Caso Tortora, la figlia Silvia: «Trent’anni dopo niente è cambiato»

CHIARA PIZZIMENTI vanityfair.it 18 maggio 2018

 

Caso Tortora, la figlia Silvia: «Trent'anni dopo niente è cambiato»

Il 18 maggio 1988 moriva il presentatore televisivo vittima del più grave errore giudiziario della storia della Repubblica italiana

«Dal mio punto non è cambiato nulla: sono 30 anni di amarezza e di disgusto». Silvia Tortora lo ribadisce alla vigilia di un anniversario che per lei è personale, il sacrificio di suo padre, ma che è caso nazionale universale di mala giustizia. Il 18 maggio del 1988 moriva Enzo Tortora. Giornalista e conduttore televisivo (Portobello aveva 28 milioni di telespettatori) è definizione limitata perché Tortora è stato protagonista del più clamoroso errore giudiziario dell’Italia repubblicana.

Aveva 59 anni. Lo uccise un tumore ai polmoni, ma era lui stesso a dire che gli avevano fatto scoppiare dentro una bomba al cobalto con quelle accuse ingiuste, gli anni in carcere, l’arresto spettacolarizzato.

L’accusa partita dalla Nuova Camorra Organizzata era infamante e falsa: Tortora corriere della droga. Sette mesi in carcere e molti altri ai domiciliari, nella sua casa milanese, nei quattro anni della battaglia giudiziaria per dimostrare di essere innocente. Un’innocenza ribadita immediatamente e che si ritrova nelle lettere dal carcere raccolte dalla compagna Francesca Scopelliti: «È stato atroce, Francesca. Uno schianto che non si può dire. Ancora oggi, a sei giorni dall’arresto, chiuso in questa cella 16 bis, con altri cinque disperati, non so capacitarmi, trovare un perché. Trovo solo un muro di follia».

LE ACCUSE E L’ARRESTO
Non c’era modo di capacitarsi di un arresto che non aveva ragione. Le accuse si basavano sulle dichiarazioni dei pregiudicati Giovanni Pandico, Giovanni Melluso e Pasquale Barra, legato a Raffaele Cutolo, capo di una parte della Camorra. Nessuna era suffragata da prove certe e invece venerdì 17 giugno 1983, Enzo Tortora venne svegliato alle 4 del mattino dai Carabinieri all’Hotel Plaza di Roma e arrestato per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico.

LE TESTIMONIANZE
Dopo le prime accuse se ne aggiunsero altre di 8 imputati nel processo alla cosiddetta Nuova Camorra Organizzata, ma anche del pittore Giuseppe Margutti e della moglie che dissero di aver visto Tortora spacciare droga negli studi di Antenna 3. Furono 13 le false testimonianze e 19 i pentiti che accusano Tortora.

LE NON PROVE
Alla base delle accuse c’è un errore poi sfruttato per montare il «caso Tortora». L’errore sta nel nome. Su un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista, Giuseppe Puca detto O’Giappone, c’era scritto un nome con accanto un numero di telefono. Quel nome, scritto a penna, è stato letto Tortora. Invece era Tortona. Il numero non era riconducibile a Tortora. Non c’era poi alcun rapporto se non quello creato da un problema nato nella trasmissione Portobello con l’accusatore Giovanni Pandico. Dal carcere in cui era detenuto arrivarono al programma centrini che dovevano essere venduti all’asta. Andarono persi e Tortora scrisse una lettera di scuse a Pandico; con un rimborso di 800 mila lire la vicenda sembrava chiusa, ma il pentito continuò a scrivere al presentatore lettere minatorie.

L’INDAGINE
Non era Tortora l’unico coinvolto nel caso. Era una maxi inchiesta che portò a più di 850 arresti in tutta Italia coinvolgendo terroristi di ogni parte, politici, personaggi noti, oltre che camorristi. Il volto più noto però era lui che aveva condotto trasmissioni di enorme successo come La Domenica Sportiva e Portobello e il suo volto, le mani ammanettate, i Carabinieri a bloccarlo, passò e ripassò in televisione e sui giornali.

