanese Grazia Colacicco sta proprio mettendo a fuoco i rapporti tra la società dei diamanti e le banche, già colpiti dalla maxi multa da 15 milioni – il massimo comminabile – che non spegne però le polemiche delle associazioni dei consumatori.

Un quadro ricostruito a tambur battente da giornali e con maggior efficacia ancora dalle trasmissioni televisive, che per cercare i presunti responsabili hanno proiettato già diverse volte il volto di Giacobazzi in tivù. Lui, così come la sua società, hanno sempre rispedito al mittente le accuse di aver gonfiato i prezzi dei diamanti venduti dalle banche, promettendo battaglie legali. «Io dormo sereno, sono preoccupato per voi» è stata l’ultima frase rilasciata al microfono di Andrea Pelazza de Le Iene in chiusura di servizio da parte di Giacobazzi.

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L’inviato della trasmissione di Italia Uno lo ha scovato nella sua casa di Vezzano, dove il manager non ha scansato le domande, rispondendo nel servizio durato in tutto 15 minuti, con testimonianze dei risparmiatori che si sono rivolti alle associazioni di consumatori e avvocati per riavere parte del valore dei diamanti venduti dalla Idb alle banche e da queste ai clienti.

Una vicenda che ha squassato la realtà del geologo laureatosi nel 1980 all’università di Reggio Emilia, nato a Rubiera ma trasferitosi poi con la moglie sulle colline reggiane, passando da responsabile commerciale della Idb ad amministratore delegato fino alla tragica fine nella stanza dell’albergo dove è stato trovato il suo corpo senza vita.

La truffa alla ‘regina dei diamanti’. Indagato noto avvocato

lanazione.it 15 maggio 2018

La Procura di Milano lo accusa di circonvenzione di incapaci

Diamanti

Diamanti

Noto professionista di Camaiore indagatoper la vicenda della ‘regina dei diamanti’. Si è approfittato o si è trattato di patrocinio? La magistratura gli contesta infatti di aver architettato trucchi e strumenti economici e giuridici per circuire Antinea Massetti De Rico della Idb e il marito Richard Edward Hile, multimilionari sottoposti a tutela perché incapaci di badare a se stessi. Dunque dalle colline di Camaiore, dove il professionista ha casa, e dalle spiagge della Versilia, dove la regina e il suo ‘semplice’ e giovane coniuge, bello come il sole, venivano in vacanza, la vicenda è giunta nelle aule milanesi.

Lei, Antinea, nata poverissima, giovane collaboratrice di Michele Sindona, finì in coma per sei anni per una caduta in un bar a Milano, e il suo secondo marito americano con un deficit psichico. La IDB Intermarket Diamond Business messa su e che faceva capo proprio alla donna da prima del 2011, anno dell’incidente, fatturava centinaia di milioni l’anno vendendo diamanti da investimento ai clienti di banche. Le stesse vennero sanzionate dall’Antitrust nel 2017 con oltre dieci milioni di euro di multe. Dopo le ‘amministrazioni di sostegno’ di entrambi, la loro morte avvenuta proprio un anno fa a distanza di qualche mese l’uno dall’altro.

Ma pare che la coppia nel frattempo fosse stata presa di mira da un pool di professionisti tra avvocati, notai, servitori e amministratori: tutti indagatiadesso per essersi approfittati della situazione della coppia di diamante. E per gli interessi ereditari.

Tra loro appunto un legale del foro di Lucca che abita in città: Hile fu anche trasferito dalle cure di un amministratore di sostegno di Milano ad uno di Lucca proprio per avvicinare tutto il cerchio dorato di ricchezze in zona. C’è anche la questione dell’Hile Trust con quote della società Idb per 40 milioni, anch’esso fatto realizzare a scopi poco chiari. Ilaria Mazzei, amministratrice di sostegno, aveva già denunciato tutto quattro anni fa: nomine di amministratori, professionisti di fiducia e così via che, affermando di fare gli interessi della coppia, se ne approfittavano alla grande. Adesso i procuratori milanesi hanno iscritto tutti nel registro degli indagati per associazione a delinquere, falso ed altri reati.
I.P.

Morto il re dei diamanti. La Procura: istigazione al suicidio.

reggioonline.com 17 maggio 2018

Scandalo diamanti: trovato morto in hotel Claudio Giacobazzi

La Procura di Reggio Emilia ha aperto un’inchiesta. Si attende l’autopsia sul corpo di Claudio Giacobazzi. Tutte le inchieste in corso

REGGIO EMILIA – Claudio Giacobazzi aveva 65 anni ed era amministratore delegato della Intermarket Diamond business, società con sede a Milano attiva nella vendita di diamanti. Era uscito dalla sua casa di Vezzano lunedì mattina. Come ogni giorno avrebbe dovuto prendere il treno dell’Alta velocità per raggiungere il suo ufficio di Milano, e invece era scomparso. I famigliari avevano provato a mettersi in contatto con lui, senza successo. Dopo alcune ore di ricerche, i carabinieri di Reggio lo hanno trovato senza vita intorno alle 17 in una camera dell’hotel Remilia. La stanza era in ordine, lui sul letto, di fianco un biglietto in cui non avrebbe scritto il perchè del suo gesto, ma avrebbe piuttosto lasciato alcune indicazioni per la famiglia. Sul decesso sta indagando la procura di Reggio, il sostituto procuratore Giacomo Forte vuole fare piena luce sull’episodio e capire cosa, e magari anche chi, possa aver spinto l’imprenditore a tale gesto.

Giacobazzi risultava coinvolto in due differenti indagini. Nel 2017 l’Antitrust aveva sanzionato con una maxi multa di 17 milioni di euro, nel complesso, la società da lui amministrata (per due milioni), la concorrente Diamond Private Investmente quattro istituti di credito, Unicredit, Intesa Sanpaolo, BPM e Montepaschi, accusati di modalità gravemente ingannevoli e omissive nell’offerta dei diamanti. Le pietre preziose sarebbero state vendute – secondo l’ipotesi di reato – a un prezzo superiore a quello reale. Coinvolte centinaia di famiglie che si erano rivolte alle associazioni dei consumatori per fare causa. A Reggio le richieste di assistenza giunte a Federconsumatori sono arrivate a quota 450, ma – conferma Giovanni Trisolini – aumentano ogni giorno. Claudio Giacobazzi era anche indagato nell’inchiesta sull’eredità contesa di Antinea Massetti De Rico, la titolare di Idb, che fattura duecento milioni l’anno: ‘Giacobazzi era accusato di aver organizzato, con altre nove persone, strumenti giuridici per sfruttare il patrimonio. Le inchieste gli pesano molto sul piano emotivo, perchè lui si diceva innocente’, dicono ora i legali della famiglia, Paola Boccardi e Federico Papa del foro di Milano.

