Banche, risparmio e Mps: cosa dice il contratto Lega 5 Stelle (PDF da scaricare)

Stefano Neri finanzareport.it 18 maggio 2018

In fondo all’articolo in allegato il PDF dell’intero programma da scaricare e non solo visionare


E’ stata pubblicata la bozza definitiva del contratto tra la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 Stelle, di cui è possibile scaricare (e non solo visionare) in fondo all’articolo di Finanza Report il testo in PDF.

Vediamo intanto quali sono le principali misure in materia di banche, risparmio “tradito” – (con il superamento del bail-in come già ipotizzato nelle ultime ore – e sui destini di Banca Mps. Un argomento quello di Mps che tiene banco visto che l’istituto partecipato al 70% dallo Stato è anche quotato in Borsa.

La parte del contratto tra Lega e M5s che tratta argomenti relativi alla finanza esordisce però con il tema di una nuova Banca per gli investimenti. Recita il testo: È necessario prevedere una “Banca” per gli investimenti, lo sviluppo dell’economia e delle imprese italiane utilizzando le strutture e le risorse già esistenti. La “Banca”, regolata da un’apposita legge, deve usufruire di una esplicita e diretta garanzia dello Stato, con conseguente facilità di reperire risorse per attuare tutte le iniziative che intende intraprendere. Dovrà inoltre agire sotto la supervisione di un organismo di controllo pubblico nel quale siano presenti il Ministero dell’Economia e delle Finanze e il Ministero dello sviluppo economico”.

Oltre alla cabina di regia sulla gestione degli strumenti di politica industriale e del credito e dell’innovazione, la banca svolgerà le attività di:

– Attività di secondo livello per le piccole e medie imprese agendo in cofinanziamento con il sistema bancario, soprattutto con le banche di medie e piccole dimensioni radicate sul territorio, a supporto delle PMI;

– Finanziamento di iniziative di interesse pubblico e strategico nazionale;

– Export e Project Finance in concorrenza con altri player di mercato;

– Credito di aiuto alle imprese italiane che operano nei Paesi in via di sviluppo come investimento ad utilità differita per acquisire posizioni di vantaggio su mercati emergenti;

– Gestione del Fondo di Garanzia per le PMI, quale asset strategico di supporto al sistema nazionale del credito e delle garanzie per favorire il risparmio patrimoniale necessario al rispetto dei requisiti sempre più stringenti derivanti dalle normative internazionali sul credito di prossima introduzione;

– Innovazione con il fine di perseguire le politiche di indirizzo del Ministero dell’economia e delle finanze.
Il contratto Lega 5 Stelle (di cui qui sotto è possibile scaricare e non solo visionare il PDF) passa poi a illustrare le misure previste per la tutela del risparmio. “Il sistema del “bail in” bancario ha provocato la destabilizzazione del credito in Italia con conseguenze negative per le famiglie, che si sono viste espropriare i propri risparmi che supponevano essere investiti in attività sicure”, si legge nel testo.

Occorre rivedere radicalmente tali disposizioni per una maggior tutela del risparmio degli italiani secondo quanto afferma la Costituzione. In particolar modo, è necessario responsabilizzare maggiormente sia il management che le autorità di controllo in quanto primi responsabili di eventuali dissesti, anche attraverso l’inasprimento delle pene esistenti per fallimenti dolosi. Per far fronte al risarcimento dei risparmiatori “espropriati” si prevede anche l’utilizzo effettivo di risorse, come da legge vigente, provenienti da assicurazione e polizze dormienti”.

La platea dei risparmiatori che hanno diritto a un risarcimento, anche parziale, “deve essere allargata anche ai piccoli azionisti delle banche oggetto di risoluzione. Occorre ridiscutere i parametri dei protocolli di rating di Basilea che ad oggi creano grave pregiudizio alla sopravvivenza e allo sviluppo del tessuto della micro impresa italiana. Inoltre, con riferimento alla banca Monte dei Paschi, lo Stato azionista deve provvedere alla ridefinizione della mission e degli obiettivi dell’istituto di credito in un’ottica di servizio”.

Sempre a tutela del risparmio e del credito, secondo 5 Stelle e Lega, “bisogna andare verso un sistema in cui la banca di credito al pubblico e la banca d’investimento siano separate sia per quanto riguarda la loro tipologia di attività sia per quanto riguarda i livelli di sorveglianza. In materia di recupero forzato dei crediti da parte di banche e società finanziarie, intendiamo sopprimere qualunque norma che consenta di poter agire nei confronti dei cittadini debitori senza la preventiva autorizzazione dell’autorità giudiziaria. Occorre investire per sviluppare l’innovazione tecnologica nella fornitura di servizi e prodotti finanziari (blockchain e FinTech), anche al fine di garantire una maggiore trasparenza nelle transazioni finanziarie”.

Scarica il file da qui. 

Politica e banche: le mani del potere sulla Cassa Depositi e Prestiti

Vittorio Malagutti espresso.repubblica.it 16 maggio 2018

Sullo sfondo della crisi ci sono le nomine: il nuovo vertice del salvadanaio di Stato. Il presidente uscente, Costamagna, sta usando la carta Telecom per farsi riconfermare approfittando del vuoto a Palazzo Chigi

Politica e banche: le mani del potere sulla Cassa Depositi e Prestiti

L’ultima volta che Telecom Italia fu sul punto di mettere in vendita la rete, cioè i cavi che trasportano voce e dati, ci fu un mezzo terremoto politico. A Roma, nei palazzi del potere, si gridò ai barbari alle porte (il magnate australiano Rupert Murdoch) e alla fine non se ne fece niente. Correva l’anno 2006, mese di settembre, e per non restare con il cerino acceso in mano, Marco Tronchetti Provera, all’epoca azionista di controllo dell’azienda telefonica, avviò una ritirata strategica con l’aiuto delle banche amiche, Mediobanca e Intesa. Ora siamo daccapo, ma questa volta l’azionista straniero, un fondo come Elliot che legittimamente fa della speculazione la sua ragion d’essere, viene accolto come il salvatore della patria, anzi di Telecom, minacciata dalle oscure manovre di Vivendi, il gruppo francese guidato da Vincent Bolloré, descritto, lui sì, come un finanziere rapace che più rapace non si può.

I barbari alle porte, quindi. Proprio come 12 anni fa. Questa volta però è andata a finire diversamente. L’assist decisivo per la vittoria di Elliot è arrivato dalla Cassa depositi e prestiti (Cdp), la holding di Stato, controllata all’83 per cento dal ministero dell’Economia, che nell’assemblea di venerdì 4 maggio ha votato a favore della lista di consiglieri d’amministrazione presentata dal fondo americano. Il dado è tratto. Cdp ha usato soldi pubblici, nella fattispecie il risparmio postale, per salvare quello che viene descritto come un asset di rilevanza strategica per il Paese, cioè la rete di Telecom. E per l’occasione la Cassa si è messa in società con un investitore come Elliot, che di norma punta a un guadagno di breve termine e per questo vede con favore la vendita dei pezzi migliori delle aziende su cui scommette. Insomma, il primo azionista, con una quota del 10 per cento circa, dell’ex monopolista telefonico è un fondo speculativo, un hedge fund, un fondo avvoltoio, per usare il linguaggio dei suoi numerosi detrattori, anche se in questi giorni si è conquistata spazio nelle cronache dei giornali la rassicurante definizione di “fondo attivista”.

Il fatto più sorprendente dell’intera vicenda è però un altro. Dopo anni di stucchevole dibattito sul ritorno dello “Stato padrone”, il ribaltone è andato in scena nel pieno di una crisi politica, con un governo depotenziato e il virtuale via libera di tutte le maggiori forze politiche. Carlo Calenda ministro uscente, targato Pd, dello Sviluppo Economico, ha salutato addirittura la nascita di una public company con il marchio di Telecom Italia, di recente ribattezzata Tim. Silente Silvio Berlusconi, ben contento di mettere in difficoltà il suo ex alleato Bolloré che tanti problemi gli ha dato in Mediaset. Senza contare, guarda un po’ la coincidenza, che Elliot è lo stesso fondo che, finanziando l’acquirente cinese, gli ha permesso di liberarsi del Milan, fonte inesauribile di perdite. Cinque Stelle e Lega, invece, pur di promuovere le buone ragioni del sovranismo e dello Stato interventista, hanno chiuso entrambi gli occhi di fronte all’identità del nuovo alleato di Cdp, un fondo targato Wall Street, espressione di quella finanza rapace che è da sempre uno dei loro bersagli polemici preferiti.

