Ilva, per M5S deve chiudere: critiche solo da FI e Cisl

askanews.it 19 maggio 2018

Calenda disponibile a convocare subito un tavolo
Ilva, per M5S deve chiudere: critiche solo da FI e Cisl

Roma, 19 mag. (askanews) – Se c’erano ancora dubbi il M5S li ha spazzati via. Nel contratto con la Lega per il governo “c’è scritto chiaramente che si lavorerà per la chiusura dell’Ilva”. Sul blog delle stelle il post del chiarimento è indicativo già dal titolo: “L’era delle grandi opere inutili è finita” a firma Movimento 5 Stelle.

Il “chiarimento” ha provocato la dura presa di posizione della Cisl e della Fim e di esponenti di spicco di Forza Italia. Il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda si è detto disponibile a riaprire con urgenza un tavolo. In un comunicato congiunto con la vice ministro Bellanova ha detto di sperare che “le sigle sindacali che auspicavano la chiusura dell’accordo con il nuovo Governo capiscano che questa strada è chiusa. Siamo disponibili a convocare immediatamente il tavolo con azienda e sindacati per chiudere l’accordo ed evitare la più grossa deindustrializzazione del Sud degli ultimi decenni”.

“Chiudere l’Ilva significherebbe mettere in ginocchio l’economia della citta’ di Taranto – ha affermato la segretaria generale della Cisl Anna Maria Furlan – e perdere un ruolo strategico e di qualita’ nella produzione di acciaio del nostro paese. Bisogna trovare una strada per salvaguardare l’occupazione ed il risanamento ambientale, che e’ quello che chiedono tanti lavoratori e tanti cittadini di Taranto”.

Il segretario generale della Fim-Cisl, Marco Bentivogli, promette che “non staremo fermi”. “La chiusura è dannosa per ambiente, è appena all’inizio la copertura dei parchi e rischia di essere una Bagnoli2, l’occupazione e l’economia manifatturiera italiana. Sia chiaro, – aggiunge – non cederemo mai alle intimidazioni dello squadrismo che in queste ore a Taranto impedisce la piena agibilità democratica. E sia altrettanto chiaro, non staremo con le mani in mano, se si vuole lasciare i lavoratori a casa e la città vittima di una scelta ambientale dannosa, non staremo fermi e daremo vita alla mobilitazione totale”.

Difficile ipotizzare di convocare il tavolo per le prossime ore. Il dossier Ilva dopo la rottura al Mise sulla proposta avanzata da Calenda, prevede in agenda un incontro la prossima settimana tra Arcelor Mittal e sindacati ma la strada è in salita. Tra l’altro il negoziato a livello aziendale non potrebbe contare su risorse per circa 200 milioni che aveva assicurato il governo per gli incentivi all’esodo, accompagnati dalla cassa integrazione.

Dal resto del panorama sindacale, al momento nessuna reazione. Ieri il segretario generale della Uil Genova Antonio Papa si è era espresso contro il contratto di governo tra Lega e M5S sul capitolo dedicato all’Ilva.

Sul versante politico critiche al M5S arrivano da Forza Italia. Il presidente dei deputati Mariastella Gelmini sottolinea che “sta per nascere, a trazione grillina, il governo dei ‘no’. ‘No’ alla Tav, ‘no’ all’Ilva, ‘no’ a politiche differenziate e più incisive per il Mezzogiorno, ‘no’ a una chiara indicazione dei rapporti costi-benefici di ogni singola proposta programmatica del ‘contratto’. Insomma, siamo alla vigilia di una grande incognita che al momento destabilizza i mercati e fa storcere il naso ai nostri partner europei”.

Il governatore della Liguria Toti si appella a matteo Salvini. “Chiedo all’amico Salvini, oggi in procinto di varare un Governo con il Movimento 5 Stelle, di difendere quel modello di crescita e di sviluppo che abbiamo immaginato e costruito insieme in molte campagne elettorali, a partire proprio dalla Liguria. Bloccare grandi opere e chiudere Ilva significa condannare l’Italia ad un futuro di decrescita (non felice) e marginalità in Europa”.

 

UNO STATO FALLITO – VIDEO: SERGIO BRAMINI È STATO SFRATTATO: L’IMPRENDITORE CHE HA FATTO CRAC PERCHÉ LO STATO NON GLI PAGA 4 MILIONI DI CREDITI HA DOVUTO LASCIARE LA CASA CHE AVEVA IPOTECATO PER PAGARE GLI STIPENDI DEI DIPENDENTI – NON SONO BASTATI MESI DI BATTAGLIE, LA PASSERELLA DI DI MAIO, L’IMPEGNO DI SALVINI E PARAGONE, I SERVIZI DELLE ‘IENE’: QUI POTETE RILEGGERE QUESTA FOLLE STORIA ITALIANA, TRA MALAGIUSTIZIA E BUROCRAZIA CANAGLIA

dagospia.com 19 maggio 2018

1. “ECCO COME HANNO SGOMBERATO DA CASA SERGIO BRAMINI”

https://www.iene.mediaset.it/

 

La Iena Alessandro De Giuseppe riassume cos’è successo. Mentre l’imprenditore si sfoga con noi in un’intervista

Alla fine lo sgombero c’è stato. Sergio Bramini, imprenditore fallito nonostante vantasse 4 milioni di euro di crediti mai pagati dallo Stato, ha dovuto lasciare la sua abitazione. Dopo una giornata di speranze, con atroce delusione finale, di tensioni tra la folla che si era radunata e le forze dell’ordine in assetto antisommossa. Bramini se ne è andato “a testa alta” dall’abitazione dove ha vissuto per 27 anni, evitando scontri fisici, con la sua macchina, tra gli applausi.

sergio bramini matteo salviniSERGIO BRAMINI MATTEO SALVINI

Il nostro Alessandro De Giuseppe, che per Le Iene ha seguito per primo la sua storia facendola diventare un caso nazionale, ci racconta nel video qui sopra come è andata, dopo le numerose dirette Facebook con cui l’abbiamo documentata anche oggi. “Stamane per l’ennesima volta sembrava che tutto si risolvesse”, racconta De Giuseppe. “È arrivato un assegno da un imprenditore, che vuole rimanere anonimo, che avrebbe coperto l’intera cifra che serviva per stralciare la posizione di Sergio. Giudice dell’esecuzione dello sloggio e banca creditrice a quel punto hanno fatto sapere che poteva andare bene prolungare di almeno 30 giorni la trattativa. Ma il curatore fallimentare ha detto di no, così si è arrivati allo sloggio”.

“Sono stati momenti difficili, di tensione molto alta, meno male che alla fine ha prevalso l’educazione della gente che si era radunata qui per Sergio”, continua la nostra Iena. “Sono arrivati anche tanti politici, da Luigi Di Maio a Matteo Salvini. per auspicare una soluzione di buon senso che non c’è stata: hanno appena cambiato le serrature con l’ausilio della forza pubblica e del fabbro. Ma non tutto è perduto. Ci sono due, tre idee in ballo, c’è il crowdfunding. Speriamo e non ci arrendiamo per trovare una giustizia in questa storia incredibile. Non dimenticherò mai il viso di Sergio che esce dal suo ufficio e mi dice: ‘Sloggiano'”.

Subito prima di abbandonare la casa Sergio Bramini si è sfogato con noi in questa intervista.

“Non avrei mai immaginato di arrivare a questo giorno”, esordisce commosso Sergio Bramini. “Alla fine siamo stati scacciati dalla casa dove ho vissuto per 27 anni, dove ho avuto i miei più bei ricordi, dove sono nate e vissute le mie due figlie, dove la mia famiglia stava bene, fino a quando lo Stato mi ha voltato le spalle”.

sergio bramini con salviniSERGIO BRAMINI CON SALVINI

“Ho avuto una reazione forse incontrollata, ma era l’accumulo della rabbia di sette anni”, continua il suo racconto Bramini ricostruendo la sua vicenda intervistato da Alessandro De Giuseppe. Un Bramini che resta combattivo: “Chi ha voluto il bastone con me non può aspettarsi solo la carota. Stasera intanto andremo in un appartamentino molto piccolo, dove ci stringeremo, che ho preso in affitto per la mia nipotina e mia figlia. Di più non potevamo data la nostra situazione economica. Ma teniamo la testa alta e teniamo unita la famiglia. Un modo per risolvere questa storia lo troveremo”.

“Ci vorranno, ci vogliono delle modifiche di legge”, conclude, pensando di accettare l’offerta di Luigi Di Maio e Matteo Salvini di seguire pubblicamente queste vicende. “Voglio occuparmi per tutti proprio di questi casi. Non voglio che altri debbano soffrire quello che ho sofferto io in questi anni con la mia famiglia e che poi è sfociato in questo sloggio e in questa umiliazione”.

sergio braminiSERGIO BRAMINI

La scena finale di Bramini che abbandona con la sua macchina la sua casa, tra gli applausi, dà l’idea di come Sergio esca con grandiosa dignità e, appunto, “a testa alta” da questa ennesima bruttissima giornata. Senza arrendersi.

Noi de Le Iene abbiamo seguito questa incredibile vicenda, per primi, sin dall’inizio con il nostro Alessandro De Giuseppe. E naturalmente non ci fermeremo qui, continueremo a raccontarvela.

Oggi, dopo un primo appello dell’imprenditore c’era stata la visita del segretario della Lega Matteo Salvini, seguita a quella di ieri, giovedì 17 maggio, del capo politico del M5S, Luigi Di Maio. Ci siamo fatti anche portavoce dell’appello dell’imprenditore di Monza ai ministri Minniti, Padoan, Calenda e Madia, insieme al primo ministro Gentiloni. Abbiamo ottenuto una lettera, a firma del ministro dello Sviluppo economico Calenda e della Pubblica amministrazione Madia, rivolta a Nello Musumeci, presidente della Regione Sicilia, ente da cui Bramini attende una percentuale molto importante di denaro per la sua attività di riciclaggio dei rifiuti. Ma non ci sono stati sviluppi ulteriori.

sergio braminiSERGIO BRAMINI

Ecco le tappe precedenti della sua storia. Avevamo seguito il caso Bramini con i due servizi della Iena Alessandro De Giuseppe “Quando lo Stato non paga i debiti” e “Quando lo Stato ti porta via tutto”.  Lo sgombero da casa era previsto per il 16 aprile: c’eravamo anche per il sit-in convocato a Monza per cercare di fermarlo. In un’altra giornata concitata e piena di colpi di scena, che vi abbiamo raccontato sempre in diretta via Facebook, lo sgombero era stato posticipato all’1 giugno.