Il caso della vendita di diamanti era stato sollevato da Report e da Milena Gabbanelli. Soltanto poche settimane fa, Le Iene avevano raggiunto l’imprenditore reggiano nella sua casa di Vezzano: al centro del servizio, proprio la denuncia sugli investimenti in diamanti. “Dormo tranquillo”, aveva detto Giacobazzi. La sua salma ora si trova a Coviolo, a disposizione della procura in attesa che venga eseguita l’autopsia”

D’AGUÌ TORNA IN BANCA COI FIGLI.

andreagiacobino.com 17 maggio 2018

Pietro D’Aguì, finanziere torinese già socio e amministratore delegato di Bim, stoppato con una scia di polemiche e sue iniziative giudiziarie da Bankitalia nella cordata che aveva costituito per rilevare da Veneto Banca il suo vecchio istituto di credito poi venduto al fondo Attestor, torna in banca. Lo fa tuttavia indirettamente attraverso la High5, veicolo controllato dai suo figli Claudia, Emilio e Roberto che hanno rilevato il 3,24% di Capital Shuttle (Cs) con un esborso di oltre 2,1 milioni di euro. Cs controlla l’83,3% di Banca Consulia, banca di innovativa consulenza finanziaria indipendente guidata da Antonio Marangi e alla cui presidenza si è recentemente insediato Cesare Castelbarco Albani: l’istituto è la vecchia Banca Ipibi Financial Advisor che Veneto Banca cedette a Marangi e altri in un’operazione di management buy out.

L’ingresso dei D’Aguì è avvenuto sottoscrivendo parte di un aumento di capitale di 5,7 milioni di Cs lanciato a fine 2017, volto a ricapitalizzare per 10 milioni Banca Consulia e chiuso pochi giorni fa. L’operazione ha comportato l’iscrizione a libro soci di un altro soggetto interessante, la Nuova Compagnia Finanziaria (Ncf) che ha rilevato il 4,72% pagandolo 3,1 milioni. Ncf è una newco di cui amministratore unico è Emanuele Bosio, manager di lunga esperienza con importanti cariche passate in aziende di Carlo De Benedetti (da Sogefi a M&C), che ne è azionista col 14,3%. Quote identiche sono detenute anche da Gianfranca Cullati (già socia di Bim), Roberto Rovetta titolare di Italvalv, la Wonder Game dei fratelli cuneesi Alberto e Simone Toppino che hanno ideato il sito vendereaicinesi.it, la Roger del torinese Franco Rosso, la AHolding di Corrado Ariaudo (altro ex top manager dell’Ingegnere e oggi presidente e a.d. del gruppo Cuki) e la Up Capital. Peraltro proprio De Benedetti tramite la sua Romed faceva parte della cordata di D’Aguì per rilevare Bim, di cui era stato azionista in passato.

Primo azionista di Cs è Unione Fiduciaria (13%) e a libro soci in posizioni di rilevo figurano Realta Investments (11,3%) espressione del fondo Magnetar, la Finnordell’imprenditore bresciano Osvaldo Bosetti (10,7%), lo stesso Marangi (9,5%) e Banca Ifigest (8,1%).

VE L’AVEVAMO DETTO: OCCHIO A CLAUDIO BORGHI! – L’ECONOMISTA-DEPUTATO DELLA LEGA AVVERTE CHE IL ‘CAMBIO DELLA GOVERNANCE IN MPS È NATURALE’, E IL TITOLO DELLA BANCA AFFONDA DELL’8%. PADOAN, CHE NELLA BANCA HA MESSO 5 MILIARDI DI EURO PUBBLICI E SI È FATTO ELEGGERE A SIENA: ‘DICHIARAZIONI GRAVI, METTE A REPENTAGLIO L’INVESTIMENTO, I RISPARMI DEGLI ITALIANI E LA FIDUCIA’ – MILANO ALLA FINE CHIUDE POSITIVA

dagospia.com 17 maggio 2018

MATTEO SALVINI CLAUDIO BORGHI 2MATTEO SALVINI CLAUDIO BORGHI 2

 

  1. MPS: PADOAN, GRAVI PAROLE BORGHI, RISPARMI A RISCHIO

 (ANSA) – “Le dichiarazioni dell’on. Borghi, insieme alle indicazioni fornite nella bozza di programma di Lega e M5S, hanno immediatamente creato una crisi di fiducia” sul titolo Mps. Si tratta di “un fatto molto grave che mette a repentaglio l’investimento effettuato con risorse pubbliche. Ho il dovere di ricordare a tutti gli attori politici che la fiducia si costruisce poco per volta, progressivamente, ma basta poco per distruggerla, tirandosi dietro i risparmi degli italiani che a parole si vorrebbero tutelare”. Lo afferma il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, in una nota.

 

“Per tutta la scorsa legislatura – spiega il ministro – diversi governi hanno lavorato a un piano credibile di messa in sicurezza e rilancio di Banca Monte dei Paschi di Siena. Nel 2017 abbiamo avviato un piano sostenibile che ha posto le basi per un rilancio duraturo. I risultati del primo trimestre del 2018 dimostrano che il piano è ben congegnato e che il management lo sta implementando in modo efficace”. Il Tesoro è oggi primo azionista del Monte. Nella bozza di contratto di governo tra Lega e Movimento 5 Stelle è scritto che “lo Stato azionista deve provvedere alla ridefinizione della mission e degli obiettivi dell’istituto di credito in un’ottica di servizio”. Il senatore leghista ha anche parlato di un più che probabile “cambio di governance” ai vertici della banca senese.

CLAUDIO BORGHICLAUDIO BORGHI

 

  1. MPS: BORGHI, CAMBIO GOVERNANCE È QUASI NATURALE

 (ANSA) – Il cambio di governance di Mps “non entra nel contratto” di governo fra Lega e Cinque Stelle, “ma è abbastanza probabile, quasi naturale pensarlo. Ma è inutile mettere nel contratto: “E poi cambiamo l’amministratore delegato”. Lo ha detto il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi. “Una delle cose che avevamo pensato ai tempi della campagna elettorale – ha aggiunto Borghi – riguarda le piccole filiali, che sono un patrimonio per la Toscana. Mi sembrava inutile pensare di chiuderle nel momento in cui non vuoi farci solo profitti”.

 

  1. MPS: IN BORSA CHIUDE IN CALO DELL’8%

 (ANSA) – Giornata pesante per Mps in Piazza Affari: il titolo ha chiuso in calo dell’8,8% a 2,92 euro, anche se dopo la corsa iniziata venerdì sull’annuncio del ritorno all’utile nel primo trimestre, il titolo dell’istituto toscano conserva ancora un guadagno di circa il 6%. Nonostante le tensioni sui titoli di Stato italiani siano limitate, male in genere il settore bancario: Ubi, che come Mps è stata anche sospesa in asta di volatilità, ha perso il 2,7% finale. Debole anche Unicredit, che ha ceduto l’1,8%.

 

 

  1. RECORDATI SPINGE PIAZZA AFFARI IN RIALZO

Ottavia Zanetta per Alliance News

 

Il FTSE Mib termina la penultima seduta settimanale in verde, riuscendo ad invertire la rotta dopo la chiusura in negativo di giovedì. Tuttavia la seduta di giovedì è stata caratterizzata dalla debolezza degli scambi e il principale indice meneghino è passato in negativo in vari momenti della giornata.

