Intesa dia a un euro al Comune di Vicenza Palazzo Thiene, no la sede della ex BPVi, meglio Palazzo Repeta. Peccato siano della LCA: l’insostenibile leggerezza dell’essere … politici

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù)  Mercoledi 30 Agosto 2017 alle 23:37 |

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In tanti, troppi non hanno saputo (voluto?) “leggere” per tempo i segnali, capiti anche da… noi (cfr. “Vicenza. La città sbancata“), del dramma che incombeva da anni su decine di migliaia di vicentini (e non solo) che hanno perso i loro risparmi fidandosi delle sirene che, celando le umane spoglie di Gianni Zonin, cantavano i loro richiami all’acquisto di azioni della Banca Popolare di Vicenza esponendo le loro grazie dalle finestre della direzione generale di Via Btg. Framarin e venivano amplificate dalla stampa e dalla tv di Palazzo Bonin Longare.

Lì regnavano i presidenti di Confindustria Vicenza Roberto Zuccato e Giuseppe Zigliotto quando non sedevano nei cda della BPVi, evidentemente una enoteca monomarca ma ben fornita dove tutti i suoi membri di rango elevato forse si “avvinazzavano” (il vino pare che lo offrisse il padrone di casa… vinicola) visto che di quello che ci faceva lì dentro ora nessuno ricorda nulla, come dopo una sbronza.

Le voci di quelle sirene hanno ammaliato anche “eletti” e “nominati” di Palazzo Trissino dove tutti, lo ha testimoniato in sala Bernarda Jacopo Bulgarini d’Elci, si inchinavano al sistema di potere che dettava (e detta?) legge a Vicenza.

E le sirene hanno annebbiato, così, le menti della città, della provincia, della regione e di buona parte dell’Italia, dalle vere Alpi (friulane) alle simil Ande siciliane (a proposito non puzza che i siciliani truffati non abbiano mai… parlato?!) dando il tempo ai corpi veri che loro coprivano con le loro sembianze, truffaldine come i corpi sottostanti (Pierpaolo Baretta ha sancito che i soci sono stati “truffati”), di rubare i portafogli a molti dei loro abitanti.

Oggi alcuni degli eletti e nominati (non tutti, come vogliamo fortemente credere visto che il vice sindaco potrebbe aver avuto interesse ad allargare il numero dei “complici” o dei “collusi”), dopo l’ammaliamento che li ha resi poco simili al “navigato” Ulisse e dopo aver fatto meno di zero per capire cosa stesse succedendo alle spalle dei loro elettori e dei loro “tutelati”, hanno tirato fuori un’idea geniale.

Invece che pensare a qualche metodo, ce ne sarebbero, da sottoporre ai loro referenti nazionali in Parlamento per far recuperare qualche spicciolo del maltolto, hanno urlato coraggiosi e con cipiglio da eroi: “Intesa SanPaolo ridia qualcosa alla città, un bel palazzo a un euro, visto che a mezzo euro hanno comprato il meglio della fu Popolare vicentina!“.

E via alla gara di “richieste inderogabili”: Carlo Messina ci dia Palazzo Thiene e le sue opere d’arte per farle godere ai soci, che, magari, visto che non hanno più soldi potranno cibarsi di cultura; no, meglio il palazzo della ex direzione generale così ci facciamo il nuovo Comune dove la gente andrà a farsi il certificato di… morte delle speranze costruite in una vita. E così via.

Ma possibile che a nessuno, magari dopo che Messina neanche replicava a queste bellicose richieste, sia venuta la voglia, visto che evidentemente non lo aveva fatto prima di provare un collegamemto mal riuscito tra cervello e bocca, di controllare chi sia il proprietario di Palazzo Thiene, della sede di Via Btg. Framarin e, che so, di altri palazzi di prestigio come l’ex sede vicentina di BankitaliaPalazzo Repeta, quello degli “scambisti” (di favori, dicono) Gianni Zonin e Ignazio Visco?

Ebbene quei palazzi, come altre 1.000 e passa unità immobiliari (dalla visura catastale che abbiamo fatto fare a nostro costo il 16 agosto 2017 ne risultano 1004 per la precisione), sono di Immobiliare Stampa scpa, che Intesa Sanpaolo ha “lasciato”, bontà sua, alla Banca Popolare di Vicenza in liquidazione coatta amministrativa.

Quindi, cari amici politici vicentini, storici controllori e difensori dei cittadini, se uno di quei palazzi dovesse andare per un euro, non certo per cessione da parte di Intesa, al Comune, che è di tutti i vicentini, certo, ci sarebbero ancora meno soldi per lo Stato (che è di tutti gli italiani) che spera di recuperare un po’ di miliardi dalla LCA per non far pesare alla comunità nazionale il costo dell’operazione Intesa Sanpaolo.

Ma, soprattutto, si affievolirebbero ulteriormente le già scarse possibilità dei soci truffati di recupare qualche euro dalla cessione di immobili, Npl e partecipazioni ancora in capo alla liquidazione.

Cosa c’è, allora, cari lettori, nella testa di chi prima quel cervello lo ha chiuso agli impulsi esterni di pericolo e ora propone un danno ulteriore per i concittadini truffati.

Forse c’è l’insostenibile leggerezza dell’essere… politici.

A PALAZZO CHIGI PER ARRIVARE AL DANE’ – IL MOVIMENTO 5STELLE MIRA A TRASFORMARE LA CASSA DEPOSITI E PRESTITI NELLA NUOVA IRI (MA CI SONO VINCOLI STATUTARI ED EUROPEI) – TONONI VERSO LA PRESIDENZA (CON LA BENEDIZIONE DI GUZZETTI). IN CORSA ANCHE GAETANO MICCICHE’ – GARA A DUE PER L’AD FRA SCANNAPIECO (BEI) E GIUSEPPE CASTAGNA, GRADITO ALLA LEGA

DAGOSPIA.COM 21 MAGGIO 2018

Alessandro Barbera per La Stampa

FABIO GALLIA CLAUDIO COSTAMAGNAFABIO GALLIA CLAUDIO COSTAMAGNA

Non è ancora la nuova Iri, ma potrebbe diventarlo presto. Di certo il rinnovo dei suoi vertici sarà la madre di tutte le nomine, il primo banco di prova della probabile alleanza giallo-verde.

Quattrocentoventi miliardi di attivi patrimoniali, trecentoquaranta di raccolta in gran parte frutto del risparmio postale degli italiani, una miriade sempre più fitta di partecipazioni. Nella testa del Movimento Cinque Stelle la Cassa depositi e prestiti dovrebbe diventare la leva di una nuova politica industriale.

La verità è che tutto questo avviene già: Cdp controlla la rete della luce (Terna) e del gas (Snam), ha partecipato a una cordata per l’ acquisto dell’ Ilva, da qualche settimana è azionista rilevante di Tim. Sotto la gestione di Claudio Costamagna e Fabio Gallia la Cassa sta investendo otto miliardi in infrastrutture, ed è lo snodo del piano Juncker.

SALVINI DI MAIOSALVINI DI MAIO

Secondo Lega e Cinque Stelle potrebbe e dovrebbe fare ancora di più, salvando Alitalia e trasformando il Monte dei Paschi in una specie di braccio finanziario. Tutte ipotesi sulla carta, perché la Cassa – a meno di non approvare una legge che ne modifichi i connotati – è sottoposta a vincoli statutari ed europei. Se investisse in un’ azienda del trasporto aereo in grave perdita non sarebbe più una società attiva sul mercato, e per le regole dell’ Unione tornerebbe a essere un ente della pubblica amministrazione: tutti i suoi impegni finanziari si scaricherebbero su debito e deficit.

Se viceversa assorbisse il Monte dei Paschi, diventerebbe a tutti gli effetti una banca e dovrebbe cedere tutte le partecipazioni, dall’ Eni in giù. Per inciso, un braccio finanziario la Cassa la possiede già, si chiama Banca per il Sud, la volle Giulio Tremonti ma non è mai decollata.