Oltre il danno, poi è arrivata anche la beffa: lo sgombero è stato anticipato a oggi, 18 maggio, perché il primo giugno, a causa della Festa della Repubblica dell’indomani, le forze dell’ordine potrebbero essere sotto organico. Bramini intanto si è appellato anche alla neopresidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, visto che la sua casa è stata scelta come domicilio parlamentare dal senatore Gianmarco Corbetta (M5S). Domenica 29 aprile è andato in onda un nuovo servizio di Alessandro de Giuseppe sul caso (con tanto di fuga di un giudice dalle sue domande). È attivo anche un crowdfunding, una raccolta di fondi  per aiutare Bramini.

sergio braminiSERGIO BRAMINI

Sulla vicenda, il 24 aprile, il presidente del Tribunale di Monza, Laura Cosentini, ci aveva inviato i propri “Chiarimenti sulla vicenda giudiziaria del sig. Bramini”, che potete leggere integralmente cliccando qui sotto.

2. IL CASO BRAMINI

Giorgio Dell’Arti per ”La Gazzetta dello Sport”

 Questo Sergio Bramini, imprenditore, 70 anni, da Brugherio in Brianza, potrebbe essere un eroe del nostro tempo, anzi dei nostri giorni, potrebbe cioè esser lui ad aver favorito il massimo avvicinamento tra la Lega di Salvini e il Movimento 5 Stelle di Di Maio.

• Chi è?

Un imprenditore che guida, anzi guidava, una piccola azienda di Monza con 32 dipendenti, la Icom spa. Questa Icom era specializzata nei cosiddetti «servizi ambientali», in sintesi il trattamento dei rifiuti. Ha partecipato e vinto parecchie gare, specie al Sud, nel primo decennio del Duemila e, attraverso questi lavori, ha accumulato un credito nei confronti della Pubblica amministrazione che sarebbe di 4 milioni di euro. Dico «sarebbe» perché da Palazzo di giustizia rispondono che i milioni da riscuotere sarebbero in realtà due. In ogni caso: si tratta, per un piccolo imprenditore, di una montagna di soldi ed è indiscutibile che questi soldi Bramini non li ha avuti.

la iena alessandro de giuseppe sul caso sergio braminiLA IENA ALESSANDRO DE GIUSEPPE SUL CASO SERGIO BRAMINI

Per non licenziare i 32 dipendenti ha ipotecato la casa – una villa a Monza con giardino e piscina – poi i soldi del mutuo sono finiti e nel 2011 il tribunale, su istanza della banca che aveva erogato il prestito, ha decretato il fallimento. L’azienda non esiste più, i 32 lavoratori sono stati licenziati e adesso il curatore fallimentare – che ha a cuore solo gli interessi dei creditori e si disinteressa del resto – vuole la villa per rivenderla e saldare la banca. In tutto questo i due o i quattro milioni dello stato chi sa dove sono. Magari un giorno si materializzeranno da qualche parte e anzi ci sarà il problema del soggetto a cui dovranno essere versati dato che la Icom non esiste più.

• Brutta storia. In che modo attraversa i commerci fra Salvini e Di Maio?

I due hanno colto la palla al balzo e innalzato il caso Bramini a emblema di questo Stato inefficiente e ingiusto e che loro intendono cambiare dalle fondamenta. Di Maio è andato in via Sant’Albino 22 a Monza, indirizzo della villa, a portar conforto a Bramini e sparare a zero contro la pubblica amministrazione. Ieri Salvini ha fatto lo stesso, profittando di una piccola manifestazione in favore dell’imprenditore (c’era lo sfratto esecutivo) e proclamando addirittura che il prossimo premier (ancora ignoto al momento) dovrebbe proprio essere lui, il Bramini. E chissà che lunedì…

gianluigi paragone sergio braminiGIANLUIGI PARAGONE SERGIO BRAMINI

• A parte il conforto morale e la presa di posizione politica che cosa si potrebbe fare?

Il leghista Gianmarco Corbetta ha eletto via Albini a proprio ufficio parlamentare, e questo lo renderebbe intoccabile se lo sfratto non fosse già esecutivo. C’è la battaglia politica e la mobilitazione, con la distribuzione del volantino in cui Bramini spiega che gli piglieranno e la venderanno per mezzo milione a qualcuno che poi la rivenderà per due milioni almeno. Cioè l’inefficienza criminale dello stato sembra costruita apposta per favorire gli speculatori. A parte questo, c’è poco da fare, perché s’è mossa la giustizia, nelle vesti del tribunale fallimentare, e la giustizia non è, non può essere sensibile se non alle fattispecie da cui è investita. Se Bramini deve avere soldi dallo stato – dice la giustizia – faccia causa allo stato…

• Seeee, e se va bene i soldi li vedranno i suoi nipoti…

 Più in generale, c’è la questione della politica economico-finanziaria che si propongono i due quasi-vincitori delle elezioni – politica fortemente espansiva che, se vincente, spingerà gli istituti di credito a tenere aperti i cordoni della borsa e chissà che qualche dollaro, dalle borse spalancate, non ci scappi pure per Bramini. Poi c’è una bella idea del responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, che l’ha spiegata l’altro giorno al quotidiano di Belpietro, La Verità.

• Sentiamo.

sergio bramini luigi di maioSERGIO BRAMINI LUIGI DI MAIO

Siccome i soldi che lo stato deve alle imprese stanno tra i 60 e i 90 miliardi (non c’è certezza neanche sulla cifra) e l’immissione nei circuiti di questa somma avrebbe effetti evidentemente assai benefici, Borghi propone di saldare il conto immediatamente con l’emissione di mini-bot, subito spendibili, che non aumenterebbero l’indebitamento dello stato perché sarebbero il pro-forma di un debito già esistente, e rimetterebbero in moto i meccanismi che determinano il Pil evitando tragedie come quella di Bramini.

All’obiezione che in questo modo si metterebbe in circolo una moneta parallela, Borghi risponde così: «Già adesso esistono forme di controvalore che i cittadini scambiano e impegnano, normalmente, nella vita di tutti giorni. Ad esempio, cos’ è un ticket restaurant, se non un titolo garantito con cui si possono comprare delle cose? No, non è una moneta. Tecnicamente è un debito cartolarizzato». E all’altra obiezione: in nessuno stato si segue una procedura simile per pagare i fornitori, Borghi risponde in questo modo: «Non esiste nessuno Stato che sia così cattivo pagatore come il nostro»

Distrutta dal terremoto, ecco come sarà la nuova Amatrice

Alessia Guerrieri avvenire.it 18 maggio 2018

Presentato il plastico del borgo colpito nel 2016, sulla base delle piante del primo Novecento. Il sindaco Palombini: siamo ripartiti da identità e valori, ma i cittadini ci aiutino a migliorarla

A vederla così, curata fin nei minimi dettagli, si può quasi far tornare la mente a prima del 24 agosto 2016. Anche se, in realtà, del borgo distrutto dal sisma quella notte ci sono sì tutti i caratteri identitari ed i dettagli ma non le storture che gli ultimi decenni di ristrutturazioni in libertà avevano prodotto.

Il plastico di Amatrice, presentato stamattina a Roma e base per la ricostruzione della cittadina laziale, parte infatti dalle piante catastali del 1908, arricchendosi poi di tutti i documenti planimetrici e architettonici fino a poco prima della seconda guerra mondiale, quando Amatrice era cresciuta «in maniera armonica».

Una armonicità, la definisce il sindaco Filippo Palombini, che vuole essere riproposta nell’Amatrice del futuro. Ma per questo c’è bisogno dell’aiuto di tutti: tecnici, università e soprattutto amatriciani. Il plastico infatti verrà esposto proprio nella cittadina terremotata perché i suoi abitanti – grazie alle loro foto, alle loro idee e alla loro memoria – possano contribuire a migliorarlo. Solo così l’Amatrice del futuro sarà «completa, condivisa, accettata e di qualità».

Il plastico, realizzato anche grazie alle ricerche di alcuni studenti di Architettura che hanno discusso la tesi proprio sulla Amatrice pre-sisma e alle ricerche del docente Alessandro Viscogliosi dell’università La Sapienza, è stato costruito con il contributo della Fondazione Santarelli onlus e ultimato dallo studio Officina Materia e Forma. Un lavoro che sarà esposto anche alla biennale di Venezia come una delle cinque esperienze di rinascita di un territorio terremotato.

Borisov: Bulgaria fuori da euro per colpa dell’incertezza italiana

askanews.it 19 maggio 2018

Premier: agire contro migranti clandestini, poi parliamo di Dublino
Borisov: Bulgaria fuori da euro per colpa dell’incertezza italiana

Roma, 19 mag. (askanews) – Fino a quando l’Italia non fermerà gli arrivi di migranti, gli altri governi europei non faranno concessioni sulla riforma del diritto d’asilo. E finché l’Italia continuerà a essere fonte di incertezza nell’Eurozona, la Bulgaria sarà tenuta fuori dal club dell’euro. E’ quanto sostiene il primo ministro di Sofia, Bojko Borisov, in un’intervista al quotidiano La Stampa, al termine del vertice tra Europa e Balcani, ospitato nella capitale bulgara.

A proposito del percorso della Bulgaria per entrare nell’euro, Borisov ha ammesso di comprendere che “vista la situazione in Grecia e in Italia, ci sia molta prudenza da parte delle istituzioni finanziarie”. “Quando si sente parlare della volontà di uscire dall’euro o di chiedere alla Bce di cancellare 250 miliardi di debito pubblico, beh…”, ha aggiunto, “non sono cose positive per l’Europa. Credo che i timori legati l’ingresso della Bulgaria nell’Eurozona siano poca cosa rispetto alle sfide poste da scenari di questo tipo in Italia”.

Quanto alla riforma dell’accordo di dublino, il primo ministro bulgaro è stato chiaro. “Le statistiche dimostrano che ci sono ancora flussi di migranti illegali e questo è motivo di preoccupazione in tutta Europa. Se Paesi come Italia e Grecia riuscissero a garantire la nostra stessa efficienza nella gestione dei confini, posso assicurare che avremmo immediatamente un accordo su Dublino. Anche sulla redistribuzione dei rifugiati. Gli altri governi temono nuove ondate migratorie, con milioni di persone in arrivo soprattutto da Paesi africani”.

E se l’Europa ha un dovere di accoglienza, per Borisov occorre fare un distinguo: “Un conto è chi fugge dalle guerre, un conto è l’immigrazione illegale”, comemnta. “E in Europa c’è una paura crescente rispetto al mondo islamico. Da noi c’è una nutrita comunità musulmana con cui la convivenza è buona. Ma se ci fosse un’avanzata dell’Islam radicale, temo che ci troveremmo di fronte a gravi problemi. Per questo Grecia e Italia devono affrontare la situazione. Noi faremo il possibile per sostenerli, ma questi due Paesi devono agire. È il loro dovere”.