MONTE DEI PASCHIMONTE DEI PASCHI

 

Sul mercato italiano continuano a pesare la situazione di incertezza politica e la bozza del contratto tra Lega e Movimento Cinque Stelle per la creazione di un governo, in cui manca ancora il nome di un possible candidato premier.

 

Tornando a Milano, il FTSE Mib ha terminato in verde dello 0,3% a 23.801,99, dopo aver chiuso la seduta precedente sotto del 2,3%.

 

L’Indice delle Mid Cap guadagna lo 0,3% a 42.695,13, dopo aver chiuso ieri in calo del 2,2%. Lo Small Cap invece perde lo 0,6% a 23.055,55, avendo terminato in calo dell’1,8%. Infine, l’AIM raccoglie lo 0,2% a 9.361,60 dopo l’ultimo guadagno dello 0,1%.

 

Sul fronte societario, in vetta al listino si trova Recordati, in verde del 7,9%, che ha trainato il principale indice per gran parte della seduta, dopo che Reuters ha dato la notizia che il produttore farmaceutico sarebbe finito nel mirino del fondo CVC Capital Partners con il quale avrebbe già avviato dei contatti.

 

Secondo l’agenzia di stampa, il fondo avrebbe valutato la casa farmaceutica italiana EUR8,00 miliardi – o USD9,40 miliardi – ma le trattative si sarebbero al momento arenate data l’incertezza politica in Italia, dove, a due mesi e mezzo dalle elezioni, non c’è ancora un governo.

MONTE DEI PASCHIMONTE DEI PASCHI

 

Anche Moncler chiude in verde del 2,0%, dopo che Goldman ha alzato il target price della società a EUR42,00 da EUR37,00 con rating ‘Buy’.

 

In territorio positivo anche Tenaris, in rialzo del 2,5% e Salvatore Ferragamo, già fra i migliori performer alla chiusura di ieri, su dell’1,6%.

 

Bene anche per Pirelli, in verde dell’1,6%, dopo le trimestrali positive di martedì che hanno messo in luce un utile netto delle attività in funzionamento in aumento dell’86,7% a EUR92,4 milioni rispetto ai EUR49,5 milioni nel primo trimestre 2017. I ricavi sono stati pari a EUR1,31 miliardi, con una crescita organica del 5,7% rispetto al primo trimestre 2017, grazie al positivo andamento del segmento High Value.

 

Il titolo beneficia anche dell’aumento del target price a EUR7,40 da EUR6,70 con rating ‘Hold’ da parte di Deutsche Bank.

 

In fondo al listino si posiziona invece il comparto bancario, che estende le perdite già registrate nella seduta precedente, con Banco BPM che guadagna il titolo di peggior performer, in calo dell’1,4%, seguita da Intesa Sanpaolo, in rosso dell’1,2% e Banca Mediolanum che cede l’1,0%.

 

Peggior performer è però Mediaset, in rosso delll’1,5%. In giornata CFRA ha tagliato il target price a EUR3,40 da EUR3,50 con rating ‘Hold’, all’indomani del rilascio delle trimestrali, che hanno evidenziato un calo dell’utile a EUR3,5 milioni contro quello di EUR15,8 milioni conseguito nello stesso periodo del 2017.

RENZI MPSRENZI MPS

 

Male anche per Brembo, in calo dello 0,7%.

 

Sul fronte delle notizie economiche, l’Istat ha reso noto in mattinata che in Italia nel mese di marzo sono aumentate sia le importazioni sia le esportazioni su base congiunturale. Si stima che il surplus commerciale diminuisca da EUR5,31 miliardi di marzo 2017 a EUR4,53 miliardi di marzo 2018. Nei primi tre mesi dell’anno, il surplus commerciale raggiunge EUR7,54 miliardi.

 

I dati resi noti in mattinata dall’Eurostat hanno mostrato che la produzione nelle costruzioni dell’area dell’euro è diminuita dello 0,3% a marzo contro il calo dello 0,7% registrato nel mese precedente su base congiunturale. Su base annua, invece, nell’Eurozona l’indice della produzione nelle costruzioni registra una crescita dello 0,8% che si confronta con l’aumento dello 0,2% registrato nel mese precedente su base tendenziale.

 

Passando alle altre piazze europee, i principali indici hanno chiuso in positivo. Il DAX 30 ha raccolto lo 0,8%, così come il CAC 40 di Parigi, in rialzo dello 0,8%.

 

A Londra, Il FTSE 100 ha chiuso in verde dello 0,7%. Fra i migliori performer si segnala Experian, che guadagna il 5,6%.

 

I ricavi della società sono aumentati dell’8,0% a USD4,66 miliardi per l’anno al 31 marzo da USD3,44 miliardi dello scorso anno, anche se l’utile al netto delle imposte è sceso a USD994,0 milioni da USD1,77 miliardi dello scorso anno. La società ha aumentato il suo dividendo complessivo dell’8,0% a 44,75 centesimi.

 

A Wall Street, a metà seduta, i maggiori indici sono in rialzo. Il Dow è in verde dello 0,1%, il Nasdaq è in rialzo dello 0,2% e l’S&P 500 guadagna lo 0,2%.

 

Nel mercato delle valute, alla chiusura delle Borse europee, l’euro scambia a USD1,1797 rispetto a USD1,1790 registrato alla chiusura della seduta di mercoledì. La sterlina, invece, vale USD1,3516 contro USD1,3482 di mercoledì sera.

 

Nelle mercato delle materie prime, il brent ha un valore di USD80,19 al barile, in rialzo rispetto a USD78,08 di mercoledì sera mentre un’oncia d’oro ha un valore di USD1.288,00 rispetto a USD1.288,30 del giorno prima.

 

Nel calendario economico di venerdì, dalla Germania alle 0800 CET è previsto l’indice dei prezzi di produzione e all’ingrosso mensile e annuale. Dall’Eurozona alle 1000 CET arriveranno le partite correnti e il conto corrente non destagionalizzato, seguiti alle 1100 CET dalla bilancia commerciale. Sempre in mattinata, alle 1000 CET, si attende dall’Italia la produzione nelle costruzioni e costi di costruzione.

 

Nel pomeriggio dagli Stati Uniti arriverannno alle 1900 CET gli impianti di trivellazione Baker Hughes.

 

Nel calendario societario di venerdì non è previsto il rilascio di risultati.

Il crac del Veneto dietro le banche

di FILIPPOMARIA PONTANI   eddyburg.it 18 luglio 2017

«Amministratori, accademici, poteri forti locali: il disastro di Veneto Banca e Pop Vicenza è stato un fallimento politico e culturale di chi avrebbe dovuto accorgersi e obiettare, ma non l’ha fatto». il Fatto Quotidiano, 16 luglio 2017 (p.d.)