GUZZETTIGUZZETTI

TEMPI STRETTI

Se il nuovo governo nascerà, avrà poco tempo a disposizione per chiarirsi le idee: l’ assemblea per i rinnovi avrebbe dovuto svolgersi questa settimana, è stata rinviata e dovrà svolgersi al massimo entro il 30 giugno, pena la proroga degli attuali vertici. Le grandi manovre sono già iniziate, anche perché nella decisione avranno un ruolo decisivo le Fondazioni bancarie, unico azionista privato della Cassa con circa il venti per cento delle quote. Venerdì si è svolta una riunione riservata convocata dal presidente Giuseppe Guzzetti.

MASSIMO TONONIMASSIMO TONONI

A quasi ottantaquattro anni è ancora lui a gestire le danze. Sarà l’ ultima volta prima della pensione: fra un anno scadono i mandati – non più rinnovabili – all’ Associazione delle casse di risparmio e alla Fondazione Cariplo. Per statuto la scelta del presidente spetta a lui. Ma tutto dipenderà da quel che vorrà fare il nuovo governo il quale potrebbe forzare la mano e – come avvenne tre anni fa per Renzi con Costamagna – imporre un suo candidato. Negli anni Costamagna ha saldato un buon rapporto con le Fondazioni, e per questo un suo rinnovo non sarebbe sgradito.

gaetano micciche'GAETANO MICCICHE’

Ma Guzzetti in tasca ha anche un altro nome: è quello di Massimo Tononi, già sottosegretario al Tesoro di Prodi, presidente di Borsa italiana e del Monte dei Paschi. Il terzo incomodo potrebbe essere un uomo vicino a Banca Intesa, il presidente di Banca Imi e della Lega di Serie A Gaetano Micciché.

LA PARTITA DELL’ AD

Dario ScannapiecoDARIO SCANNAPIECO

La partita si preannuncia complessa. Se il governo giallo-verde nascerà, Lega e Cinque Stelle vorranno incidere sulla scelta tanto quanto Guzzetti e le Fondazioni. E come sempre la trattativa per il presidente sarà legata a doppio filo a quella dell’ amministratore delegato. Fabio Gallia risulta non essere interessato alla riconferma, dunque la casella è da riempire. Anche in questo caso circolano due candidati forti: uno è quello del vicepresidente della Banca europea per gli investimenti Dario Scannapieco, già alto funzionario al Tesoro e uno dei massimi esperti di investimenti cofinanziati dall’ Unione, oggi decisivi nei piani della Cassa.

giuseppe castagnaGIUSEPPE CASTAGNA

L’ altro è il numero uno del Banco Popolare Giuseppe Castagna, gradito alla Lega. Nel frattempo, lunedì, il Tesoro coopterà nel consiglio di amministrazione i due membri espressione dei Comuni e delle Regioni. Uno sarà il presidente dell’ Anci, il sindaco Pd di Bari Antonio Decaro, l’ altro è l’ assessore al Bilancio della giunta leghista della Regione Lombardia, Davide Caparini. Il fatto che il Tesoro, tuttora guidato da Piercarlo Padoan, dia il via libera alle due nomine senza attendere l’ assemblea e il nuovo governo dice molto della loro valenza trasversale.

éééééééééééééééééé

::::::::::::::::::ultima news Giuseppe Castagna gradito alla lega ? penso che Salvini sia fuori completamente provvediamo subito a fare una mail affinché’ provveda ad una immediata rettifica

Allarme Fitch sull’Italia, spread a 186, Borsa in rosso (anche per le cedole)

FIRSTONLINE.COM 21 MAGGIO 2018

L’agenzia di rating Fitch suona l’allarme sul rischio politico del nostro Paese e lo spread Btp-Bund si impenna con un rendimento del decennale del 2,409%, ai massimi da oltre un anno – Cade anche la Borsa (1,5%) ma soprattutto per effetto della distribuzione dei dividendi che colpisce in particolare le banche – In controtendenza Saipem e la galassia Agnelli

Allarme Fitch sull’Italia, spread a 186, Borsa in rosso (anche per le cedole)

Lo stacco cedole di una ventina di blue chip e l’allarme di Fitch sul contratto Lega-M5s affossano Piazza Affari e fanno impennare lo spread. Milano chiude in calo dell‘1,52%, 23.092 punti, piazza peggiore in Europa, dove Francoforte e Zurigo sono chiuse per festività. Londra tocca un nuovo record storico, portandosi a 7868.06 punti, +1,15%, Parigi guadagna lo 0,41%, Madrid perde lo 0,48%. Wall Street apre intonata e si muove in rialzo, con il Dow Jones che a tratti supera la soglia psicologica dei 25.000 punti. I mercati festeggiano lo scampato pericolo di una guerra commerciale fra Usa e Cina. In rally General Electric, che sale più dl 3% e potrebbe chiudere la seduta sui massimi di quasi quattro mesi entrando ufficialmente in territorio “toro” dopo l’annuncio di fusione della sua divisione trasporti con l’operatore ferroviario Wabtec.

Il cambio euro/dollaro è poco mosso, attorno a 1,175; stabile il petrolio, con il Brent a 78,7 dollari al barile; oro in leggero calo a 1289,17 dollari l’oncia (-0,25%).

Le note dolenti sono quasi tutte tricolori. La seduta è pesante per il decennale italiano, il cui rendimento sale fino al 2,41%, ai massimi dal 2014, e lo spread con il Bund balza a 186.50 punti, segnando una crescita del 16,64%. A pesare, a metà pomeriggio, è un report dell’agenzia di rating Fitch che parla di un aumento del rischio-Paese sulla base del contratto di governo Lega-5 Stelle. Questo “aumenta i rischi per il profilo di credito sovrano in particolare attraverso un allentamento di bilancio e un potenziale danno alla fiducia”. La tabella di marcia comunitaria sembra dare invece un po’ di respiro al Belpaese. Mercoledì la Commissione europea sospenderà il giudizio per aspettare il momento in cui il nuovo governo presenterà la proposta di bilancio 2019, entro settembre. Il caso Italia sarà chiarito a ottobre e per valutare se quest’anno rispetterà la regola di riduzione del debito si arriverà alla prossima primavera, perché le decisioni sulle procedure vengono prese sulla base dei dati certificati da Eurostat.

Piazza Affari paga d’altra parte lo stacco di cedole per ben 19 big cap. Le perdite in Borsa sono direttamente proporzionali alla generosità nei dividendi. Il titolo peggiore è Azimut, -10,54%, seguono Intesa -7,33%, Unipolsai -6,67%, Banca Generali -5,16%, Generali -5,02%.

In controtendenza è la galassia Agnelli. Fca +2,61%, è il titolo migliore della seduta, mentre cresce l’attesa per la presentazione del nuovo piano industriale in programma il prossimo primo giugno, che dovrebbe confermare il focus della strategia del gruppo sui segmenti a maggiore redditività. Bene anche Cnh +1,67% e Ferrari +0,93%.

Si mantiene in crescita Saipem +2,16%. Acquisti su Buzzi +1,59% e Prysmian +1,37%.

Botta e risposta Fioramonti-Calenda su chiusura progressiva Ilva

ASKANEWS 21 MAGGIO 2018

Ministro: chiacchiere da bar. Economista: gioco su pelle lavoratori
Botta e risposta Fioramonti-Calenda su chiusura progressiva Ilva

Roma, 21 mag. (askanews) – Botta e risposta sull’Ilva tra il ministro dello sviluppo economico uscente Carlo Calenda e il consulente economico di M5S Lorenzo Fioramonti. A parlare di chiusura progressiva è stato Fioramonti dopo un incontro informale con i sindacati a Taranto, puntualizzando su twitter che l’obiettivo è quello di “realizzare un percorso condiviso che porti a soluzione di lungo termine di quello che ormai è diventato un disastro economico, ambientale e sanitario senza precedenti” e mettere uno stop a “decreti imposti dall’alto”.