Io banca compro debito, tu Stato chiudi un occhio

 ilfattoquotidiano.it 19 maggio 2018

Il trend è evidente: le banche italiane continuano a vendere titoli del nostro debito e la Bce continua a comprarli. Gli istituto di credito nostrani hanno infatti ceduto titoli di Stato domestici in quantità record nell’ultimo trimestre dello scorso anno, pari a 40 miliardi di euro. Perché si sta verificando questa migrazione?

La settimana scorsa abbiamo affrontato il tema riguardante l’indice NSFR(Net Stable Funding Ratio) che dal 2018 dovrebbe rappresentare un “indicatore” della liquidità (e quindi solidità) del sistema delle banche e della intrinseca capacità di reagire a eventi traumatici, su un orizzonte di tempo limitato (un anno). Ma, come abbiamo dimostrato, si tratta di una spia “truccata” alla fonte. Ma perché Basilea ha voluto edulcorare questo indicatore? Perché consentire alle banche di “annacquare” – o se preferite“edulcorare” – l’indice con quella parte di somme che hanno una scadenza minore ai 12 mesi? Semplice: perché le banche private hanno nei loro portafogli decine di miliardi di titoli di Stato. Gli istituti di credito privati sono da sempre i primi che vanno in soccorso e incontro allo Stato per finanziare il debito pubblico. Se gli organi di vigilanza non “aggiustassero” in quel modo la normativa del Nsfr, le banche potrebbero, per esempio, per mettersi “in regola” con la questione delle scadenze, sbarazzarsi, come sta avvenendo, di tutti i titoli di Stato (soprattutto Btp a tre o cinque anni, che non rendono praticamente nulla), e sostituirli con altri titoli, più a breve termine. E questo, all’Autorità europea centrale, non conviene. Ecco perché poi “aggiustano” le normative a vantaggio delle banche.

Il dramma dell’Europa è il finanziamento del debito pubblico, che oggi possono e devono fare soltanto le banche. Perché i risparmiatori il debito pubblico non se lo “comprano” più (solo il 6%). E tra poco più di un anno (quando l’indice NSFR sarà a pieno regime) anche la Bce smetterà di acquistare i nostri BTp. Cosa succederà a quel punto? Servirà trovare nuovi acquirenti e i  sostituti saranno di nuovo le banche e le assicurazioni italiane. E  allora la relazione incestuosa proseguirà, con le conseguenze che sappiamo.

Quella tra le banche private e lo Stato è davvero una relazione pericolosa. Con il finanziamento del debito pubblico sappiamo infatti che le banche forniscono una “stampella” allo Stato. Così facendo, i governi finanziano il proprio debito – anche se non gratuitamente, certo – e le banche, acquistando titoli a “rischio zero”, raggiungono gli obiettivi di solidità patrimoniale richiesti dalla vigilanza.

All’inizio della crisi, nel 2011, quando gli indicatori macro-economici si sono fatti tutti negativi, le banche italiane avevano nelle loro casse 240 miliardi di euro in Btp e in altri titoli di Stato, diventati 340 miliardi alla fine del 2017. Un mare di soldi,dunque. Come mai così tanta generosa “accoglienza” delle banche nei confronti dello Stato? Il mio dubbio è che, lungi dall’essere paladine di una causa sociale o morale, le banche siano più prosaicamente interessate, per convenienza e per opportunismo, a tenere una poltrona riservata nel salotto buono delle lobby. Patti chiari, amicizia lunga: la banca compra i titoli di Stato e in cambio lo Stato, cioè anche Bce, Banca d’Italia, Consob e commissioni parlamentari varie, non rompe le scatole sugli affari meno nobili, chiamiamoli così, dell’istituto.

Ad ogni modo un’alternativa , come acquirente dei titoli di Stato, ci sarebbe: le banche d’affari straniere.

Vuoi vedere che il disegno è molto più semplice: I’ll buy you the public debt if you give me the banks!

2014 -COPPOLA E L’AMICO ALLO SPORTELLO.

andreagiacobino.com 23 settembre 2014

Sono passati alcuni anni dalla stagione di Stefano Ricucci e Danilo Coppola additati come i “furbetti del quartierino”. Molta acqua è passata sotto i ponti, Ricucci cerca nuovi orizzonti sopratutto sentimentali e Coppola, già accettato nel salottino buono torinese della Banca Intermobiliare grazie all’appoggio della defunta Franca Bruna Segre, legata a Carlo De Benedetti, s’è rimesso a fare l’immobiliarista.
Il suo progetto più importante è certamente quello milanese che insiste sull’area denominata Porta Vittoria. Si tratta di una zona semicentrale, posizionata nell’area strategica del passante ferroviario e nelle vicinanze dell’aeroporto di Linate e della tangenziale Est. Il progetto di Coppola prevede, anche in vista di Expo 2015, uno sviluppo dell’area ad uso misto scomposto in: 49.000 metri quadrati di residenziale, 4.000 metri quadrati di direzionale, 6.000 metri quadrati di terziario, 13.000 metri quadrati di commerciale, 4.000 metri quadrati di sportiva privata, 25.000 quadrati di hotel, 20.000 metri quadrati di parcheggio pubblico e 27.000 metri quadrati di un supermercato a marchio Esselunga, il gruppo di Bernardo Caprotti.
Coppola tutto questo progetto non lo fa coi soldi suoi. Glieli ha imprestati il Banco Popolare nel 2011: 210,7 milioni erogati dalla controllata Banca Popolare di Lodi alla Porta Vittoria srl, che l’immobiliarista controlla dal Lussemburgo tramite la Pasi. Il maxifido, registrato con un atto del notaio Giuseppe Trimarchi, prevede una scadenza di 7 anni, per cui si estinguerà nel dicembre 2018, con un tasso d’interesse variabile.
Questi importi rilevanti prevedono che la società rispetti una serie di parametri, detti “covenant”, che tranquillizzano il creditore. Ebbene, leggendo la relazione del collegio sindacale al bilancio 2013 di Porta Vittoria srl firmata dal presidente Francesco Mazzei e dai sindaci effettivi Vincenzo Virno e Angelo Vittorio Sestito, si trova una sorpresa: “Circa il rispetto di tali parametri – vi si legge – la società al 31 dicembre 2013 ha sforato tali parametri anche se a oggi il Banco Popolare ha provveduto a tutte le erogazioni secondo programma”. I sindaci spiegano che i covenant del maxfido “sono verificati con periodicità semestrale sulla base di perizia tecnica predisposta da advisor di gradimento della banca”.
Insomma: Coppola a Porta Vittoria non rispetta i covenant, ma il Banco guidato da un banchiere come Pier Francesco Saviotti (che quand’era in Comit era il regista dei fidi) continua a foraggiarlo. Molti azionisti del Banco, magari, vorrebbero sapere il perché di tanta generosità, visto che quando altri creditori non rispettano i covenant scatta l’immediata richiesta di rientro… E sarebbe bello sapere chi è l’advisor scelto da Saviotti che così scrupolosamente verifica i covenant sforati dall’ex furbetto del quartierino.

MPS 2016 -MPS, L’INCREDIBILE RITORNO.

ANDREGIACOBINO.COM 12 SETTEMBRE 2016

Sembra il titolo di un giallo, ma è quello più adatto ad un film dell’orrore: l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Fuori di metafora, a meno di soprese dell’ultima ora, questa settimana il consiglio d’amministrazione di Mps incoronerà Marco Morelli, oggi top banker per BofA Merrill Lynch, come nuovo amministratore delegato. Fin qui si sono spese parole sui mandanti dell’uscita forzata del suo predecessore Fabrizio Viola, dal duo ex Goldman Sachs di Claudio Costamagna (Cdp) e Massimo Tononi (presidente della banca), al duo delle banche che hanno studiato l’aumento di capitale di 8 miliardi di euro, Jp Morgan (nelle cui fila Morelli ha militato) e Mediobanca. E parole si sono spese anche sui presunti “padrini” di Morelli, dallo stesso Matteo Renzi a Giuseppe Guzzetti, “arzillo nonnetto” capo di Fondazione Cariplo e dell’Acri.

In realtà nessuno si è soffermato di quanto, purtroppo, è stato già importante Morelli a Rocca Salimbeni. Basta andare sul sito personale del banchiere (http://www.marco-morelli.com) e ragionare. In esso si dice che Morelli “da giugno 2006 a febbraio 2010 ha ricoperto i ruoli di vice direttore generale di Banca MPS, responsabile divisione corporate banking e capital markets, e successivamente chief financial officer. E’ stato anche amministratore delegato di MPS Capital Services Banca per le imprese”. Quindi cominciamo col dire che Morelli era un altissimo dirigente di quella banca che ha compiuto il disgraziato acquisto di Antonveneta avvenuto sotto la presidenza di Giuseppe Mussari e la direzione generale di Antonio Vigni tra fine 2007 e inizio 2008, costato alla banca (di cui advisor era Mediobanca) circa 9 miliardi al netto dei finanziamenti.

Ma c’è di più. Quando esplode lo scandalo dei derivati Alexandria e Santorini e Mussari viene indagato e defenestrato, arriva al suo posto Alessandro Profumo. Il suo primo bilancio (2012) perde 3,17 miliardi, l’ultimo (2014) è finito in rosso per 5,3 miliardi con un 2013 in passivo per 1,4 miliardi: in totale in tre anni sotto la presidenza di “Arrogance” il Monte ha bruciato oltre 10 miliardi e varato due aumenti di capitale da 8 miliardi. Le chiacchiere sostengono che tutti i problemi di Mps sono legati ai famosi derivati.

In realtà il buco del Monte arriva sia dalla svalutazione degli avviamenti (1,5 miliardi nel 2012), ma soprattutto dalla voragine delle perdite sui crediti: oltre 2,6 miliardi nel 2012, 2,8 miliardi un anno dopo e 7,8 miliardi nel 2014. La Banca Centrale Europea ha messo il dito sulla piaga quando nell’ottobre del 2015 ha compilato la sua Asset Quality Review sul Monte: “La qualità degli attivi della banca è ancora influenzata dalla politica espansiva adottata in anni recenti (2008-2010), dalla scarsa qualità (sotto la media) del portafoglio-crediti della ex Antonveneta e il basso livello degli standard di erogazione del credito verso parti correlate e il territorio di riferimento”. In altre parole significa che sotto Mussari e quando Morelli era capo della direzione finanziario, il Monte ha erogato denaro in modo scriteriato, anche e soprattutto agli “amici” (parti correlate) o esponenti vicini all’allora consiglio d’amministrazione. Chi sono stati i beneficiati? Nessuno lo sa. Profumo ha svalutato oltre 12 miliardi di crediti in tre anni ma non ha detto chi era cattivo debitore della banca. La “glasnost” c’è stata solo per via indiretta con almeno due nomi di creditori: il pastificio Amato (cui Mps prestò 19 milioni) e la Sorgenia allora di Carlo De Benedetti, che vide il Monte oltre che azionista anche erogatore di almeno 600 milioni di fidi.

