Ilva, per M5S deve chiudere: critiche solo da FI e Cisl

askanews.it 19 maggio 2018

Calenda disponibile a convocare subito un tavolo
Ilva, per M5S deve chiudere: critiche solo da FI e Cisl

Roma, 19 mag. (askanews) – Se c’erano ancora dubbi il M5S li ha spazzati via. Nel contratto con la Lega per il governo “c’è scritto chiaramente che si lavorerà per la chiusura dell’Ilva”. Sul blog delle stelle il post del chiarimento è indicativo già dal titolo: “L’era delle grandi opere inutili è finita” a firma Movimento 5 Stelle.

Il “chiarimento” ha provocato la dura presa di posizione della Cisl e della Fim e di esponenti di spicco di Forza Italia. Il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda si è detto disponibile a riaprire con urgenza un tavolo. In un comunicato congiunto con la vice ministro Bellanova ha detto di sperare che “le sigle sindacali che auspicavano la chiusura dell’accordo con il nuovo Governo capiscano che questa strada è chiusa. Siamo disponibili a convocare immediatamente il tavolo con azienda e sindacati per chiudere l’accordo ed evitare la più grossa deindustrializzazione del Sud degli ultimi decenni”.

“Chiudere l’Ilva significherebbe mettere in ginocchio l’economia della citta’ di Taranto – ha affermato la segretaria generale della Cisl Anna Maria Furlan – e perdere un ruolo strategico e di qualita’ nella produzione di acciaio del nostro paese. Bisogna trovare una strada per salvaguardare l’occupazione ed il risanamento ambientale, che e’ quello che chiedono tanti lavoratori e tanti cittadini di Taranto”.

Il segretario generale della Fim-Cisl, Marco Bentivogli, promette che “non staremo fermi”. “La chiusura è dannosa per ambiente, è appena all’inizio la copertura dei parchi e rischia di essere una Bagnoli2, l’occupazione e l’economia manifatturiera italiana. Sia chiaro, – aggiunge – non cederemo mai alle intimidazioni dello squadrismo che in queste ore a Taranto impedisce la piena agibilità democratica. E sia altrettanto chiaro, non staremo con le mani in mano, se si vuole lasciare i lavoratori a casa e la città vittima di una scelta ambientale dannosa, non staremo fermi e daremo vita alla mobilitazione totale”.

Difficile ipotizzare di convocare il tavolo per le prossime ore. Il dossier Ilva dopo la rottura al Mise sulla proposta avanzata da Calenda, prevede in agenda un incontro la prossima settimana tra Arcelor Mittal e sindacati ma la strada è in salita. Tra l’altro il negoziato a livello aziendale non potrebbe contare su risorse per circa 200 milioni che aveva assicurato il governo per gli incentivi all’esodo, accompagnati dalla cassa integrazione.

Dal resto del panorama sindacale, al momento nessuna reazione. Ieri il segretario generale della Uil Genova Antonio Papa si è era espresso contro il contratto di governo tra Lega e M5S sul capitolo dedicato all’Ilva.

Sul versante politico critiche al M5S arrivano da Forza Italia. Il presidente dei deputati Mariastella Gelmini sottolinea che “sta per nascere, a trazione grillina, il governo dei ‘no’. ‘No’ alla Tav, ‘no’ all’Ilva, ‘no’ a politiche differenziate e più incisive per il Mezzogiorno, ‘no’ a una chiara indicazione dei rapporti costi-benefici di ogni singola proposta programmatica del ‘contratto’. Insomma, siamo alla vigilia di una grande incognita che al momento destabilizza i mercati e fa storcere il naso ai nostri partner europei”.

Il governatore della Liguria Toti si appella a matteo Salvini. “Chiedo all’amico Salvini, oggi in procinto di varare un Governo con il Movimento 5 Stelle, di difendere quel modello di crescita e di sviluppo che abbiamo immaginato e costruito insieme in molte campagne elettorali, a partire proprio dalla Liguria. Bloccare grandi opere e chiudere Ilva significa condannare l’Italia ad un futuro di decrescita (non felice) e marginalità in Europa”.

 

UNO STATO FALLITO – VIDEO: SERGIO BRAMINI È STATO SFRATTATO: L’IMPRENDITORE CHE HA FATTO CRAC PERCHÉ LO STATO NON GLI PAGA 4 MILIONI DI CREDITI HA DOVUTO LASCIARE LA CASA CHE AVEVA IPOTECATO PER PAGARE GLI STIPENDI DEI DIPENDENTI – NON SONO BASTATI MESI DI BATTAGLIE, LA PASSERELLA DI DI MAIO, L’IMPEGNO DI SALVINI E PARAGONE, I SERVIZI DELLE ‘IENE’: QUI POTETE RILEGGERE QUESTA FOLLE STORIA ITALIANA, TRA MALAGIUSTIZIA E BUROCRAZIA CANAGLIA

dagospia.com 19 maggio 2018

1. “ECCO COME HANNO SGOMBERATO DA CASA SERGIO BRAMINI”

https://www.iene.mediaset.it/

 

La Iena Alessandro De Giuseppe riassume cos’è successo. Mentre l’imprenditore si sfoga con noi in un’intervista

Alla fine lo sgombero c’è stato. Sergio Bramini, imprenditore fallito nonostante vantasse 4 milioni di euro di crediti mai pagati dallo Stato, ha dovuto lasciare la sua abitazione. Dopo una giornata di speranze, con atroce delusione finale, di tensioni tra la folla che si era radunata e le forze dell’ordine in assetto antisommossa. Bramini se ne è andato “a testa alta” dall’abitazione dove ha vissuto per 27 anni, evitando scontri fisici, con la sua macchina, tra gli applausi.

sergio bramini matteo salviniSERGIO BRAMINI MATTEO SALVINI

Il nostro Alessandro De Giuseppe, che per Le Iene ha seguito per primo la sua storia facendola diventare un caso nazionale, ci racconta nel video qui sopra come è andata, dopo le numerose dirette Facebook con cui l’abbiamo documentata anche oggi. “Stamane per l’ennesima volta sembrava che tutto si risolvesse”, racconta De Giuseppe. “È arrivato un assegno da un imprenditore, che vuole rimanere anonimo, che avrebbe coperto l’intera cifra che serviva per stralciare la posizione di Sergio. Giudice dell’esecuzione dello sloggio e banca creditrice a quel punto hanno fatto sapere che poteva andare bene prolungare di almeno 30 giorni la trattativa. Ma il curatore fallimentare ha detto di no, così si è arrivati allo sloggio”.