“Chiuderemo Ilva progressivamente non in un anno ma nemmeno in 20/30″. Ma come si fanno a dire simili superficialità. O la chiudi o la risani”, ha replicato Calenda sul suo profilo aggiungendo: “Lorenzo per ora non esiste un vostro modo di “fare” o un piano ma solo chiacchiere da bar e frasi ambigue. Il Governo ha portato un investitore da 4,2 mld, recuperato 1,1 mld per bonifiche, speso 500 mil su ambiente, iniziato la copertura dei parchi. Momento dei talk show è finito”.

Sulla “pelle di lavoratori e tarantini gioca chi da anni garantisce impunitá a manager, commissari ed acquirenti dell’industria che ha fatto e continua a fare piú morti nella storia d’Italia, deturpando un territorio bellissimo. Il nostro modo di “fare” è molto diverso dal suo”, ha affermato subito dopo con un nuovo tweet l’economista.

ELEZIONI REGIONALI IN VAL D’AOSTA. INCREMENTO RELATIVO DELLA LEGA, FINE DEL CDX, PD SOTTO IL 6%

 SCENARIECONOMICI.IT 21 MAGGIO 2018

 

 

Cari amici,

con il 90% dei voti spogliati possiamo anche fornire alcuni dati (Da confermare) sulle elezioni in VAl D’Aosta. Si tratta di una regione anomala per la presenza di liste autonomiste, in cui anche la tradizionale Union Valdotaine si è spezzata in due, ma , confrontando i dati con quelli delle recenti politiche, qualche indicazione si può ottenere.

Prima di tutto i numeri:

Primo partito l’Union Valdotaine, seguito da Lega e da Area Civica, quindi Movimento 5 Stelle , Union Valdotaine Progressiste (nata da una costola della UV) . Gli ultimi tre partiti sono praticamente alla pari, per cui la corsa potrebbe finire con un posto in più o in meno, quindi i movimenti locali Impegno Civico ed Alpe. Mouv’ dovrebbe prendre un seggio.  Sotto il 6% , quindi con rischio di  non avere rappresentati in Consiglio Regionale, PD e l’unione fra Forza Italia e Fratelli d’Italia. La Lega torna in consiglio regionale dopo 20 anni di assenza.

I dati alle politiche camera di giugno, confrontabili, davano

  • M5s 24,1%
  • Centrodestra 8,93%
  • Lega 17,45%
  • Listone PD+UV 17,45%

In una situazione in cui le liste locali prendono il 63% dei voti la Lega mantiene la sua posizione. M5s Dimezza i voti, ma è sempre stato debole alle elezioni locali nel Nord. L’”Effetto Berlusconi” non c’è stato in Val d’Aosta, o se c’è stato ha lavorato all’opposto. Si tratta di un esperimento interessante perchè qui la Lega era scorporata dal CDX, per cui il dato è leggibile in modo puro. Senza Lega il CDX va in soffitta , letteralmente, e riduce drasticamente il suo peso, per cui, se vuole continuare a contare in qualche modo, non può rompere i legami.  Il PD è più complesso da considerare, visto che alle politiche ha corso con la UV che poi si è pure spaccata. Diciamo che sicuramente non è cresciuto ed i suoi voti sono stati assorbiti dagli autonomisti. Ora per l’elezione del presidente si dovrà ricorrere ad una coalizione.

Insomma una debacle per tutti i nazionali, tranne la Lega. Chissà se a Roma qualcuno ha capito l’antifona…..

GORNATA DA DIMENTICARE PER INTESA San Paolo – Risparmio gestito: nel trimestre frenano i Pir. E Amundi batte Intesa Sanpaolo

STEFANO NERI 21 MAGGIO 2018 FINANZAREPORT.IT

Raccolta in frenata per il settore, Generali negativa con moviemnti infragruppo e cessione attività in Olanda


Trimestre in frenata per l’industria italiana del risparmio gestito, secondo la mappa Assogestioni diffusa oggi. Particolarmente brusco il rallentamento dei Pir, i piani individuali di risparmio introdotti a fine 2016 che prevedono benefici fiscali a determinate condizioni e un’esposizone spiccata agli asset italiana.

Da registrare inoltre un sorpasso di Amundi ai danni di Intesa Sanpaolo in termini di raccolta trimestrale, mentre il numero uno Generali ha effettuato alcuni movimenti “infragruppo” oltre che per l’esito della cessione di attività in Olanda che ne hanno condizionato i dati.

Nel periodo gennaio-marzo la raccolta del risparmio gestito ha segnato +13,9 miliardi di euro contro + 17,3 miliardi dell’ultimo quarto del 2017 (ben più alta 27,8 miliardi nel primo trimestre 2017). Il patrimonio è sceso a 2.082,2 miliardi dai 2.089,2 miliardi con cui si era concluso il 2017. A spingere la raccolta del sistema sono in particolare gli 8,7 miliardi di flussi verso i fondi aperti. Gli Aum (asset under management) impiegati nelle gestioni collettive sono pari a 1.058 miliardi di euro, circa il 51% delle masse complessive dell’industria. I risparmiatori italiani hanno indirizzato le proprie preferenze verso i prodotti flessibili (+9,3 mld), i bilanciati (+4,4 mld) e gli azionari (+2,9 mld).

nel trimestre i fondi aperti Pir Compliant hanno visto la raccolta netta precipitare a 1,98 miliardi di euro contro i 3,38 miliardi del quarto trimestre 2017. Fra i principali player il gruppo Mediolanum, con una raccolta di 282 milioni (da 518 mln nel quarto trimestre 2017) e un patrimonio promosso di 3,79 miliardi (21,6% del totale), Intesa Sanpaolo con flussi per 542 milioni (da 758 mln) e masse per 3,26 miliardi (18,6%) e Amundi con 569 milioni (da 793 mln) di raccolta e un patrimonio di 2,72 miliardi (15,5%).

Quanto alla classifica generale, il gruppo Generali chiude il primo trimestre con una raccolta negativa per 4,3 miliardi, con un patrimonio gestito a fine marzo pari a 479,9 miliardi (23,6% del totale). Il gruppo Intesa Sanpaolo vede nel trimestre una raccolta netta di +3,72 miliardi, spinta da Eurizon (+3,78 mld), mentre Fideuram segna -60 milioni. Le masse gestite da Intesa ammontano a 399 miliardi, pari al 19,7% del totale. fa meglio però Amundi (Crédit Agricole) nel periodo, con una raccolta a +3,96 miliardi, mentre il patrimonio si attesa a 205,2 miliardi (10,1% del totale).

fra gli altri, Anima Holding segna +628 milioni di raccolta le Poste +637 milioni, mentre Ubi Banca ha chiuso il trimestre mettendo a segno una raccolta netta di 1,2 miliardi.

Mps, i sindacati aspettano i piani di Lega e 5 Stelle

MIRKO MOLTENI FINANZAREPORT.IT21 MAGGIO 2018



Mentre il contratto di governo tra Movimento 5 Stelle e Lega sta facendo da fulcro del nascente nuovo esecutivo italiano, si discute ancora su ciò che potrebbe profilarsi per Banca Mps, in cui lo Stato è presente al 68% e passa.

Se già l’esperto economico della Lega Claudio Borghi ha evocato in pratica la nazionalizzazione di Mps, il contratto recita che “lo Stato azionista deve provvedere alla ridefinizione della mission e degli obiettivi dell’istituto di credito in un’ottica di servizio”. Peraltro in Borsa le azioni Mps tentano oggi un rimbalzo.

