Debito pubblico: oltre 1.000 miliardi di titoli in scadenza pesano sul prossimo governo

Valeria Panigada finanza.com 22 maggio 2018

debito pubblico

In attesa che si formi il governo Lega-M5S è già allarme debito pubblico, con lo spread Btp-Bund che è tornato ad allargarsi e i rendimenti salire ai massimi dal 2014. Un meccanismo che rende il rifinanziamento del debito più caro. Ebbene, più della metà del debito, che ad oggi ammonta a oltre 2mila miliardi (Leggi QUI), dovrà essere rifinanziato proprio nel corso di questa legislatura, formalmente cominciata a marzo 2018 per terminare, salvo interruzioni anticipate, entro la primavera del 2023.

Secondo un’analisi del Centro studi di Unimpresa sui titoli di Stato in circolazione e quelli in scadenza fino al dicembre del 2022, l’ammontare del debito pubblico da rifinanziare nella prossima legislatura è pari a 900,1 miliardi: si tratta di 47,1 miliardi di Bot, 734,7 miliardi di Btp, 85,7 miliardi di Cct e 32,4 miliardi di cCtz. E, considerando i circa 100 miliardi annui di Bot emessi e rinnovati ogni 12 mesi, l’ammontare complessivo di debito da rifinanziare nella prossima legislatura arriva a superare i 1.000 miliardi. “Le scadenze dei titoli di Stato sono il cappio alla gola con il quale gli investitori, le case d’affari internazionali e le banche italiane ci tengono sotto schiaffo”, commenta Unimpresa.

Nel dettaglio, in questa prima fetta del 2018 sono già scaduti 163,6 miliardi di titoli. Ma quest’anno va rinnovato anche il debito per 236,4 miliardi. L’anno prossimo scadranno invece titoli per 187 miliardi. Le emissioni da rimborsare nel 2020 avranno un valore di 162 miliardi, mentre nel 2021 arriveranno a scadenza Btp per 162,6 miliardi. Infine, nel 2022 arriveranno a fine corsa titoli per 152 miliardi, per un totale di 1.063 miliardi di euro in tutto l’arco temporale, appunto.
Guardando ancora più in là, l’ammontare delle scadenze dei titoli di Stato saranno così suddivise:
– 141,8 miliardi nel 2023
– 128,6 miliardi nel 2024
– 62,3 miliardi nel 2025
– 79,5 miliardi nel 2026
– 48,1 miliardi nel 2027
– 355,3 miliardi nel periodo 2028-2067

Secondo l’analisi dell’associazione, che ha incrociato dati della Banca d’Italia e del ministero dell’Economia, il totale complessivo dei titoli di Stato ad oggi in circolazione è pari a 1.879,6 miliardi. Nel dettaglio, i sottoscrittori di debito italiano hanno “in mano” 115,9 miliardi di Bot, 1.581,4 miliardi di Btp, 137,4 miliardi di Cct e 44,8 miliardi di Ctz.

italian connections

di Sebastiano Caputo – 22 maggio 2018 lintellettualedissidente.it

E’ quasi fatta, Lega e Movimento 5 Stelle potrebbero finalmente raggiungere l’accordo di governonei prossimi giorni. Non poteva andare meglio per il popolo italiano che il 4 marzo aveva espresso senza mezzi termini – e lo dimostrano il consenso ricevuto dai loro rispettivi elettori nelle votazioni del programma e i risultati in Valle d’Aosta – la volontà di affossare il sistema della continuità. Si è conclusa una prima fase – quella del riavvicinamento, impensabile per gli addetti ai lavori molto poco attenti alle meccaniche della metapolitica, tra i due partiti anti-establishment –  e ora inizia la seconda, molto più delicata, perché deve fare i conti con le geometrie internazionali. Siamo un Paese a sovranità limitata e come tale dobbiamo muoverci in funzione degli umori della power elite.