Nel Veneto bianco il territorio è sacro. Non quello vero, violentato in ogni modo dai capannoni, dalle concerie e dal progresso scorsoio di cui parlava il poeta Andrea Zanzotto: è sacra la retorica del territorio. Le “realtà produttive del territorio”, garantite e supportate in primo luogo dagli istituti di credito locali, piccoli, belli e sicuri. Volano della “nostra” economia. È ormai acclarato che alcune di queste banche ammannivano al territorio (e ai loro strapagati CdA) denari e utili che non avevano; e da molti mesi ormai, accanto a chi ha perso tanto o tutto, si vedono legioni di piccoli risparmiatori non sinistrati che corrono ad aprire negli istituti superstiti – fiducia o non fiducia – conti correnti di piccolo taglio, sotto i 100mila euro, quelli che dovrebbero essere al riparo da ogni sorpresa. Ma il fallimento del modello veneto non è stato solo bancario (propiziato, quello, dai mancati o tardivi controllidi Consob e Bankitalia): è stato in primo luogo un fallimento politico e culturale di chi avrebbe dovuto accorgersi, o almeno obiettare, e non l’ha fatto.

Montebelluna è un borgo piccolo, a lungo governato da un politico di rilievo nazionale, Laura Puppato: nel 2008, come sindaco, la “pasionaria” antirenziana – persona di sicura integrità, sia ben chiaro – conferì la cittadinanza onoraria al “coraggioso ed esperto timoniere” Vincenzo Consoli, per 16 anni grande capo e stratega di Veneto Banca, dunque vero artefice del castello di carta sfaldatosi pochi anni dopo sotto i colpi delle ispezioni della Banca d’Italia e poi del decreto Renzi che obbligava alla trasformazione delle banche popolari in SpA. L’inchiesta romana che ha portato in cella lo stesso Consoli nell’agosto 2016 ipotizza vari reati, ma è un fatto indiscutibile che l’istituto è finito al disastro, ed è un fatto che a livello politico né il Pd né la Lega (ancora nel 2014, il governatore Luca Zaia difese platealmente Consoli e il vecchio management dal primo intervento di Bankitalia) hanno mai seriamente combattuto o messo in dubbio un sistema, un’idea di sviluppo bancario “territoriale” che ha portato alla catastrofe odierna. E gli intellettuali delle università hanno – nella migliore delle ipotesi – guardato altrove: Francesco Favotto, ordinario a Padova, sedeva direttamente nel CdA (e ha avuto per questo le sue grane); Loris Tosi, ordinario a Venezia, è uno dei Grandi soci della banca; nel 2011 Vincenzo Consoli fu l’ospite d’onore nella cerimonia di consegna dei diplomi ai neolaureati di Ca’Foscari, la cui Fondazione ha il suo conto proprio presso Veneto Banca, che nel 2015 finanziava con 1.250 euro una lezione veneziana di Vittorino Andreoli, dopo avere sponsorizzato nel 2013 un ominoso concorso “Ambizioni per un mondo migliore”. Il Veneto è piccolo, la rete è tutta una. Sarebbe facile seguire, tramite una fitta serie di holding e di partecipate, i fili che menano da Veneto Banca ad alcuni maggiorenti veneziani, anzitutto quelli implicati nello scandalo del Mose (nella banca avevano grandi interessi l’ex governatore Giancarlo Galan e il manager Roberto Meneguzzo, creatore della Palladio Finanziaria), ma anche i più modesti proprietari di una società come EstCapital, che propiziò tra l’altro la devastazione di una parte del Lido in nome del nuovo Palacinema.

Ma torniamo in terraferma, 50 chilometri più in là: a Vicenza, gli ultimi vent’anni della Banca Popolare hanno un nome solo, quello del presidente Gianni Zonin: riverito dalla politica e dalla città, senza eccezioni (nemmeno il Pd di Alessandra Moretti, già vicesindaco), trattato coi guanti bianchi financo dopo la caduta (a lui, benché accusato dei medesimi reati di Consoli aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza – è stato fin qui risparmiato ogni provvedimento cautelare), l’ex presidente avrebbe goduto, secondo il suo predecessore Giancarlo Ferretto, di appoggi importanti dal Quirinale al Vaticano. Per le università, anche qui, briciole: oltre a un’altra passerella per educare i neolaureati veneziani nel 2012 (stavolta del vicedirettore Emanuele Giustini, oggi indagato), spiccano il Master honoris causa in banche e finanza ammannito a Zonin nel 2005 dalla “Fondazione consorzio universitario di organizzazione aziendale” (con dentro tutti gli atenei del Nordest: ne parla Sergio Rizzo ne La repubblica dei brocchi), e un convegno organizzato da BpVI a Verona nel 2009 su “Evoluzione dei controlli di vigilanza e implicazioni gestionali per le banche”. Colpisce che rimanga beatamente impunito il responsabile primo (al di là dei risvolti penali) di una strategia imprenditoriale che, secondo ogni evidenza, ha puntato a gonfiare l’ego e le azioni dei vicentini tramite un vasto sistema clientelare, anziché ad avviare una più lungimirante fusione virtuosa con altre banche sane del territorio. Chi voglia seguire i dettagli dei molti procedimenti in cui Zonin è stato coinvolto e singolarmente prosciolto negli anni (sul Fatto si è parlato del tristo destino dell’inflessibile giudice Cecilia Carreri), o più in generale farsi un’idea delle reti di potere sviluppate negli anni dalle due banche venete, può leggere gli articoli impeccabili sul sito Lettera43.it.

Nel marzo scorso, l’azione di responsabilità finalmente intentata contro Zonin e la precedente gestione della Popolare di Vicenza ha molto irritato uno degli ex-componenti del CdA di tale banca (dal 2007 al 2012), Paolo Bedoni. Al netto del suo passato (è stato anche presidente nazionale di Coldiretti dal ‘97 al 2006), Bedoni è un uomo molto importante, dal 2006 presiede la veronese Cattolica Assicurazioni, uno dei più grandi gruppi italiani (lo Ior è tra i maggiori azionisti), che tra l’altro assicura buona parte delle parrocchie italiane. Assai restio a trasformare la Cattolica in una SpA (ma pronto a investire decine di milioni in un controverso progetto universitario con l’incubatore H-Farm e l’università Ca’Foscari), secondo alcuni Bedoni potrebbe risentire della recente caduta dell’ex sindaco Flavio Tosi, il quale nel 2011, all’apice del suo potere, aveva “scalato” il gruppo coi suoi uomini. La questione però non è tanto né solo veronese, ma nazionale, e tocca i più delicati equilibri della finanza cattolica, che ha in Veneto uno dei suoi fulcri. Il 16 giugno, nel silenzio della stampa nazionale, sono finiti in cella per ordine della procura di Venezia (tanto per cambiare, un filone del Mose) il direttore amministrativo di Cattolica Giuseppe Milone e l’ex dirigente Albino Zatachetto,insieme ad altre14 persone: tutti accusati di un episodio (che secondo gli inquirenti sarebbe solo “la punta di un iceberg”) di corruzione alla Guardia di Finanza, volta ad ottenere, in cambio di rolex, assunzioni e favori, uno “sconto” di 6 milioni di euro su una multa fiscale, e – così si legge nelle intercettazioni pubblicate sul sito del Fatto – a “tener fuori il presidente dal penale”. Sebbene Bedoni non sia indagato, e sebbene il CdA di Cattolica abbia immediatamente sospeso gli amministratori coinvolti, c’è da chiedersi cosa possa pensare papa Francesco, che tanto tuona contro la corruzione, di sospetti così pesanti che gravano su un gruppo assicurativo centrale per le finanze della Chiesa.

