Quelli che…l’unica soluzione è sottomettersi (sempre) ai diktat dell’Ue

Ludovico Festa Loccidentale.it

17 maggio 2018

L’unica soluzione è la sottomissione? Aiuto! Improvvisamente mi trovo più d’accordo (su un solo punto per carità) con Grillo che con Gros. “L’Unione europea in passato aveva molti meriti, ma ore è disfunzionale, ha bisogno di riforme”. Così Emanuele Buzzi riporta sul Corriere della Sera del 17 maggio una frase di  Beppe Grillo tratta da un’intervista con Newsweek. Due considerazioni. La prima (n.d.a per un sia pur ex comunista questa considerazione è sostanzialmente blasfema) è sul “grillino” Luigi Di Maio che con il suo bel vestitino della cresima faceva, fino a qualche ora fa, con Sergio Mattarella l’ultraeuropeista: come è duro fare il marxista quando Karl Marx è ancora vivo e può dare una veridica interpretazione del proprio pensiero. La seconda è: ma Grillo vi sembra meno di buon senso di Daniel Gros che intervistato da Eugenio Occorsio sulla Repubblica del 17 maggio, dice: “Non si rendono conto che Maastricht e le altre regole europee vincolano i Paesi e non i singoli governi”. Ma non si rende conto l’illustre economista che se è vero che i trattati vanno rispettati, questi però restano atti politici non la tavola delle leggi di Mosè e possono essere ridiscussi come suggerisce Grillo? Oppure dobbiamo limitarci esclusivamente, come invita a fare Carlo Calenda intervistato da Giovanna Casadio sempre sula Repubblica del 17, a “una grande mobilitazione per difendere la nostra collocazione europea”? E, nella sostanza “la nostra collocazione” si esprimerebbe essenzialmente con atti compiuti (riportiamo una definizione tecnico giuridica dell’ “atto di sottomissione”, aggiungendo come questo vada naturalmente eseguito inchinandosi molto) allo “scopo di dimostrare all’autorità cui è demandata l’approvazione che per l’esecuzione dei lavori variati o suppletivi non si avranno complicazioni con l’impresa”?

La discussione pubblica in Italia sembra per chiarezza e coerenza  quella del post 8 settembre. “’Il governo ungherese ha screditato il nostro lavoro con le menzogne, ha soffocato la società civile per ottenere vantaggi politici, utilizzando strumenti che non si erano mai visti nella storia dell’Unione europea’, ha spiegato Patrick Gaspard, presidente dell’Open society foundations”. Con il suo articolo Luca Veronese sul Sole 24 ore del 15 maggio attacca ancora Budapest per i suoi provvedimenti contro le organizzazioni di George Soros, forse perché non è stato avvertito che quel confuso e raffazzonato establishment italiano che dà la linea a circa il 99 % dei nostri  media, ha cambiato posizione. Invece su una Repubblica, meglio informata, Alberto D’Argenio il 17 maggio ci informa che Viktor Orbán ha detto“in Italia ho un solo grande amico, Silvio Berlusconi”, isolando così, secondo D’Argenio, il perfido Matteo Salvini. Anche da questa dialettica (Orbán-Berlusconi un minuto prima mostri, quello dopo “salvatori”) si comprende come il nostro sistema dei media trasmetta una chiarezza, una coerenza di analisi che è comparabile solo a quella che dimostrava Alberto Sordi nel film Tutti a casa quando dovendo interpretare che cosa stava succedendo  l’8 settembre, se ne esce con un “I tedeschi si sono alleati agli americani”. Siamo arrivati a una situazione talmente allo sbando che Michele Serra arriva a scrivere una cosa di buon senso sulla Repubblica del 16 maggio spiegando che “uscire dallo schemino rigido ‘establishment versus populismo’ è la sola via di salvezza non per l’establishment, non per il populismo, ma per la politica: che di cliché muore, di realtà e di conflitti veri si alimenta, e grazie ad essi si rigenera”. Per una persona che per almeno 45 anni è vissuta quasi solo di cliché, questa è una presa di posizione veramente rivoluzionaria.

E ora ci sarebbe in agguato “un soggetto esterno e extracostituzionale” di tutte o quasi le procedure decisionali. No, non è la commissione europea, sarebbe il comitato di conciliazione grillo-leghista. “Una sorta di affidamento a un soggetto esterno e extracostituzionale di tutte o quasi le procedure decisionali”. Così Claudio Tito sulla Repubblica del 17 maggio. No! Che cosa avete capito, l’illustre firma repubblicona non ce l’ha con i metodi alla Radetzky  della simpatica Commissione europea, se la prende con quella sorta di consiglio di gabinetto che leghisti e grillini, con il loro solito stile non propriamente raffinatissimo, propongono con quello che definiscono un “comitato di conciliazione”.

Prodi spiega la subordinazione della sinistra a poteri “più grandi”, un processo su cui proprio lui ha la massima competenza. “Non ne ha avuto la forza, di fronte a un potere che era più grande”. Così Romano Prodi dice in un’intervista a Irene Soave su 7, inserto del Corriere della Sera del 17 maggio. L’ex presidente dell’Iri, di Nomisma-Prometeia, del Consiglio e della Commissione europea, uno dei leader della sinistra italiana spiega come questa sinistra non abbia avuto la forza di resistere a un potere più grande, quello economico. Immagino che queste parole da parte di chi oltre a essere stato appunto leader della sinistra, è stato forse il maggiore esponente della nostra borghesia compradora, cioè quella che ha subordinato parte rilevante del Paese a “più grandi” interessi stranieri, siano state accompagnate dal famoso gesto dell’ombrello.