Occorre innanzitutto ricordare che l’attuale contesto geopolitico e strategico globale vede l’amministrazione Usa dichiarare una guerra economica e commerciale all’Unione Europa (dazi su alluminio e acciaio, sanzioni alla Russia e rottura dell’accordo sul nucleare con l’Iran) per far girare l’economia americana e addomesticare la Germania, unica profittatrice del sistema eurocentrico, che più di tutti intrattiene rapporti decisivi e costruttivi con Mosca e Teheran tanto che Angela Merkel, accolta pochi giorni fa con un mazzo di fiori a Sochi dal presidente Vladimir Putin, ha detto che sulle questioni internazionali le loro posizioni coincidono e che il Nord Stream 2, il gasdotto che passa  sotto il baltico, si farà. E non è un caso infatti che proprio Donald Trump abbia lavorato negli ultimi mesi sul presidente francese Emmanuel Macron in chiave anti-tedesca dopo che Berlino aveva persino annunciato che non si sarebbe allineata ai bombardamenti in Siria.

Chi infatti oggi si oppone al governo Lega-M5S sono tutti i mezzi di informazione occidentale che durante la campagna elettorale statunitense tifavano per Hillary Clinton – dal Financial Times al Washington Post, passando per il New York Times che ora attacca Giuseppe Conte – e ovviamente i mercati europei, terrorizzati dalle spinte sovraniste degli economisti italiani. Fino a qui tutto da copione, potremmo dire persino “di buon auspicio”, il problema però è che dietro le preoccupazioni dell’Unione Europea non ci sono Luigi di Maio e Matteo Salvini ma gli americani che ora vogliono addomesticare la coalizione giallo-verde favorendo personalità che gli forniscono tutta una serie di “garanzie atlantiche”  (vedi l’idea di Giampiero Massolo agli Esteri e di Giancarlo Giorgetti come Sottosegretario alla presidenza del Consiglio) fino a concedere un critico dell’Euro come Paolo Savona all’Economia proprio per mettere sotto pressione la Germania (se consideriamo che la moneta unica è sempre stata un marco tedesco travestito).

La visita prevista la prossima settimana in Italia di Steve Bannon – dopo aver convinto Matteo Salvini ad abbandonare Silvio Berlusconi nel nome del popolo contro l’élite sembra esserci la volontà di testare per conto dei think tank statunitensi i movimenti populisti al governo – potrebbe ora invitare il leader della Lega a mettere l’anti-europeismo in cima alla lista delle priorità così da calmare il desiderio di riavvicinamento con la Russia. L’Italia si ritrova dunque stretta nella morsa di una Germania che pur ricollocandosi nel mappamondo euroasiatico e mediterraneo persegue la crescita economica sulla pelle degli altri Stati dell’Unione, e gli Stati Uniti che invece vogliono utilizzare la coalizione Lega-M5S in funzione anti-tedesca e pro-mercato americano. C’è solo un modo per uscirne: sfruttare il conflitto di interessi tra Usa e Ue, insieme alle concessioni che gli uni e gli altri lasciano in questo preciso momento storico, per sganciare progressivamente l’Italia dall’alleanza atlantica e ripensare allora stesso tempo la moneta unica. Facile a dirsi, direte voi, e avete ragione, intanto è bene iniziare a pensarlo.

FARAONE DE BUSTIS.

andreagiacobino.com 22 maggio 2018

Vincenzo De Bustis ricomincia dall’energia in Egitto. Il banchiere ex amministratore delegato di Mps e Deutsche Bank Italia e direttore generale di Banca Popolare di Bari sta facendo da advisor al gruppo Assad di Alessandria strutturando un project financing di 1,2 miliardi di euro per realizzare un impianto di 1200 MWs. L’incarico della durata di 48 mesi genererà commissioni di oltre 4 milioni di dollari al lordo di spese che De Bustis girerà alla Bkdigit Financial Solutions, una newco costituita a Roma qualche settimana fa e di cui il banchiere è azionista al 99%, presidente e amministratore delegato.