Cassamarca, M5S Treviso: «azzerare cda»

Vvox.it 15 maggio 2018

Il Movimento 5 Stelle chiede un cambio della guardia in Fondazione Cassamarca dopo la notizia del rosso in bilancio da 53 milioni. «Riteniamo che Fondazione Cassamarca sia un ente importante per la città, ma prima che sia troppo tardi, deve attuare un percorso dicambio totale del Consiglio di Amministrazione, basato sul merito e su nomine svincolate dalle logiche politiche clientelari che stanno portando alla crisi e al suo fallimento».

L’ente guidato da Dino De Poli (in foto), sostiene il candidato consigliere Luigi Capoani in un post sulla pagina Facebook M5S Treviso, «ha bruciato un miliardo di patrimonio dei trevigiani, peggiorando di anno in anno i suoi conti a causa di scelte finanziere rischiose di esagerati compensi e di alcuni investimenti immobiliari sbagliati (…) da anni seguiamo con preoccupazione le vicende della Fondazione chiedendo un’inversione di marcia e il riconoscimento al Ministero dell’Economia e delle Finanze la facoltà di esercitare un’azione di responsabilità nei confronti degli organi di amministrazione».

https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FMovimento5StelleTreviso%2Fposts%2F2175787409103824&width=500

Mps, Borghi : in contratto M5s-Lega Stato non esce da capitale, stop chiusura filiali

redazione Reuters Reuters.com 17 maggio 2018

FIRENZE (Reuters) – Il contratto tra M5s e Lega per il nuovo governo prevede che lo Stato non esca dal capitale della Banca Mps e che si blocchi la chiusura delle filiali prevista dal piano per garantire il servizio ai cittadini.

Lo ha detto a Reuters l’economista della Lega Claudio Borghi, che ha partecipato alla stesura del documento, ormai ai dettagli finali.

“Lo Stato non esce dal Monte dei Paschi, come promesso dal sottoscritto in campagna elettorale, e ne verranno ridefiniti i compiti”, ha detto Borghi spiegando il significato di quanto scritto nel testo del contratto.

Su queste parole il titolo della banca senese è andato in asta di volatilità ampliando le perdite attorno al 9,45%.

Una bozza del documento, vista da Reuters, dice a questo proposito che “con riferimento alla banca Monte dei Paschi, lo Stato azionista deve provvedere alla ridefinizione della mission e degli obiettivi dell’istituto di credito in un’ottica di servizio”.

“Ottica di sevizio significa tutte le sedi nelle valli che erano molto utili per l’economia della popolazione toscana, che in un ottica di puro e crudo profitto è stato detto le chiudiamo, verranno tenute per far sì che la banca faccia un servizio ai cittadini”, ha chiarito Borghi.

L’esponente leghista, che in campagna elettorale ha sfidato Pier Carlo Padoan a Siena, ha anche detto di ritenere “molto probabile”, che il nuovo governo indichi un nuovo amministratore delegato al posto di Marco Morelli.

“Come con tutte le partecipazioni, abbiamo intenzione di procedere a un discreto spoil system”, ha detto.

La finanza speculativa è inaccettabile

ANDREA ACALI interris.it 17 maggio 2018

La denuncia del documento sull’etica in economia: “Con la crisi si è persa un’opportunità”

La borsa di New York

La borsa di New York
“N

on è legittimo, dal punto di vista etico, esporre a indebito rischio il credito derivante dalla società civile utilizzandolo per scopi prevalentemente speculativi. Un fenomeno inaccettabile sotto il profilo etico, non è il semplice guadagno ma l’avvalersi di un’asimmetria a proprio vantaggio per generare notevoli profitti a danno di altri; è lucrare sfruttando la propria posizione dominante con ingiusto svantaggio altrui o arricchirsi generando nocumento o turbative al benessere collettivo”. Lo denuncia il documento “Oeconomicae et pecuniariae quaestiones” della Congregazione per la Dottrina della Fede e del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Non solo: la politica appare sempre più impotente di fronte ai grandi agenti economici:  “E’ sempre più facile scorgere come, di fronte al crescente e pervasivo potere di importanti agenti e grandi networks economico-finanziari, coloro che sarebbero deputati all’esercizio del potere politico, spesso disorientati e resi impotenti dalla sovranazionalità di quegli agenti e dalla volatilità dei capitali da questi gestiti, faticano nel rispondere alla loro originaria vocazione di servitori del bene comune, e accade anche che si trasformino in soggetti ancillari di interessi estranei a quel bene”.

Centri di potere

“Tutto ciò – denuncia il documento – rende quanto mai urgente una rinnovata alleanza, fra agenti economici e politici, nella promozione di ciò che serve al compiuto sviluppo di ciascuna persona umana e della società tutta, coniugando nel contempo le esigenze della solidarietà con quelle della sussidiarietà”. “Ogni attività economica non può sostenersi alla lunga se non è vissuta in un clima di sana libertà d’iniziativa. Oggi è altresì evidente che la libertà di cui godono gli attori economici, se intesa in modo assoluto e distolta dal suo intrinseco riferimento alla verità e al bene, tende però a generare centri di supremazia e a inclinare verso forme di oligarchia che alla fine nuocciono alla stessa efficienza del sistema economico”.

Occasione persa

“La recente crisi finanziaria – si legge ancora nel documento – poteva essere l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria, neutralizzandone gli aspetti predatori e speculativi e valorizzandone il servizio all’economia reale. Sebbene siano stati intrapresi molti sforzi positivi, a vari livelli, che vanno riconosciuti e apprezzati, non c’è stata però una reazione che abbia portato a ripensare quei criteri obsoleti che continuano a governare il mondo“. E ancora: “Pare talvolta ritornare in auge un egoismo miope e limitato al corto termine che, prescindendo dal bene comune, esclude dai suoi orizzonti la preoccupazione non solo di creare ma anche di diffondere ricchezza e di eliminare le disuguaglianze, oggi così pronunciate”.

