SPY FINANZA/ Gli allarmi che contano più dello spread italiano

Sui principali media sembra che la preoccupazione dei mercati sia l’Italia e la formazione di un Governo Lega-M5s, ma non è così, dice MAURO BOTTARELLI

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Ma come, la grande preoccupazione europea e mondiale per il governo italiano è già finita? Sapete, al netto della media dello spread di ieri mattina (146 punti base), di quanto è aumentato l’interesse che il Tesoro paga sul decennale, rispetto ai massimi della settimana precedente, quando ancora il diabolico piano di Lega e M5S di annullamento del debito e ridiscussione dei Trattati europei non era stato svelato? Ben lo 0,06%, roba da matti! Dove andremo a finire, avanti di questo passo? È una vita che ve lo dico e torno a ripetervelo: a palazzo Chigi, finché la Bce è operativa, può andarci anche un cartonato pubblicitario. Non interessa nulla a nessuno, perché comunque sia sono altre le dinamiche che preoccupano i mercati. Certo, l’Italia non è la Grecia e un’eventuale messa in discussione della permanenza nell’euro sarebbe una grana, ma pensate davvero che, ammesso e non concesso che nasca, il governo giallo-verde arrivi a quel passo? 

Stanno alzando i toni, sbraitano per ragioni elettorali e di gestione della base, ma alla fine si accontenteranno di ottenere una qualche forma di reddito di cittadinanza, una rimodulazione fiscale e un po’ più di mano ferma sul contrasto all’immigrazione: certe battaglie servono solo per non perdere la faccia, così come le repliche a muso duro al Financial Times. Tra il dire e il fare c’è di mezzo la permanenza al potere. E anche parecchi punti percentuali di consenso. Quindi, non commettete l’enorme errore di diventare emotivi per lo spread o per le Borse: se esistono due indicatori inaffidabili, in tempi di Banche centrali al timone, sono proprio quelli. Sono altri i livelli che devono far paura, altri gli indicatori che – rotti certi argini – mandano messaggi reali. Scommettete, ad esempio, che se proprio l’Ue che qualcuno in Italia millanta essere messa a rischio da Salvini e Di Maio, dovesse andare avanti nel proposito filtrato ieri, aumenteranno a dismisura i casi di malati psichici già noti alle autorità che decideranno di immolarsi in nome di Allah? Insomma, per capirci, una vera e propria epidemia di lupi solitari. 

Perché mentre qui tv e giornali lanciavano allarmi sullo spread, a Bruxelles circolavano voci degne di attenzione, non a caso ignorate dalla stampa italiana e non caso messe debitamente in circolazione da quella russa: l’Ue, per tutelare le sue aziende, sarebbe pronta a pagare il petrolio iraniano in euro e non in dollari, al fine di trovare una scappatoia legale alle sanzioni statunitensi contro Teheran, di fatto formalizzate proprio mercoledì. Insomma, per una volta sembra che le minacce europee di ritorsione contro l’unilateralismo di Washington non siano destinate a restare tali, ma a divenire realtà: ovviamente, finché non vedo, non credo. Ma già il fatto che nessuno in ambito comunitario si sia, come al solito in questi casi, precipitato a smentire, appare un segnale. Ed ecco, invece, quello serio: come vedete ieri il Brent ha superato quota 80 dollari al barile per la prima volta dal novembre 2014. Certo, 80,18 dollari appare più un segnale psicologico che altro, una rottura della soglia magari in procinto di rapido ritracciamento, ma occorre ricordare una cosa, al riguardo: due settimane fa, l’Arabia Saudita aveva annunciato che il suo nuovo target price per il greggio era proprio di 80 dollari. È bastato poco ed ecco che certi desideri divengono realtà. 

Cos’è servito, in fondo? Nulla, solo lo stralcio dell’accordo con l’Iran sul nucleare da parte dell’alleato principale dei sauditi, gli Usa, e un massacro a Gaza che facesse salire per bene la tensione in Medio Oriente: metteteci l’ennesimo voltafaccia di Kim Jong-un sulla questione denuclearizzazione, con tanto di messa in discussione dell’incontro previsto il 12 giugno prossimo a Singapore con Donald Trump e gli ingredienti per un bel mix di tensione geopolitica alle stelle ci sono tutti. E se c’è una cosa a cui è sensibile il prezzo del petrolio, è proprio la tensione. Oltretutto, potendo contare anche sul dollaro in continuo rafforzamento. E cosa fa l’aumento del prezzo del petrolio, in tal senso? Dà vita al paradosso dell’erosione dei benefici che il taglio fiscale garantiva, in minima parte, alla classe media statunitense, la quale vede ogni possibile benefit mandato in soffitta dall’aumento della bolletta energetica. E con la stagione delle vacanze (benzina, aumenti delle tariffe aeree per l’aumento del costo del carburante) e del caldo (aria condizionati a manetta ovunque, uffici in testa) in arrivo, ecco che quella voce può portare con sé l’alibi per il grande errore necessario: spingere la Fed a una politica di aumento dei tassi più netta, tanto che in corrispondenza con l’aumento del prezzo del petrolio di quest’ultima settimana – certamente non definibile un vero e proprio rally -, questo grafico ci mostra come le probabilità di altri tre interventi sui tassi abbiano raggiunto percentualmente quelle di una politica invece più cauta e conservativa da parte della Banca centrale Usa. 