La nuova società di asset allocation e special financing, che in Egitto potrebbe ottenere un nuovo incarico anche dal gruppo En assistendolo finanziariamente in un impianto di 1000 MWs, è partita avendo già alcuni mandati col gruppo Lux Polar per costituire un fondi in Lussemburgo e coi gruppi Di Leo, Benucci e Maggiora. De Bustis, la cui newco vede presente nel capitale Simona Musio con l’1%, sta realizzando anche lo structuring di una cartolarizzazione relativa ad un credito di Federconsorzi e conta da questo portafoglio di mandati di incassare commissioni per oltre 2 milioni di euro. In passato De Bustis aveva ceduto una sua advisory firm, Bridge Capital, alla merchant bank romana Methorios Capital, messa in liquidazione a fine 2016.

Otto uomini rappresentano metà della ricchezza del mondo

https://www.ilfarosulmondo.it/ 17 maggio 2018

Un pugno di uomini posseggono la ricchezza di oltre metà della popolazione mondiale, secondo un’analisi di Oxfam, la confederazione internazionale specializzata in aiuto umanitario e progetti di sviluppo. La ricerca ha scoperto che gli otto uomini più ricchi del pianeta hanno un patrimonio collettivo di 460 miliardi di dollari americani. Di contro, le “fortune” combinate di 3,6 miliardi di abitanti più poveri del mondo raggiungono un misero 409 miliardi di dollari americani.

povertàGli otto straricchi comprendono sei uomini d’affari statunitensi, apre la lista il fondatore di Microsoft, Bill Gates, che rimane l’uomo più ricco del mondo; seguito da Warren Buffet, l’imprenditore ed economista, soprannominato l’oracolo di Obama, un grande value investor; segue il creatore di Amazon, Jeff Bezos; il co-fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg; l’imprenditore informatico ed azionista cofondatore della Oracle, una delle più grandi aziende di fornitura di software database del mondo, Larry Ellison; e per finire l’elenco dei super-ricchi statunitensi l’ex sindaco di New Yoork, Michael Bloomberg, fondatore della Bloomberg L.P, multinazionale operativa nel settore dei mass media. Il secondo uomo più ricco del mondo è spagnolo, Amacio Ortega, fondatore della catena internazionale di negozi d’abbigliamento Zara; chiude la lista con il quarto posto un imprenditore messicano, Carlos Slim,Helù, che opera in molteplici settori.

Nel rapporto dal titolo “An Economy for the 99%”, Oxfam sottolinea che il divario economico tra i super-ricchi e i più poveri è in aumento a livelli senza precedenti, una situazione “indecente” che “aggrava le disuguaglianze”. La relazione, che si basa sui dati provenienti dalla banca svizzera Credit Suisse e Forbes, vuole essere un invito per i governi a muoversi verso un’economia più umana, e a lavorare per ridurre le disuguaglianze, nei fatti piuttosto che a parole.

Il rapporto afferma che il divario tra ricchi e poveri è ora maggiore di quanto si pensasse nel passato, aggiungendo che una persona su 10 sopravvive con meno di 2 $ al giorno. Nel rapporto del 2016 erano 62 i miliardari che possedevano tanta ricchezza quanta la metà più povera della popolazione mondiale. Mentre i top manager portano a casa enormi bonus, i salari dei lavoratori sono stagnanti; mentre le multinazionali e i milionari trovano il modo di schivare le tasse, i servizi pubblici vengono tagliati.

“Il quadro di quest’anno sulla disuguaglianza è più chiaro, più preciso e più scioccante rispetto al passato”, ha dichiarato l’amministratore delegato di Oxfam Gran Bretagna, Mark Goldring.
“E’ al di là del grottesco che un gruppo di uomini che potrebbero essere facilmente trasportati in un solo buggy nel campo di golf possieda più della metà più povera dell’umanità”.