“Sono stati momenti difficili, di tensione molto alta, meno male che alla fine ha prevalso l’educazione della gente che si era radunata qui per Sergio”, continua la nostra Iena. “Sono arrivati anche tanti politici, da Luigi Di Maio a Matteo Salvini. per auspicare una soluzione di buon senso che non c’è stata: hanno appena cambiato le serrature con l’ausilio della forza pubblica e del fabbro. Ma non tutto è perduto. Ci sono due, tre idee in ballo, c’è il crowdfunding. Speriamo e non ci arrendiamo per trovare una giustizia in questa storia incredibile. Non dimenticherò mai il viso di Sergio che esce dal suo ufficio e mi dice: ‘Sloggiano'”.

Subito prima di abbandonare la casa Sergio Bramini si è sfogato con noi in questa intervista.

“Non avrei mai immaginato di arrivare a questo giorno”, esordisce commosso Sergio Bramini. “Alla fine siamo stati scacciati dalla casa dove ho vissuto per 27 anni, dove ho avuto i miei più bei ricordi, dove sono nate e vissute le mie due figlie, dove la mia famiglia stava bene, fino a quando lo Stato mi ha voltato le spalle”.

sergio bramini con salviniSERGIO BRAMINI CON SALVINI

“Ho avuto una reazione forse incontrollata, ma era l’accumulo della rabbia di sette anni”, continua il suo racconto Bramini ricostruendo la sua vicenda intervistato da Alessandro De Giuseppe. Un Bramini che resta combattivo: “Chi ha voluto il bastone con me non può aspettarsi solo la carota. Stasera intanto andremo in un appartamentino molto piccolo, dove ci stringeremo, che ho preso in affitto per la mia nipotina e mia figlia. Di più non potevamo data la nostra situazione economica. Ma teniamo la testa alta e teniamo unita la famiglia. Un modo per risolvere questa storia lo troveremo”.

“Ci vorranno, ci vogliono delle modifiche di legge”, conclude, pensando di accettare l’offerta di Luigi Di Maio e Matteo Salvini di seguire pubblicamente queste vicende. “Voglio occuparmi per tutti proprio di questi casi. Non voglio che altri debbano soffrire quello che ho sofferto io in questi anni con la mia famiglia e che poi è sfociato in questo sloggio e in questa umiliazione”.

sergio braminiSERGIO BRAMINI

La scena finale di Bramini che abbandona con la sua macchina la sua casa, tra gli applausi, dà l’idea di come Sergio esca con grandiosa dignità e, appunto, “a testa alta” da questa ennesima bruttissima giornata. Senza arrendersi.

Noi de Le Iene abbiamo seguito questa incredibile vicenda, per primi, sin dall’inizio con il nostro Alessandro De Giuseppe. E naturalmente non ci fermeremo qui, continueremo a raccontarvela.

Oggi, dopo un primo appello dell’imprenditore c’era stata la visita del segretario della Lega Matteo Salvini, seguita a quella di ieri, giovedì 17 maggio, del capo politico del M5S, Luigi Di Maio. Ci siamo fatti anche portavoce dell’appello dell’imprenditore di Monza ai ministri Minniti, Padoan, Calenda e Madia, insieme al primo ministro Gentiloni. Abbiamo ottenuto una lettera, a firma del ministro dello Sviluppo economico Calenda e della Pubblica amministrazione Madia, rivolta a Nello Musumeci, presidente della Regione Sicilia, ente da cui Bramini attende una percentuale molto importante di denaro per la sua attività di riciclaggio dei rifiuti. Ma non ci sono stati sviluppi ulteriori.

sergio braminiSERGIO BRAMINI

Ecco le tappe precedenti della sua storia. Avevamo seguito il caso Bramini con i due servizi della Iena Alessandro De Giuseppe “Quando lo Stato non paga i debiti” e “Quando lo Stato ti porta via tutto”.  Lo sgombero da casa era previsto per il 16 aprile: c’eravamo anche per il sit-in convocato a Monza per cercare di fermarlo. In un’altra giornata concitata e piena di colpi di scena, che vi abbiamo raccontato sempre in diretta via Facebook, lo sgombero era stato posticipato all’1 giugno.

Oltre il danno, poi è arrivata anche la beffa: lo sgombero è stato anticipato a oggi, 18 maggio, perché il primo giugno, a causa della Festa della Repubblica dell’indomani, le forze dell’ordine potrebbero essere sotto organico. Bramini intanto si è appellato anche alla neopresidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, visto che la sua casa è stata scelta come domicilio parlamentare dal senatore Gianmarco Corbetta (M5S). Domenica 29 aprile è andato in onda un nuovo servizio di Alessandro de Giuseppe sul caso (con tanto di fuga di un giudice dalle sue domande). È attivo anche un crowdfunding, una raccolta di fondi  per aiutare Bramini.

sergio braminiSERGIO BRAMINI

Sulla vicenda, il 24 aprile, il presidente del Tribunale di Monza, Laura Cosentini, ci aveva inviato i propri “Chiarimenti sulla vicenda giudiziaria del sig. Bramini”, che potete leggere integralmente cliccando qui sotto.