Il credito non è usura

La funzione sociale del credito “è insostituibile” ma “applicare tassi d’interesse eccessivamente elevati, di fatto non sostenibili dai soggetti prenditori di fondi, rappresenta un’operazione non solo illegittima sotto il profilo etico ma anche disfunzionale alla sanità del sistema economico. Da sempre, simili pratiche, nonché comportamenti di fatto usurari, sono stati avvertiti dalla coscienza umana come iniqui e dal sistema economico come avversi al suo buon funzionamento”, denuncia il documento che sottolinea però come sia “assai positive” e “da favorire”, “realtà quali il credito cooperativo, il microcredito, così come il credito pubblico a servizio delle famiglie, delle imprese, delle comunità locali e il credito di aiuto ai Paesi in via di sviluppo”.

Monsignor Ladaria

“Lo scopo di queste ‘Considerazioni’ – ha detto il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, mons. Ladaria Ferrer, durante la presentazione – è affermare con chiarezza che, all’origine del diffondersi di pratiche finanziarie disoneste e predatorie, vi sono anzitutto una miopia antropologica ed una progressiva crisi dell’umano che ne sono conseguite. L’uomo, oggi, non sapendo più chi è, e cosa ci sta a fare al mondo, non sa più nemmeno come agire bene, finendo per rimanere in balìa delle sue convenienze del momento e degli interessi che dominano il mercato. L’utile del più forte ha preso sopravvento sul bene autentico ed è divenuto il vero fattore dominante i rapporti economico-sociali. In tal modo, il bene comune è sparito in molti ambienti dall’orizzonte del vivere, si è accresciuta la conflittualità delle relazioni e le disuguaglianze sono divenute più pronunciate. I soggetti economici più forti sono divenuti Superstars che si accaparrano ingenti quantità di risorse, che sono sempre meno distribuite e sempre più concentrate nelle mani di pochi. È incredibile anche solo il pensare che dieci persone possano detenere quasi la metà della ricchezza mondiale: oggi questo fatto è ormai una realtà!”. “Una certezza – ha concluso l’arcivescovo – soggiace al testo delle Considerazioni: ‘il mercato, per funzionare bene, ha bisogno di presupposti antropologici ed etici che da solo non è in grado di darsi né di produrre’. Una solida visione antropologica, con le sue implicazioni etiche, non solo è necessaria ad una vita degna per l’uomo, ma aiuta anche l’efficienza dei mercati”.

VAFFANBANKA! – A FINE 2018 I 10 BIG DEL CREDITO METTERANNO INSIEME 10 MILIARDI DI EURO DI UTILI – I SINDACATI FANNO LE PULCI ALLE BANCHE ITALIANE E SQUADERNANO I NUMERI SEGRETI DEGLI ANALISTI: ECCOLI! – RECORD RAGGIUNTO GRAZIE ALL’INCREMENTO DEI PRESTITI E ALL’AUMENTO DELLE COMMISSIONI E SOPRATUTTO ALLE CURE DA CAVALLO SUGLI STIPENDI DEL PERSONALE

dagospia.com 17 maggio 2018

SILEONI FABISILEONI FABI

(AGI) – I risultati di bilancio delle banche italiane hanno dimostrato come nei primi tre mesi dell’anno il settore si sia avviato a una “fortissima ripresa”, grazie soprattutto al grande calo sia dello stock sia delle rettifiche sui crediti deteriorati oltre a un aumento dei prestiti ai privati, all’incremento dei ricavi da commissione e a una riduzione dei costi. Se il trend proseguira’ nel corso dei prossimi trimestri, e’ prevedibile che i primi dieci gruppi realizzino i migliori utili post crisi.

UNICREDITUNICREDIT

E’ la previsione della Fabi, peraltro avvalorata dal consenso degli analisti finanziari, secondo cui nel corso del 2018 le prime 10 banche italiane potrebbero realizzare un monte utili di circa 10 miliardi di euro. “Un risultato storico dopo gli anni della grande crisi”, si legge in una nota.

logo intesa san paoloLOGO INTESA SAN PAOLO

“Con gli utili che ripartono e con una fase positiva del settore, basta piagnistei – ha sottolineato il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni. – chiediamo, se ci saranno dividendi importanti per gli azionisti, che ci siano anche aumenti importanti nelle retribuzioni dei lavoratori. Il taglio del costo del lavoro e’ stato centrale finora ma oggi e’ superato con la sterzata a livello di gestione”, aggiunge Sileoni, secondo cui “e’ positivo il ritorno ai profitti delle banche in un settore che non ha risolto tutti i suoi problemi, ma sta sicuramente andando nella giusta direzione”.

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Il risveglio degli utili, secondo le valutazioni della Fabi, deriva da piu’ fattori. Innanzitutto i prestiti a imprese e famiglie a marzo del 2018 sono in crescita del 2,1% su base annua, trainati dai mutui e da una ripresa del credito anche alle imprese. Piu’ volumi vorra’ dire piu’ margine d’interesse. E poi: i ricavi da commissione sono aumentati molto e continueranno a farlo per l’intero 2018. Sul fronte patrimoniale si registra una discesa molto forte delle sofferenze nette che da dicembre 2016 sono calate da 87 miliardi ai 54 miliardi marzo 2018 (-37%).

Secondo Banca d’Italia i flussi di nuovi prestiti deteriorati sono tornati ai livelli precedenti la crisi, i tassi di copertura dei crediti malati sono ormai al 66% per le sofferenze e in media al 52% per l’intero universo dei deteriorati. E i requisiti di capitale sono nettamente migliorati con un Cet1 medio al 12,7%. Secondo i dati della Commissione Europea, tra giugno 2016 e giugno 2017 la riduzione dei crediti deteriorati e’ risultata tra le piu’ elevate (-24,6%).La riduzione dei costi, ambito nel quale le banche italiane mostrano un’efficienza che le rende tra le piu’ virtuose in Europa.

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Nel vecchio continente, tra i gruppi piu’ significativi, il cost/income (uno dei principali indicatori dell’efficienza gestionale della banca: minore e’ il valore espresso di tale indicatore, maggiore e’ l’efficienza della banca e quindi la redditivita’) e’ in media al 65,7%; l’Italia e’ sotto questo livello con il 65%; meno efficienti risultano paesi come la Germania (86%), la Francia (70%), la Svizzera (80%); solo le banche inglesi fanno meglio delle Italiane con un rapporto al 61% (i dati si riferiscono al 2017 e al 2018).

“Il tema dei costi quindi non e’ solo un problema italiano come si crede e come i luoghi comuni lo dipingono. Al contrario, le banche italiane hanno dimostrato un’efficienza sulla struttura dei costi tra le migliori in Europa. Quando si parla di troppi sportelli e troppi bancari si compie un clamoroso errore storico. Quei rapporti tra costi e ricavi visti in chiave europea dicono che l’Italia non e’ la Cenerentola. Al contrario siamo su livelli virtuosi”, ha concluso Sileoni.

Colafrancesco ha comunicato ufficialmente alla rete l’uscita dal gruppo Fideuram

 citywire.it 17 maggio 2018

Colafrancesco ha comunicato ufficialmente alla rete l'uscita dal gruppo Fideuram

I private banker, i cf e i dipendenti del gruppo Fideuram lo sapranno già. Lo hanno letto nella propria posta elettronica.