Dopo avere registrato parziali aperture da parte dei piccoli azionisti, Finanza Report ha interpellato i sindacati interni di Mps per capire quali sono gli umori dei dipendenti in vista delle novità prospettate, fra cui lo stop secondo Borghi a nuovi tagli delle filiali.

Fabio Brunamonti, responsabile per First Cisl, spiega a Finanza Report: “Noi non vogliamo fare alcun discorso politico, non abbiamo alcuna posizione ufficiale su questi annunciati mutamenti di mission dell’istituto. Ciò che ci interessa è tutelare i 23.000 lavoratori di Monte Paschi. Che anche lo Stato sia socio di maggioranza della banca, il nostro interlocutore rimane comunque l’amministratore delegato e come sindacato ci atteniamo unicamente agli accordi per la ristrutturazione da qui al 2021. Giudicheremo a suo tempo quando ci saranno eventuali cambiamenti”.

First Cisl, dunque, mantiene un certo riserbo, ribadendo ovviamente che farà riferimento principalmente all’ad (Marco Morelli) come interlocutore.

Per la posizione di Uilca, il responsabile Carlo Magni interpellato da Finanza Report spiega: “Mi sembra che per ora ci siano elementi abbastanza generici su cui non possiamo giudicare con precisione. Di certo non abbiamo pregiudiziali, fermo restando che baderemo sempre agli interessi dei lavoratori, alle loro retribuzioni e qualità di vita e di lavoro. Per ora abbiamo sentito parlare di un’ipotesi di banca di servizio che ci sembra comunque ancora un qualcosa di filosofico, è un’espressione che può voler dire molte cose. Se ciò porterà a proposte positive, ben vengano, ma attendiamo di vedere passi concreti. Se, per esempio, con banca di servizio si intendesse anche rimediare un po’ alla recente chiusura di molte filiali sul territorio, che ci viene anche da obblighi europei, bisognerà andare in sede UE a ridiscuterne. Vedremo. Noi ci confronteremo con lo Stato, che detiene attualmente il 68% dell’istituto, e parleremo di cose concrete, al di là delle affermazioni generiche finora fatte dai partiti politici”.

L’impressione, insomma è che i sindacati di Mps, in linea di massima, non siano contrari per principio a eventuali cambiamenti, o aggiustamenti, della vocazione operativa della banca Mps, purché non inficino quelli che per essi sono gli aspetti più importanti della questione, ovvero il numero e la qualità dei posti di lavoro. Ma ritengono ancora prematuro approvare o viceversa cassare, in assenza di proposte specifiche.

2017 -Banche venete, Intesa spera nel governo amico

 il manifesto.it 23 giugno 2017

Credit crack. Mentre il Mef “sta valutando” la proposta indecente, da sinistra Fassina e Civati chiedono di discutere del caso in Parlamento. L’ex ministro Zanetti: “Il Tesoro non avallerà questa pazzia”. E Bersani: “L’opinione pubblica non ha compreso che lo Stato spende 10 miliardi”. A fondo perduto.

 Il silenzioso ministro Padoan

Passate 24 lunghe ore dalla proposta indecente di Intesa San Paolo per prendersi a un euro la parte sana delle due banche venete, e far pagare un buco da almeno 10 miliardi alla collettività, il silenzio di Pier Carlo Padoan e del Mef è davvero singolare. Le agenzie di stampa fanno sapere che il Tesoro “sta ancora valutando”. Hanno già valutato invece Stefano Fassina e Pippo Civati: “Chiediamo al governo di confrontarsi al più presto con le commissioni competenti di Camera e Senato prima di assumere qualunque decisione. Le condizioni poste da Intesa sembrano molto onerose per i contribuenti, non solo in relazione ai crediti in sofferenza ma anche per far fronte agli oneri di integrazione e razionalizzazione, ossia esuberi, prospettati da Intesa. Sarebbe grave se il governo approvasse un decreto su una vicenda così rilevante, e facesse trovare il Parlamento di fronte a un fatto compiuto”.
Anche se politicamente agli antipodi rispetto ai due parlamentari di sinistra, Enrico Zanetti di Scelta civica è ancora più tranchant: “Da cittadino un’offerta di questo tipo mi farebbe inorridire. Voglio sperare che il governo la giudichi irricevibile. Non voglio neanche pensare che possa vagliare un’offerta di questo genere. Certo – prosegue l’ex vice ministro all’economia – se fossi un azionista di Intesa stringerei la mano all’ad Messina, perché si porta a casa solo la parte buona delle banche, gli attivi, e avrebbe le garanzie su alcuni crediti intermedi e i finanziamenti del fondo esuberi, senza caricarsi le sofferenze. Ma sono convinto che non succederà che il Tesoro avalli questa pazzia”.
Eppure, come osservato da Fassina e Civati, nei palazzi della politica gira la voce di decreto ad hoc. Oppure di un emendamento da inserire nel decreto, a rischio di illegittimità ma già portato all’attenzione del Parlamento, con cui tre giorni fa sono stati sospesi per sei mesi i rimborsi di un bond di Veneto Banca che scadeva il 21 giugno. Così, mentre il confindustriale Sole 24 Ore cerca di indorare la pillola stiracchiando le leggi europee in materia, si pensa a come consentire di utilizzare per finalità diverse dalla “ricapitalizzazione precauzionale” i 20 miliardi pubblici messi a disposizione dal decreto salvabanche di Natale.
Sul punto vale il proverbio “Il diavolo si nasconde nei dettagli”: perché i soldi pubblici della ricapitalizzazione precauzionale dei Monte dei Paschi (6,5 miliardi circa) sono stati giustificati come non a fondo perduto: se Mps torna a fare utili, come peraltro possibile dopo essere stato “ripulito” da cima a fondo, questi alla fine saranno incamerati dal Tesoro, attuale azionista di maggioranza con il 75%. Ben diverso il caso della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca: se sarà accettata la proposta di Intesa si andrà allo spezzatino (good bank e bad bank), sul modello di Banca Etruria, Banca Marche e CariChieti. Con tutto quel che potrà conseguirne.
“Vediamo cosa succederà – tira le somme Pierluigi Bersani – ma certo vedere che ora lo Stato ci mette 10 miliardi fa male al cuore, irrita, e temo che questo tema non venga compreso dall’opinione pubblica. Comunque qualche responsabile dovrà pur pagare”. L’avesse mai detto: il turbo renziano Andrea Marcucci replica subito, negando l’evidenza: “Nessuno sta scaricando sugli italiani il risanamento delle banche – azzarda il senatore piddino – anzi fu proprio il governo Renzi a difendere migliaia di risparmiatori e tanti posti di lavoro”.
Sono parole, quelle di Marcucci, che faranno fischiare gli orecchi alle oltre duemila potenziali parti civili (1.500 solo di Federconsumatori, e 800 circa delle altre associazioni di tutela del “parco buoi”) che hanno affollato il Tribunale di Arezzo, nella prima udienza tecnica davanti al gup per la bancarotta, fraudolenta o semplice, di Banca Etruria. Fuori dal tribunale poi i due comitati “Vittime del salvabanche” e “Gli azzerati” non l’hanno mandata a dire ai governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Il quale, da Bruxelles, si è limitato a dire: “Sulle banche c’è un filo diretto continuo fra le autorità italiane ed europee, penso che si stia lavorando nella direzione giusta”. Verso Banca Intesa di sicuro.

Banche buone, banche cattive e opere d’arte

Report del9 aprile 2018

 

VIDEO:

https://www.raiplay.it/video/2018/04/Report-090418-Banche-buone-banche-cattive-e-opere-d-arte-7396e9e3-0284-4163-b668-5e91183a433c.html

Intesa Sanpaolo ha acquistato a 1 solo euro la “Good Bank” delle Popolari Venete, chiedendo al governo italiano 5 miliardi in contanti e garanzie per 12 miliardi. Soldi che oggi, si scopre, pesano su deficit e debito. Lo Stato potrebbe recuperare qualcosa vendendo delle opere d’arte di proprietà della “Bad Bank”. Peccato che sono vincolati a un palazzo che, ora, è di proprietà di Intesa. [Tratto da Report del 09/04/2018]

LA DEMOCRAZIA ITALIANA, OGGI VEDREMO SE ESISTE OPPURE NO.