“Fuori i nomi dei beneficiari dei crediti facili”. Nella sua bacheca Faceboook il governatore della Toscana Enrico Rossi ha scritto qualche settimana fa: “Il Monte Paschi di Siena è in difficoltà estreme per i crediti deteriorati e il Sole 24 Ore chiarisce che il Monte vanta 24 miliardi di crediti malati: un’enormità anche rispetto ad altre banche italiane. Di grazia, potete fornirci i nomi dei primi cento grandi beneficiari di questi crediti facili? Potremmo così capire meglio l’intreccio politico e affaristico che ha attraversato il Monte dei Paschi durante la gestione Mussari. Poiché si dovrà fare un intervento pubblico, noi cittadini abbiamo diritto di sapere!”. L’antirenziano Rossi è servito: fra poco i 100 nomi potrà chiederli direttamente a Morelli. Della cui nomina sono lieti Franco Bassanini e la moglie Linda Lanzillotta. E l’ex presidente di Cdp, come tutti sanno, ha sempre contato molto a Siena.

Chi è Claudio Borghi, il fido economista di Salvini con posizioni anti euro (Video) che spaventano i mercati

Titta Ferraro finanza.com 19 maggio 2018

MILANO (Finanza.com)

Le esternazioni di Claudio Borghi su Mps e miniBot hanno contribuito a allertare i mercati nelle ultime giornate con contraccolpi sul titolo Mps e in generale sull’umore di Piazza Affari, spread e settore bancario. L’economista della Lega, da alcuni accreditato come possibile ministro dell’Economia del futuro governo M5S-Lega, è conosciuto per le sue nette posizioni anti euro.

Esperienza in Deutsche e Merrill, libro Basta Euro e discesa in politica
Nato a Milano il 6 giugno del 1970 e laureato in scienze economiche e bancarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Borghi vanta delle esperienze in ambito dei mercati finanziari, prima in Deutsche Bank e poi a Merrill Lynch. Dal 2009 intraprende invece la carriera accademica come docente di Economia degli intermediari finanziari, Economia delle aziende di credito ed Economia dell’Arte presso l’Università Cattolica di Milano. E’ anche giornalista pubblicista (negli scorsi anni è stato editorialista economico de Il Giornale).

Nel 2014 ha scritto per conto dell Lega il libro “Basta Euro” in cui spiega le tesi a favore di un abbandono dell’euro e un ritorno alla lira in modo da ridare competitività all’economia italiana. Il libro, con postfazione di Salvini, è stato seguito dal Basta Euro Tour.

Ecco come Borghi spiega “7 bugie” sull’uscita dall’euro

 

Dall’ottobre 2014 è scelto da Salvini come responsabile economico del Carroccio e abbandona l’attività accademica. L’anno successivo è il candidato leghista come presidente della Regione Toscana nelle elezioni regionali in Toscana e ottiene il 20% dei voti.

Borghi in qualità di consigliere regionale in Toscana ha seguito da vicino gli scandali bancari, in primi Mps, da vicepresidente della commissione di inchiesta regionale.

Borghi e Bagnai, le due minacce leghiste che il mercato non vuole nella squadra di governo
I mercati guardano quindi con estrema attenzione a quella che sarà la compagine di governo e quali rusoli avrà Claudio Borghi e l’altro esponente leghista con ferre posizioni anti euro, il professor Alberto Bagnai. “Quei due sono i più feroci economisti anti-euro sulla scena pubblica italiana”, taglia corto Luca Beldi, Portfolio Manager di TwentyFour Asset Management. “La dichiarazione di Borghi sulla nazionalizzazione del Monte dei Paschi di Siena ha fatto precipitare il prezzo delle azioni della banca – aggiunge Beldi – e se uno dei due dovesse prendere un posto chiave all’interno del Ministero del Tesoro o Ministero dello Sviluppo Economico, ci aspettiamo che la volatilità aumenti“.

 

Alberto Bagnai è invece l’autore del libro “Il tramonto dell’euro” che Salvini ha definito un “libro mi ha aperto un mondo”.

Bper, Creval, Mps e Ubi. Cosa succede in Borsa ai tempi di Salvini e Di Maio

 startmag.it 19 maggio 2018

Borsa

Il commento di Gianfranco Polillo su Borsa, politica e fondi

C’è solo Marco Travaglio a negare che le ripetute cadute della borsa italiana e l’opposto andamento degli spread non abbiano alcuna relazione con il “contratto per il governo del cambiamento”. In un “faccia a faccia”, durante una trasmissione de La 7, è andato anche oltre.

QUESTIONE DI SPREAD

Gli spread italiani – ha sostenuto – sono aumentati come quelli spagnoli e di altri Paesi. Diagnosi tranquillizzante, ma del tutto fuori della realtà. Ieri il differenziale dei bonos spagnoli è stato pari a 86,8 punti base. Quello relativo ai Btp italiani a 165,7. Una divaricazione di circa 80 punti, rispetto ai tradizionali 50 delle settimane passate. Ma c’è di più. E’ proprio la crescita relativa degli spread italiani rispetto a Madrid, in un mercato estremamente liquido come l’attuale, a dimostrare che qualcosa non va.

COSA FANNO I FONDI

Del resto i fondi non ne fanno mistero. Le posizioni short, foriere di ulteriori ribassi, sono aumentate. Come risulta dalle comunicazioni Consob. Pollice verso contro Ubi Banca da parte di Marshall Wace, il fondo londinese che gestisce circa 30 miliardi di dollari. Decisione analoga da parte di Black Rock, uno dei principali fondi internazionali. Mentre B&G Master fund ha spostato il tiro su Bper e Numeric Investors su Creval. Titoli che hanno perso abbondantemente nell’ultima seduta della settimana, con cali vistosi: superiori al 6 per cento. Ma se si vuole avere una conferma ulteriore, basti guardare a ciò che scrivono gli analisti di Goldman Sachs che hanno tagliato da 6,5 a 6 euro il target price di Enel. Un giudizio motivato dal fatto che le “indicazioni contenute nel contratto di governo tra Movimento 5 stelle e Lega avranno un impatto negativo sulla redditività dell’azienda”. Più chiaro di così.

COME VANNO I TITOLI

Al di là delle ipotesi, restano i fatti. E questi, purtroppo, non sono favorevoli. La settimana si chiude, infatti, con una piccola catacombe. Gli unici titoli delle blue chip, che tengono, sono quelli che si riferiscono ai grandi gruppi internazionali, come Cnh Industrial (la Fca di Marchionne) che guadagna il 3,7 per cento, Luxottica stazionaria, Moncler con un più 1,3 per cento e Pirelli che porta a casa uno 0,8 per cento. Per il resto è solo uno sconfortante segno meno. Frutto del contagio della strisciante crisi dei bancari che in pochi giorni hanno subito perdite a due cifre. Le stesse corazzate italiane (Banca Intesa e Unicredit) sono solo riuscite a contenere le perdite a un più fortunoso meno 2,5/2,8 per cento.

DOSSIER MPS

Sono elementi sufficienti a far concludere che il barometro sta scendendo, e che non promette alcunché di buono. Sarà anche vero, come dice Claudio Borghi che “i mercati non capiscono l’economia”, sollevando le dure rampogne del Sole 24 ore. Ma, almeno al momento, non sembra che gli operatori gli abbiano dato ascolto. Comunque dopo le sue dichiarazioni, la frana del titolo Mps è continuata con un’ulteriore flessione del 3,52 per cento. Ed una perdita complessiva del 12 per cento in due giorni. La capitalizzazione bruciata è stata pari a 433,7 milioni. A poco è servita, quindi, la difesa d’ufficio di Matteo Salvini nei confronti del suo responsabile economico. Non è bastato dire che le responsabilità sono attribuibile ad altri – i “delinquenti” – per risollevare le sorti del titolo.

NUMERI E BORBOTTII ESTERI

Per finire ci si è messo pure Le Monde, con un titolo che è tutto un programma: “Italia: questa nuova alleanza che preoccupa l’Europa”. Che non ha esitato un momento a mostrare le perle del “contratto per il governo del cambiamento”: la cancellazione dei 250 miliardi di euro di debito pubblico ed oltre 100 miliardi di nuove spese. Valutazione quasi ottimista se si prendono per buone le cifre indicate da Carlo Cottarelli, secondo il quale le coperture necessarie ammonterebbero a 108,7 miliardi, nella migliore delle ipotesi e addirittura 125,7 nella peggiore.

LO SCENARIO

Ciò che, tuttavia, almeno nel nostro caso, più impressiona è la fine di una luna di miele mai cominciata. Di solito la nascita di un nuovo governo, dopo le inevitabili incertezze che caratterizzano la sua possibile formazione, si accompagna ad un periodo di tregua: necessario per “vedere l’effetto che fa”. Ma forse anche questa caratteristica appartiene al mondo che fu: parola di quel nuovo guru che risponde al nome di Alessandro Di Battista.

Lega e 5 Stelle ovvero il compromesso storico tra potere e volontà

Benedetto Ippolito formiche.net 19 maggio 2018

Lega e 5 Stelle ovvero il compromesso storico tra potere e volontà

La dualità tra democrazia come forma identitaria e democrazia come volontà plebiscitaria è perfettamente presente tra le righe delle quaranta pagine dell’accordo. Il corsivo di Benedetto Ippolito

Ormai mancano pochi giorni alla nascita del governo Lega-5Stelle. Si tratta di un tipo di maggioranza politica che non ha precedenti storici. Molto si sta scrivendo su questo esperimento, anche se, a mio avviso, ancora è sfuggita alle analisi la vera natura filosofica che si nasconde al di sotto delle parole. Prima dell’avvento del mondo moderno, prima della Rivoluzione francese, la politica non aveva ancora scoperto la possibilità della democrazia. L’incubazione filosofica però era già stata progettata. Jean-Jacques Rousseau, nel Contratto sociale, aveva contrapposto ai rapporti di forza, presenti per natura nella società, un tipo di sovranità nuova, retta sulla volontà generale. Solo con le violenze rivoluzionarie del 1789 questa idea è divenuta realtà in Francia e poi in tutta Europa.

Da allora, non soltanto a Parigi, la dualità radicale della politica è divenuta quella che separa coloro che ritengono che il potere sia fondato sulla realtà dei popoli e delle loro tradizioni, e coloro che invece fanno dipendere il potere dalla volontà dei cittadini. Per capire questo è sufficiente pensare alla dittatura di Napoleone Bonaparte, piena attuazione della volontà dittatoriale, e il Congresso di Vienna, restaurazione delle monarchie legittime. Successivamente molte trasformazioni sono avvenute, specialmente con la lenta e progressiva introduzione della democrazia elettiva, prima parziale e poi universale. La dualità è tornata però dirompente, quando le istituzioni liberali hanno ricevuto, agli inizi del ‘900, una contestazione forte da sinistra e da destra. La Rivoluzione bolscevica è stata la piena attuazione in Unione Sovietica della democrazia volontarista totalitaria comunista. Nell’Europa occidentale la reazione è stata la nascita degli autoritarismi nazifascisti, che concepivano, in modo diverso, se stessi come democrazie autoritarie e razziste, basate sull’immutabilità sovrana della nazione e della gerarchia.