Dietro questo gioco delle parti, all’ombra di un muro di dichiarazioni di circostanza che nascondono i reali obiettivi delle varie parti in causa, si snoda un intreccio di potere che ci riporta molto indietro nel tempo. Curiosamente, l’anello di congiunzione tra i fatti di questi giorni e la vicenda di 12 anni fa, quella della Telecom di Tronchetti, porta il nome di Claudio Costamagna, l’ex banchiere d’affari che dal 2015 siede sulla poltrona di presidente di Cdp. Costamagna, 62 anni, è un professionista di grande esperienza, che ha coltivato amicizie e alleanze trasversali sin da quando, ormai due decenni fa, era uno dei top manager europei della più famosa banca d’affari Usa, la Goldman Sachs.

Nel 2006 il futuro presidente di Cdp si trovò a interpretare il ruolo di consulente di Murdoch nelle trattative con Tronchetti, mentre allo stesso tempo era accreditato di ottimi rapporti con l’allora presidente del Consiglio, Romano Prodi. Rapporti stretti a tal punto che Costamagna fece da testimone di nozze, insieme a Prodi, di Angelo Rovati, il consulente che aveva recapitato al patron di Telecom il progetto di separazione e vendita della rete, con lo Stato pronto a rilevarne il controllo. «Non sapevo niente di quel piano», ha sempre ribattuto il banchiere ex Goldman Sachs a chi all’epoca fece maliziosamente notare un suo potenziale conflitto d’interessi.

A distanza di 12 anni, va in scena un copione molto simile. Cambiano gli attori, salvo uno, Costamagna, che questa volta sembra avere carte migliori da giocare. Cdp già partecipa, al 50 per cento insieme a Enel, alla società Open Fiber, che sfruttando la copertura capillare della rete elettrica punta a creare un’infrastruttura, la più estesa possibile, in fibra ottica per telecomunicazioni. L’unione della rete Telecom con quella messa a disposizione dalla Cassa e dal suo alleato finirebbe per consegnare alla mano pubblica il controllo di un asset strategico per le telecomunicazioni nostrane. Questo è l’obiettivo finale di un progetto che si trova solo alle battute iniziali e appare esposto a molteplici incognite. A cominciare dagli interrogativi sul ruolo che vorrà giocare Elliot, per sua natura orientato a far cassa nel più breve tempo possibile.

Intanto però Costamagna ha già centrato un primo obiettivo importante. Ha portato Cdp al centro dei giochi, cogliendo al volo l’occasione, pressoché irripetibile, offerta dal consenso unanime dei partiti. E siccome, almeno nell’immediato, appare improbabile che in Parlamento si formi una effettiva maggioranza politica, il presidente della Cassa potrà giocare al meglio la carta Telecom per spuntare il rinnovo del suo mandato al vertice.
La nomina è all’ordine del giorno dell’assemblea di Cdp del 23 maggio, ma è probabile che si vada in seconda convocazione al 20 giugno. Al momento c’è nebbia fitta su quali saranno gli orientamenti del governo in carica tra 40 giorni. Costamagna però può già contare su un alleato di peso come il presidente di Cariplo, Giuseppe Guzzetti, la voce più autorevole del mondo delle fondazioni bancarie, che controllano circa il 13 per cento del capitale della Cassa. L’intramontabile Guzzetti, 83 anni, ha già fatto filtrare l’intenzione di appoggiare la candidatura dell’ex banchiere di Goldman Sachs con cui, ha detto, «abbiamo un antichissimo rapporto». Ecco un esempio. Già nel 2006 (ancora il 2006) Cariplo diede a Costamagna un incarico per valutare la congruità dei valori di concambio in vista della fusione tra Banca Intesa, di cui la fondazione milanese era grande azionista, e il SanPaolo di Torino.

L’impressione è che la partita della riconferma al vertice di Cdp si sia giocata più che altro sul banco di Telecom. E mentre l’amministratore delegato Fabio Gallia sembra destinato ad altro incarico, il presidente Costamagna è pronto a passare all’incasso della vittoriosa campagna che ha portato alla defenestrazione di Bolloré. Così, mentre si celebra il nuovo corso del gruppo telefonico e l’inedita alleanza tra un fondo speculativo e una società che investe denaro pubblico, resta sullo sfondo, complice anche l’assenza della politica, la questione forse più importante di tutte. E cioè quale sia la missione da affidare alla Cdp. C’è chi vorrebbe trasformarla in un nuovo Iri, una holding al servizio di un nuovo capitalismo di Stato. Sarebbe un’inversione a u rispetto alla tradizionale politica delle privatizzazioni.

Del resto la trasformazione della vecchia Cassa in qualcosa di molto diverso è già stata avviata da tempo. Per accorgersene basta dare un’occhiata ai conti del gruppo presieduto da Costamagna. Nell’arco degli ultimi otto anni l’attivo di bilancio è più che raddoppiato, superando quota 400 miliardi. Buona parte dei profitti del 2017, pari a 2,9 miliardi, dipende però ancora dalla rivalutazione delle due partecipazioni più importanti in portafoglio, Eni e Poste, mentre altre acquisizioni, come Saipem, Ansaldo Energia, Trevi, hanno fin qui dato risultati deludenti.
In pratica, il raggio di attività di Cdp, che è finanziata principalmente dal risparmio raccolto negli uffici postali, si è via via ampliato sovrapponendo funzioni di interesse pubblico con investimenti, spesso a fianco di soggetti privati, nei più disparati settori. In alcuni casi l’intervento è servito ad alleggerire il deficit pubblico: la Cassa si è fatta carico di quote in società a partecipazione statale. Oppure ha avuto un ruolo in cosiddette operazioni di sistema, per scongiurare possibili salassi a carico del bilancio pubblico. Cdp è così intervenuta per sottoscrivere quote del Fondo Atlante, nato con l’obiettivo di salvare dal disastro Popolare Vicenza e Veneto Banca. È finita male, come noto. Il crac delle due banche è comunque arrivato e lo Stato ha dovuto accollarsi perdite fino a 17 miliardi per finanziare il salvataggio affidato a Intesa.

Intanto però i 400 milioni investiti nel 2015 su Atlante dalla Cassa presieduta da Costamagna sono andati interamente in fumo. Adesso, dopo il blitz vincente su Telecom c’è chi chiede un intervento anche per risolvere la crisi di Alitalia. Come dire che il denaro raccolto agli sportelli postali fornirebbe le risorse per salvare aziende decotte. Niente di male, in teoria. Basterebbe che qualcuno lo spiegasse con chiarezza ai risparmiatori. Se solo ci fosse un governo.

Borghi ha ragione: piuttosto che vendere MPS agli stranieri per poco o nulla, con magari opere d’arte incluse, meglio cambiare management, indirizzo strategico ed anche nazionalizzarla se necessario

Mitt Dolcino scenari economici.it

18 maggio 2018

Cosa c’è dietro allo scoramento dei mercati di ieri innescato dalle parole di Claudio Borghi secondo cui MPS non si vende? Forse è collegato al tentativo europeo di farsi dare le opere d’arte di MPS a garanzia…

Voi vendereste causa dissesto finanziario la casa dove vivete per poco o nulla, magari perchè costretti dai creditori, quando invece la casa vale molto di più? Certo che no. Parimenti, se uno è alle strette è inevitabile che prima o poi cada nella rete degli usurai, giocoforza. In tali casi avere ad esempio un parente o un grande amico che ti presta i soldi magari a fronte di una garanzia sull’immobile con l’impegno di restituirtela quando ti sarai messo a posto, beh, vale oro…

Nel caso MPS l’EUropa mi sembra volesse addirittura, come garanzia, farsi dare le opere d’arte della banca senese. Mi sembra fu proprio Borghi ad opporsi. Domandatevi: le opere italiane del passato esposte al Louvre di Parigi o al Kunsthistoriche Museum di Vienna come ci arrivarono? Tutte le opere hanno una storia a se ma certamente, unendo l’interesse generale per opere italiche uniche e la protervia straniera nel trattare come vacca da mungere l’Italia, non faccio fatica a pensare che anche le opere del passato siano state cedute per via di situazioni simili a quelle di MPS oggi, assediata dai creditori stranieri targati EU.

Dunque, io sposo in pieno la linea Borghi: MPS non va svenduta, va ripulita, messa in ordine, mantenuta come strumento di erogazione credito inclusi gli sportelli, valorizzata insomma a servizio del territorio e solo successivamente potrà essere oggetto di vendita, magari parziale. Quando varrà qualcosa, non oggi.

Certo, il titolo è crollato in borsa perchè qualcuno pensava di potersela comprare ed oggi l’interesse è scemato, non la comprerà più. Notasi che la caduta di borsa di ieri di MPS non inficia il valore della banca senese, tanto valeva ieri l’altro tanto ieri e tanto oggi, è solo la valutazione che il mercato – dietro a cui si nascondono i compratori anche avvoltoi – danno all’asset.

Se devo comprare un bene, cerco anch’io di comprarlo al prezzo più basso possibile.