 

Cari amici,

un pezzo breve, anzi  brevissimo, di carattere politico. Sta per nascere un governo: imperfetto, parziale, ma che dopo 30 anni, per la prima volta viene a significare in Parlamento la stessa maggioranza dei cittadini italiani. Cioè c’è la possibilità di un governo “Democratico” nel più ampio senso del temine.

Ora la Democrazia fa paura, anzi terrorizza. Il Popolo, alla fine, anche se fonde della sovranità, come ricordato dall’articolo 1 della costituzione, viene sempre trattato come una sorta di  bambino scemo da tenere sotto tutela, dedito solo alle proprie più basse passioni, a “Magnà e beve” con il rutto libero. Si assiste quindi alla scena, non proprio edificante, dei professorini della politica in TV che attaccano un governo non nato, con accuse su cose non fatte, in modo assolutamente ridicolo.

La paura ? quella di perdere posti  prebende. Un governo politico, soprattutto di questo genere, farà ovviamente uno spoil system, cioè taglierà molto , moltissime teste. Del resto sono anni che su scenarieconomici pariamo dei disastri compiuti da una classe economica incapace, un turn over è più che necessario. Eppure voglio restare abbarbicati al potere, alla visibilità, al denaro. Incapaci in tutto, capaci in nulla , non possono accettare di essere messi da parte.

Nello stesso tempo i “Poteri marci” europei si sono mossi, gli stessi che hanno causato la disastrosa e sanguinosa guerra libica del 2011, gli stessi che non sono stati in grado di difendere l’Europa da un’invasione problematica ed indesiderata, gli stessi che non sono in grado di prendere una chiara posizione nel contesto internazionale, gli stessi che ci condannano ad un futuro di povertà.

Il futuro dell’Italia si deciderà fra oggi e domani. Sapremo se la democrazia è solo una vuota parola, oppure se è qualcosa di vivo e vero. Nessun risultato è scontato.

 

 

Democrazia, portami via, se no sto male……

Mps, Cdp, le voglie di M5S e Lega, il conto per Tesoro e fondazioni bancarie

 startmag.it 21 maggio 2018

Cassa depositi e prestiti

Che cosa dice il programma M5S e Lega su una banca pubblica per gli investimenti, il ruolo potenziale di Mps, l’evoluzione auspicata di Cassa depositi e prestiti, gli effetti della prospettiva bancaria di Cdp per gli azionisti Tesoro e fondazioni bancarie. Parole, numeri, indiscrezioni e scenari 

Come si chiamerà la banca pubblica per gli investimenti indicata nel programma di governo firmato da Movimento 5 Stelle e Lega? E soprattutto: è una banca già esistente o sarà un istituto ex novo? Ancora: che cosa farà di preciso? E nel caso – come pare certo – che sia la Cassa depositi e prestiti a svolgere le funzioni auspicate da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, quanti soldi dovranno sborsare Tesoro e fondazioni bancarie, ossia i soci della Cdp?

Sono alcune delle domande che in queste ore circolano nei palazzi della politica e della finanza dopo la firma del “Contratto del governo di cambiamento” di M5S e Lega approvato ieri dalle basi dei pentastellati e dei leghisti.

Leggendo il testo del programma in cui è prevista una banca pubblica per gli investimenti, per sostenere “lo sviluppo dell’economia e delle imprese italiane utilizzando le strutture e le risorse già esistenti”, e non essendoci riferimenti a enti o istituti esistenti come la Cassa depositi e prestiti, molti osservatori pensavano si trattasse di una banca ex novo.

Mai ieri il Sole 24 Ore ha attestato: “La banca per gli investimenti disegnata nel contratto stilato da M5S e Lega non è un nuovo veicolo che il governo nascituro intende costituire”. Una notizia basata in particolare su quanto detto da Armando Siri, responsabile economico della Lega: “Non pensiamo ci sia la necessità di stravolgere l’esistente o di creare nulla di nuovo. Riteniamo che la mission della Cdp possa essere meglio definita, in linea con le esigenze di crescita e di sviluppo del Paese. Deve essere garantito un maggiore sostegno alle pmi, così come vanno riponderati gli investimenti in equity e partecipazioni, che non sempre sono andati dove serviva, a vantaggio di investimenti più strategici per il Paese”.

C’è chi, però, all’interno della stessa Lega, pensa che possa o debba essere il Monte dei Paschi di Siena (Mps), ora controllato dal Tesoro, la banca appropriata per svolgere i compiti indicati nel programma governativo sulla banca pubblica per gli investimenti. In verità, non solo nel partito capeggiato da Matteo Salvini dove l’economista Claudio Borghi è il più attivo. Infatti nel “Contratto” siglato da Movimento 5 Stelle e Lega quando si parla di Mps è scritto: “Lo Stato azionista deve riprovvedere alla ridefinizione della mission e degli obiettivi dell’istituto di credito in un’ottica di servizio”.

Non c’è un rimando al Monte dei Paschi, ma “chi ha partecipato alla stesura del contratto – ha scritto sabato scorso Repubblica – assicura che presto sarà chiesto uno studio di fattibilità in questo senso. La banca dovrebbe diventare uno dei bracci operativi della Cassa Depositi e Prestiti e trasformare la sua missione in quella della Cassa stessa: dedicarsi agli investimenti e allo sviluppo delle imprese italiane”.

Ma che sia direttamente o indirettamente la Cdp (nel caso il Tesoro passi le quote in Mps alla Cassa) a essere la banca per gli investimenti evocata e invocata da pentastellati e leghisti si pone un problema, comunque c’è una certezza: la Cdp rientrerebbe nella vigilanza bancaria e dovrebbe sottostare alle regole di Basilea 2.

E’ quanto tra l’altro fece intendere nel febbraio del 2015 Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia, in un’audizione in Parlamento, parlando del progetto bancario di Sace caldeggiato all’epoca dall’allora numero uno di Sace, Alesssandro Castellano: “Se Sace si trasforma in una banca, essendo Sace di Cdp, questo sicuramente farebbe scattare vigilanze anche maggiorate perché avremmo un conglomerato finanziario”, disse Rossi in Parlamento.

Il risultato di questa evoluzione adesso per Cdp visti gli obiettivi di M5S e Lega? La Cassa, dunque gli azionisti Tesoro e fondazioni creditizie, dovrebbero aumentare il capitale – secondo i calcoli effettuati da alcuni addetti ai lavori che seguono il dossier – per circa 25 miliardi di euro.

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COME DI MAIO E SALVINI INCENTIVERANNO L’ACQUISTO DELLE AUTO ELETTRICHE

All’alba della Terza Repubblica?

Ivan Giovi e Massimiliano Vino lintellettualedissidente.it 21 maggio 2018

Abolizione della legge Fornero, rimodulazione del rapporto con la Russia, scontro con l’Europa e regolamentazione dei flussi migratori: proviamo a fare il punto su un ‘contratto’ che promette di entrare in forte discontinuità con le politiche dell’ultimo decennio.

Oggi potrebbe essere il giorno decisivo per la nascita di quello che, in tutta Europa, è stato etichettato come il primo governo populista in Europa occidentale. Grandi risultano, ovviamente, le perplessità di buona parte dell’establishment italiano e del Vecchio Continente. Per i giallo-verdi sarà fondamentale mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, dall’abolizione della Legge Fornero, al reddito di cittadinanza, alla regolamentazione dei flussi migratori. Sarà inoltre importante valutare la posizione dell’Italia in Europa e nell’Alleanza Atlantica.