Tommaso d’Aquino, nel XIII secolo, aveva già colto l’origine teologica di questa dualità. Parlando del ‘politico’ aveva riconosciuto che la potenza può essere distinta in due definizioni: il potere come forma, il potere come volontà. Ovviamente i tempi cambiano, la storia evolve, le sensibilità politiche si modificano. Tuttavia, la distinzione tra essere e volontà, tra forma e operazione, tra conservazione e rivoluzione resta permanente. Anche perché essa riguarda l’uomo, ossia il privilegio che si dà alla natura comunitaria particolare e permanente della società, oppure al carattere volontario e auto attuativo delle collettività. Oggi siamo davanti al contratto tra Lega e M5Stelle: una novità, come si diceva. Ciò nondimeno, se ben si riflette, la dualità tra democrazia come forma identitaria e democrazia come volontà plebiscitaria è perfettamente presente tra le righe delle quaranta pagine dell’accordo, ed è esattamente la riproposizione dell’originario dualismo che caratterizza da sempre la definizione occidentale del potere. Il governo Lega-5Stelle è, dunque, un compromesso storico.

Non però tra democrazia e socialismo, come voleva essere quello di Moro e Berlinguer, ma tra potere e volontà. La Lega punta a valorizzare l’identità immutabile della sovranità nazionale, i 5 Stelle il carattere diretto e volontario della democrazia rivoluzionaria. Ciò che accomuna entrambi è una visione totale dello Stato. Quindi una concezione politicamente pura del potere, poco riconducibile a categorie provenienti dal liberalismo, ma perfettamente iscritte al novero della democrazia.

KTG – Vicepresidente BCE: il programma di austerità per la Grecia è stato effettivamente troppo duro

Di Henry Tougha – Maggio 18, 2018 vocidallestero.it

Keep Talking Greece si accorge che in una intervista al Financial Times il vicepresidente della BCE, Vitor Constâncio, ammette che il programma imposto alla Grecia è stato “effettivamente troppo duro”. Nel resto dell’intervista Constâncio chiede l’attuazione dell’unione fiscale e di altre improbabili riforme, ma al contempo ammette chiaramente che i paesi della periferia dell’eurozona hanno diligentemente obbedito a tutto ciò che è stato loro imposto. Constâncio lascerà l’incarico in estate, privando la BCE di una voce di sincerità (ricordiamo anche questa sua importante ammissione).

 

di KeepTalkingGreece, 16 maggio 2018

 

I paesi membri del Sud dell’eurozona hanno fatto a sufficienza per riformare le loro economie e ridurre i rischi nei loro sistemi finanziari, e ora l’intero blocco di paesi dovrebbe accelerare il percorso verso l’unione bancaria. Così ha dichiarato il vicepresidente della Banca Centrale Europea, in quella che è una implicita critica verso la riluttante Germania.

 

In una intervista per il Financial Times, Vítor Constâncio ha commentato così il programma di austerità che è stato imposto alla Grecia:

 

Il programma di aggiustamento [per la Grecia] è stato effettivamente troppo duro (…) e non ha previsto che ci sarebbe stato il crollo totale delle speranze e delle aspettative

 

Ha aggiunto che “tutti i paesi dell’area euro stavano consolidando i conti pubblici nello stesso momento, riducendo i loro deficit. Questa è stata la causa del doppio crollo che abbiamo visto nel 2012 e nel 2013, e che non avrebbe dovuto avvenire“.

 

Constâncio si accinge a lasciare la BCE questa estate, e come tutti i grandi uomini che lasciano il proprio incarico, ha osato ammettere in una qualche piccola misura che il programma di aggiustamento ha rovinato la vita e la dignità delle persone in Grecia.

Il matrimonio reale spiegato bene

ilpost.it 18 maggio 2018

 Meghan Markle e il principe Harry nel castello di Cardiff, in Galles, 18 gennaio 2018 (BEN BIRCHALL/AFP/Getty Images)

Il principe britannico Harry e l’attrice californiana Meghan Markle si sposeranno sabato 19 maggio: sta arrivando quindi il giorno del royal wedding, le nozze reali annunciate a novembre e anticipate da migliaia di articoli con indiscrezioni e polemiche, soprattutto sulla famiglia della sposa. Contrariamente a quello del principe William e Kate Middleton – sono già passati sette anni, “la sposa era bellissima” – per questo matrimonio non ci sarà una cerimonia ufficiale ma privata, perché Harry è sesto nella linea di successione al trono britannico e difficilmente diventerà re.

Nonostante questo, è uno degli eventi dell’anno e sarà seguito da milioni di persone in tutto il mondo: perché c’è di mezzo una famiglia reale, perché lei è un’attrice famosa oltre che statunitense, figlia di un’afroamericana, divorziata e più grande di lui, e perché a un matrimonio – la commozione della cerimonia, i pettegolezzi sugli ospiti, la torta e gli abiti – è sempre difficile resistere. Abbiamo messo insieme le cose da sapere per arrivare preparati: a che ora inizia la cerimonia, dove seguirla, chi ci sarà di famoso e cosa succederà dopo.

Chi sono gli sposi
Rachel Meghan Markle ha 36 anni: è nata il 4 agosto del 1981 a Los Angeles ed è figlia di un uomo caucasico e di una donna afroamericana che divorziarono quando lei aveva sei anni. Ha fatto l’attrice e la modella e recitato in serie tv come CSI: NY e Castle ed è famosa soprattutto per la parte di Rachel Zane in Suits. Anche se è conosciuta come Meghan Markle il suo vero nome è Rachel, come ha confermato lei stessa, senza chiarire perché si faccia chiamare con il secondo nome. È divorziata dal 2013 dal produttore televisivo Trevor Engelson, che aveva sposato in Giamaica due anni prima.

Il principe Harry ha 33 anni, è nato a Londra il 15 settembre 1984. È il nipote della regina Elisabetta II, secondogenito di Carlo e Diana, principe del Galles. Non è considerato un probabile futuro re del Regno Unito perché è sesto nella linea di successione, dopo il padre Charles, il fratello William, i nipoti George, Charlotte, e l’ultimo nato, Louis Arthur Charles.

Come si sono conosciuti?
In un appuntamento al buio organizzato a Londra nel luglio 2016 da un’amica comune, Violet von Westenholz, responsabile delle pubbliche relazioni a Ralph Lauren. Dopo essere usciti insieme nei giorni seguenti, qualche settimana dopo lui la invitò in Botswana dove «ci accampammo insieme sotto le stelle», come ha raccontato in un’intervista. Iniziarono così una storia a distanza volando dalla Gran Bretagna a Toronto, dove erano in corso le riprese di Suits.

Quando si sono fidanzati
Il fidanzamento è stato annunciato il 27 novembre 2017, la data delle nozze il 15 dicembre.

Clarence House

@ClarenceHouse

The Prince of Wales is delighted to announce the engagement of Prince Harry to Ms. Meghan Markle.

L’anello di fidanzamento è stato disegnato dal principe Harry: ha un grosso diamante dal Botswana al centro e altri più piccoli che appartenevano alla madre Diana.

La prima uscita pubblica
È stata in Canada nel settembre 2017 ai Giochi Invictus, i giochi sportivi per i reduci di guerra organizzati dal principe Harry. La prima uscita pubblica dopo il fidanzamento è invece avvenuta a Nottingham, in Inghilterra, quattro giorni dopo l’annuncio, a una serie di eventi organizzati per la Giornata mondiale contro l’AIDS.

L’ultima puntata di Suits con Meghan Markle
È andata in onda il 25 aprile negli Stati Uniti: nell’episodio (SPOILER!) il suo personaggio sposa Mike Ross (Patrick J Adams), suo fidanzato da tempo e uno dei due avvocati protagonisti della serie. Quella attualmente in onda è la settima stagione di Suits, che è stata rinnovata per un’ottava. Markle ha detto che dopo il suo matrimonio smetterà di recitare per iniziare un «nuovo capitolo» della sua vita.

https://www.instagram.com/p/BiAQKhMHrfa/embed/captioned/?cr=1&v=8&wp=658&rd=www.ilpost.it#%7B%22ci%22%3A0%2C%22os%22%3A1532.6999999961117%7DQuand’è il giorno delle nozze
Il 19 maggio 2018 a mezzogiorno, ora locale; le 13 in Italia.

Kensington Palace

@KensingtonRoyal

The marriage of Prince Harry and Ms. Meghan Markle will take place at St. George’s Chapel, Windsor Castle in May 2018.

Dove si svolge la cerimonia
Nella cappella di St. George nel Castello di Windsor in Inghilterra, a circa un’ora di macchina da Buckingham Palace. La cappella risale al 1475 e nei secoli ha ospitato matrimoni, funerali e battesimi, tra cui quello di Harry quando aveva tre mesi, nel 1984.

Dove si può seguire
In streaming sul sito e il canale della BBC (in Italia sul canale 530 di Sky). In Italia sarà coperto da:
– RaiUno con uno speciale del telegiornale dalle 12:25 alle 15
– Sky: la diretta dalle 12 alle 16 su Sky TG24 HD
– Canale 5 dalle 12.05 alle 14.45
– Real Time dalle 12 alle 16

Il permesso reale
La regina Elisabetta II ha dovuto dare il suo consenso ufficiale al matrimonio, firmando il cosiddetto Instrument of Consent.

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Gert’s Royals@Gertsroyals

The Instrument of Consent signed by The Queen earlier this year officially giving her consent to and to wed

Gli orari della cerimonia
I 600 invitati alla cerimonia potranno entrare nella cappella dalle 9:30; alle 11:20 arriverà la famiglia reale con la regina per ultima, alle 11:55. Harry passerà la notte in compagnia del fratello, Meghan della madre, Doria Ragland, che la accompagnerà in auto dal castello di Windsor alla cappella. La cerimonia inizierà alle 12 e sarà officiatadal decano di Windsor David Conner e dall’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby. È stato invitato anche il vescovo americano della Chiesa episcopale Michael Curry, da Chicago.

La cerimonia terminerà alle 13, poi gli sposi faranno un giro di 25 minuti a Windsor su una carrozza Ascot Landau per mostrarsi ed essere festeggiati (qui il Telegraphconsiglia i posti migliori dove piazzarsi, se vi trovaste da quelle parti). Alle 13:30 arriveranno nel castello di Windsor per un rinfresco. Nel pomeriggio ci sarà un altro rinfresco offerto dalla regina nella St George’s Hall e di sera una festa con 200 ospiti a Frogmore House offerta dal principe Carlo.