Sta volta con MPS qualcuno è rimasto fregato e sono praticamente certo che parla straniero.

Avanti coi carri e coi buoi.

MD

Mps banca di servizio, piccoli soci “aprono” a Borghi ma non statale per sempre

Rosario Murgida finanzareport.it 18 maggio 2018

L’Associazione Buongoverno a Finanza Report dopo i rumors sui piani del governo targato M5s e Lega. Intanto l’esponente della Lega insiste sulla nazionalizzazione

Claudio Borghi, responsabile economico della Lega, ha scatenato un caso con le sue dichiarazioni programmatiche sul futuro di Banca Mps. Finanza Report ha chiesto un commento ai piccoli soci dell’istituto senese riuniti nell’Associazione Buongoverno Mps.

Ieri l’esponente del partito guidato da Matteo Salvini, da alcuni dato verso la nomina di ministro dell’Economia, ha parlato di cambio della governance, di avvicendamento ai vertici e perfino di una conferma nel lungo termine della proprietà pubblica con l’esclusione quindi dell’uscita dello Stato dall’azionariato e di una qualsiasi operazione di vendita. In tal caso si dovrebbe mettere in conto la necessità di rivedere il piano di ristrutturazione concordato con Bce e Unione Europea con nuove trattative.

Del resto Mps, probabilmente perchè controllata dallo Stato con quasi il 70% del capitale, è stata esplicitamente inserita nell’ormai famosa bozza del contratto di governo da domani al vaglio degli elettori leghisti e pentastellati.

Ma cosa prevede nello specifico la bozza per la banca senese? “Con riferimento alla banca Monte dei Paschi – si legge – lo Stato azionista deve provvedere alla ridefinizione della mission e degli obiettivi dell’istituto di credito in un’ottica di servizio”. In sostanza, ha spiegato Borghi, “l’intento abbastanza condiviso da tutte e due le forze è che la banca deve essere ripensata in un ottica di servizio: in buona sostanza, abbandonare l’idea di farci profitti vendendola a chissà chi ma mantenendola come patrimonio del Paese”.

Si tratta, commentano dall’Associazione Buongoverno Mps, di “un’affermazione perdente rispetto alla consapevolezza dei fatti e alla situazione del territorio. Banca di servizio è un brutto termine: spero serva a indicare una maggior propensione alle attività bancarie tradizionali. La banca è in ginocchio quindi se le affermazioni di Borghi sono per il cambiamento, ben vengano, ma il concetto di banca statale non esiste più, esiste semmai la possibilità di fare banca tradizione e di farla bene anche se i margini sono bassi”.

Ieri le parole di Borghi, oltre che le prese di beneficio, hanno scatenato un sell-off sul titolo Mps con gli investitori impauriti di vedere non soddisfatte le proprie attese in particolare sul fronte di un possibile coinvolgimento nel consolidamento bancario. “Né come piccoli soci né come dipendenti spaventa il crollo del titolo: dopo aver perso sotto Padoan il 99% non sara un -8% di ieri un problema”, affermano dall’associazione, facendo presente un punto ben chiaro. “La banca non può rimanere statale per sempre: sarebbe come tradire gli accordi con la Ue. Noi conosciamo gli impegni triennali con la Ue quindi sappiamo dell’obbligo di uscita del Mef entro il 2021 anche se con una perdita per le casse statali. Tantomeno può restare statale per sempre come auspica Borghi”.

Le dichiarazioni del responsabile economico della Lega aprono comunque “spazi per un ampio cambiamento della governance ed un profondo spoil system di cui i vertici, pur non commentando e continuando i proclami su un presunto utile, fatto solo di tagli dei costi, sono consapevoli”.

Intanto Borghi non torna indietro. “Non mi pento di quanto detto. L’istituto deve rimanere pubblico”, ha insistito il politico. “Queste cose sul Monte le ho sempre dette. “Bisogna abbandonare l’idea di farci profitti vendendola a chissà chi. È la banca più antica del mondo, un patrimonio del territorio e del Paese. Nel Consiglio regionale della Toscana abbiamo firmato mozioni sia contro la vendita del patrimonio artistico che delle filiali sul territorio. E ci tengo a ricordare che sia il Pd che il Movimento Cinque Stelle hanno spesso votato con noi. Ci sono Paesi nei quali lo sportello Mps  ha il valore simbolico dell’ufficio postale”, ha aggiunto il possibile neo ministro anticipando anche la defenestrazione dell’amministratore delegato, Marco Morelli. “Il tema non entra nel contratto di governo ma è abbastanza probabile, quasi naturale pensarlo. Quello che c’è è stato scelto da un governo che sta per andarsene”.

Intanto il titolo continua a essere soggetto ai realizzi. Alle 11,30 perde oltre il 3,7%.

GRUPPO BANCOBPM NAPOLI, SCIOPERO GENERALE IL 25 IN SOLIDARIETÀ DEL COLLEGA LICENZIATO

Davide Di Biasi 16 maggio 2018 napoli.zon.it

GRUPPO BANCOBPM, FISAC-CGIL E FIRST-CISL PROCLAMANO LO SCIOPERO GENERALE PER IL 25 CONTRO I PROVVEDIMENTI INFLITTI AI COLLEGHI E IN SOLIDARIETÀ DI UN COLLEGA LICENZIATO

Fissata per venerdì 25 maggio la giornata di sciopero dei lavoratori del Gruppo Banco BPM di Napoli e provincia. Ne danno notizia con un comunicato la FISAC-CGIL e la FIRST-CISL a firma delle Segreterie R.S.A., dopo che è fallito il tentativo di conciliazione svoltosi presso l’ABI, lunedì 14.

Tutto è iniziato, secondo i Sindacati, dopo la fusione societaria, che ha interessato anche la Popolare di Novara presente a Napoli, che è risultata carente di “un’adeguata formazione ed informazione dell’attività”.

LA LETTERA APERTA ALL’A.D.

In una lettera aperta, a firma delle Segreterie RSA di Napoli, all’A.D. Giuseppe Castagna, del 3 aprile, i Sindacati lamentavano “i ritardi e le mancanze subite nell’applicazione degli accordi sottoscritti”. Il testo sottolinea, inoltre, le “innumerevoli incertezze operative, l’assenza di mansionari… i continui rimandi a norme…mai definite”.

Secondo le sigle sindacali CGIL e CISL ciò ha comportato un’incertezza nell’operatività, riversata dall’Azienda sui lavoratori, comminando “provvedimenti disciplinari sproporzionati”.

Tutto ciò è scaturito finanche nella decisione di licenziare un dipendente. Nella lettera aperta all’AD Castagna, i Sindacati, tra l’altro, sottolineano che “questo clima… non pone le condizioni affinché si possa lavorare sereni”.

Fisac-CGIL e First-CISL, esprimendo il loro dissenso, hanno fatto comunque appello alle capacità manageriali della dirigenza del Banco BPM per porre rimedio alle scelte praticate.

LA PROCLAMAZIONE DELLO SCIOPERO

Lunedì 14 maggio il tentativo di conciliazione svoltosi a Milano presso l’ABI secondo i Sindacatinon è servito a modificare le posizioni aziendali, rispetto alle motivazioni avanzate dalle OO.SS.”. CGIL e CISL hanno, pertanto, proclamato lo sciopero generale del personale del Gruppo di Napoli e provincia per l’intera giornata del 25.

Intanto, i Sindacati in preparazione dello sciopero hanno organizzato un presidio in occasione del road show del BancoBpm a Napoli del 17 per sensibilizzare ulteriormente la dirigenza aziendale.

È intenzione, inoltre, delle OO.SS. avviare una raccolta fondi per aiutare anche economicamente il collega licenziato e la sua famiglia.

LA DICHIARAZIONE

Sulla questione abbiamo sentito il rappresentante sindacale della Fisac del BancoBpm di Napoli Francesco D’Apuzzo, componente della delegazione trattante nazionale, che ci ha dichiarato: “La mobilitazione dei dipendenti del BancoBpm di Napoli e provincia, cresce ad ogni momento. La pressione sui dirigenti aziendali è forte. Si chiedono garanzie sull’operatività quotidiana, per lavorare senza dubbi di future sanzioni. Ci sentiamo tutti esposti come il collega Giuseppe, che ha subito un provvedimento disciplinare non commisurato ai fatti. Chi sbagli nel lavoro, senza dolo, non può essere licenziato” .