Oxfam ha indicato un legame tra il vasto divario tra ricchi e poveri e il crescente malcontento sulla politica tradizionale di tutto il mondo. “Dalla Brexit al successo della campagna presidenziale di Donald Trump, si nota un preoccupante aumento del razzismo e della disillusione diffusa per la politica tradizionale, vi sono crescenti segnali che indicano che sempre più persone nei Paesi ricchi non sono più disposte a tollerare lo status quo”, si legge nel rapporto.

La concentrazione della ricchezza ai vertici ha paralizzato la lotta per porre fine alla povertà globale, così come il settore delle imprese si è concentrato sempre più sulla realizzazione di “rendimenti sempre più elevati per i proprietari ricchi e i top manager”. Le aziende sono strutturate per evadere le tasse, abbassare i salari dei lavoratori e spremere i produttori, invece di contribuire ad una economia a vantaggio di tutti.

D’altra parte, ci chiediamo, la disuguaglianza non è una tendenza intrinseca del capitalismo? Nella sostanza il reddito e le disuguaglianze sono peggiorati in quasi ogni Paese capitalista almeno dal 1970. Oggi siamo tornati alle dimensioni delle enormi lacune del 19° secolo, l’1 per cento tra i più ricchi rispetto a tutti gli altri. Il salvataggio della “classe media scomparsa” è diventato lo slogan di ogni aspirante politico. La disuguaglianza estrema infetta tutta la società. e i ricchi, per proteggere le loro posizioni, comprano  politici, mass media e altre forme culturali che sono in vendita.

Pur apprezzando il rapporto Oxfam, ci permane il dubbio che il World Economic Forum – visti i risultati – si riunisca ogni anno con lo scopo di trovare un ulteriore modo di base per  aumentare i profitti alle élites politiche, finanziarie e commerciali. A queste, non sono bastate i quattro modi di base impiegati dal 1970 per aumentare i loro profitti. In primo luogo l’informatizzazione e la robotizzazione non sono servite per ridurre il tempo di lavoro di tutti, ma per aumentare i profitti, riducendo i libri paga. In secondo luogo lo sfruttamento della manodopera immigrata ha permesso loro di compensare gli aumenti salariali conquistati da anni di lotte dei lavoratori. In terzo luogo, si è trasferita la produzione in Paesi a basso salario.In quarto luogo, hanno diviso e indebolito i sindacati, i gruppi dei partiti politici e altre organizzazioni che perseguivano gli interessi del lavoratore.

Di conseguenza all’interno di quasi tutti i Paesi del sistema capitalistico globale, si è approfondito il divario tra i ricchi e i poveri, così ben delineato dal rapporto Oxfan.

Italia-Europa: il divorzio che nessuno saprebbe gestire

 lettera43.it 22 maggio 2018

l presidente Juncker vieta commenti sul governo M5s-Lega. Parleranno le raccomandazioni economiche su deficit e sostenibilità del sistema pensionistico. Ma fonti Ue ammettono preoccupazioni per l’Italexit.

da Bruxelles

L’ordine arrivato dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker è chiaro. Dopo le dichiarazioni snocciolate dal Commissario agli Affari economici Valdis Dombrovskis e dal vicepresidente Jyrki Katainen sui rischi per i conti pubblici nazionali e usate dai partiti nostrani, Lega in testa, per alimentare la loro narrazione sovranista, il numero uno di Palazzo Berlaymont ha chiesto ai portavoce di riportare solo una dichiarazione passepartout come risposta a qualsiasi domanda sul governo italiano: «L’Italia riveste il più alto interesse per l’Europa, l’Europa non sarebbe completa senza l’Italia».