Chi accompagnerà la sposa all’altare
Thomas Markle, il padre di Meghan Markle, non sarà presente al matrimonio per problemi di salute: vive in Messico, ha avuto un infarto la scorsa settimana ed è stato nuovamente operato al cuore mercoledì. Al suo posto ci sarà Carlo, il padre dello sposo.

Gli invitati
Al matrimonio sono state invitate 2.640 persone. oltre a familiari e amici degli sposi, ci saranno anche 1.200 cittadini britannici, tra cui «giovani che hanno dimostrato un forte senso di leadership e hanno servito le proprie comunità»: qui potete conoscerne tre e le loro storie. Alla cerimonia nuziale nella cappella e al rinfresco ci saranno però solo 600 persone: al matrimonio del principe William ce ne furono 1.900, a quello della regina Elisabetta II 2.000. Gli altri invitati potranno solamente entrare entro le mura del castello ma non nella cappella: non parteciperanno a feste e ricevimenti e dovranno attrezzarsi con un pranzo al sacco. Un’ulteriore selezione di 200 ospiti parteciperà infine alla festa serale a Frogmore House.

Gli inviti sono stati fatti, come da tradizione, dagli stampatori Barnard Westwood, con inchiostro americano su carta inglese e con al centro lo stemma del principe del Galles.

Kensington Palace

@KensingtonRoyal

The invitations follow many years of Royal tradition and have been made by @BarnardWestwood. They feature the Three-Feathered Badge of the Prince of Wales printed in gold ink.

Della famiglia di lui ci saranno i nonni, la regina Elisabetta II e il principe Filippo; il padre Carlo e la matrigna Camilla, il fratello William e la cognata Kate, insieme a vari cugini. La partecipazione della famiglia di lei è più complicata: ci sarà la madre ma non ci saranno il fratello e la sorella nati dal precedente matrimonio del padre, con cui Meghan Markle non ha rapporti. Il padre, Thomas Markle, avrebbe dovuto accompagnarla all’altare ma come abbiamo detto non ci sarà per problemi di salute. Ci saranno poi i membri di famiglie reali di altri paesi come Norvegia, Svezia, Danimarca e Grecia, funzionari dell’esercito e rappresentanti di molte associazioni benefiche. E ovviamente moltissimi amici.

Invitati celebri
Ci saranno Elton John, le Spice Girls – che pare canteranno alla festa – e poi Victoria e David Beckham, Priyanka Chopra e forse Serena Williams, George e Amal Clooney e qualche attore di Suits.

Obama, Trump e altri capi di stato
Dato che non è una cerimonia pubblica, gli sposi non sono tenuti a invitare capi di stato e di governo, come alcuni imbarazzanti finiti al matrimonio di William e Kate. Ci si aspettava che sarebbe stato invitato l’ex presidente statunitense Barack Obama, con cui il principe Harry aveva stretto amicizia dopo averlo intervistato a dicembre. Questo avrebbe richiesto un invito anche all’attuale presidente Donald Trump, a meno di creare un certo imbarazzo diplomatico, ma Markle è stata più volte critica nei suoi confronti e l’avrebbe difficilmente voluto al suo matrimonio. È finita che non è stato invitato nessuno dei due.

Paggetti e testimoni
Il testimone del principe Harry sarà il fratello, il principe William, mentre Meghan non ne avrà nessuno non sapendo decidere, così ha spiegato, chi scegliere tra i suoi tanti amici. Sarà però circondata da dieci paggetti e damigelle, tra cui il principe George e la principessa Charlotte.

Ci sarà la vera protagonista del matrimonio di William e Kate?
Stiamo ovviamente parlando di Grace van Cutsem, la damigella ingrugnita alla festa. Purtroppo no, non ci sarà e il suo posto sarà preso dalla cugina, Florence van Cutsem, figlioccia del principe Harry.

I giornalisti che seguiranno l’evento da lì
Sarà presente soltanto un giornalista, mentre quattro fotografi avranno una postazione all’uscita della cappella. Non è un evento pubblico, quindi una copertura mediatica non è dovuta. La motivazione ufficiale è anche lo spazio ristretto della cappella, ma secondo molti c’entrerebbe il peggioramento dei rapporti della famiglia reale con la stampa. Harry non ha mai nascosto il risentimento verso i fotografi che opprimevano costantemente la madre Diana, morta in un incidente automobilistico a Parigi cercando di scappare dai paparazzi che la inseguivano. Le cose sono di nuovo peggiorate dopo la notizia del fidanzamento di Harry con Meghan Markle. I commenti sessisti e razzisti della stampa e un atteggiamento morboso e persecutorio hanno spinto lo stesso principe Carlo a intervenire: «Questo non è un gioco, è la loro vita», disse. Per fotografare il pranzo nel castello è stato scelto Alexi Lubomirski, l’autore del ritratto di fidanzamento.

Kensington Palace

@KensingtonRoyal

Prince Harry and Ms. Meghan Markle have selected Alexi Lubomirski to take the official photographs at Windsor Castle following their wedding at St George’s Chapel on 19th May.

La lista di nozze
Non c’è. C’è però un elenco di associazioni benefiche a cui fare una donazione: CHIVA (Children’s HIV Association), Crisis (un’associazione britannica per i senzatetto), la Myna Mahila Foundation (che sostiene le donne nelle baraccopoli di Mumbai), Scotty’s Little Soldiers (che aiuta i figli dei soldati uccisi o feriti), StreetGames (che si serve dello sport per migliorare la vita di chi è in difficoltà), Surfers against Sewage e The Wilderness Foundation UK (a difesa dell’ambiente).

Chi pagherà e quanto costerà
La cerimonia, la musica, i fiori, le decorazioni e il rinfresco saranno a carico della famiglia reale; Meghan Markle pagherà il suo abito; i cittadini britannici i costi della sicurezza: è la spesa più esosa e si calcola che arriverà a 27 milioni di euro su un totale di 29 milioni di euro complessivi.

Il pranzo di nozze
Sarà offerto dalla regina nella St. George’s Hall del castello di Windsor e preparato dallo chef reale Mark Flanagan a capo di un catering di 30 camerieri in livrea. Sarà piuttosto informale, con assaggini da mangiare in piedi per consentire agli sposi di muoversi e chiacchierare con tutti. Il menu è stato concordato con gli sposi – Markle è una buongustaia e aveva un blog di cucina e lifestyle – e prevede molta verdura di stagione dalle campagne inglesi, come piselli, asparagi, carciofi e pomodori. Il pranzo durerà due ore e mezza, compreso il taglio della torta.

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Kensington Palace

@KensingtonRoyal

We dropped in on the Kitchens at Windsor Castle, who will shortly begin final preparations for the .

Take a look behind the scenes with Royal Chef Mark Flanagan and his team: https://www.royal.uk/inside-royal-kitchens-windsor-castle 

La torta e i fiori
La torta nuziale sarà al limone – con 200 limoni di Amalfi – e sambuco, ricoperta di crema al burro e decorata con fiori freschi; verrà preparata dalla pasticciera Claire Ptak, proprietaria della Violet Bakery di Londra.

I fiori saranno soprattutto rose, peonie e digitali provenienti dai giardini reali; di bouquet e decorazioni si occuperà la fiorista Philippa Craddock, che ha già lavorato per le feste a Kensington Palace, dove abitano Kate e William e molti altri reali, e per Alexander McQueen e Christian Dior.

Kensington Palace

@KensingtonRoyal

🍋 200 Amalfi lemons
🥚 500 organic eggs from Suffolk
🐄 20kgs of butter
🍰 20kgs of flour
🍬 20kgs of sugar
🥃 10 bottles of Sandringham Elderflower Cordial

The baking of the cake is under way!

Il dress code per gli invitati
Gli invitati non potranno portare borse voluminose e dispositivi con cui fare foto. Il dress code, cioè le regole di abbigliamento, sono “Uniform, Morning Coat or Lounge Suit” per gli uomini e “Day Dress with Hat” per le donne. Ovvero uniformi e completi per gli uomini e abiti da giorno con cappello (evviva!) per le donne.

Il vestito di lui
Il principe Harry indosserà quasi certamente l’uniforme, come già il fratello. Potrà scegliere tra quella dei Royal Marines, il reggimento di cui è Capitano generale, oppure una delle tante dei Blues and Royals, il reggimento di cavalleria in cui ha servito.

L’abito della sposa
È uno degli argomenti su cui si è scritto e immaginato di più ma com’è e chi l’ha disegnato si scoprirà soltanto domani. A marzo i bookmakers hanno chiuso le scommesse con un vincitore su tutti, scelto da un terzo degli scommettitori: il duo di stilisti australiani Ralph & Russo, che aveva realizzato l’abito indossato da Meghan Markle per il ritratto di fidanzamento. Il marchio è particolarmente famoso per gli abiti da sposa, che ne coprono circa il 30 per cento dei ricavi annuali, ed è tra i preferiti di Beyoncé, delle Kardashian, di Angelina Jolie e Kylie Minogue.

The Royal Family

@RoyalFamily

While the details of Ms. Meghan Markle’s Wedding Dress won’t be revealed until Saturday, with the help of @RCT, take a look at what other Royal Brides have worn on their Wedding Day: https://bit.ly/2L53rlU 

Tra gli altri stilisti potenziali si è parlato del turco-canadese Erdem Moralioglu, famoso per abiti romantici dalle stampe floreali, che Markle ha detto di «indossare da anni». Il vestito per la festa potrebbe essere invece disegnato da Christopher Bailey, ex stilista di Burberry e che ha vestito spesso Markle in Suits. Per finire ci sono il britannico di origine siciliana Antonio Berardi, le americane Marchesa e Misha Nonoo e uno stilista canadese emergente, visto che Markle ha vissuto in Canada sette anni e lo considera una sorta di seconda casa.

Il viaggio di nozze
Non si sa ancora dove, forse in Namibia, come ha scritto – riportando una fonte anonima – la rivista Travel and Leisure.

Dove abiteranno
Resteranno a Nottingham Cottage, una villetta con due camere da letto nei giardini di Kensington Palace, il complesso in cui vivono William e Kate e altri membri della famiglia reale. Si trova a venti minuti d’auto da Buckingham Palace, dove abita invece la regina.