Caso Tortora, la figlia Silvia: «Trent’anni dopo niente è cambiato»

CHIARA PIZZIMENTI vanityfair.it 18 maggio 2018

 

Caso Tortora, la figlia Silvia: «Trent'anni dopo niente è cambiato»

Il 18 maggio 1988 moriva il presentatore televisivo vittima del più grave errore giudiziario della storia della Repubblica italiana

«Dal mio punto non è cambiato nulla: sono 30 anni di amarezza e di disgusto». Silvia Tortora lo ribadisce alla vigilia di un anniversario che per lei è personale, il sacrificio di suo padre, ma che è caso nazionale universale di mala giustizia. Il 18 maggio del 1988 moriva Enzo Tortora. Giornalista e conduttore televisivo (Portobello aveva 28 milioni di telespettatori) è definizione limitata perché Tortora è stato protagonista del più clamoroso errore giudiziario dell’Italia repubblicana.

Aveva 59 anni. Lo uccise un tumore ai polmoni, ma era lui stesso a dire che gli avevano fatto scoppiare dentro una bomba al cobalto con quelle accuse ingiuste, gli anni in carcere, l’arresto spettacolarizzato.

L’accusa partita dalla Nuova Camorra Organizzata era infamante e falsa: Tortora corriere della droga. Sette mesi in carcere e molti altri ai domiciliari, nella sua casa milanese, nei quattro anni della battaglia giudiziaria per dimostrare di essere innocente. Un’innocenza ribadita immediatamente e che si ritrova nelle lettere dal carcere raccolte dalla compagna Francesca Scopelliti: «È stato atroce, Francesca. Uno schianto che non si può dire. Ancora oggi, a sei giorni dall’arresto, chiuso in questa cella 16 bis, con altri cinque disperati, non so capacitarmi, trovare un perché. Trovo solo un muro di follia».

LE ACCUSE E L’ARRESTO
Non c’era modo di capacitarsi di un arresto che non aveva ragione. Le accuse si basavano sulle dichiarazioni dei pregiudicati Giovanni Pandico, Giovanni Melluso e Pasquale Barra, legato a Raffaele Cutolo, capo di una parte della Camorra. Nessuna era suffragata da prove certe e invece venerdì 17 giugno 1983, Enzo Tortora venne svegliato alle 4 del mattino dai Carabinieri all’Hotel Plaza di Roma e arrestato per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico.

LE TESTIMONIANZE
Dopo le prime accuse se ne aggiunsero altre di 8 imputati nel processo alla cosiddetta Nuova Camorra Organizzata, ma anche del pittore Giuseppe Margutti e della moglie che dissero di aver visto Tortora spacciare droga negli studi di Antenna 3. Furono 13 le false testimonianze e 19 i pentiti che accusano Tortora.

LE NON PROVE
Alla base delle accuse c’è un errore poi sfruttato per montare il «caso Tortora». L’errore sta nel nome. Su un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista, Giuseppe Puca detto O’Giappone, c’era scritto un nome con accanto un numero di telefono. Quel nome, scritto a penna, è stato letto Tortora. Invece era Tortona. Il numero non era riconducibile a Tortora. Non c’era poi alcun rapporto se non quello creato da un problema nato nella trasmissione Portobello con l’accusatore Giovanni Pandico. Dal carcere in cui era detenuto arrivarono al programma centrini che dovevano essere venduti all’asta. Andarono persi e Tortora scrisse una lettera di scuse a Pandico; con un rimborso di 800 mila lire la vicenda sembrava chiusa, ma il pentito continuò a scrivere al presentatore lettere minatorie.

L’INDAGINE
Non era Tortora l’unico coinvolto nel caso. Era una maxi inchiesta che portò a più di 850 arresti in tutta Italia coinvolgendo terroristi di ogni parte, politici, personaggi noti, oltre che camorristi. Il volto più noto però era lui che aveva condotto trasmissioni di enorme successo come La Domenica Sportiva e Portobello e il suo volto, le mani ammanettate, i Carabinieri a bloccarlo, passò e ripassò in televisione e sui giornali.

Gli investigatori dissero che tutte le affermazioni raccolte dai pentiti erano state accuratamente controllate. Da queste dichiarazioni risultava che Tortora spacciasse droga nel mondo dello spettacolo. Tutto falso. A pochi giorni dall’operazione molti arrestati erano di nuovo liberi per assenza di prove. Gli avvocati di Tortora non avevano invece neanche potuto leggere i verbali degli interrogatori, mentre sui giornali finivano false notizie sulle sue amicizie nella camorra e la sua iniziazione.

LE REAZIONI
Molto del mondo giornalistico accettò la tesi delle forze dell’ordine. Camilla Cederna scrisse: «Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto». Il primo ad alzarsi in difesa di Tortora fu Enzo Biagi, seguito da Giorgio Bocca e Indro Montanelli. Biagi scrisse una lettera aperta al presidente della Repubblica Sandro Pertini, pubblicata nell’agosto del 1983 sul quotidiano La Repubblica: « Signor Presidente della Repubblica, non le sottopongo il caso di un mio collega, ma quello di un cittadino. Non auspico un suo intervento, ma non saprei perdonarmi il silenzio. Vicende come quella che ha portato in carcere Enzo Tortora possono accadere a chiunque. E questo mi fa paura». A sostegno di Tortora si schierarono Piero Angela, Leonardo Sciascia e Pippo Baudo.

LA CONDANNA E L’ASSOLUZIONE
La condanna, a 10 anni di carcere, arrivò il 17 settembre 1985. Tortora, che era stato eletto l’anno prima al Parlamento Europeo con il Partito Radicale con più di mezzo milione di preferenze, si dimise e rinunciò all’immunità parlamentare. Nel settembre 1986 ci fu l’assoluzione con formula piena dalla Corte d’appello di Napoli. La Cassazione confermò la sentenza il 13 giugno del 1987. I pentiti andarono a processo per calunnia perché i magistrati si resero conto che le accuse erano artificiosamente concatenate e non avevano riscontri. In aula Tortora disse: «Io grido: “Sono innocente”. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi».

IL RITORNO IN TELEVISIONE
Portobello fu la trasmissione del ritorno di Tortora, la sua più nota. «Dunque», disse, «dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo “grazie” a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L’ho detto, e un’altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo so anche, per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta».

LE CONSEGUENZE
Non ci furono azioni penali o indagini nei confronti dei magistrati che indagarono Tortora. La sua vicenda, però, fu all’origine del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati che portò alla legge Vassalli sul «Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati», non retroattiva però. «Enzo è stato prelevato dalla sua vita, senza che venisse aperta una commissione d’inchiesta, senza che nessuno pagasse per quell’errore». Per Silvia Tortora non è cambiato niente: «Mi aspettavo una riforma del sistema giudiziario, invece non è accaduto. I processi continuano all’infinito. Anzi in 30 anni c’è stata una esplosione numerica».

LA MORTE
L’ultima trasmissione di Tortora fu Giallo, conclusa in anticipo, nell’autunno 1987. L’ultima partecipazione fu invece a una trasmissione di Giuliano Ferrara, Il testimone, quando era già ricoverato. Era il 20 aprile 1988. «Il mio compito», spiegò, «è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza: ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere. Su delazioni di pazzi criminali».

Tortora morì a 59 anni la mattina del 18 maggio 1988 nella sua casa di Milano. Nella Basilica di Sant’Ambrogio i funerali, le ceneri sono al Cimitero Monumentale con una copia del libro di Alessandro Manzoni Storia della colonna infame nell’edizione con prefazione di Leonardo Sciascia, testo che tratta di uno dei primi casi documentati di mala giustizia in Italia.

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Banche, bail-in da cambiare anche per Lega e M5S

Rosario Murgida finanzareport.it 18 maggio 2018

I due partiti propongono una riforma del sistema di risoluzione e seguono così la strada proposta dai maggiori rappresentanti del mondo bancario e finanziario, da Bankitalia all’Abi fino alla Consob


Lega e Movimento 5 Stelle puntano “radicalmente” la normativa sul bail-in, il meccanismo introdotto a livello europeo per il risanamento e la risoluzione delle banche.

I due partiti, che così riprendono una battaglia intrapresa dada diversi esponenti del mondo della finanza e delle banche come l’ex presidente della Consob, Giuseppe Vegas, il numero uno dell’Abi, Antonio Patuelli, e il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, hanno inserito la proposta di modifica nell’ultima versione dell’ormai famosa bozza del contratto di governo che tanto scalpore ha generato tra gli investitori esteri.

La bozza, rispetto alla prima versione, non include più la riforma della Banca d’Italia e da ampio risalto alla questione della tutela del risparmio. “Il sistema del bail in bancario – si legge – ha provocato la destabilizzazione del credito in Italia con conseguenze negative per le famiglie che si sono viste espropriare i propri risparmi che supponevano essere investiti in attività sicure. Occorre rivedere radicalmente tali disposizioni in modo tale da assicurare, secondo quanto afferma la Costituzione, la tutela del risparmio degli italiani”.