UN SISTEMA NON SOSTENIBILE. A parlare chiaro del resto saranno le raccomandazioni per il Paese attese il 23 maggio 2018. Sul tavolo dei commissari sono attesi due dossier: uno sul deficit e uno sul debito. Le stime di Eurostat di aprile in teoria hanno scongiurato la possibilità dell’apertura di una procedura sul debito, ma resta l’avvertimento contenuto nel corposo rapporto sulle nostre finanze pubbliche, già raccontato da Lettera43.it, e cioè la descrizione di un sistema che sommando i fattori pensionistico, di natalità e di bilancio emigrazione-immigrazione non è sostenibile nel lungo termine.

FALLE DA METTERE IN EVIDENZA. Resta soprattutto la possibilità di aprire una procedura di infrazione sul deficit: sarebbe un messaggio al nuovo esecutivo, un avvertimento a non giocare con il fuoco dei conti. Con tutta probabilità la Commissione è pronta a inviare un biglietto da visita meno conflittuale, ma non per questo rinuncerà a mettere in evidenza le falle del sistema Italia.

La possibilità di ottenere una garanzia europea dei depositi è sempre meno realistica. Il muro della Germania è stato inflessibile

Gli stessi nodi saranno peraltro al centro dell’Ecofin e dell’Eurogruppo, a cui avrebbe dovuto partecipare il nuovo ministro dell’Economia. E che invece vedrà ancora una volta (l’ultima?) Pier Carlo Padoan. L’agenda è semplicemente impietosa. Mentre a Roma false informazioni nel curriculumrischiano di far cadere un premier ancora in pectore e il lavoro di tessitura e di spola tra Quirinale, Lega e Movimento 5 stelle per cercare di trovare un’intesa sulla casella centrale del ministero dell’Economia continua senza sosta, a Bruxelles si macinano decisioni e si aprono, si proseguono e si uccidono negoziati.

RISCHI PER I NOSTRI CONTI PUBBLICI. Il menù del consiglio Affari economici include la discussione sull’unione bancaria e il nuovo fondo monetario europeo, sugli squilibri macroeconomici e sui rischi per i conti pubblici dei Paesi Ue legati all’invecchiamento della popolazione. Una voce in agenda da tempo e legata a un rapporto che viene presentato ogni tre anni al Consiglio, ma che per un governo che prometteva di cancellare la legge Fornero rischia di essere imbarazzante.

PESSIMI SEGNALI DAI TEDESCHI. Intanto la possibilità di ottenere una garanzia europea dei depositi è sempre meno realistica. Dalla Germania continuano ad arrivare pessimi segnali: un muro alla condivisione di qualsiasi rischio. E non si tratta semplicemente dei 150 economisti che il 21 maggio con una presa di posizione durissima pubblicata dal quotidiano conservatore Frankfurter Allgemeine Zeitung hanno bocciato una per una le proposte di Emmanuel Macron e della Commissione europea per una riforma dell’Eurozona. Il Financial Times ha rivelato che alle riunioni dell’Euro working group, l’organismo che di fatto controlla l’agenda dell’Eurogruppo, il muro tedesco ha di fatto determinato la morte della garanzia europea dei depositi.

Il ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn.

ANSA

Fonti dell’Eurogruppo la definiscono un obiettivo molto molto difficile da raggiungere. La propaganda funziona a pieno ritmo anche in Germania e lo schema di assicurazione, racconta un alto funzionario europeo, è stato descritto come uno strumento con cui gli italiani avrebbero evitato il bail-in.

PROSPETTIVE NON ROSEE PER L’EUROPA. Intanto quello che resta dell’unione bancaria è poco: la possibilità di un accordo su un backstop comune per dicembre, una discussione sul fondo monetario Ue a guida intergovernativa che proponga salvataggi in stile Grecia ancorati ai memorandum. La posizione tedesca non è cambiata, ragiona ancora lo stesso alto funzionario, ma il profilo del nuovo governo di Roma rischia di essere uno strumento di propaganda in più per gli oltranzisti al di là del confine. E le prospettive per l’intera Europa non sono affatto rosee.