2. IL CASO BRAMINI

Giorgio Dell’Arti per ”La Gazzetta dello Sport”

 Questo Sergio Bramini, imprenditore, 70 anni, da Brugherio in Brianza, potrebbe essere un eroe del nostro tempo, anzi dei nostri giorni, potrebbe cioè esser lui ad aver favorito il massimo avvicinamento tra la Lega di Salvini e il Movimento 5 Stelle di Di Maio.

• Chi è?

Un imprenditore che guida, anzi guidava, una piccola azienda di Monza con 32 dipendenti, la Icom spa. Questa Icom era specializzata nei cosiddetti «servizi ambientali», in sintesi il trattamento dei rifiuti. Ha partecipato e vinto parecchie gare, specie al Sud, nel primo decennio del Duemila e, attraverso questi lavori, ha accumulato un credito nei confronti della Pubblica amministrazione che sarebbe di 4 milioni di euro. Dico «sarebbe» perché da Palazzo di giustizia rispondono che i milioni da riscuotere sarebbero in realtà due. In ogni caso: si tratta, per un piccolo imprenditore, di una montagna di soldi ed è indiscutibile che questi soldi Bramini non li ha avuti.

la iena alessandro de giuseppe sul caso sergio braminiLA IENA ALESSANDRO DE GIUSEPPE SUL CASO SERGIO BRAMINI

Per non licenziare i 32 dipendenti ha ipotecato la casa – una villa a Monza con giardino e piscina – poi i soldi del mutuo sono finiti e nel 2011 il tribunale, su istanza della banca che aveva erogato il prestito, ha decretato il fallimento. L’azienda non esiste più, i 32 lavoratori sono stati licenziati e adesso il curatore fallimentare – che ha a cuore solo gli interessi dei creditori e si disinteressa del resto – vuole la villa per rivenderla e saldare la banca. In tutto questo i due o i quattro milioni dello stato chi sa dove sono. Magari un giorno si materializzeranno da qualche parte e anzi ci sarà il problema del soggetto a cui dovranno essere versati dato che la Icom non esiste più.

• Brutta storia. In che modo attraversa i commerci fra Salvini e Di Maio?

I due hanno colto la palla al balzo e innalzato il caso Bramini a emblema di questo Stato inefficiente e ingiusto e che loro intendono cambiare dalle fondamenta. Di Maio è andato in via Sant’Albino 22 a Monza, indirizzo della villa, a portar conforto a Bramini e sparare a zero contro la pubblica amministrazione. Ieri Salvini ha fatto lo stesso, profittando di una piccola manifestazione in favore dell’imprenditore (c’era lo sfratto esecutivo) e proclamando addirittura che il prossimo premier (ancora ignoto al momento) dovrebbe proprio essere lui, il Bramini. E chissà che lunedì…

gianluigi paragone sergio braminiGIANLUIGI PARAGONE SERGIO BRAMINI

• A parte il conforto morale e la presa di posizione politica che cosa si potrebbe fare?

Il leghista Gianmarco Corbetta ha eletto via Albini a proprio ufficio parlamentare, e questo lo renderebbe intoccabile se lo sfratto non fosse già esecutivo. C’è la battaglia politica e la mobilitazione, con la distribuzione del volantino in cui Bramini spiega che gli piglieranno e la venderanno per mezzo milione a qualcuno che poi la rivenderà per due milioni almeno. Cioè l’inefficienza criminale dello stato sembra costruita apposta per favorire gli speculatori. A parte questo, c’è poco da fare, perché s’è mossa la giustizia, nelle vesti del tribunale fallimentare, e la giustizia non è, non può essere sensibile se non alle fattispecie da cui è investita. Se Bramini deve avere soldi dallo stato – dice la giustizia – faccia causa allo stato…

• Seeee, e se va bene i soldi li vedranno i suoi nipoti…

 Più in generale, c’è la questione della politica economico-finanziaria che si propongono i due quasi-vincitori delle elezioni – politica fortemente espansiva che, se vincente, spingerà gli istituti di credito a tenere aperti i cordoni della borsa e chissà che qualche dollaro, dalle borse spalancate, non ci scappi pure per Bramini. Poi c’è una bella idea del responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, che l’ha spiegata l’altro giorno al quotidiano di Belpietro, La Verità.

• Sentiamo.

sergio bramini luigi di maioSERGIO BRAMINI LUIGI DI MAIO

Siccome i soldi che lo stato deve alle imprese stanno tra i 60 e i 90 miliardi (non c’è certezza neanche sulla cifra) e l’immissione nei circuiti di questa somma avrebbe effetti evidentemente assai benefici, Borghi propone di saldare il conto immediatamente con l’emissione di mini-bot, subito spendibili, che non aumenterebbero l’indebitamento dello stato perché sarebbero il pro-forma di un debito già esistente, e rimetterebbero in moto i meccanismi che determinano il Pil evitando tragedie come quella di Bramini.