E, come ci mostra quest’altro grafico, l’ultimo sondaggio di Bank of America fra i 200 principali gestori di fondi statunitensi, parla chiaro al riguardo: il tail risk più temuto (e, quindi, paradossalmente probabile) da chi investe e opera sul mercato è proprio un errore di politica monetaria da parte di Fed o/e Bce. Tu guarda le combinazioni! Ovviamente, i nostri giornali e le nostre tv si sono ben guardati dal tracciare questo scenario mercoledì, tanto che hanno infilato da bravi furbetti l’aumento del prezzo della benzina alla pompa in coda o direttamente all’interno dei servizi dedicati a spread e Borsa: un trucchetto facile facile, roba da Overton Window per dilettanti, ovvero far inconsciamente intendere che anche il pieno che costa di più sia colpa dell’instabilità innescata dall’ipotesi di governo Lega-M5S. Che io, come immagino avrete capito, non sostengo come ipotesi di governo, ma da qui a giocare sporco contro la volontà delle maggioranza degli elettori, ce ne passa. Almeno per me. 

E perché ho parlato di “grande errore necessario”, rispetto all’operato nel futuro prossimo della Fed? Perché se si vuol far deragliare del tutto il treno dell’economia, tamponando di fatto gli effetti sulla finanza, occorre uno shock tale da giustificare un ritorno alla politica espansiva di massa: ovvero, Fed che blocca gli aumenti e magari taglia anche solo di un quarto di punto (l’effetto psicologico sui mercati emergenti sarebbe tale da innescare un vero e proprio rally di breve periodo, quantomeno sul credito) e Bce che, come già lasciato intendere da Mario Draghi fra le righe, manda in cantina il taper del Qe e prosegue con gli acquisti fino almeno alla prima metà del 2019. Il tutto con il Giappone che non solo ha già detto che andrà avanti almeno fino ad aprile/maggio del prossimo anno con gli interventi a tutta forza e su tutto lo spettro delle securities, ma che da mercoledì ha a che fare con questo, ovvero la prima contrazione del Pil dopo 8 trimestri consecutivi di aumenti e il peggior calo dal quarto trimestre del 2015. 

 

Direte voi, dopo quel rally non sarà uno 0,6% a cambiare le cose. E invece sì, perché quando fai intendere al mercato e soprattutto all’opinione pubblica che la tua politica espansiva magari tarda a raggiungere l’obiettivo inflazionistico, ma ha messo il turbo all’economia, l’idea generale è quella di un’automobile con ormai il serbatoio pieno. Quindi, pronta al viaggio. Se invece, alla terza curva, si ferma come è accaduto l’altro giorno, a finire in discussione non è solo la tua narrativa interna (già ampiamente compromessa dai continui rinvii della Bank of Japan), ma quella globale della famosa ripresa sostenuta e sincronizzata. E perché siamo in questa situazione di rallentamento della crescita globale? Cos’è accaduto? Bastano questi due grafici a dare una spiegazione, rapida e sintetica: la dinamica di crescita del credito in Cina continua a rallentare. Inesorabilmente. 

E il dato sull’emissione di bond ci dice qualcosa di davvero preoccupante: se infatti il Paese che ha lanciato non più tardi di un anno fa il più grande progetto infrastrutturale al mondo, la cosiddetta Nuova Via della Seta, vede l’emissione di obbligazioni destinata al finanziamento di quella e di altre opere in continuo calo, cosa significa? E quel dato sugli investimenti fissi su base annua, cosa ci dice dello stato di salute – reale! – dell’economia cinese? Che Pechino, lungi dal rischiare il default o il cosiddetto hard landing, non si può permettere di finanziare l’economia del mondo intero, limitando sempre di più l’impulso creditizio funzionato finora come bancomat globale. E un mondo che vede gli investimenti calare nella sua principale economia produttrice, nella “fabbrica globale”, è normale che veda contemporaneamente salire il prezzo del petrolio, ovvero della base per l’energia necessaria a far funzionare le aziende? No, esattamente come non è normale che i rendimenti obbligazionari siano ancora così bassi, che le Borse continuino a trottare a fronte di dati macro pre-recessivi, che le prospettive inflazionistiche restino stagnanti nonostante centinaia di miliardi spesi dalla Banche centrali in acquisti di ogni tipo. 

Viviamo in un mondo che è la summa di disconnessioni e distorsioni, un’enorme entropia che fino ad adesso è sfuggita dai radar, perché tutti erano occupati a far soldi. Ma siccome nel mese di aprile le principali macchine da speculazione, gli hedge funds, stanno prendendo un bagno dopo l’altro, ecco che il decennale Usa l’altro giorno ha sfondato di nuovo la quota psicologica del 3% di rendimento, facendo traballare gli emergenti, lira turca in testa. Siamo in una situazione di totale navigazione a vista, un prodromo di tutti contro tutti pericolosissimo che vedrà l’Europa giocoforza nel mirino, visto che gli Usa non possono ancora permettersi un attacco diretto alla Cina, ad aprile ancora acquirente netto di debito a stelle e strisce, a fronte di un mondo che lo sta scaricando, Giappone in testa. 

Davvero pensate che il problema sia la bozza di programma di Lega e M5S? Davvero credete che nelle sale operative di New York o Londra, qualcuno abbia dedicato più di un’occhiata al titolo dell’articolo del Financial Times sui nuovi barbari ai cancelli di Roma? Siamo seri, almeno noi. Perché la situazione lo è davvero. Pericolosamente.