Il bail-in prevede che le autorità di risoluzione possano imporre la riduzione del valore delle azioni e di alcuni crediti e nel caso la conversione dei debiti in azioni, ma comunque non è mai stato applicato in Italia visto che finora sono state trovate soluzione alternative come lo strumento del burden sharing nel caso Mps proprio per evitare la sua applicazione.

La bozza, che per la tutela dei risparmiatori prevede anche una maggiore responsabilizzazione dei manager e delle autorità di controllo, nonché eventuali misure per ristorare azionisti e obbligazioni, per esempio, delle due popolari venete, include anche una revisione dei parametri dei protocolli di rating di Basilea “che ad oggi creano grave pregiudizio alla sopravvivenza e allo sviluppo del tessuto della micro impresa italiana” e indica pure una netta separazione tra banca retail e banca di investimento “sia per quanto riguarda la loro tipologia di attività sia per quanto riguarda i livelli di sorveglianza”.

L’ASTUTA GERMANIA E LA SERVA ITALIA: COME SI SONO FATTI INFINOCCHIARE CON LA COSTITUZIONE DELLA BCE (vedi MPS)

Fabio Lugano scenarieconomici.it 18 maggio 2018

Cari amici,

torno rapidamente sulle questioni bancarie per porre in evidenza un aspetto che spesso viene lasciato in secondo piano, ma che ha la sua importanza.

Quando venne stabilita l creazione della BCE nel trattato di Lisbona si decise anche di dae le indicazioni fondamentali sul suo funzionamento. Fra queste la finalità di “Stabilità monetaria” non accompagnata ad indicazioni per quanto riguarda l’occupazione errore madornale , ma voluto, da chi da un lato sapeva di poter contare su una propria deflazione interna e dall’altro aveva un odio calvinista  per il debito ed il finanziamento, in tutte le sue forme. Però non fu l’unica particolarità dello statuto della BCE. Quella forse maggiore ve la indichiamo qui, presa proprio dal sito della Banca Centrale.

Secondo lo statuto della BCE la BCE NON può comprare sul mercato primario i titoli di stato, o finanziare in qualsiasi modo lo stato centrale o anche le sue emanazioni. LO stesso divieto assoluto è riservato alla Banche Centrali Nazionali. Se notate il QE è stato un programma massiccio di acquisto di titoli, ma sul mercato SECONDARIO, per cui la liquidità non è finita allo stato, ma  alle entità finanziare o economiche in generale che hanno venduto i titoli alla BCE. L’unico vantaggio , indiretto, degli stati è che, diradandosi i titoli sul mercato, vi è stato un calo del costo anche per le nuove emissioni. Però il diavolo si nasconde nei particolari, come il terzo comma: “Questo articolo non si applica alle istituzioni finanziarie possedute dallo stato che, nel contesto del rifinanziamento da pate delle banche centrali e della BCE, avranno lo stesso trattamento riservato alle istituzioni private”.

Quindi una banca posseduta dallo stato viene ad essere equiparata ad una privata, però nella banca pubblica gli amministratori sono di nomina pubblica e quindi rispondono allo Stato, al ministro e ne possono, o meglio devono, seguire le indicazioni strategiche. E qui sta il trucco: mentre l’Italia ha venduto tutte le proprie banche pubbliche, da credito Italiano a Banca Commerciale a Banco Nazionale del Lavoro, e così via, mentre la Germania ha conservato, anzi incrementato, il suo settore pubblico. Partendo dalla statale KfW, passando dalle varie Sparkassen, Landesbanken, Landesbausparkassen. etc, legate o al governo centrale o a quelli dei Lander o ad autorità locali. In totale si valuta che il 40% del settore bancario tedesco sia in un modo o nell’altro legato al pubblico. La gestione di questo settore non è delle migliori: ricordiamo che KfW bonificò “Per sbaglio” 426 milioni di dollari a Lehman Brothers pochi giorni prima del fallimento, e che poi la stessa banca nel 2008 ebbe 2 miliardi di perdite per i derivati. Però, nonostante tutto, sono banche i cui CdA sono nominati da autorità pubbliche: secondo voi di chi seguono le indicazioni?

Nel frattempo il problema è se MPS rimane come banca pubblica…….

B.Mps: Borghi; non mi pento, deve rimanere pubblica (Stampa)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Non mi pento di quanto detto. L’istituto deve rimanere pubblico”. Lo ha affermato Claudio Borghi, indicato da alcuni come possibile ministro dell’Economia del prossimo governo Lega-5S, in un’intervista a La Stampa in merito alle sue dichiarazioni su B.Mps che ieri hanno provocato il crollo del titolo della banca senese.

Alla domanda se non ritiene di dover essere un po’ più cauto sulle dichiarazioni pubbliche visto che anche fra gli investitori c’è chi la immagina già ministro, Borghi ha risposto: “di cosa dovrei pentirmi? Queste cose sul Monte le ho sempre dette. Dimentica che ero l’avversario di Padoan nel collegio di Siena?”.

Quanto al fatto che il salvataggio pubblico di B.Mps è stato autorizzato dall’Europa e che il piano prevede la sua vendita entro una certa data, mentre annunciarne la nazionalizzazione equivale a dire agli investitori che i loro titoli non valgono più nulla, “è bene che certuni si abituino ad avere partiti che fanno quel che hanno promesso in campagna elettorale. Andremo a Bruxelles e ridiscuteremo il piano”, ha continuato Borghi.

Sollecitato a spiegare perché Mps dovrebbe rimanere pubblica, “bisogna abbandonare l’idea di farci profitti vendendola a chissà chi. È la banca più antica del mondo, un patrimonio del territorio e del Paese. Nel Consiglio regionale della Toscana (Borghi era consigliere, ndr) abbiamo firmato mozioni sia contro la vendita del patrimonio artistico che delle filiali sul territorio. E ci tengo a ricordare che sia il Pd che il Movimento Cinque Stelle hanno spesso votato con noi. Ci sono Paesi nei quali lo sportello Mps ha il valore simbolico dell’ufficio postale”.

Sul suo annuncio di sostituire l’amministratore delegato, Marco Morelli, “il tema -ha precisato Borghi- non entra nel contratto di governo ma è abbastanza probabile, quasi naturale pensarlo. Quello che c’è è stato scelto da un governo che sta per andarsene”.

vs

(END) Dow Jones Newswires

May 18, 2018 02:39 ET (06:39 GMT)

Banche, in bilico le gacs per gli npl (MF)

Mauro Introzzi soldionline.it 18 maggio 2018

Il quotidiano finanziario scrive che è a rischio il rinnovo delle Gacs, le garanzie pubbliche sulle cartolarizzazioni dei crediti deteriorati delle banche in scadenza a settembre. Se non venisse rinnovata, scrive MF, “gran parte degli istituti di credito italiani dovrebbe riscrivere la strategia di smaltimento dei crediti deteriorati, mettendo in conto maggiori perdite”. I numeri non sono marginali: sarebbero infatti almeno una dozzina le cartolarizzazioni in cantiere finora, e di esse “pochissime si chiuderanno prima di settembre”. Questa lentezza non è solo causa dell’inerzia degli istituti ma deriva anche dal fatto che “sia nelle agenzie di rating che negli uffici del Tesoro si sta creando un autentico ingorgo per l’ingente mole di documentazione pervenuta nelle ultime settimane”.

Allianz, Generali, Sanpaolo Vita. Che cosa succederà alle polizze unit linked dopo la Cassazione

 startmag.it 18 maggio 2018

L’articolo di Paola Valentini, giornalista di Mf/Milano finanza

Chi ha in portafoglio una polizza Vita unit linked è stato assalito dai timori di perdere i relativi benefici fiscali. Ansie innescate da una nuova sentenza della Corte di Cassazione che ha fatto tremare i risparmiatori ma ha creato scompiglio anche tra gli assicuratori. In sostanza i giudici hanno detto che le polizze Vita sono da considerarsi strumenti assicurativi solo se garantiscono il capitale investito. Altrimenti sono prodotti finanziari e quindi perdono il loro punto di forza, cioè l’esenzione dall’imposta di successione, il calcolo delle tasse sulle plusvalenze al momento dell’incasso, la non pignorabilità e non sequestrabilità. Nel mirino sono subito finite le unit-linked (ramo III). La pronuncia della Cassazione è piombata nel bel mezzo del boom della raccolta in Italia. In base ai dati Ania, l’associazione degli assicuratori presieduta da Maria Bianca Farina, le unit linked nei primi due mesi del 2018 hanno raccolto 4,8 miliardi, quasi il 20% in più sullo stesso periodo 2017, un terzo della nuova produzione totale del Vita (dominano ancora le polizze di ramo I con 9,3 miliardi, che però sono cresciute del +1,5%).