All’obiezione che in questo modo si metterebbe in circolo una moneta parallela, Borghi risponde così: «Già adesso esistono forme di controvalore che i cittadini scambiano e impegnano, normalmente, nella vita di tutti giorni. Ad esempio, cos’ è un ticket restaurant, se non un titolo garantito con cui si possono comprare delle cose? No, non è una moneta. Tecnicamente è un debito cartolarizzato». E all’altra obiezione: in nessuno stato si segue una procedura simile per pagare i fornitori, Borghi risponde in questo modo: «Non esiste nessuno Stato che sia così cattivo pagatore come il nostro»

Distrutta dal terremoto, ecco come sarà la nuova Amatrice

Alessia Guerrieri avvenire.it 18 maggio 2018

Presentato il plastico del borgo colpito nel 2016, sulla base delle piante del primo Novecento. Il sindaco Palombini: siamo ripartiti da identità e valori, ma i cittadini ci aiutino a migliorarla

A vederla così, curata fin nei minimi dettagli, si può quasi far tornare la mente a prima del 24 agosto 2016. Anche se, in realtà, del borgo distrutto dal sisma quella notte ci sono sì tutti i caratteri identitari ed i dettagli ma non le storture che gli ultimi decenni di ristrutturazioni in libertà avevano prodotto.

Il plastico di Amatrice, presentato stamattina a Roma e base per la ricostruzione della cittadina laziale, parte infatti dalle piante catastali del 1908, arricchendosi poi di tutti i documenti planimetrici e architettonici fino a poco prima della seconda guerra mondiale, quando Amatrice era cresciuta «in maniera armonica».

Una armonicità, la definisce il sindaco Filippo Palombini, che vuole essere riproposta nell’Amatrice del futuro. Ma per questo c’è bisogno dell’aiuto di tutti: tecnici, università e soprattutto amatriciani. Il plastico infatti verrà esposto proprio nella cittadina terremotata perché i suoi abitanti – grazie alle loro foto, alle loro idee e alla loro memoria – possano contribuire a migliorarlo. Solo così l’Amatrice del futuro sarà «completa, condivisa, accettata e di qualità».

Il plastico, realizzato anche grazie alle ricerche di alcuni studenti di Architettura che hanno discusso la tesi proprio sulla Amatrice pre-sisma e alle ricerche del docente Alessandro Viscogliosi dell’università La Sapienza, è stato costruito con il contributo della Fondazione Santarelli onlus e ultimato dallo studio Officina Materia e Forma. Un lavoro che sarà esposto anche alla biennale di Venezia come una delle cinque esperienze di rinascita di un territorio terremotato.

Borisov: Bulgaria fuori da euro per colpa dell’incertezza italiana

askanews.it 19 maggio 2018

Premier: agire contro migranti clandestini, poi parliamo di Dublino
Borisov: Bulgaria fuori da euro per colpa dell’incertezza italiana

Roma, 19 mag. (askanews) – Fino a quando l’Italia non fermerà gli arrivi di migranti, gli altri governi europei non faranno concessioni sulla riforma del diritto d’asilo. E finché l’Italia continuerà a essere fonte di incertezza nell’Eurozona, la Bulgaria sarà tenuta fuori dal club dell’euro. E’ quanto sostiene il primo ministro di Sofia, Bojko Borisov, in un’intervista al quotidiano La Stampa, al termine del vertice tra Europa e Balcani, ospitato nella capitale bulgara.

A proposito del percorso della Bulgaria per entrare nell’euro, Borisov ha ammesso di comprendere che “vista la situazione in Grecia e in Italia, ci sia molta prudenza da parte delle istituzioni finanziarie”. “Quando si sente parlare della volontà di uscire dall’euro o di chiedere alla Bce di cancellare 250 miliardi di debito pubblico, beh…”, ha aggiunto, “non sono cose positive per l’Europa. Credo che i timori legati l’ingresso della Bulgaria nell’Eurozona siano poca cosa rispetto alle sfide poste da scenari di questo tipo in Italia”.

Quanto alla riforma dell’accordo di dublino, il primo ministro bulgaro è stato chiaro. “Le statistiche dimostrano che ci sono ancora flussi di migranti illegali e questo è motivo di preoccupazione in tutta Europa. Se Paesi come Italia e Grecia riuscissero a garantire la nostra stessa efficienza nella gestione dei confini, posso assicurare che avremmo immediatamente un accordo su Dublino. Anche sulla redistribuzione dei rifugiati. Gli altri governi temono nuove ondate migratorie, con milioni di persone in arrivo soprattutto da Paesi africani”.

E se l’Europa ha un dovere di accoglienza, per Borisov occorre fare un distinguo: “Un conto è chi fugge dalle guerre, un conto è l’immigrazione illegale”, comemnta. “E in Europa c’è una paura crescente rispetto al mondo islamico. Da noi c’è una nutrita comunità musulmana con cui la convivenza è buona. Ma se ci fosse un’avanzata dell’Islam radicale, temo che ci troveremmo di fronte a gravi problemi. Per questo Grecia e Italia devono affrontare la situazione. Noi faremo il possibile per sostenerli, ma questi due Paesi devono agire. È il loro dovere”.

Io banca compro debito, tu Stato chiudi un occhio

 ilfattoquotidiano.it 19 maggio 2018

Il trend è evidente: le banche italiane continuano a vendere titoli del nostro debito e la Bce continua a comprarli. Gli istituto di credito nostrani hanno infatti ceduto titoli di Stato domestici in quantità record nell’ultimo trimestre dello scorso anno, pari a 40 miliardi di euro. Perché si sta verificando questa migrazione?

La settimana scorsa abbiamo affrontato il tema riguardante l’indice NSFR(Net Stable Funding Ratio) che dal 2018 dovrebbe rappresentare un “indicatore” della liquidità (e quindi solidità) del sistema delle banche e della intrinseca capacità di reagire a eventi traumatici, su un orizzonte di tempo limitato (un anno). Ma, come abbiamo dimostrato, si tratta di una spia “truccata” alla fonte. Ma perché Basilea ha voluto edulcorare questo indicatore? Perché consentire alle banche di “annacquare” – o se preferite“edulcorare” – l’indice con quella parte di somme che hanno una scadenza minore ai 12 mesi? Semplice: perché le banche private hanno nei loro portafogli decine di miliardi di titoli di Stato. Gli istituti di credito privati sono da sempre i primi che vanno in soccorso e incontro allo Stato per finanziare il debito pubblico. Se gli organi di vigilanza non “aggiustassero” in quel modo la normativa del Nsfr, le banche potrebbero, per esempio, per mettersi “in regola” con la questione delle scadenze, sbarazzarsi, come sta avvenendo, di tutti i titoli di Stato (soprattutto Btp a tre o cinque anni, che non rendono praticamente nulla), e sostituirli con altri titoli, più a breve termine. E questo, all’Autorità europea centrale, non conviene. Ecco perché poi “aggiustano” le normative a vantaggio delle banche.