Cosa è cambiato e cambierà nella vita di Meghan Markle
Markle era protestante e per potersi sposare si è dovuta convertire alla Chiesa anglicana. Ha anche detto di voler prendere la cittadinanza britannica e per farlo dovrà superare un test molto difficile, dove viene bocciato in media un terzo dei partecipanti. Avrà anche un nuovo cognome e si chiamerà: Rachel Meghan Mountbatten Windsor. Fino al 1917 i membri della famiglia reale britannica non ne avevano uno e venivano indicati con il nome e il paese su cui regnavano; in quell’anno re Giorgio V stabilì che Windsor sarebbe stato non solo il nome della casata ma anche il cognome della famiglia. Nel 1960 la regina Elisabetta II stabilì che, quando avessero dovuto indicare il cognome, per i suoi discendenti sarebbe stato Mountbatten-Windsor, dove Mountbatten è il cognome del marito Filippo. Un proclama della famiglia reale non è però vincolante e potrà essere ribaltato dal prossimo monarca.

e-Banking, lo scenario italiano

 lettera43.it 19 maggio 2018

Nel nostro Paese solo il 31% usa gli strumenti on line offerti dagli istituti di credito. A fronte del 62% dei francesi. Il legame con il livello di istruzione, il divario Nord-Sud, il risparmio mancato: le cose da sapere.

Europa più di un cittadino su due ormai utilizza i servizi bancari da remoto. È quanto emerge dal report e-banking 2018 di Big Data Economics Marketing Online (Bem). Non è così in Italia dove continua a emergere una certa diffidenza nei confronti degli strumenti on line offerti dagli istituti di credito. Questo nonostante permettano un relativo risparmio rispetto ai canali tradizionali.

1. Un Paese al palo: l’Italia fa poco meglio di Cipro

In Danimarca ormai la quasi totalità della popolazione, ovvero il 90%, dialoga abitualmente con la propria banca tramite il web. Seguono Olanda (89%), Finlandia (87%) e Svezia (86%). C’è un netto divario tra gli Stati del Nord e del Sud, se si considera che in fondo alla classifica troviamo: Cipro (28%), Grecia (25%), Romania (7%) e Bulgaria (5%). L’Italia non se la cava meglio: appena il 31% di chi possiede un conto corrente utilizza i servizi bancari via web (era il 29% nel 2016). Per fare un esempio, gli altri grandi Paesi dell’Eurozona fanno molto meglio di noi: la Spagna viaggia attorno al 46%, la Germania supera abbondantemente la metà degli utenti (56%) e la Francia ottiene il risultato migliore (62%). Nonostante, secondo i dati di Bem Research, in tutti i Paesi europei si rilevi una tendenza crescente e sostanzialmente stabile nel tempo nella diffusione dell’e-banking, «l’Italia, che già 10 anni fa circa era partita con un divario pari a 13 punti percentuali, invece di recuperare terreno ha perso ulteriormente contatto con il resto d’Europa». «La propensione all’utilizzo dei servizi di e-banking», si legge nel rapporto, «è condizionata da diversi fattori: livello di istruzione, occupazione, densità della popolazione, barriere tecnologiche, uso di dispositivi mobili ed età».

2. Il legame con l’istruzione: chi ha un titolo di studio non elevato usa poco l’e-banking (12%)

Nell’Area euro i soggetti con titolo di studio non elevato utilizzano l’e-banking solo nel 25% dei casi, in Italia ci ferma a un modesto 12% (Francia e Germania si attestano, rispettivamente, al 37 e al 29%). Restiamo indietro anche nella categoria dei soggetti con elevato titolo di studio nella quale la media europea si attesta al 77% e quella italiana si ferma al 61. La Spagna, per esempio, è al 74%, la Germania al 76% e la Francia all’82%, mentre in Finaldia la quasi totalità degli individui campionati si affida all’e-banking (circa 100%). «Gli aspetti culturali», si legge nel rapporto relativo al 2017, «continuano a giocare un ruolo cruciale, evidenziando in Italia un allargamento del divario tra chi detiene un titolo di studio medio-alto e chi invece basso. Soggetti poco istruiti rinunciano a una modalità di fruizione dei servizi bancari rapida e tendenzialmente meno costosa».

3. Il risparmio: in media corrisponde a 18,7 euro

Secondo quanto riporta Sostariffe.it, il canone annuo di un conto online, in media, è inferiore di 18,7 euro rispetto a quello di un conto tradizionale. Allo stesso modo, il canone annuo della carta di credito da abbinare al conto risulta inferiore, per chi sceglie la soluzione online, di quasi 17 euro. Per quanto concerne il fattore anagrafico, come è ovvio «il picco di utilizzo si ha in corrispondenza degli individui giovani, ma non giovanissimi, e poi decresce all’avanzare dell’anzianità dei soggetti».

Con l’intensificarsi dell’utilizzo dell’e-banking in Stati in cui attualmente ha una scarsa penetrazione, come in Italia, ci si può attendere un’accelerazione nel processo di chiusura degli sportelli

4. Il divario interno: la Lombardia doppia Calabria e Campania

Un divario simile a quello che divide le nazioni del Nord Europa come Olanda, Finlandia e Svezia da quelle del Sud come Grecia, Bulgaria e Cipro si ha all’interno del nostro stesso Paese. La Lombardia si conferma la regione in cui l’home banking va per la maggiore, ben al di sopra della stessa media nazionale (59%), seguita dalla Valle d’Aosta, dall’Emilia-Romagna, dal Piemonte, dal Nord Est, dal Lazio e dalla Liguria. Sul fronte opposto: Basilicata (27%), Calabria (28%) e Campania (31%). Un dato molto interessante riguarda il rapporto tra i fruitori dell’e-banking e la diffusione di smartphone e di connessione a banda larga. Infatti, mentre nel resto d’Europa cellulari sempre più simili a computer e connessioni sempre più stabili e veloci hanno svolto un ruolo essenziale nella diffusione dei servizi bancari da remoto, in Italia, mercato molto ricettivo per ciò che concerne i telefonini d’ultima generazione, solo il 48% li sfrutta per svolgere questo tipo di operazioni (in Francia si è al 76%, in Germania al 66) e solo il 36% di coloro che hanno accesso all’Adsl la utilizzano per accedere al conto corrente.

5. Il nodo esuberi: tanti sportelli sono salvi, per ora

In un periodo segnato dalle crisi degli istituti di credito e delle banche popolari, il lavoro del bancario non è più comodo e garantito come lo voleva, un tempo, l’immaginario collettivo. La diffidenza italiana verso i servizi on line permette a chi oggi lavora dietro lo sportello di tirare, per il momento, un sospiro di sollievo. Infatti, nel rapporto Bem Research, dopo avere ricordato che «la Francia è il Paese con più sportelli nell’Eurozona, seguita da Germania, Italia e Spagna e sempre la Francia ha avuto la maggiore riduzione degli sportelli rispetto al 2015 (3 mila unità, in Germania 2 mila, in Italia di 1 mila)» si sottolinea che «la diffusione degli sportelli diminuisce di più laddove cresce in misura maggiore la propensione all’utilizzo dell’internet banking da parte degli utenti». La diffidenza italiana, quindi, se da un lato ci rallenta dall’altro sembra salvare molti posti di lavoro. Ma è solo questione di tempo, come fanno notare gli analisti di Bem: «Con l’intensificarsi dell’utilizzo dell’e-banking in Stati in cui attualmente ha una scarsa penetrazione, come in Italia, ci si può attendere un’accelerazione nel processo di chiusura degli sportelli bancari».

Quanto costa il suicidio assistito?

tvsvizzera.it 18 maggio 2018

Quanto è lecito che costi un suicidio assistito? A questa domanda è chiamato a rispondere – per la prima volta in Svizzera – il Tribunale distrettuale di Uster, nel canton Zurigo, in un processo che avrà per imputato Ludwig A. Minelli, fondatore di Dignitas, accusato di ripetuta istigazione al suicidio e usura.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/18-05-2018-suicidio-assistito-vuoto-legislativo?id=10487483&startTime=0.000333&station=rete-uno

L’aiuto al suicidio è di principio legale in Svizzera. Tuttavia non se è prestato “per motivi egoistici”. Chiunque con tali intenti istighi qualcuno a togliersi la vita o gli presti aiuto è punito con una pena detentiva fino a cinque anni o con una pena pecuniaria, prevede l’articolo 115 del Codice penale.

Scopo di lucro

Nel processo l’85enne Minelli e la sua organizzazione sono accusati di aver agito a scopo di lucro in relazione alla morte di tre cittadine tedesche che si erano rivolte a Dignitas nel 2003 e nel 2010.

Nel 2003 Dignitas aveva accompagnato alla morte una 80enne che aveva in precedenza lasciato in eredità all’organizzazione 100 mila franchi. Stando all’atto d’accusa, i costi effettivi di un suicidio assistito dovrebbero essere di poche migliaia di franchi.

Minelli dovette rivolgersi a quattro medici diversi prima di ottenere infine la ricetta per la dose letale di Pentobarbital. I primi tre dottori si erano infatti rifiutati per motivi etici. La donna soffriva infatti di artrosi, ma non era ammalata allo stadio terminale.

Inoltre, invece di portare l’urna in Germania, per seppellirla nella tomba del marito della donna secondo sue le ultime volontà, il presidente e fondatore di Dignitas la fece gettare nel lago di Zurigo.

Inchiesta

L’inchiesta si è concentrata anche sul doppio suicidio assistito nel 2010 di una madre di 84 anni e della figlia di 55. Ognuna di loro avrebbe pagato circa 10 mila franchi, sebbene i costi effettivi ammontassero a non più della metà di tale cifra.

La pubblica accusa rimprovera inoltre a Minelli di avere incassato regolarmente somme rilevanti dall’associazione, in media 160 mila franchi all’anno.

20 anni di esistenza

Dignitas festeggia proprio in questi giorni i 20 anni di esistenza: fondata dall’avvocato Minelli il 17 maggio 1998, l’organizzazione era già operativa un anno dopo e da allora ha aiutato a morire oltre 2000 persone.

L’associazione ha sede a Forch (ZH) e contrariamente all’omologa Exit aiuta a suicidarsi anche persone provenienti dall’estero alla ricerca di una “morte dignitosa”. Nel corso degli anni ha cambiato più volte gli appartamenti utilizzati per il suicidio assistito, a causa delle lamentele dei vicini, e in mancanza di locali autorizzati è arrivata persino a portare a termine l’operazione dentro automobili.

È nei suoi locali nella zona industriale di Pfäffikon che nel febbraio 2017 ha messo fine alle sue sofferenze Dj Fabo, il 40enne italiano (Fabiano Antoniani) che dal 2014, in seguito a un incidente stradale, era cieco e tetraplegico.

United States of Facebook

Andrea Tremaglia lintelettualedissidente.it 18 maggio 2018

Guida pratica alla riscoperta dei social network tra fake news, media politicamente schierati, identità virtuali e compravendita di informazioni.