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Per quanto riguarda la politica estera emerge un primo punto importante, nel capitolo dedicato alla Difesa:

È imprescindibile la tutela dell’industria italiana del comparto difesa, con particolare riguardo al finanziamento della ricerca e dell’implementazione del know-how nazionale in ambito non prettamente bellico. Progettazione e costruzione navi, aeromobili e sistemistica high tech.

L’industria militare italiana è attualmente la quinta al mondo a livello di export. Nuovi investimenti saranno necessari per mantenere un simile livello di competitività. Nello stesso capitolo si accenna a rivalutare la nostra presenza nelle missioni internazionali sotto il profilo del loro effettivo rilievo per l’interesse nazionale, una vera novità in questo senso. Attualmente sono 6090 gli effettivi italiani impegnati in missioni di pace e militari per conto della Nato o dell’ONU. Rivalutare l’impegno militare italiano nel mondo sulla base di un rinnovato criterio di interesse nazionale, oltre a rappresentare un considerevole risparmio in termini economici, riporterebbe per la prima volta al centro l’Italia al posto degli alleati atlantici.

Al capitolo Difesa segue il capitolo dedicato agli esteri, in cui viene confermata sostanzialmente la fedeltà dell’Italia all’Alleanza Atlantica. Viene altresì ribadita ancora una volta l’importanza degli interessi nazionali. In tal senso i giallo-verdi si prepongono di privilegiare un approccio multilaterale e bilaterale, con un’ampia considerazione per il ruolo della Russia da riabilitarsi come interlocutore strategico al fine della risoluzione delle crisi regionali (Siria, Libia, Yemen). Risulta evidente la volontà, tante volte espressa in campagna elettorale, di mettere da parte le sanzioni alla Russia per farne un alleato strategico nel Mediterraneo. Queste posizioni collocherebbero l’Italia tra quei Paesi come la Turchia che, pur facendo parte del blocco occidentale, si muovono autonomamente e mantengono delle relazioni bilaterali con Paesi esterni all’Alleanza Atlantica. Una simile scelta sembra di fatto in linea con il progressivo sganciamento dell’Europa dalla sua dipendenza dall’America, di cui l’esempio più lampante è costituito dal riavvicinamento tra la Merkel e Putin e dallo scontro UE-Stati Uniti riguardo le sanzioni all’Iran. Il fronte più delicato diviene dunque quello meridionale, laddove viene sottolineato il ruolo dell’Italia nell’intensificare la collaborazione con i Paesi nordafricani, come già in passato con la Libia di Gheddafi, al fine di regolarizzare e contenere i flussi migratori.

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Scorrendo poi la parte economica del Contratto per il Governo del cambiamento, appare chiara come il sole una netta discontinuità di paradigma rispetto ai Governi degli ultimi sette anni. Vengono, almeno sulla carta, abbandonate misure considerate di austerità e di stretta fiscale per far posto a una netta riduzione delle tasse (con la Flat Tax) e l’introduzione di quello che è chiamato reddito di cittadinanza ma che in realtà è un misto tra un sussidio di solidarietà e un’indennità di disoccupazione. Ovviamente entrambi i provvedimenti sono mediati tra le due forze politiche: la Flat Tax avrà due aliquote base, 15% fino a 80mila euro e 20% oltre gli 80mila euro (forse più per garantirne la costituzionalità), il reddito di cittadinanza sarà concesso per un massimo di 2 anni tenuto conto di tutte le altre clausole necessarie per percepirlo. Scompare anche, o meglio viene superata, l’odiosa legge Fornero compreso il suo adeguamento alla speranza di vita come entrambi (Lega e 5S) avevano annunciato in campagna elettorale. Più molte altre menzioni ad importanti provvedimenti come la pace fiscale tra imprese e famiglie con lo Stato, l’introduzione di una legge sul salario minimo orario, una graduale ridefinizione dei ruoli tra le banche d’investimento e le banche di credito al pubblico (com’era prima del 1992), l’istituzione di una banca per gli investimenti con diverse competenze strategiche, ecc.

Tutti questi provvedimenti ovviamente possono essere ritenuti come giusti o sbagliati a seconda della propria inclinazione politica – si potrebbero ritenere ad esempio poco convincenti determinati provvedimenti o come si cerca di raggiungere certi obiettivi – ma, come si diceva in precedenza, quello che conta è il reale cambio di rotta rispetto alla politica degli ultimi anni. A tutti gli effetti il contratto può essere considerato un programma ambizioso che potrebbe dare buoni risultati se applicato correttamente. Ci riserviamo però di giudicare ex post e non ex ante, cosa che tutti gli opinionisti non sembrano voler accettare.

Elsa Fornero

Sui giornali nazionali poi è scoppiato il caso delle coperture, l’Osservatorio sui conti pubblici italiani diretto da Cottarelli parla di uno scoperto tra i 110 e i 125 miliardi di euro. In merito il contratto giallo-verde parla di: risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato e limitato ricorso al deficit. Le prime due voci delle coperture decisamente non saranno sufficienti per coprire tutte le voci di spesa contenenti nel suddetto contratto, perciò l’unica possibilità sarà il ricorso al deficit attraverso la flessibilità concessa dall’Unione europea, che questa sia d’accordo o meno. Niente di nuovo, dunque non si capisce davvero quale sia la sorpresa visto che le due forze in questione, soprattutto la Lega, in questi anni si sono espresse sempre contro le regole applicate da Bruxelles, a loro titolo riconosciute come sbagliate. Sottomettersi ad esse ora che sono al Governo sarebbe prima di tutto un atto contro i propri elettori e, in seconda battuta, sbagliato dal punto di vista concettuale. Non si combatte un possibile avversario sottostando alle sue regole.

Sarebbe interessante poi valutare i costi – e le coperture – il secondo anno in cui sono introdotti questi provvedimenti, quale sarà cioè l’impatto sull’occupazione del sostegno alla domanda (attraverso le minori tasse e il reddito di cittadinanza) e sulla fiscalità generale? Considerare cioè la propensione al risparmio e quella all’investimento delle famiglie e delle imprese italiane (il cosiddetto moltiplicatore fiscale). Non solo, prevedendo poi un aumento della domanda interna si può ipotizzare anche un aumento dell’occupazione che compenserebbe in toto o in parte i contributi necessari al nuovo regime pensionistico e diminuirebbe le coperture necessarie al reddito di cittadinanza diminuendone semplicemente i percettori. Tutte questioni che il mainstream si rifiuta di affrontare, essendo così preso dal solo tema delle coperture, denotando una reale mancanza di quella che viene definita programmazione economica e di pensiero strategico, che contrariamente a quello che si pensa, anche in economia è fondamentale.

contratto di governo movimento 5 stelle lega

È indubbio che il vero fulcro di tutta la realizzazione del programma sarà lo scontro con l’Europae la possibilità – ma soprattutto la capacità – di ottenere margini di flessibilità dall’establishment europeo, riuscendo nell’invertire gli attuali rapporti di forza, che danno i paesi nordici come puramente vincenti. Perché ambizioso è il cambiamento dei Trattati, ma la possibilità di farlo richiede tempi molto lunghi, che perciò lo inquadra come obiettivo di lungo periodo da affiancare ad un obiettivo di breve periodo quale quello di ottenere flessibilità (sugli esempi di Francia e Spagna che non rispettano la regola del 3% dal 2009). Tali manovre si affiancheranno ad un sincero tentativo di dare un assetto più equilibrato all’Eurozona (il che contrasta con la ossessiva descrizione del nascente governo italiano come Euroscettico). Vale la pena di soffermarsi su tutte le proposte messe in campo dai giallo-verdi:

a) Fissare le linee di governo della domanda e dell’offerta globale allo scopo di raggiungere l’obiettivo concordato di “promuovere un progresso economico e sociale equilibrato e sostenibile, segnatamente mediante la creazione di uno spazio senza frontiere interne, il rafforzamento della coesione economica e sociale e l’instaurazione di un’unione economica”;