Il dramma dell’Europa è il finanziamento del debito pubblico, che oggi possono e devono fare soltanto le banche. Perché i risparmiatori il debito pubblico non se lo “comprano” più (solo il 6%). E tra poco più di un anno (quando l’indice NSFR sarà a pieno regime) anche la Bce smetterà di acquistare i nostri BTp. Cosa succederà a quel punto? Servirà trovare nuovi acquirenti e i  sostituti saranno di nuovo le banche e le assicurazioni italiane. E  allora la relazione incestuosa proseguirà, con le conseguenze che sappiamo.

Quella tra le banche private e lo Stato è davvero una relazione pericolosa. Con il finanziamento del debito pubblico sappiamo infatti che le banche forniscono una “stampella” allo Stato. Così facendo, i governi finanziano il proprio debito – anche se non gratuitamente, certo – e le banche, acquistando titoli a “rischio zero”, raggiungono gli obiettivi di solidità patrimoniale richiesti dalla vigilanza.

All’inizio della crisi, nel 2011, quando gli indicatori macro-economici si sono fatti tutti negativi, le banche italiane avevano nelle loro casse 240 miliardi di euro in Btp e in altri titoli di Stato, diventati 340 miliardi alla fine del 2017. Un mare di soldi,dunque. Come mai così tanta generosa “accoglienza” delle banche nei confronti dello Stato? Il mio dubbio è che, lungi dall’essere paladine di una causa sociale o morale, le banche siano più prosaicamente interessate, per convenienza e per opportunismo, a tenere una poltrona riservata nel salotto buono delle lobby. Patti chiari, amicizia lunga: la banca compra i titoli di Stato e in cambio lo Stato, cioè anche Bce, Banca d’Italia, Consob e commissioni parlamentari varie, non rompe le scatole sugli affari meno nobili, chiamiamoli così, dell’istituto.

Ad ogni modo un’alternativa , come acquirente dei titoli di Stato, ci sarebbe: le banche d’affari straniere.

Vuoi vedere che il disegno è molto più semplice: I’ll buy you the public debt if you give me the banks!

2014 -COPPOLA E L’AMICO ALLO SPORTELLO.

andreagiacobino.com 23 settembre 2014

Sono passati alcuni anni dalla stagione di Stefano Ricucci e Danilo Coppola additati come i “furbetti del quartierino”. Molta acqua è passata sotto i ponti, Ricucci cerca nuovi orizzonti sopratutto sentimentali e Coppola, già accettato nel salottino buono torinese della Banca Intermobiliare grazie all’appoggio della defunta Franca Bruna Segre, legata a Carlo De Benedetti, s’è rimesso a fare l’immobiliarista.
Il suo progetto più importante è certamente quello milanese che insiste sull’area denominata Porta Vittoria. Si tratta di una zona semicentrale, posizionata nell’area strategica del passante ferroviario e nelle vicinanze dell’aeroporto di Linate e della tangenziale Est. Il progetto di Coppola prevede, anche in vista di Expo 2015, uno sviluppo dell’area ad uso misto scomposto in: 49.000 metri quadrati di residenziale, 4.000 metri quadrati di direzionale, 6.000 metri quadrati di terziario, 13.000 metri quadrati di commerciale, 4.000 metri quadrati di sportiva privata, 25.000 quadrati di hotel, 20.000 metri quadrati di parcheggio pubblico e 27.000 metri quadrati di un supermercato a marchio Esselunga, il gruppo di Bernardo Caprotti.
Coppola tutto questo progetto non lo fa coi soldi suoi. Glieli ha imprestati il Banco Popolare nel 2011: 210,7 milioni erogati dalla controllata Banca Popolare di Lodi alla Porta Vittoria srl, che l’immobiliarista controlla dal Lussemburgo tramite la Pasi. Il maxifido, registrato con un atto del notaio Giuseppe Trimarchi, prevede una scadenza di 7 anni, per cui si estinguerà nel dicembre 2018, con un tasso d’interesse variabile.
Questi importi rilevanti prevedono che la società rispetti una serie di parametri, detti “covenant”, che tranquillizzano il creditore. Ebbene, leggendo la relazione del collegio sindacale al bilancio 2013 di Porta Vittoria srl firmata dal presidente Francesco Mazzei e dai sindaci effettivi Vincenzo Virno e Angelo Vittorio Sestito, si trova una sorpresa: “Circa il rispetto di tali parametri – vi si legge – la società al 31 dicembre 2013 ha sforato tali parametri anche se a oggi il Banco Popolare ha provveduto a tutte le erogazioni secondo programma”. I sindaci spiegano che i covenant del maxfido “sono verificati con periodicità semestrale sulla base di perizia tecnica predisposta da advisor di gradimento della banca”.
Insomma: Coppola a Porta Vittoria non rispetta i covenant, ma il Banco guidato da un banchiere come Pier Francesco Saviotti (che quand’era in Comit era il regista dei fidi) continua a foraggiarlo. Molti azionisti del Banco, magari, vorrebbero sapere il perché di tanta generosità, visto che quando altri creditori non rispettano i covenant scatta l’immediata richiesta di rientro… E sarebbe bello sapere chi è l’advisor scelto da Saviotti che così scrupolosamente verifica i covenant sforati dall’ex furbetto del quartierino.