Gli investigatori dissero che tutte le affermazioni raccolte dai pentiti erano state accuratamente controllate. Da queste dichiarazioni risultava che Tortora spacciasse droga nel mondo dello spettacolo. Tutto falso. A pochi giorni dall’operazione molti arrestati erano di nuovo liberi per assenza di prove. Gli avvocati di Tortora non avevano invece neanche potuto leggere i verbali degli interrogatori, mentre sui giornali finivano false notizie sulle sue amicizie nella camorra e la sua iniziazione.

LE REAZIONI
Molto del mondo giornalistico accettò la tesi delle forze dell’ordine. Camilla Cederna scrisse: «Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto». Il primo ad alzarsi in difesa di Tortora fu Enzo Biagi, seguito da Giorgio Bocca e Indro Montanelli. Biagi scrisse una lettera aperta al presidente della Repubblica Sandro Pertini, pubblicata nell’agosto del 1983 sul quotidiano La Repubblica: « Signor Presidente della Repubblica, non le sottopongo il caso di un mio collega, ma quello di un cittadino. Non auspico un suo intervento, ma non saprei perdonarmi il silenzio. Vicende come quella che ha portato in carcere Enzo Tortora possono accadere a chiunque. E questo mi fa paura». A sostegno di Tortora si schierarono Piero Angela, Leonardo Sciascia e Pippo Baudo.

LA CONDANNA E L’ASSOLUZIONE
La condanna, a 10 anni di carcere, arrivò il 17 settembre 1985. Tortora, che era stato eletto l’anno prima al Parlamento Europeo con il Partito Radicale con più di mezzo milione di preferenze, si dimise e rinunciò all’immunità parlamentare. Nel settembre 1986 ci fu l’assoluzione con formula piena dalla Corte d’appello di Napoli. La Cassazione confermò la sentenza il 13 giugno del 1987. I pentiti andarono a processo per calunnia perché i magistrati si resero conto che le accuse erano artificiosamente concatenate e non avevano riscontri. In aula Tortora disse: «Io grido: “Sono innocente”. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi».

IL RITORNO IN TELEVISIONE
Portobello fu la trasmissione del ritorno di Tortora, la sua più nota. «Dunque», disse, «dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo “grazie” a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L’ho detto, e un’altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo so anche, per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta».

LE CONSEGUENZE
Non ci furono azioni penali o indagini nei confronti dei magistrati che indagarono Tortora. La sua vicenda, però, fu all’origine del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati che portò alla legge Vassalli sul «Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati», non retroattiva però. «Enzo è stato prelevato dalla sua vita, senza che venisse aperta una commissione d’inchiesta, senza che nessuno pagasse per quell’errore». Per Silvia Tortora non è cambiato niente: «Mi aspettavo una riforma del sistema giudiziario, invece non è accaduto. I processi continuano all’infinito. Anzi in 30 anni c’è stata una esplosione numerica».

LA MORTE
L’ultima trasmissione di Tortora fu Giallo, conclusa in anticipo, nell’autunno 1987. L’ultima partecipazione fu invece a una trasmissione di Giuliano Ferrara, Il testimone, quando era già ricoverato. Era il 20 aprile 1988. «Il mio compito», spiegò, «è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza: ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere. Su delazioni di pazzi criminali».

Tortora morì a 59 anni la mattina del 18 maggio 1988 nella sua casa di Milano. Nella Basilica di Sant’Ambrogio i funerali, le ceneri sono al Cimitero Monumentale con una copia del libro di Alessandro Manzoni Storia della colonna infame nell’edizione con prefazione di Leonardo Sciascia, testo che tratta di uno dei primi casi documentati di mala giustizia in Italia.

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