«Tutte le compagnie italiane puntano molto su tali prodotti, per la loro redditività (le commissioni sono mediamente più elevate rispetto ai fondi, ndr) e perché meno impegnative sul piano patrimoniale (rispetto alle polizze di ramo I assorbono meno capitale ai fini della solvibilità, ndr)», afferma Banca Akros. «Le unit sono centrali nella strategia delle assicurazioni perché, rispetto alle polizze tradizionali, offrono vantaggi in fase di asset allocation», sottolinea Equita Sim.

Avendo come sottostante fondi comuni (o sicav) possono puntare sui mercati finanziari in modo più aggressivo rispetto alle polizze di ramo I che danno più peso alle obbligazioni per garantire il capitale. Mediobanca Securities nota che nel 2017 le unit linked hanno raccolto più di 25 miliardi, il 35% dei premi totali, e stando ai dati Ania 2016 (gli ultimi disponibili) i primi tre operatori sono Intesa Sanpaolo Vita (6,9 miliardi di premi nel 2016), Allianz (3,7) e Generali (2,3). «Peraltro tutta la raccolta netta di Generali nel 2017 consiste in unit linked e prodotti misti (che combinano ramo I e ramo III, ndr)», osserva ancora Mediobanca.

Le unit sono entrate anche in molte reti di private banker. «La sentenza tocca tutte le società del risparmio gestito, che fanno uso sempre più ampio delle polizze come efficiente contenitore di strumenti finanziari». Ne sono esempi Banca Generali, ma anche Banca Mediolanum. Ma ora la pronuncia della Corte presieduta da Giovani Mammone potrebbe frenare i flussi. Banca Akros sottolinea che «le unit linked potrebbero perdere appeal, rendendone il collocamento più difficile». Fa eco Equita Sim: «Le conseguenze della sentenza andranno valutate nel dettaglio, ma certo nel breve l’attività commerciale subirà un rallentamento».

C’è però anche chi la pensa diversamente. «Date le incertezze sull’interpretazione della sentenza, non si può concludere che l’impatto sulla distribuzione delle unit linked sarà negativo», avvertono da Banca Imi. Queste polizze peraltro nell’ultimo anno hanno offerto rendimenti anche a doppia cifra, come emerge dai dati Fida (si veda tabella). E anche dai legali esperti di assicurazioni si levano voci che invitano alla prudenza, suggerendo che la pronuncia della Corte potrebbe risolversi nel classico tanto rumore per nulla.

Occorre quindi fare chiarezza, partendo da un dato importante. Il riferimento al fatto che le polizze che non garantiscono i premi pagati non sono strumenti assicurativi ma finanziari è inserito secondariamente nel contesto della sentenza, il cui oggetto non è una unit ma una index linked. «La sentenza si riferisce soprattutto a una specifica polizza index linked, di cui si valutano aspetti di natura regolamentare in cui è parte in causa anche una fiduciaria», spiega Roberto Lenzi, avvocato patrimonialista dello studio Lenzi e Associati. Fa eco Andrea Polizzi, socio dello studio D’Argenio Polizzi: «Al di là dell’enfasi dei primi commenti, la decisione, e con essa la sua portata, va correttamente riferita al caso concreto, una polizza stipulata nel 2006, senza alcun documento informativo a supporto e alle norme Ue e nazionali di riferimento».

Quanto al rischio di un eventuale disconoscimento del contratto assicurativo in assenza del requisito della protezione del capitale, «la Cassazione non aggiunge alcunché di nuovo rispetto all’orientamento già manifestato dalla prevalente giurisprudenza, soprattutto negli ultimi anni, pur in un contesto caratterizzato da posizioni contraddittorie in cui è molto difficile definire i requisiti che una polizza deve avere per essere correttamente definita assicurazione. Ogni volta infatti i giudici di merito sono intervenuti nell’analisi del caso particolare», prosegue Lenzi.

In sostanza non esiste alcuna legge in forza della quale il Fisco può affermare che le unit linked sono prodotti finanziari. Anzi alcune norme dicono il contrario, quindi la materia si presta a interpretazioni legate al singolo caso perché le unit linked, nella veste strumenti assicurativi, in sostanza si comportano come fondi d’investimento. «La pronuncia non ha valore di precedente vincolante, e si pone in potenziale contrasto con i dati normativi nazionali ed europei nonché con l’orientamento interpretativo della Corte di Giustizia dell’Ue, che depongono a favore della natura comunque assicurativa dei prodotti di ramo terzo e contrastano con una riqualificazione generalizzata delle polizze assicurative di tipo unit-linked», spiega Polizzi.

Quindi i giudici, se le polizze sono state vendute ai risparmiatori senza trasparenza informativa, potrebbero riqualificarle come strumenti finanziari per risarcire il sottoscrittore. Questo perché i contorni della materia non sono ben definiti. Non a caso l’Ania assume una posizione più rassicurante: «La sentenza della Corte non definisce i contratti Vita ma si riferisce a un caso specifico, caratterizzato dal ruolo assunto da una società fiduciaria. Il caso in giudizio riguarda, in particolare, errori di trasparenza e comportamento su un singolo prodotto, collocato nel 2006».

Resta quindi impregiudicata, anche per l’Aipb, l’associazione nazionale del private banking presieduta da Fabio Innocenzi, la natura assicurativa delle unit linked «e non potrebbe essere altrimenti visto che ciò è stabilito dal legislatore europeo e nazionale», spiega Aipb. Peraltro tutte queste situazioni dovranno presto essere valutate in rapporto alla nuova direttiva sulla distribuzione assicurativa (Idd)in vigore nell’autunno prossimo, che allinea i prodotti assicurativi a quelli finanziari. «La Idd è chiara nell’affermare che le polizze di ramo III sono prodotti Vita distribuiti da agenti, banche e broker», spiega ancora Polizzi.

Ma come funzionano le unit linked? «Gran parte di esse sono pure: vale a dire che il rischio di investimento, inteso come variabilità totale o parziale degli attivi sottostanti da cui dipende l’entità della prestazione, è in prevalenza a carico del cliente. Unica garanzia assicurativa è la copertura di rischio morte dell’assicurato», prosegue Lenzi. Tuttavia alcune compagnie che hanno proposto contratti (sia di nuova emissione che attraverso integrazioni con apposita appendice per quelli già emessi e per assicurati con un limite massimo di età) «in cui il rischio di investimento è stato escluso con la garanzia totale o parziale del premio versato, mediamente dal 90 al 100%, al termine della polizza, cioè al decesso dell’assicurato, tali comunque da traslare sulla compagnia il rischio dell’investimento», rivela Lenzi.

Un esempio è una polizza proposta da Allianz: la nuova unit Active4Life (legata al fondo Agl Allianz Strategy Select 50) garantisce il 90% del controvalore delle quote rilevato alla ricorrenza annua precedente. «La giurisprudenza che ha portato a riqualificare una polizza sulla vita ha riguardato soprattutto le unit linked pure», afferma Lenzi. I principali vantaggi di una polizza sulla vita riguardano, come si accennava, gli ambiti fiscale e successorio. Sotto il primo profilo, l’imposizione sull’eventuale capital gain è differita al momento dell’eventuale riscatto oppure dell’evento morte e non durante la maturazione della polizza. In caso di successione, invece, le prestazioni erogate ai beneficiari sono escluse dall’imposta e non rientrano nell’asse ereditario (quindi si possono nominare come beneficiari anche non eredi a patto di non ledere la legittima). Qualora la polizza fosse riqualificata come prodotto finanziario puro, i vantaggi di natura fiscale e successoria verrebbero meno, e si perderebbero la non pignorabilità e la non sequestrabilità.

Come avvicinarsi a tali strumenti? Utile l’intervento di esperti in materia non in conflitto d’interesse e in grado di valutare il singolo contratto cercando di apportare correttivi se necessari, per evitare contenziosi dagli esiti imprevedibili. È il caso di inserire nel contratto appendici che prevedono garanzie sul capitale investito. Così si rafforza il contenuto assicurativo della polizza evitando contenziosi. Ma vi sono preclusioni per gli assicurati oltre una certa età. Se quindi i benefici fiscali sono al riparo, altri fattori vanno considerati nella scelta, a partire dai costi.

Il blog Risparmiamocelo (un’iniziativa promossa da AcomeA) osserva che la compagnia può trattenere sul versamento anche il 10%, poi ci sono la commissione di gestione della unit linked, tra l’1 e il 2%, detratta dal rendimento del fondo, e i costi dei fondi acquistati, che vanno dallo 0,8 al 2% annuo. Dunque le unit, efficaci ai fini successori e fiscali, sono «indicati per risparmiatori dinamici e desiderosi di investire nei mercati finanziari con un portafoglio molto personalizzato. Non è l’identikit del risparmiatore medio. Ecco perché è difficile spiegare il loro boom solo con i vantaggi fiscali e successori. Sembra prevalere la spinta allo sportello per un prodotto interessante ma costoso e poco chiaro», chiosa Risparmiamocelo.