MPS 2016 -MPS, L’INCREDIBILE RITORNO.

ANDREGIACOBINO.COM 12 SETTEMBRE 2016

Sembra il titolo di un giallo, ma è quello più adatto ad un film dell’orrore: l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Fuori di metafora, a meno di soprese dell’ultima ora, questa settimana il consiglio d’amministrazione di Mps incoronerà Marco Morelli, oggi top banker per BofA Merrill Lynch, come nuovo amministratore delegato. Fin qui si sono spese parole sui mandanti dell’uscita forzata del suo predecessore Fabrizio Viola, dal duo ex Goldman Sachs di Claudio Costamagna (Cdp) e Massimo Tononi (presidente della banca), al duo delle banche che hanno studiato l’aumento di capitale di 8 miliardi di euro, Jp Morgan (nelle cui fila Morelli ha militato) e Mediobanca. E parole si sono spese anche sui presunti “padrini” di Morelli, dallo stesso Matteo Renzi a Giuseppe Guzzetti, “arzillo nonnetto” capo di Fondazione Cariplo e dell’Acri.

In realtà nessuno si è soffermato di quanto, purtroppo, è stato già importante Morelli a Rocca Salimbeni. Basta andare sul sito personale del banchiere (http://www.marco-morelli.com) e ragionare. In esso si dice che Morelli “da giugno 2006 a febbraio 2010 ha ricoperto i ruoli di vice direttore generale di Banca MPS, responsabile divisione corporate banking e capital markets, e successivamente chief financial officer. E’ stato anche amministratore delegato di MPS Capital Services Banca per le imprese”. Quindi cominciamo col dire che Morelli era un altissimo dirigente di quella banca che ha compiuto il disgraziato acquisto di Antonveneta avvenuto sotto la presidenza di Giuseppe Mussari e la direzione generale di Antonio Vigni tra fine 2007 e inizio 2008, costato alla banca (di cui advisor era Mediobanca) circa 9 miliardi al netto dei finanziamenti.

Ma c’è di più. Quando esplode lo scandalo dei derivati Alexandria e Santorini e Mussari viene indagato e defenestrato, arriva al suo posto Alessandro Profumo. Il suo primo bilancio (2012) perde 3,17 miliardi, l’ultimo (2014) è finito in rosso per 5,3 miliardi con un 2013 in passivo per 1,4 miliardi: in totale in tre anni sotto la presidenza di “Arrogance” il Monte ha bruciato oltre 10 miliardi e varato due aumenti di capitale da 8 miliardi. Le chiacchiere sostengono che tutti i problemi di Mps sono legati ai famosi derivati.

In realtà il buco del Monte arriva sia dalla svalutazione degli avviamenti (1,5 miliardi nel 2012), ma soprattutto dalla voragine delle perdite sui crediti: oltre 2,6 miliardi nel 2012, 2,8 miliardi un anno dopo e 7,8 miliardi nel 2014. La Banca Centrale Europea ha messo il dito sulla piaga quando nell’ottobre del 2015 ha compilato la sua Asset Quality Review sul Monte: “La qualità degli attivi della banca è ancora influenzata dalla politica espansiva adottata in anni recenti (2008-2010), dalla scarsa qualità (sotto la media) del portafoglio-crediti della ex Antonveneta e il basso livello degli standard di erogazione del credito verso parti correlate e il territorio di riferimento”. In altre parole significa che sotto Mussari e quando Morelli era capo della direzione finanziario, il Monte ha erogato denaro in modo scriteriato, anche e soprattutto agli “amici” (parti correlate) o esponenti vicini all’allora consiglio d’amministrazione. Chi sono stati i beneficiati? Nessuno lo sa. Profumo ha svalutato oltre 12 miliardi di crediti in tre anni ma non ha detto chi era cattivo debitore della banca. La “glasnost” c’è stata solo per via indiretta con almeno due nomi di creditori: il pastificio Amato (cui Mps prestò 19 milioni) e la Sorgenia allora di Carlo De Benedetti, che vide il Monte oltre che azionista anche erogatore di almeno 600 milioni di fidi.

“Fuori i nomi dei beneficiari dei crediti facili”. Nella sua bacheca Faceboook il governatore della Toscana Enrico Rossi ha scritto qualche settimana fa: “Il Monte Paschi di Siena è in difficoltà estreme per i crediti deteriorati e il Sole 24 Ore chiarisce che il Monte vanta 24 miliardi di crediti malati: un’enormità anche rispetto ad altre banche italiane. Di grazia, potete fornirci i nomi dei primi cento grandi beneficiari di questi crediti facili? Potremmo così capire meglio l’intreccio politico e affaristico che ha attraversato il Monte dei Paschi durante la gestione Mussari. Poiché si dovrà fare un intervento pubblico, noi cittadini abbiamo diritto di sapere!”. L’antirenziano Rossi è servito: fra poco i 100 nomi potrà chiederli direttamente a Morelli. Della cui nomina sono lieti Franco Bassanini e la moglie Linda Lanzillotta. E l’ex presidente di Cdp, come tutti sanno, ha sempre contato molto a Siena.

Chi è Claudio Borghi, il fido economista di Salvini con posizioni anti euro (Video) che spaventano i mercati

Titta Ferraro finanza.com 19 maggio 2018

MILANO (Finanza.com)

Le esternazioni di Claudio Borghi su Mps e miniBot hanno contribuito a allertare i mercati nelle ultime giornate con contraccolpi sul titolo Mps e in generale sull’umore di Piazza Affari, spread e settore bancario. L’economista della Lega, da alcuni accreditato come possibile ministro dell’Economia del futuro governo M5S-Lega, è conosciuto per le sue nette posizioni anti euro.