Matteo Colafrancesco, attuale presidente di Sanpaolo Invest e Fideuram Vita, ha indirizzato loro questa mattina un’email, salutando ufficialmente le banche-reti Fideuram.

Come annunciato da Citywire in anteprima, il top manager andrà a ricoprire l’incarico di ceo della torinese Banca Intermobiliare (Bim).

Sembrerebbero non ancora formalizzate – ma potrebbe essere questione di ore – le conseguenti dimissioni da parte del manager.

Tra i principali nuovi compiti di Colafrancesco appare scontata una puntuale attività di reclutamento di profili di private banker dai grandi portafogli in linea con il posizionamento della ex banca private del gruppo Veneto Banca. Le indiscrezioni dicono che il manager attingerà anche dalla rete Sanpaolo Invest, di cui è al momento presidente.

Zonin accelera l’aumento di capitale, Corveneto: già conferiti beni per 107 milioni

Di Rassegna Stampa vicenzapiu.com 17 maggio 2018

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Casa vinicola Zonin accelera sull’aumento di capitale. L’operazione è già approdata alla fase di short list, la definizione dell’elenco ristretto di offerte, e la spa di Gambellara ha «al vaglio una serie di proposte per l’ingresso di un investitore». Dopo le indiscrezioni della scorsa settimana, la società vinicola ha confermato ieri con una nota l’operazione di rafforzamento di capitale, che a questo punto è data in chiusura nel giro di qualche settimana, e comunque prima dell’estate, in parallelo alla chiusura del bilancio 2017, che – è stato anticipato ieri – si chiuderà con ricavi consolidati della produzione che supereranno per la prima volta i 200 milioni, salendo a 201, +4,2% rispetto ai 193 del 2016, quando il bilancio si era chiuso con un utile consolidato netto di 5,4 milioni.

Un modo per puntualizzare alcuni aspetti dell’operazione, «in corso», affidata a Mediobanca. Per esempio che sarà tutta in aumento di capitale, senza cioé che i soci della Vinicola estraggano risorse vendendo azioni: «L’operazione non prevede alcuna cessione di quote societarie da parte della famiglia Zonin»,specificano da Gambellara. E si tratterà di un aumento di capitale riservato, nella società passata nelle mani dei tre figli dell’ex presidente di Bpvi, Gianni Zonin, – Domenico, Francesco e Michele, affiancati dall’amministratore delegato Massimo Tuzzi – per una quota comunque di minoranza, «per supportare l’importante piano di crescita e sviluppo internazionale del gruppo». Un modo per dire che il rafforzamento patrimoniale è fatto per espandersi all’estero, a partire dal progetto che punta a produrre in Cile 6oo mila bottiglie di vino nell’arco di tre anni, e magari, a dar retta alle indiscrezioni, aggiungendo altro, come potrebbe essere una tenuta in California, che si affiancherebbe a quella in Virginia, storico primo investimento all’estero di Zonin. Espansione all’estero, da cui viene l’85% dei ricavi, dunque alla radice dell’operazione, e non la necessità di rimettere sotto controllo l’indebitamento rispetto a fatturato e guadagni, come sosteneva un articolo del sito Business Insider, nella nuova fase di concentrazione bancaria, in cui la gamba Bpvi è venuta meno.
Altre conferme non arrivano sull’operazione in corso. Come la dimensione di un aumento di capitale fissato dai rumors tra i 50 e i 70 milioni, per una società il cui valore sarebbe fissato a 300 milioni. Come i nomi dei fondi a cui il piano sarebbe stato sottoposto, che andrebbero, secondo le indiscrezioni, dai fondi americani a quello francese specializzato nell’agroalimentare Unigrains, all’italiano Idea Taste of Italy, fino alla 21 Investimenti guidata da Alessandro Benetton (che tra l’altro gestiva il fondo Giada, in cui Popolare di Vicenza deteneva il 56% delle quote), che ha il dossier sul tavolo, pur se non è mancato chi ha fatto notare come la taglia dell’operazione non sia quella tipica delle Pmi in cui interviene 21 Investimenti, che opera oltretutto con operazioni in cui prende la maggioranza delle società.
Se la chiusura dell’operazione è tutta da vedere, è certo invece che era stata preparata per tempo. A partire dal riordino societario, che a dicembre aveva semplificato la galassia Zonin, concentrando nella Casa Vinicola spai beni e le attività delle nove tenute italiane, già concentrate nella Azionaria conduzione terreni agricoli. Operazione conclusa davanti al notaio il 27 dicembre con l’atto di scissione che formalizzava il progetto approvato dalle assemblee delle due società. Ovvero di conferire alla Vinicola terreni e fabbricati delle tenute italiane, valutati 194 milioni, ma anche partecipazioni per 2,6 milioni di euro (tra cui 5.406 azioni Cattolica e il 28% del capitale della tenuta americana Barboursville Winery), crediti verso clienti e debiti con le banche per 36 milioni, e tutti i marchi di proprietà della Acta spa, con i vari mercati di registrazione. Un’operazione che trasferisce un patrimonio netto di 107 milioni di euro, buono per semplificare la struttura societaria e concentrare il valore nella Spa che deve aprirsi agli investitori.
di Federico Nicoletti dal Corriere del Veneto

Quali banche italiane rischiano di più in borsa con il rialzo dei rendimenti BTp

di Giuseppe Timpone, investireoggi.com 17 maggio 2018

Lo spread si allarga e con la risalita drastica dei rendimenti dei BTp è bufera sulle azioni bancarie. Ecco come il capitale in borsa di alcune tra le principali banche italiane verrebbe intaccato dalla crisi dei bond.

Lo spread si allarga e con la risalita drastica dei rendimenti dei BTp è bufera sulle azioni bancarie. Ecco come il capitale in borsa di alcune tra le principali banche italiane verrebbe intaccato dalla crisi dei bond.

Si è aperto indubbiamente un caso Italia sui mercati finanziari. Tra ieri e oggi, lo spread BTp-Bund a 10 anni si è allargato di 25 punti base, arrivando in area 155 bp, avendo puntato nel corso della seduta odierna anche verso i 160. Nel frattempo, si ampliano le distanze anche con i Bonos emessi dalla Spagna, che rendono sulla scadenza decennale circa lo 0,75% in meno. Il rialzo dei rendimenti è stato visibile: i BTp a 10 anni offrono adesso il 2,17%, quando al termine della settimana scorsa non arrivavano ancora all’1,89%. Effetto diretto delle preoccupazioni per alcune proposte a dir poco balzane emerse dalla bozza preliminare di accordo tra Lega e Movimento 5 Stelle per formare il prossimo governo, seppure sostituita ieri da un’altra più moderata e che non contempla né l’uscita dall’euro, né la richiesta di cancellazione del debito in mano alla BCE. Il danno, tuttavia, sembra fatto.