Punto interessante, ma mai realmente perseguito all’interno della comunità prima e dell’Unione europea dopo, per pratiche questioni di rapporti di forza e di concorrenza. Sarebbe perciò un unicum, se davvero si riuscisse nel perseguimento sociale equilibrato e sostenibile, che predispone perciò una maggiore spinta verso l’integrazione economica con un bilancio unico europeo, un ministro delle finanze europeo e la sterilizzazione dei diversi rischi paese all’interno dell’eurozona. Progetto a cui non più solo la Germania è contraria ma anche l’Olanda. Resta da vedere se davvero il tentativo dei giallo-verdi è un passo verso l’integrazione o verso l’esplosione delle contraddizioni interne alla zona euro.

b) Di estendere alla BCE lo Statuto vigente delle principali banche centrali del mondo per raggiungere un’unione monetaria adeguata agli squilibri geopolitici ed economici prevalenti e coerente con gli obiettivi dell’unione economica;

c) Di condividere le scelte concordate per “affermare l’identità europea sulla scena internazionale” che sia sganciata dall’immagine della supremazia di uno o più Stati-membri in contrasto con il fondamento democratico dell’Unione;

Anche il punto c, indirizzato chiaramente verso Francia e Germania – segnatamente più verso la seconda che verso la prima – serve forse più al tentativo di vedere le carte europee e scoprire il bluff di Germania e paesi nordici, non più così favorevoli ad una spinta verso l’integrazione che li costringerebbe a pagare per i debiti dei PIIGS, che invece di perseguire un reale progetto europeista. Risulta interessante anche il punto d che comporterebbe la riscrittura dello statuto della BCE modificandone cioè l’obiettivo principale che non sarebbe più soltanto la stabilità dei prezzi, ma di concerto anche il perseguimento della crescita.

d) di attuare l’impegno preso in sede di Trattato di istituire “una cittadinanza dell’Unione” che sia espressione della parità “dei diritti e degli interessi dei cittadini” europei;

e) di rafforzare come stabilito una “stretta cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni”;

f) di sviluppare il necessario “acquis comunitario, (…) al fine di valutare (…) in quale misura si renda necessario rivedere le politiche e le forme di cooperazione instaurate (…) allo scopo di garantire l’efficacia dei meccanismi e delle istituzioni comunitarie”.

Questi ultimi punti sembrano spingere in direzione di una maggiore integrazione culturale dell’Unione, sulla scia dell’integrazione economica sopra auspicata. Si spera tuttavia in una parità dei diritti e degli interessi dei cittadini europei: un messaggio indiretto alle imposizioni e allo strapotere degli Stati del Nord. Si spingerà per restituire agli Stati il potere d’intervenire in quei settori che non possono essere gestiti a livello comunitario.

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Più che un tentativo di sganciarsi immediatamente dall’Europa (come molti movimenti sovranisti extraparlamentari quali Casapound, il Partito Comunista e in parte Potere al Popolo auspicano), una tale impostazione trae la sua forza dal tentativo di equilibrare l’Europa, restituendo all’Italia un ruolo dinamico e propositivo: tentativo in extremis di salvare il salvabile o mina vagante prima del crollo dell’Eurozona? Impossibile fare previsioni.

Di certo resta un aspetto interessante da considerare: e cioè che, con le dovute limitazioni ideologiche, senza eccedere nell’entusiasmo e con qualche critica velata di sottofondo, l’incontrollato attacco mediatico nazionale ed internazionale al nascente governo sovranista o presunto tale, sta suscitando solidarietà e comprensione da forze politiche extraparlamentari radicalmente divergenti. Da Risorgimento Socialista (parte di Potere al Popolo) a Casapound, passando addirittura per il Partito Comunista di Rizzo; quest’ultimo pur non simpatizzando per nessuna delle due forze politiche sembra aver compreso come sia più importante l’opposizione all’ordine neo-liberista dell’Eurozona. Questa solidarietà sovranista è forse ciò che maggiormente potrebbe proiettare l’Italia verso la sua Terza Repubblica.

Imprenditore fallito per colpa dello Stato: “La guerra comincia, pronto al Governo!”

Dario Crippa ilgiorno.it 20 maggio 2018

Bramini accetta la consulenza offerta da Di Maio e Salvini: “Mi occuperò di aste giudiziarie” 

Monza, 20 maggio 2018 – “Ieri (venerdì, ndr) ho perso la mia casa, ho perso la calma e ho dovuto cedere alla forza trattato come un criminale, tutto questo nonostante avessi proposto, grazie al buon cuore di un grande imprenditore, a saldo e stralcio l’intera somma dovuta alla banca e quella spropositata e concordata senza colpa per stanchezza al curatore. E proprio lui ha detto no rifiutandosi in modo sprezzante finanche di trattare!!! Non sto a domandarmi se lo ha fatto solo per la cattiveria e il livore che mi ha sempre dimostrato oppure per servire quei poteri forti che volevano che tutta l’Italia vedesse Sergio Bramini umiliato e piegato all’“ingiustizia”. Avete solo vinto una battaglia ma con questo è iniziata una guerra, non solo con me ma con tutti i “giusti,” quelle persone che pur in mezzo a mille difficoltà cercano di vivere dignitosamente e onestamente in questo paese. Ringrazio Matteo Salvini e Luigi Di Maio per la possibilità che mi hanno offerto e che mi consentirà di continuare a difendere i miei diritti e quelli di tutti i deboli e indifesi oppressi da leggi ingiuste, per questo rispondo ACCETTO!”. Vergato a lettere maiuscole. 

Ore 5 del mattino. Sergio Bramini si alza dopo l’ennesima notte insonne. Stavolta nella nuova casa in affitto che è stato costretto a prendere dopo che ieri lo hanno definitivamente sloggiato dalla sua villa di via Sant’Albino 22, dove viveva da 27 anni. La giornata di fuoco vissuta venerdì non è servita a nulla, non sono servite le visite dei leader dei due partiti del momento, Luigi Di Maio (M5S) e Matteo Salvini (Lega). Non sono servite le 300 persone e il popolo del web che gli si sono stretti attorno. Neppure un assegno da 470mila euro offerto in extremis da un imprenditore per coprire il debito con le banche contratto a suo tempo per salvare la sua azienda, costretta a fallire con 4 milioni di crediti nei confronti dello Stato.

“Abbiamo trascorso una nottata insonne, la mia famiglia e io. Troppi i ricordi dolorosi che ci legano alla nostra vecchia casa… Chiedo scusa se ho perso la pazienza il giorno dello sgombero, chiedo scusa ai poliziotti che ho spintonato, ma è esplosa la rabbia che covavo da 7 anni di soprusi e di angherie, mi si è chiuso lo stomaco come quando ero ragazzo anche se ormai ho 71 anni». 

Ma non è finita qui. Di Maio e Salvini hanno offerto un incarico di Governo, una consulenza per occuparsi di questioni immobiliari, di fallimenti, aste giudiziarie. Una legge Bramini. “E io ho ribadito proprio stamane che accetto. Ho già una lista di persone in condizioni disperate come la mia, persone che hanno sfiorato il suicidio dopo essere state costrette a fallire ed essersi viste portar via la casa. Mi sento in dovere di prendermene carico”. 

Leonardo, ecco gioie e trambusti nell’ex Finmeccanica

 startmag.it 21 maggio 2018

I passi del Contratto di M5S-Lega sulla Difesa, l’exploit a sorpresa degli elicotteri di Agusta Westland (Leonardo), il riassetto internazionale dell’ex Finmeccanica, il caso dell’indagine interna su Biraghi e le polemiche in assemblea. Ecco il punto della situazione su quanto avvenuto la scorsa settimana nel gruppo capitanato da Profumo e presieduto da De Gennaro

E’ stata sottovalutata dai più una notizia su Leonardo (ex Finmeccanica), il gruppo italiano attivo nell’aerospazio e nella difesa partecipato dal Tesoro. La notizia, non pessima, anzi, è arrivata dalla politica. O meglio, dal contratto del governo di cambiamento siglato dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega..