Esperienza in Deutsche e Merrill, libro Basta Euro e discesa in politica
Nato a Milano il 6 giugno del 1970 e laureato in scienze economiche e bancarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Borghi vanta delle esperienze in ambito dei mercati finanziari, prima in Deutsche Bank e poi a Merrill Lynch. Dal 2009 intraprende invece la carriera accademica come docente di Economia degli intermediari finanziari, Economia delle aziende di credito ed Economia dell’Arte presso l’Università Cattolica di Milano. E’ anche giornalista pubblicista (negli scorsi anni è stato editorialista economico de Il Giornale).

Nel 2014 ha scritto per conto dell Lega il libro “Basta Euro” in cui spiega le tesi a favore di un abbandono dell’euro e un ritorno alla lira in modo da ridare competitività all’economia italiana. Il libro, con postfazione di Salvini, è stato seguito dal Basta Euro Tour.

Ecco come Borghi spiega “7 bugie” sull’uscita dall’euro

 

Dall’ottobre 2014 è scelto da Salvini come responsabile economico del Carroccio e abbandona l’attività accademica. L’anno successivo è il candidato leghista come presidente della Regione Toscana nelle elezioni regionali in Toscana e ottiene il 20% dei voti.

Borghi in qualità di consigliere regionale in Toscana ha seguito da vicino gli scandali bancari, in primi Mps, da vicepresidente della commissione di inchiesta regionale.

Borghi e Bagnai, le due minacce leghiste che il mercato non vuole nella squadra di governo
I mercati guardano quindi con estrema attenzione a quella che sarà la compagine di governo e quali rusoli avrà Claudio Borghi e l’altro esponente leghista con ferre posizioni anti euro, il professor Alberto Bagnai. “Quei due sono i più feroci economisti anti-euro sulla scena pubblica italiana”, taglia corto Luca Beldi, Portfolio Manager di TwentyFour Asset Management. “La dichiarazione di Borghi sulla nazionalizzazione del Monte dei Paschi di Siena ha fatto precipitare il prezzo delle azioni della banca – aggiunge Beldi – e se uno dei due dovesse prendere un posto chiave all’interno del Ministero del Tesoro o Ministero dello Sviluppo Economico, ci aspettiamo che la volatilità aumenti“.

 

Alberto Bagnai è invece l’autore del libro “Il tramonto dell’euro” che Salvini ha definito un “libro mi ha aperto un mondo”.

Bper, Creval, Mps e Ubi. Cosa succede in Borsa ai tempi di Salvini e Di Maio

 startmag.it 19 maggio 2018

Borsa

Il commento di Gianfranco Polillo su Borsa, politica e fondi

C’è solo Marco Travaglio a negare che le ripetute cadute della borsa italiana e l’opposto andamento degli spread non abbiano alcuna relazione con il “contratto per il governo del cambiamento”. In un “faccia a faccia”, durante una trasmissione de La 7, è andato anche oltre.

QUESTIONE DI SPREAD

Gli spread italiani – ha sostenuto – sono aumentati come quelli spagnoli e di altri Paesi. Diagnosi tranquillizzante, ma del tutto fuori della realtà. Ieri il differenziale dei bonos spagnoli è stato pari a 86,8 punti base. Quello relativo ai Btp italiani a 165,7. Una divaricazione di circa 80 punti, rispetto ai tradizionali 50 delle settimane passate. Ma c’è di più. E’ proprio la crescita relativa degli spread italiani rispetto a Madrid, in un mercato estremamente liquido come l’attuale, a dimostrare che qualcosa non va.

COSA FANNO I FONDI

Del resto i fondi non ne fanno mistero. Le posizioni short, foriere di ulteriori ribassi, sono aumentate. Come risulta dalle comunicazioni Consob. Pollice verso contro Ubi Banca da parte di Marshall Wace, il fondo londinese che gestisce circa 30 miliardi di dollari. Decisione analoga da parte di Black Rock, uno dei principali fondi internazionali. Mentre B&G Master fund ha spostato il tiro su Bper e Numeric Investors su Creval. Titoli che hanno perso abbondantemente nell’ultima seduta della settimana, con cali vistosi: superiori al 6 per cento. Ma se si vuole avere una conferma ulteriore, basti guardare a ciò che scrivono gli analisti di Goldman Sachs che hanno tagliato da 6,5 a 6 euro il target price di Enel. Un giudizio motivato dal fatto che le “indicazioni contenute nel contratto di governo tra Movimento 5 stelle e Lega avranno un impatto negativo sulla redditività dell’azienda”. Più chiaro di così.

COME VANNO I TITOLI

Al di là delle ipotesi, restano i fatti. E questi, purtroppo, non sono favorevoli. La settimana si chiude, infatti, con una piccola catacombe. Gli unici titoli delle blue chip, che tengono, sono quelli che si riferiscono ai grandi gruppi internazionali, come Cnh Industrial (la Fca di Marchionne) che guadagna il 3,7 per cento, Luxottica stazionaria, Moncler con un più 1,3 per cento e Pirelli che porta a casa uno 0,8 per cento. Per il resto è solo uno sconfortante segno meno. Frutto del contagio della strisciante crisi dei bancari che in pochi giorni hanno subito perdite a due cifre. Le stesse corazzate italiane (Banca Intesa e Unicredit) sono solo riuscite a contenere le perdite a un più fortunoso meno 2,5/2,8 per cento.