Come l’Europa colpirebbe a morte i nostri BTp

E così, notiamo perdite sul mercato dei bond sovrani crescenti all’aumentare della durata residua dei titoli. Se i biennali nell’ultimo mese arretrano di prezzo di meno dell’1%, i quinquennali si attestano su livelli doppi, mentre i decennali segnano nel frattempo -3,5%. I BTp 2038, invece, si sono deprezzati del 5,7% e i titoli più longevi, quelli emessi nell’ottobre 2016 per la prima volta con durata superiore a 50 anni e scadenza 2067, segnano un bilancio ancora più pesante: -8,5%.

E’ naturale che le perdite colpiscano perlopiù le scadenze medio-lunghe, in quanto sono quelle maggiormente vendute con la percezione di maggiori rischi di credito e/o con la reflazione in corso. Se fino a qualche settimana fa trovavamo normale accontentarci di un rendimento a 10 anni nell’ordine dell’1,7-1,8%, le cose non stanno più così e anche al netto delle tensioni specifiche sull’Italia. I Treasury emessi dal Tesoro americano rendono sulla medesima scadenza poco più del 3% ormai e con le variazioni del cambio euro-dollaro favorevoli alla divisa USA, i flussi dei capitali si stanno dirigendo Oltreoceano. Persino i Bund, infatti, stanno rendendo di più.

Il contraccolpo sulle banche italiane

Per le banche italiane, sono brutte notizie. Nei loro bilanci si troverebbero ancora circa 330-340 miliardi di titoli di stato tricolori, che perdendo valore incrementano il rischio di dovere registrare minusvalenze nel caso di vendita anticipata. Non a caso, se ieri Piazza Affari chiudeva mediamente con un calo del 2,4%, il comparto bancario accusava perdite ben superiori del 50%, ovvero pari al 3,7%. Il tonfo tenderà a colpire maggiormente le azioni delle banche con la duration più lunga. Negli ultimi anni, abbiamo scoperto che MPS, ad esempio, fosse esposta verso il nostro debito sovrano per scadenze medie superiori ai 9 anni, anche se negli ultimi tempi l’istituto senese ha ridotto di circa un quarto i BTp in pancia, tagliandoli a 17 miliardi. Non poco per un istituto che in borsa vale appena 3,7 miliardi. In pratica, per un deprezzamento medio dei BTp dell’1%, le perdite virtuali ammonterebbero a 170 milioni, pari al 4,5% del suo valore di capitalizzazione in borsa.

Banche in fuga dai BTp, ecco cosa sta accadendo

Unicredit, invece, di BTp ne deterrebbe sui 53 miliardi di euro, più dei 37 di valore borsistico. Per ogni -1% medio dei prezzi, dunque, sarebbe a rischio quasi l’1,5% della capitalizzazione. Va meglio a Intesa-Sanpaolo, che in borsa vale 51 miliardi e di bond sovrani nostrani ne possiede per 37 miliardi. Per ogni punto percentuale medio di valore in meno dei secondi, metterebbe a rischio solo lo 0,7% della capitalizzazione. Male per BancoBPM: 24 miliardi di BTp, a fronte di 4,6 miliardi di capitalizzazione, per cui l’1% in meno di valore dei primi impatterebbe potenzialmente fino a oltre il 5% della seconda. Infine, Ubi Banca: 13 miliardi di BTp per 4,6 miliardi di capitalizzazione. Per ogni punto perso dei bond, in borsa l’istituto arriverebbe a intaccare fino a quasi il 3%.

Chiaramente, le perdite di cui stiamo parlando sono solo virtuali. Fino a quando i titoli non vengono venduti a un prezzo inferiore a quello di carico, nessun problema. In teoria, basterebbe attenderne la scadenza e, tranne che non si sia acquistato sopra la pari, fatto verosimile per l’andamento delle quotazioni negli ultimi 3 anni, in particolare, le perdite non si materializzerebbero. Tuttavia, essere costretti a tenersi assets in pancia per non subire perdite non è qualcosa che possa soddisfare, specie chi è costantemente alle prese con elevate esigenze di liquidità. E, però, aldilà del caos politico di queste settimane, il deterioramento dei bond era atteso per via della riduzione degli stimoli monetari nei prossimi mesi, seguita dal rialzo dei tassi BCE. Sinora, va detto, ci era andata fin troppo di lusso.

giuseppe.timpone@investireoggi.it

La bozza M5S-Lega affossa Mps in Borsa: «Ridefinire obiettivi banca»

La sede di Banca Monte dei Paschi a SienaLa sede di Banca Monte dei Paschi a Siena

 

Banca Monte dei Paschi di Siena cade in Borsa di oltre il 6,7% a fronte di un settore bancario complessivamente sottotono a Milano (-0,8% l’indice Ftse Italia Banche). Il tonfo delle azioni Mps, che a inizio settimana erano tornate in area 3,3 euro grazie ai conti trimestrali, è dovuto, secondo gli operatori, all’esplicito riferimento fatto alle strategie dell’istituto nell’ultima bozza di contratto tra Lega e Movimento 5 Stelle che stanno lavorando al programma di una possibile maggioranza di governo. «Con riferimento alla banca Monte dei Paschi – si legge nel paragrafo Tutela del risparmio della bozza rilasciata ieri sera alle 19 – lo Stato azionista deve provvedere alla ridefinizione della mission e degli obiettivi dell’istituto di credito in un’ottica di servizio».

Mps ha come azionista di controllo il ministero delle Finanze che è titolare del 68% circa del capitale. Secondo l’analista di una casa di investimento, il riferimento a Mps per quanto criptico potrebbe significare che i quattro pilastri del piano di ristrutturazione dell’istituto (focus sulla banca commerciale, modello operativo rinnovato con attenzione all’efficienza, netto miglioramento della gestione del rischio di credito e rafforzamento di capitale e liquidità) potrebbero non incontrare più il supporto di un nuovo governo a guida Lega-M5S.

Da capire, ragionano i broker, se la volontà di ridefinire gli obiettivi – come scritto nella bozza di contratto – possa spingersi al punto da valutare cambiamenti nel management dell’istituto o addirittura nella presenza dello Stato nel capitale.

Nel pomeriggio la possibilità che un eventuale governo Lega-Movimento 5 Stelle “ridefinisca gli obiettivi” di Monte dei Paschi di Siena affossa il titolo della banca a Piazza Affari. Le azioni, che hanno accelerato ulteriormente i ribassi, sono entrate in asta di volatilità quando cedevano il 9,45% a 2,904 euro per azione, il minimo di giornata. Alti i volumi di scambio: passano di mano 8,044 milioni di azioni, contro una media giornaliera di 3,489 milioni delle ultime 30 sedute.

Un’eventuale partecipazione di Mps al risiko bancario «fa parte di una valutazione più ampia, che la banca e i suoi azionisti dovranno comunque fare in futuro». Lo ha detto l’amministratore delegato di Mps, Marco Morelli, a margine di un evento organizzato a Milano dalla banca. «La priorità per noi è fare in modo che Mps torni ad avere un ruolo importante nell’economia italiana», ha spiegato.

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