Quali banche italiane rischiano di più in borsa con il rialzo dei rendimenti BTp

di Giuseppe Timpone, investireoggi.com 17 maggio 2018

Lo spread si allarga e con la risalita drastica dei rendimenti dei BTp è bufera sulle azioni bancarie. Ecco come il capitale in borsa di alcune tra le principali banche italiane verrebbe intaccato dalla crisi dei bond.

Lo spread si allarga e con la risalita drastica dei rendimenti dei BTp è bufera sulle azioni bancarie. Ecco come il capitale in borsa di alcune tra le principali banche italiane verrebbe intaccato dalla crisi dei bond.

Si è aperto indubbiamente un caso Italia sui mercati finanziari. Tra ieri e oggi, lo spread BTp-Bund a 10 anni si è allargato di 25 punti base, arrivando in area 155 bp, avendo puntato nel corso della seduta odierna anche verso i 160. Nel frattempo, si ampliano le distanze anche con i Bonos emessi dalla Spagna, che rendono sulla scadenza decennale circa lo 0,75% in meno. Il rialzo dei rendimenti è stato visibile: i BTp a 10 anni offrono adesso il 2,17%, quando al termine della settimana scorsa non arrivavano ancora all’1,89%. Effetto diretto delle preoccupazioni per alcune proposte a dir poco balzane emerse dalla bozza preliminare di accordo tra Lega e Movimento 5 Stelle per formare il prossimo governo, seppure sostituita ieri da un’altra più moderata e che non contempla né l’uscita dall’euro, né la richiesta di cancellazione del debito in mano alla BCE. Il danno, tuttavia, sembra fatto.

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E così, notiamo perdite sul mercato dei bond sovrani crescenti all’aumentare della durata residua dei titoli. Se i biennali nell’ultimo mese arretrano di prezzo di meno dell’1%, i quinquennali si attestano su livelli doppi, mentre i decennali segnano nel frattempo -3,5%. I BTp 2038, invece, si sono deprezzati del 5,7% e i titoli più longevi, quelli emessi nell’ottobre 2016 per la prima volta con durata superiore a 50 anni e scadenza 2067, segnano un bilancio ancora più pesante: -8,5%.

E’ naturale che le perdite colpiscano perlopiù le scadenze medio-lunghe, in quanto sono quelle maggiormente vendute con la percezione di maggiori rischi di credito e/o con la reflazione in corso. Se fino a qualche settimana fa trovavamo normale accontentarci di un rendimento a 10 anni nell’ordine dell’1,7-1,8%, le cose non stanno più così e anche al netto delle tensioni specifiche sull’Italia. I Treasury emessi dal Tesoro americano rendono sulla medesima scadenza poco più del 3% ormai e con le variazioni del cambio euro-dollaro favorevoli alla divisa USA, i flussi dei capitali si stanno dirigendo Oltreoceano. Persino i Bund, infatti, stanno rendendo di più.

Il contraccolpo sulle banche italiane

Per le banche italiane, sono brutte notizie. Nei loro bilanci si troverebbero ancora circa 330-340 miliardi di titoli di stato tricolori, che perdendo valore incrementano il rischio di dovere registrare minusvalenze nel caso di vendita anticipata. Non a caso, se ieri Piazza Affari chiudeva mediamente con un calo del 2,4%, il comparto bancario accusava perdite ben superiori del 50%, ovvero pari al 3,7%. Il tonfo tenderà a colpire maggiormente le azioni delle banche con la duration più lunga. Negli ultimi anni, abbiamo scoperto che MPS, ad esempio, fosse esposta verso il nostro debito sovrano per scadenze medie superiori ai 9 anni, anche se negli ultimi tempi l’istituto senese ha ridotto di circa un quarto i BTp in pancia, tagliandoli a 17 miliardi. Non poco per un istituto che in borsa vale appena 3,7 miliardi. In pratica, per un deprezzamento medio dei BTp dell’1%, le perdite virtuali ammonterebbero a 170 milioni, pari al 4,5% del suo valore di capitalizzazione in borsa.

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Unicredit, invece, di BTp ne deterrebbe sui 53 miliardi di euro, più dei 37 di valore borsistico. Per ogni -1% medio dei prezzi, dunque, sarebbe a rischio quasi l’1,5% della capitalizzazione. Va meglio a Intesa-Sanpaolo, che in borsa vale 51 miliardi e di bond sovrani nostrani ne possiede per 37 miliardi. Per ogni punto percentuale medio di valore in meno dei secondi, metterebbe a rischio solo lo 0,7% della capitalizzazione. Male per BancoBPM: 24 miliardi di BTp, a fronte di 4,6 miliardi di capitalizzazione, per cui l’1% in meno di valore dei primi impatterebbe potenzialmente fino a oltre il 5% della seconda. Infine, Ubi Banca: 13 miliardi di BTp per 4,6 miliardi di capitalizzazione. Per ogni punto perso dei bond, in borsa l’istituto arriverebbe a intaccare fino a quasi il 3%.

Chiaramente, le perdite di cui stiamo parlando sono solo virtuali. Fino a quando i titoli non vengono venduti a un prezzo inferiore a quello di carico, nessun problema. In teoria, basterebbe attenderne la scadenza e, tranne che non si sia acquistato sopra la pari, fatto verosimile per l’andamento delle quotazioni negli ultimi 3 anni, in particolare, le perdite non si materializzerebbero. Tuttavia, essere costretti a tenersi assets in pancia per non subire perdite non è qualcosa che possa soddisfare, specie chi è costantemente alle prese con elevate esigenze di liquidità. E, però, aldilà del caos politico di queste settimane, il deterioramento dei bond era atteso per via della riduzione degli stimoli monetari nei prossimi mesi, seguita dal rialzo dei tassi BCE. Sinora, va detto, ci era andata fin troppo di lusso.

giuseppe.timpone@investireoggi.it