DOSSIER MPS

Sono elementi sufficienti a far concludere che il barometro sta scendendo, e che non promette alcunché di buono. Sarà anche vero, come dice Claudio Borghi che “i mercati non capiscono l’economia”, sollevando le dure rampogne del Sole 24 ore. Ma, almeno al momento, non sembra che gli operatori gli abbiano dato ascolto. Comunque dopo le sue dichiarazioni, la frana del titolo Mps è continuata con un’ulteriore flessione del 3,52 per cento. Ed una perdita complessiva del 12 per cento in due giorni. La capitalizzazione bruciata è stata pari a 433,7 milioni. A poco è servita, quindi, la difesa d’ufficio di Matteo Salvini nei confronti del suo responsabile economico. Non è bastato dire che le responsabilità sono attribuibile ad altri – i “delinquenti” – per risollevare le sorti del titolo.

NUMERI E BORBOTTII ESTERI

Per finire ci si è messo pure Le Monde, con un titolo che è tutto un programma: “Italia: questa nuova alleanza che preoccupa l’Europa”. Che non ha esitato un momento a mostrare le perle del “contratto per il governo del cambiamento”: la cancellazione dei 250 miliardi di euro di debito pubblico ed oltre 100 miliardi di nuove spese. Valutazione quasi ottimista se si prendono per buone le cifre indicate da Carlo Cottarelli, secondo il quale le coperture necessarie ammonterebbero a 108,7 miliardi, nella migliore delle ipotesi e addirittura 125,7 nella peggiore.

LO SCENARIO

Ciò che, tuttavia, almeno nel nostro caso, più impressiona è la fine di una luna di miele mai cominciata. Di solito la nascita di un nuovo governo, dopo le inevitabili incertezze che caratterizzano la sua possibile formazione, si accompagna ad un periodo di tregua: necessario per “vedere l’effetto che fa”. Ma forse anche questa caratteristica appartiene al mondo che fu: parola di quel nuovo guru che risponde al nome di Alessandro Di Battista.

Lega e 5 Stelle ovvero il compromesso storico tra potere e volontà

Benedetto Ippolito formiche.net 19 maggio 2018

Lega e 5 Stelle ovvero il compromesso storico tra potere e volontà

La dualità tra democrazia come forma identitaria e democrazia come volontà plebiscitaria è perfettamente presente tra le righe delle quaranta pagine dell’accordo. Il corsivo di Benedetto Ippolito

Ormai mancano pochi giorni alla nascita del governo Lega-5Stelle. Si tratta di un tipo di maggioranza politica che non ha precedenti storici. Molto si sta scrivendo su questo esperimento, anche se, a mio avviso, ancora è sfuggita alle analisi la vera natura filosofica che si nasconde al di sotto delle parole. Prima dell’avvento del mondo moderno, prima della Rivoluzione francese, la politica non aveva ancora scoperto la possibilità della democrazia. L’incubazione filosofica però era già stata progettata. Jean-Jacques Rousseau, nel Contratto sociale, aveva contrapposto ai rapporti di forza, presenti per natura nella società, un tipo di sovranità nuova, retta sulla volontà generale. Solo con le violenze rivoluzionarie del 1789 questa idea è divenuta realtà in Francia e poi in tutta Europa.

Da allora, non soltanto a Parigi, la dualità radicale della politica è divenuta quella che separa coloro che ritengono che il potere sia fondato sulla realtà dei popoli e delle loro tradizioni, e coloro che invece fanno dipendere il potere dalla volontà dei cittadini. Per capire questo è sufficiente pensare alla dittatura di Napoleone Bonaparte, piena attuazione della volontà dittatoriale, e il Congresso di Vienna, restaurazione delle monarchie legittime. Successivamente molte trasformazioni sono avvenute, specialmente con la lenta e progressiva introduzione della democrazia elettiva, prima parziale e poi universale. La dualità è tornata però dirompente, quando le istituzioni liberali hanno ricevuto, agli inizi del ‘900, una contestazione forte da sinistra e da destra. La Rivoluzione bolscevica è stata la piena attuazione in Unione Sovietica della democrazia volontarista totalitaria comunista. Nell’Europa occidentale la reazione è stata la nascita degli autoritarismi nazifascisti, che concepivano, in modo diverso, se stessi come democrazie autoritarie e razziste, basate sull’immutabilità sovrana della nazione e della gerarchia.

Tommaso d’Aquino, nel XIII secolo, aveva già colto l’origine teologica di questa dualità. Parlando del ‘politico’ aveva riconosciuto che la potenza può essere distinta in due definizioni: il potere come forma, il potere come volontà. Ovviamente i tempi cambiano, la storia evolve, le sensibilità politiche si modificano. Tuttavia, la distinzione tra essere e volontà, tra forma e operazione, tra conservazione e rivoluzione resta permanente. Anche perché essa riguarda l’uomo, ossia il privilegio che si dà alla natura comunitaria particolare e permanente della società, oppure al carattere volontario e auto attuativo delle collettività. Oggi siamo davanti al contratto tra Lega e M5Stelle: una novità, come si diceva. Ciò nondimeno, se ben si riflette, la dualità tra democrazia come forma identitaria e democrazia come volontà plebiscitaria è perfettamente presente tra le righe delle quaranta pagine dell’accordo, ed è esattamente la riproposizione dell’originario dualismo che caratterizza da sempre la definizione occidentale del potere. Il governo Lega-5Stelle è, dunque, un compromesso storico.

Non però tra democrazia e socialismo, come voleva essere quello di Moro e Berlinguer, ma tra potere e volontà. La Lega punta a valorizzare l’identità immutabile della sovranità nazionale, i 5 Stelle il carattere diretto e volontario della democrazia rivoluzionaria. Ciò che accomuna entrambi è una visione totale dello Stato. Quindi una concezione politicamente pura del potere, poco riconducibile a categorie provenienti dal liberalismo, ma perfettamente iscritte al novero della democrazia.