Deutsche Bank e Black Rock dietro il “golpe” italiano del 2011?

di Luca Pinasco 12 maggio 2018 lintellettualedissidente.it

Deutsche Bank finisce nel mirino della procura di Trani per manipolazione del mercato ai danni dell’Italia nel 2011

La banca che fu il motore dello sviluppo industriale tedesco ed europeo con Herrhausen, ridotta oggi ad essere la banca più esposta ai derivati al mondo, Deutsche Bank, è stata indagata, insieme all’ ex management guidato dall’ A.D. Joseph Ackermann, dalla Procura di Trani per manipolazione del mercato ai danni dell’ Italia nel 2011. Secondo il PM Michele Ruggiero, ormai famoso come nemico della grande finanza per le sue indagini contro i colossi del rating finanziario, il reato di Deutsche Bank è quello di condotta manipolativa di mercato causata dalla divergenza tra il comportamento informativo ed operativo. Nello specifico, nel primo semestre del 2011, tra febbraio e marzo, la banca tedesca ha prima definito con informative ufficiali il debito pubblico italiano “sostenibile” per poi vendere 7 miliardi di titoli di debito italiano, massicciamente, in breve termine, over the counter (fuori dai mercati regolamentati) ed acquistare nello stesso periodo 1.4 miliardi di credit default swap (uno strumento finanziario di copertura per rischio paese) per coprire il “rischio Italia”. Queste operazioni, divenute note soltanto con il bilancio semestrale di Deutsche Bank a fine giugno del 2011, furono percepite dagli operatori di mercato come un chiaro segnale di sfiducia nella solidità del debito pubblico italiano. La violazione della normativa secondo il PM Ruggiero è stata la causa della variazione dei prezzi. Lo spread tra titoli italiani e titoli tedeschi cominciò a salire da luglio a novembre quando raggiunse il picco di 550 punti costringendo il governo Berlusconi alle dimissioni. Che ci sia stato un golpe finanziario ai danni dell’ Italia è ormai fuori dubbio. Quello che il PM Ruggiero sta cercando di definire con le sue indagini, come da lui dichiarato, è il responsabile.

È proprio sui responsabili della caduta del governo Berlusconi e del conseguente avvento del governo Monti che bisogna fare le maggiori riflessioni. Alan Friedman nel suo libro “Ammazziamo il gattopardo” in modo piuttosto fuorviante attribuisce ogni responsabilità a Mario Monti e all’ ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con il beneplacito del governo tedesco guidato allora come oggi da Angela Merkel. La procura di Trani con quest’indagine sposta l’attenzione su un colosso finanziario che, pur avendo la sede principale sul suolo tedesco, rappresenta una delle maggiori banche d’affari internazionali, posseduta in gran parte da azionisti facenti capo ai più grandi fondi d’investimento al mondo, fondamentali responsabili nella nomina dell’ ex management. Al vertice della banca nel 2011 c’era come vice manager lo squalo della finanza speculativa Anshu Jain, poi diventato uno dei co-manager fino al 2015, famoso al mondo per essere uno dei più aggressivi utilizzatori di derivati, colui che ha portato la banca tedesca ad essere l’istituto finanziario maggiormente esposto in derivati al mondo. L’amministratore delegato invece era Joseph Ackermann, esponente del gruppo dei trenta, membro del consiglio direttivo del gruppo bilderberg, personaggio che vola dai management ai consigli d’amministrazione di multinazionali come Shell o Siemens, o di associazioni come il “World Economic Forum” o “Institute of International Finance”, è oggi presidente della Banca di Cipro grazie alla nomina ricevuta dall’ azionista di maggioranza nonché suo amico Wilbur Ross. Quest’ ultimo, per la curiosità del lettore, è uno degli uomini più ricchi al mondo secondo Forbes, inserito in diverse multinazionali attraverso la sua holding (oggi confluita nell’ enorme fondo d’investimento INVESCO), ed è stato sia curatore fallimentare che responsabile di diversi fondi privati d’investimento per le banche Rothschild [ https://en.wikipedia.org/wiki/Wilbur_Ross . ]

Secondo la rivista di Lucio Caracciolo “Limes” il vero protagonista della crisi italiana del 2011, definita dalla stessa rivista come “la capitolazione dell’ Italia nei confronti degli apparati della grande finanza” non è stata Deutsche Bank, bensì il più grande fondo d’investimento al mondo nonché maggior azionista di Deutsche Bank nel 2011: BlackRock. Quest’ ultimo controlla una quantità di denaro, efficacemente investita in consistenti partecipazioni nell’ azionariato delle più grandi ed influenti società del mondo occidentale, pari a più del doppio del PIL italiano, 4600 miliardi di dollari. Sempre secondo Limes utilizza “software e tecniche simili a quelli di Google (del quale è azionista di rilievo) e dell’ NSA per manipolare i clienti e per sondare gli umori degli investitori, il suo centro studi d’eccellenza Black Rock Investment Institute è all’ avanguardia nell’ esaminare le variabili di rischio politico-strategiche dei paesi”, dalla crisi del 2007 ad oggi ha incrementato del 50% la quantità di denaro e di investimenti gestiti, stessa cosa è accaduta agli altri quattro maggiori fondi d’investimenti al mondo. Nel 2011 BlackRock è stato il maggior beneficiario delle politiche di privatizzazione del governo Monti. Infatti, dal 2011 al 2014 si è posizionato in maniera eccellente nelle più influenti aziende e nei maggiori istituti bancari italiani, e, dov’ era già posizionato, ha aumentato le sue quote di partecipazione diventando in molti casi (troppi per elencarli, ma è sufficiente una piccola ricerca per rintracciarli) l’azionista di maggioranza, mettendosi oggi nella condizione di poter aumentare ulteriormente le sue quote azionarie in caso di ulteriori privatizzazioni.

In diversi articoli ho messo in evidenza come i più grandi fondi d’investimento sfruttassero le posizioni di rilievo nell’ azionariato delle aziende di telecomunicazione, dell’ energia e bancarie, ma l’attuale indagine del PM Ruggiero, ci fa riflettere su quale potere reale riescano ad esercitare sugli stati attraverso il possesso di debito sovrano nel portafoglio delle banche d’affari controllate, ci fa riflettere su quanto sia inopportuno che banche orientate alla speculazione e non esclusivamente al credito possano acquistare e cedere titoli di debito statali. Craxi negli anni 80 aveva capito che internazionalizzare il debito pubblico avrebbe dato in mano a soggetti esteri e privati dei poteri di controllo sui governi, infatti riconosceva la concreta possibilità che se un governo avesse voluto attuare una politica di spesa non gradita a taluni possessori di debito, sarebbe bastato a questi ultimi vendere una piccola quota di titoli di debito per aumentarne gli interessi e far lievitare il costo della suddetta politica di spesa di diversi miliardi, al punto di renderla inattuabile. Craxi capì la gravità di tale concezione prima che la “deregolamentazione” di Bill Clinton negli anni 90 la facesse diventare “la regola”, subordinando definitivamente il potere dello stato a quello della finanza. Secondo l’indagine della Procura di Trani l’intuizione di Craxi sembra essersi verificata nella più estrema delle ipotesi, ovvero la vendita di titoli di debito potrebbe essere stata la causa unica della caduta di un governo eletto.

Mps, la Lega propone il cambio di governance: crolla il titolo

lettera43.it 17 maggio 2018

Il responsabile conomico del Carroccio Borghi: «Non vendiamo e cambiamo amministratore». In Borsa tonfo dell’8%. Padoan: «Parole gravi, così si colpiscono i risparmiatori».

Con un crollo in Borsa, Mps è stata la prima a pagare di tasca propria i contenuti del contratto di governo fra Lega e Movimento 5 Stelle. Uno dei punti prevede che la banca venga «ripensata in un’ottica di servizio» – ha spiegato il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi – «In buona sostanza: abbandonare l’idea di farci i profitti vendendola a chissa chi e mantenerla come patrimonio del Paese».

IL TITOLO PERDE QUASI IL 9%. Gli investitori non l’hanno presa bene. Mentre l’indice Ftse Mib ha guadagnato lo 0,29%, il titolo di Mps è stato sospeso al ribasso e poi ha chiuso in perdita dell’8,8% a 2,92 euro (contro i 4,55 euro segnati al rientro in Borsa, il 25 ottobre). Duro il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan: «Le dichiarazioni dell’onorevole Borghi» – ha detto – «insieme alle indicazioni fornite nella bozza di programma di Lega e M5s, hanno immediatamente creato una crisi di fiducia» sul titolo Mps.