L’affaire Cambridge Analytica è stata l’occasione per la perdita (ufficiale) di innocenza da parte di internet. Sorpresa, la rete non è neutrale; non è uno strumento vuoto, i social non sono indifferenti a ciò che accade dentro e fuori di loro, anzi, lo creano e lo plasmano. Come lavorano i social? E che conseguenze ha questo loro lavoro?

Mark Zuckerberg

La merce dei social

Il primo equivoco è che la merce dei social siano le nostre informazioni. Vero, ma solo in parte. La prima ricchezza dei social è il nostro tempo. Le nostre informazioni sono certo preziose, ma strumentali a venderci ciò che la piattaforma ci sottopone: come per le pubblicità televisive, non è solo se vediamo una pubblicità, ma quante volte e in quale contesto la vediamo. Per raccogliere e usare le nostre informazioni, Facebook ha interesse ad averci connessi il più a lungo possibile sulla propria piattaforma. Che definire piattaforma è ormai riduttivo. Nell’audizione al Senato, il senatore Grahamdel South Carolina ha domandato a Zuckerberg: avete un reale concorrente sul mercato? Mark ci ha girato attorno, ma la pura verità è che non esiste una risposta. Ci sono siti, app e servizi che competono con alcune delle proposte di Facebook, ma nessuno gli è pari complessivamente. Insomma, è come se fossero l’unica società a produrre automobili in un mercato nel quale le altre industrie producono solo specchietti, motori, ruote e non assemblano nulla.

L’obiettivo di Facebook sembra quello di creare una rete dentro la rete. Gli algoritmi attuali favoriscono nettamente i contenuti interni rispetto a quelli esterni, il che significa che è incoraggiata la visualizzazione di un video caricato direttamente su Facebook rispetto a quella di un link a un video caricato ad esempio su YouTube, dunque all’esterno del social. Lo stesso per ciò che riguarda le news: rende di più un post realizzato dalla pagina Facebook di una testata giornalistica che il link all’articolo sul sito di quella testata giornalistica. Tutto questo giustificato dalla volontà da parte di Facebook di garantire uno standard minimo quanto alla qualità dei contenuti (Zuckerberg ha ripetuto fino alla nausea che metterà decine di migliaia di persone a lavorarci) e alla loro fruibilità. Ma tradotto in soldoni significa solo che Facebook non vuole che voi dobbiate lasciare Facebook per fare tutte le cose che volete fare su internet.

 

Il tempo speso mediamente da un americano ogni giorno su internet

Riassumendo. Il tempo che trascorrete su internet è prezioso per chi vuole vendervi servizi e pubblicità; in più meglio vi si conosce, più facile è individuare quello che vi interessa. Facebook non si limita a raccogliere informazioni, ma punta ad essere il luogo dove deve venire chi vi vuole incontrare e conoscere in rete.

Identità virtuali

Gli effetti dei social e di Facebook in particolare sono tanto evidenti quanto complessi. Cominciamo con la considerazione di un dirigente di Facebook, Chris Cox, che pochi giorni fa ha presentato il nuovo progetto di Facebook (facedate?), ovvero un’applicazione dentro l’applicazione che funzionerà in linea di massima, come Tinder. Spiegando le origini di questo progetto, Cox dice:

dating was always a natural fit for Facebook thanks to its ubiquity, data and trusted platform for identity

Ecco Facebook spiegata in due righe ed ecco perché per vent’anni quasi nessuno ha capito quasi niente di internet. Correggiamo questo errore facendo due passi indietro.

In Matrix (1999) si rovesciava la percezione di virtualità: il mondo percepito come reale era in realtà una proiezione virtuale

Pierre Lévy scriveva vent’anni fa che la virtualità non è irrealtà, ma problematizzazione del reale. La virtualità, diciamo noi oggi, non è un’alternativa alla realtà, ma la sua stratificazione in livelli sovrapposti. Il virtuale mescola diversi piani e livelli di realtà in una maniera prima impossibile dal punto di vista fisico e tecnologico. È virtuale un libro, una lettera, un quadro, la nostra immaginazione: siamo qui e ora e siamo anche altrove e in un altro tempo, tutto contemporaneamente. Questo succede da che l’uomo ha capacità di astrarre. L’ultima rivoluzione tecnologica ha accelerato e ingigantito il processo. L’equivoco alla nascita di internet fu che sarebbe stato un luogo altro dal reale. Agli albori della rete informatica sociale le chat room, i forum, i servizi di messaggistica erano incubatori dell’utopia del “poter essere chi si vuole”, come in una sorta di complesso gioco di ruolo. I più idealisti vedevano in questa una grande possibilità per liberarsi di pregiudizi, stereotipi, filtri. I più pragmatici una possibilità per sperimentare giochi di ruolo sociali-erotico-sessuali.

Ma la non è così che la mente umana ragiona. Per quanto interessante possa essere la sperimentazione del perturbante rapporto con uno sconosciuto all’interno di contesti circoscritti e ludici, più il tempo trascorso su internet aumenta più le persone hanno bisogno di sapere con chi hanno a che fare. Non è un caso che Facebook sia cresciuto esponenzialmente assieme alla diffusione degli smartphone. Ecco il potere di Facebook: essere una trusted platform for identity. Sui social il massimo stigma sociale è quello di essere un fake, ovvero il profilo di una persona che non esiste o che non corrisponde alla propria identità reale. Molto più perdonabile, anzi incoraggiato, il fingersi più felici, più belli, più ricchi, ma sé. L’utopia libertaria di massa di internet si è risolta così non nell’essere qualcun altro, ma nell’essere la versione considerata migliore possibile di sé stessi. Le nostre identità virtuali siamo noi stessi, truccati.

Secondo alcuni, degli account facebook fasulli gestiti dai Russi avrebbero influenzato le elezioni presidenziali USA del 2016

Riassumendo. Facebook è un luogo sociale e come tutti i luoghi sociali la sua funzione psico-sociologica è fornire e garantire un’identità. Un profilo Facebook con pochi amici è sospetto tanto quanto uno che ne ha apparentemente troppi. La grammatica del social ci è già chiarissima, anche se non consapevolmente, perché è la stessa della quotidianità pre-internet, solo trasferita in un’infrastruttura differente.

Radical Facebook

In quanto luogo sociale, Facebook è senza dubbio politico. Mettiamoci il cuore in pace. Come una piazza, una riunione di condominio, un parlamento. Ciò che differenzia queste strutture sono le procedure e il controllo. Le procedure partecipative su Facebook teoricamente non esisterebbero; ma all’atto pratico esistono. Siccome come abbiamo visto ciò che interessa a Facebook è il nostro tempo, Facebook ce lo paga con relazioni e identità. Con chi abbiamo più facilmente d’accordo? Con chi ha identità vicina alla nostra, con chi ha qualcosa in comune con noi. Facebook raccoglie le nostre informazioni, le processa, e fa apparire nella nostra newsfeed contenuti che ritiene vicini al nostro pensiero. Questo è anche il controllo che Facebook esercita su di noi e sul mondo ed è il punto in cui il social si distingue più decisamente rispetto al mondo fisico. Questo è il punto politico di Facebook.

Nella vita fisica non entriamo in contatto solo con persone selezionate in base alle loro idee; i luoghi che scegliamo di frequentare ci rispecchiano, ma non sono costruiti su di noi individualmente. Se siamo milanisti (in bocca al lupo) bisticceremo col collega interista dopo il derby, se siamo di sinistra (altrettanto in bocca al lupo) all’aperitivo discuteremo con l’amico cinque stelle, e via dicendo. Sui social, no. In un mondo sempre più atomizzato saranno sempre più le esperienze e le relazioni che nascono direttamente online, dunque secondo gli algoritmi di Facebook. I quali riempiranno la nostra newsfeed di post/video/pubblicità milanisti e di sinistra.

Il Wall Street Journal compara le newsfeed di Liberali e Conservatori nel suo progetto "Blue feed, red feed"

È la cosiddetta filter bubble e fa una cosa piuttosto chiara: radicalizza. Ci fa vivere in un mondo in cui tutti la pensano più o meno come noi. Questo ci toglie i dubbi e ci rafforza nelle nostre convinzioni. Di più, ci toglie la capacità di avere a che fare con opinioni diverse, che in quanto tali vengono subito percepite come aggressive/ostili.  Questa filter bubble può essere “bucata” solo da situazioni e dichiarazioni eclatanti. Vi sta venendo in mente qualcuno?

La guerra civile dei media

Cambridge Analytica può aver rubato i dati, ma era tutto apparecchiato perché succedesse. I media liberal-prog, ovvero i media dell’establishment tradizionale, non sono preoccupati dal dato politico, ma da quello economico: i social e le news online gli stanno fregando i clienti e gli inserzionisti. Là dove i media tradizionali erano politicamente schierati – ovvero, quasi tutto l’Occidente – chi era mediaticamente escluso è stato costretto a trovare nuovi canali media; e l’ha fatto. Guardate anche in Italia come esista una correlazione quasi automatica tra appartenenza diciamo ideologica e accesso ai diversi media. Non votavamo destra contro sinistra contro grillini, ma media tradizionali contro nuovi media. Così, non è che i social siano populisti, ma è che i populisti sono dovuti andare sui social perché sui giornali e sulle televisioni non li facevano parlare. Hanno dovuto capire prima e più alla svelta come funzionavano e come si potevano sfruttare. Le fake news sono le comunissime bufale ed esistono da prima dell’invenzione della stampa. Cambridge Analytica che ruba le vostre informazioni è come il PR che vende la propria mailing list a una discoteca o a un locale. Ciò che è davvero all’origine dello scandalo è la direzione economica, più che politica, che la cosa sta prendendo.

Evoluzione della spesa mondiale in pubblicità elaborata dall'Economist: la spesa in pubblicità su internet dieci anni fa internet era sotto ai giornali cartacei, oggi è superiore alla somma di cartacei e televisioni. Interessante anche notare come abbia proseguito la propria ascesa anche negli anni della crisi, quando tutti gli altri media pubblicitari hanno registrato una contrazione

Ma la svolta politica è già passata. La resa delle istituzioni è evidente proprio dalle audizioni di Zuckerberg. Per quanto si siano scenograficamente impegnati a circondare il piccolo e isolato Mark dagli alti scranni dei senatori, il punto è che il Senato dello stato più potente del pianeta si è seduto allo stesso tavolo con un’azienda privata che potrebbe distruggere la carriera politica di ognuno dei suoi membri. Perché non è più (solo) un’azienda privata. I nuovi super-mediatori globali sono post-istituzioni o meglio le nuove, vere, istituzioni. Le vecchie dovevano accorgersene quando potevano farci qualcosa. Ora il genio è già stato liberato; Zuckerberg che ai senatori dice che potrebbe pensare di autoregolarsi e autolimitarsi è l’equivalente informatico delle costituzioni octroyee dell’Ottocento europeo. Ma questa è un’altra storia.