Non pessima perché i rilievi critici su alcune strategie di Leonardo che comparivano nel programma elettorale del Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio non compaiono più e le stilettate anche F-35 che erano presenti nel programma Difesa votato dalla base dei Pentastellati su Rousseau da tempo erano state superate, o meglio cassate, visto che non comparivano più nel programma elettorale per il voto del 4 marzo.

CHE COSA DICE IL CONTRATTO

Ecco che quello che si legge nel Contratto per il governo in fieri che è stato siglato da Di Maio e Salvini e che riguarda senza dubbi anche e soprattutto Leonardo-Finmeccanica: “È imprescindibile – si legge nel Contratto approvato ieri dalle basi dei Cinque Stelle e dei leghisti – la tutela dell’industria italiana del comparto difesa, con particolare riguardo al finanziamento della ricerca e dell’implementazione del know how nazionale in ambito non prettamente bellico. Progettazione e costruzione navi, aeromobili e sistemistica high tech”. D’altronde il capo azienda di Leonardo, Alessandro Profumo, in un’intervista si è detto non preoccupato per maggioranza M5S-Lega in sostanza (qui l’intervista di Profumo sui “populisti”)

L’EXPLOIT DEGLI ELICOTTERI

Uno dei comparti del gruppo capitanato da Alessandro Profumo e presieduto da Gianni De Gennaro che sta mettendo a segno i risultati migliori è quello degli elicotteri: dopo un 2017 complicato, il settore elicotteri di Leonardo, ex Finmeccanica, sta infatti registrando un segnale di ripresa. I report sugli ordini del 2018 nel primo trimestre di quest’anno indicano una crescita del 33% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Sono proprio gli elicotteri a trainare Leonardo, che in parallelo sta subendo invece un decremento nell’aeronautica. In particolare sono quattro le linee a guidare la crescita: AW109, AW119, AW169 e AW189. L’azienda inoltre segnala «un buon livello di ordinativi» per gli AW139.

IL RIASSETTO INTERNAZIONALE DEL COMPARTO

Anche l’annunciata riorganizzazione degli elicotteri è compiuta. Il rilancio del settore, ha scritto Mf/Milano Finanza, potrà contare su una nuova struttura, in linea col modello One Company e con la super area commerciale varata a ottobre scorso. La riorganizzazione sarà effettiva da giugno, e secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza la novità principale è proprio nell’area vendite, che per la prima volta unisce il settore civile e quello militare. Di rinforzo alle attività commerciali è stata costituita anche una struttura International Campaigns guidata da Stefano Villanti, con l’obiettivo di partecipare alle grandi gare governative nel resto del mondo

I PRIMI NUMERI DEL 2018

La scorsa settimana l’assemblea dei soci di Leonardo ha approvato il bilancio 2017 (274 milioni di utile) ed un dividendo di 0,14 euro per azione, nominato il collegio dei sindaci, approvato il piano di incentivazione a lungo termine del management. “Significativa”, ha commentato la società, la partecipazione all’assemblea degli investitori istituzionali, prevalentemente esteri, pari a circa il 33% del capitale. “Quando Profumo è stato nominato, il 16 maggio 2017, il titolo valeva 15,52 euro. Ieri ha chiuso invariato a 9,43, -39,2% rispetto a un anno fa”, ha notato il Sole 24 Ore.

LA LETTERA AGLI AZIONISTI

Le direttrici di marcia del gruppo attivo nell’aerospazio e nella difesa di rintracciano nella lettera agli azionisti: “Intenso sarà il percorso che ci aspetta negli anni a venire”, scrivono il presidente, Gianni De Gennaro, e l’amministratore delegato, Alessandro Profumo. “Il piano industriale quinquennale si fonda infatti su una crescita solida e sostenibile nel lungo periodo”, si legge nel testo. “Il 2018 consoliderà una nuova fase di crescita sostenibile della vostra società, facendo leva su un modello operativo più efficiente, una gestione più integrata delle risorse e un approccio al cliente più efficace”, continua la lettera dei vertici aggiungendo che “continueremo al tempo stesso a sostenere la crescita con investimenti mirati” su prodotti e tecnologie “chiave”. Tali azioni di sviluppo verranno accompagnate da un “rigoroso controllo dei costi”.

IL CASO BIRAGHI

Non mancano comunque i trambusti in casa del gruppo di Piazza Monte GRappa Un’indagine interna all’ex Finmeccanica, ora Leonardo, ha portato alla sospensione per motivi disciplinari del top manager Andrea Biraghi. L’indagine anche alcuni dei suoi più diretti collaboratori. L’indagine interna è stata fatta dalla struttura di Marco Di Capua, ex ufficiale della Guardia di finanza , transitato dalle Ferrovie, poi vicedirettore dell’Agenzia delle entrate, prima di essere chiamato nel gruppo da Mauro Moretti, il predecessore dell’attuale ad, Alessandro Profumo, ha scritto Gianni Dragoni del Sole 24 Ore: “Le contestazioni riguardano opacità nei rapporti con fornitori, anche all’estero. L’indagine è scattata dopo una serie di segnalazioni. Al Sole 24 Orerisulta che ci siano state almeno nove lettere con la descrizione di operazioni da verificare, nomi di manager, aziende, operazioni. Nelle lettere si richiama l’attenzione sulla cessione di alcune aziende. Tra queste la vendita del ramo d’azienda Ants per 100mila euro alla Ads di Pomezia, a beneficio di soci considerati vicini a Matteo Renzi. Un manager interno a Leonardo aveva proposto di rilevare la stessa attività per 700mila euro, proposta non presa in considerazione. Tra i casi segnalati nelle lettere anche la vendita della Electron per un euro alla campana Medinok”.

L’AFFONDO DI BIVONA SUL CAPO AZIENDA

Qualche subbuglio si è verificato anche nel corso dell’assemblea degli azionisti. Profumo è stato criticato da Giuseppe Bivona, l’investitore che – ha ricordato Gianni Dragoni del Sole 24 Ore – dal 2013 incalza la gestione di Mps (con Banca d’Italia, Consob, Mef) per la mancata contabilizzazione come derivati nei bilanci dei contratti Alexandria e Santorini (erano invece presentati come Btp). Il gup di Milano, il 27 aprile, ha rinviato a giudizio l’ex presidente di Mps Profumo e l’ex ad Fabrizio Viola, per falso in bilancio e manipolazione del mercato.
Bivona ha chiesto a Profumo di valutare «l’opportunità di fare un passo indietro» e al cda di «revocare» le deleghe, altrimenti «si muoveranno le forze del mercato, come avvenuto in Telecom».

LA RISPOSTA DI DE GENNARO SU PROFUMO

La risposta è arrivata dal presidente di Leonardo, Gianni De Gennaro: “Il rinvio a giudizio di Alessandro Profumo come ex presidente del Monte dei Paschi di Siena per false comunicazioni sociali non “comporta alcuna causa di decadenza” da amministratore delegato del Gruppo Leonardo, ha detto De Gennaro. “A seguito delle analisi svolte anche con il sussidio di uno studio legale esterno, – ha aggiunto il presidente – è emerso che il rinvio a giudizio non comporta alcuna causa di decadenza di Profumo dalla carica di amministratore delegato della società e non costituisce alcuna incapacità o restrizione in automatico della capacita’ di Leonardo di operare sui mercati”. “Profumo con grande trasparenza e correttezza – ha proseguito De Gennaro – ha informato il consiglio di amministrazione di questa sua posizione giudiziaria e il consiglio ne ha preso atto e gli ha riconosciuto piena capacita’ di svolgere il suo ruolo”.