PIANO DI RECUPERO DA 5,4 MILIARDI. Si tratta di «un fatto molto grave che mette a repentaglio l’investimento effettuato con risorse pubbliche. Ho il dovere di ricordare a tutti gli attori politici che la fiducia si costruisce poco per volta, progressivamente, ma basta poco per distruggerla, tirandosi dietro i risparmi degli italiani che a parole si vorrebbero tutelare». Togliere dai programmi la vendita di Mps, con cui lo Stato auspicava di recuperare parte dei 5,4 miliardi investiti nel salvataggio della banca, significa rivedere nel profondo il piano di ristrutturazione dell’istituto, che nel 2017 è stato concordato dal governo italiano, Bce e Unione europea. Serviranno quindi nuove contrattazioni.

BORGHI: «NATURALE UN CAMBIO DI GOVERNANCE». «Gli azionisti hanno assoluta libertà di decidere e valutare quello che ritengono più opportuno fare» – ha commentato l’amministratore delegato di Montepaschi, Marco Morelli, a Milano per il celebration day di Officina Mps – «noi abbiamo un piano, andiamo avanti su quello». I programmi della nuova maggioranza riguardano anche gli attuali vertici dell’istituto senese. «Non entra nel contatto» – ha spiegato Borghi – «ma è abbastanza probabile, quasi naturale» pensare a un cambio della governance. «Ma è inutile mettere nel contratto: ‘E poi cambiamo l’amministratore delegato’», ha aggiunto. Su questo, Morelli ha glissato: «L’obiettivo mio, del management e della banca è quello di ottenere più velocemente possibile dei buoni risultati. Il primo trimestre del 2018 è un primo passo molto molto rilevante ma la strada è molto lunga». In attesa di una telefonata dal futuro ministro dell’Economia, Morelli guarda avanti. Un’eventuale partecipazione di Mps al risiko bancario «fa parte di una valutazione più ampia, che la banca e i suoi azionisti dovranno comunque fare in futuro» – ha spiegato – «la priorità per noi è fare in modo che Mps torni ad avere un ruolo importante nell’economia italiana».

Ci sono mille miliardi di tasse mai riscosse: senza condono il Fisco può recuperare (forse) il 5%

Nella foto Agf, Armando Siri e Matteo Salvini

Per la Lega si chiama “pace fiscale”; per i suoi nemici è “un maxi condono”. Per molti esperti di diritto tributario è probabilmente l’unico modo per recuperare almeno una parte delle cartelle esattoriali mai riscosse dall’Agenzia delle Entrate. Fiumi di denaro che si sono accumulati negli anni senza che nessuno riuscisse a venirne a capo.

 

Compilazione modulo modello 730, dichiarazione dei redditi 2015, tasse, reddito – foto di Flavia Scalambretti / AGF

L’oggetto del contendere è al centro del programma di governo della Lega: “Il nostro primo impegno è far partire la legislatura, poi – ha spiegato a Business Insider Armando Siri, braccio destro di Matteo Salvini e ideologo della Flat Tax – nel primo consiglio dei ministri vareremo la pace fiscale con saldo e stralcio delle cartelle Equitalia”.

Armando Siri. Foto Agf

Un provvedimento con il quale si punta a recuperare 35 miliardi di euro già nel 2018. Una cifra peraltro in linea con quanto stimato dal direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Ruffini, che due anni fa in audizione davanti alla commissione Finanze del Senato aveva detto: “Sui 1.058 miliardi di euro di crediti da riscuotere affidati a Equitalia tra il 2000 e il 31 dicembre 2015, si può sperare di riscuoterne 51”, il 5%. Da allora non è stato fatto alcun aggiornamento, ma la situazione non è cambiata. Neppure con la rottamazione delle cartelle.

La spiegazione di Siri è chiara: “Una parte di questi soldi non è esigibile perché la persona è defunta oppure la sua attività è fallita, una parte perché il soggetto è nullatenente e non ha beni mobili o immobili intestati. C’è, però, una serie di cittadini che potrebbe pagare, ma che magari ha chiuso la propria attività. Il volume di soldi esigibili ammonta a circa 600 miliardi di euro. Se noi a queste persone chiediamo, a seconda delle condizioni in cui si trovano, di pagare una percentuale del 6,10 o 25 per cento di quanto devono allo Stato, riusciremo a intascare una buona parte dell’ammontare che, altrimenti, non avremmo mai”.

Ernesto Maria Ruffini, direttore dell’Agenzia delle entrate. Imagoeconomica

Una linea condivisa dagli esperti tributaristi contattati da Business Insider: “Indovinare quanto si possa recuperare davvero è un terno al lotto – spiega un legale che preferisce rimanere anonimo -, ma in Italia l’adesione ai condoni ha avuto successo quando il prezzo è stato ragionevole. Per un’operazione del genere serve il giusto equilibrio”. Il ragionamento degli esperti è chiaro: per far perdere le proprie tracce al fisco e continuare a non versare il dovuto, i furbetti delle tasse devono sostenere una serie di costi – tra consulenti e avvocati – non indifferente; se il prezzo da pagare per chiudere il contenzioso con lo Stato fosse interessante, sarebbe un’occasione da non perdere.

Chi si oppone al condono sottolinea come sia un incentivo a non pagare le tasse confidando nel fatto che – prima o poi – un provvedimento del genere arriva, ma un altro tributarista osserva: “1.054 miliardi di cartelle esattoriali non riscosse in 15 anni sono già un buon incentivo per chi vuole fare il furbo. Una sanatoria, in questo momento, potrebbe avere un senso. Ed essere vantaggiosa per lo Stato”. Anche perché nel 2016, anno record, Equitalia riuscì a riscuotere solo 8,7 miliardi di euro.

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Insomma la pace fiscale sembra l’unica soluzione per recuperare qualcosa del maltolto in attesa di una vera riforma che metta alle strette i furbetti. Il Movimento 5 Stelle propone il carcere per gli evasori, la Lega rifiuta le manette, ma promette tolleranza zero con un drastico aumento di controlli e sanzioni, compreso il ritiro della patente e del passaporto fino a 5 anni. Nella speranza di far emergere dall’evasione fiscale, a regime, almeno 28-30 miliardi di euro l’anno.

Deutsche Bank è una “banca problematica”. Lo dice Steve Eisman, il gestore di hedge fund che piazzò ‘La grande scommessa’

  • Oscar Williams-Grut busibessinsider.com 18 maggio 2018
  • Steve Eisman ha detto a Bloomberg TV che Deutsche Bank “ha dei reali problemi di redditività”, che “probabilmente è sottocapitalizzata”, che a suo parere è “probabile che effettui una nuova raccolta di capitali l’anno prossimo” e che “deve operare un drastico ridimensionamento”
  • Eisman è famoso per la scommessa che piazzò a sfavore del mercato immobiliare statunitense prima della crisi legata ai mutui subprime del 2008.

LONDRA – Il gestore di hedge fund Steve Eisman, famoso per aver scommesso a sfavore del mercato immobiliare statunitense prima del crollo finanziario del 2008, pensa che Deutsche Bank sia “una banca problematica” che deve “operare un drastico ridimensionamento”.

Steve Eisman. Ruters/Brendan McDermid

In un’intervista trasmessa da Bloomberg TV, Eisman ha detto: “Deutsche Bank ha reali problemi di redditività. Non investe in tecnologia da molto, moltissimo tempo. Probabilmente è sottocapitalizzata. Ritengo probabile che effettui una nuova raccolta di capitali l’anno prossimo”.

“Deutsche Bank è una banca problematica. Penso che debba operare un drastico ridimensionamento.”

La banca ha riportato a febbraio una perdita annuale di 497 milioni di euro relativa al 2017, il suo terzo anno consecutivo in rosso. John Cryan è stato costretto a lasciare la carica di Ceo ad aprile e il suo successore, Christian Sewing, ha annunciato l’intenzione di ridimensionare la struttura negli Stati Uniti e procedere di conseguenza a un taglio del personale.

Eisman fu il protagonista della storia raccontata ne La grande scommessa, il saggio di Michael Lewis sulla bolla dei mutui subprime negli Stati Uniti scoppiata nel 2008. Steve Carrell lo impersonò nel film del 2015 tratto dal libro.

Eisman, che oggi lavora come gestore patrimoniale nel Neuberger Bergman Group, ha detto a Bloomberg TV che a suo parere “le autorità di controllo negli Stati Uniti hanno fatto davvero un ottimo lavoro dopo la crisi” per risolvere i problemi strutturali; ha poi aggiunto che “l’Europa è migliorata, ma non a sufficienza”.

Ha detto di non essere in grado di commentare le operazioni di consolidamento tra banche europee, ma ha aggiunto che senza dubbio saranno prese iniziative di questo tipo negli Stati Uniti, “considerando la differenza tra le somme che società come JPMorgan stanno spendendo in tecnologia, ovvero circa 10-11 miliardi di dollari all’anno, e gli investimenti molto più limitati delle banche regionali”.