ARRIVA IL MONITO LUSSEMBURGHESE. Se i rappresentanti delle istituzioni hanno adottato la regola di Juncker – dall’Eurogruppo alla Bce non vogliono commentare un governo in formazione – gli altri leader Ue tradiscono una preoccupazione crescente. Il ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn ha dichiarato: «Spero che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non permetta di distruggere tutto il lavoro fatto negli ultimi anni, lo auspico per l’Italia e per noi». Ed è stato subito additato in un post di Salvini su Facebook.

«AGIRE PER CONTO PROPRIO NON SI PUÒ». A Parigi, nostra alleata sui debiti e sempre più delusa dalle chiusure di Berlino, la ministra francese per gli Affari europei, Nathalie Loiseau, ha sottolineato di fronte all’Assemblée nationale come non sia «possibile né auspicabile agire per conto proprio in seno all’Europa». E ha parlato di destini «intimamente legati». Qualcuno potrebbe far notare che il suggerimento arriva da un Paese che per 10 anni ha sforato il deficit, ma quelle parole vanno lette in riferimento alla posta in gioco. Come sottolinea una autorevole fonte Ue esperta di questioni economiche, «l’uscita dall’Italia dall’euro non è come la Grexit, nessuno la vuole, perché nessuno saprebbe come gestirla».

 

SAREMO CON LE PEZZE AL CULO, MA NEL LUSSO BATTIAMO TUTTI – NELLA GRADUATORIA FRE LE PRIME 100 AZIENDE DEL MONDO DEL FASHION, UNA SU CINQUE E’ ITALIANA – PICCOLE MA CAZZUTE – LA PRIMA E’ LUXOTTICA (QUARTO POSTO). POI ARRIVANO PRADA (19°) E ARMANI (24°)

dagospia.com 22 maggio 2018

Maurizio Tropeano per la Stampa

luxotticaLUXOTTICA

L’ Italia con 24 aziende nella Top 100, l’ Italia è il primo paese a livello di presenza nel settore del lusso e della moda. Ed è anche il paese che guida la classifica a più elevato tasso di crescita con 6 società nelle prime venti, in particolare spiccano Valentino e Furla. I numeri sono il risultato della quinta edizione dello studio annuale di Deloitte che esamina i primi cento gruppi del settore Fashion & Luxury a livello globale, sulla base delle vendite consolidate nell’ anno fiscale 2016.

diet prada 6DIET PRADA 6

Per la ricerca Luxottica è la quarta società al mondo per fatturato con vendite per 10 miliardi. Nella classifica globale hanno fatto meglio la francese Lvmh, la statunitense The Estée Lauder Companies e la svizzera Richemont. Tra le case italiane Prada è al diciannovesimo posto mentre Giorgio Armani occupa la posizione numero 24.

PELLICCE ARMANIPELLICCE ARMANI

A livello globale le cento più grandi aziende di beni di lusso al mondo hanno generato vendite per 217 miliardi di dollari nel 2016, con una media di 2,2 miliardi di dollari per società, con i cinque più grandi player del lusso che hanno riaffermato la propria leadership in classifica. A tassi di cambio costanti, il tasso di crescita per i primi cento gruppi del settore è stato dell’ 1%, 5,8 punti percentuali in meno rispetto al 6,8% della crescita ottenuta nell’ anno precedente.

valentino logoVALENTINO LOGO

Per le imprese italiane resta, però, il problema delle dimensioni, inferiori a quelle dei concorrenti internazionali. In termini di fatturato il perimetro medio delle aziende italiane è di 1,4 miliardi di dollari. Per i gruppi francesi, invece, il dato medio di riferimento è di 5,8 miliardi, per quelli statunitensi è di 3,4 miliardi e per quelli svizzeri di 3 miliardi. In termini di volume medio i gruppi italiani hanno valori superiori a quelli di Spagna, Germania e Regno Unito.

Patrizia ArientiPATRIZIA ARIENTI

Per Patrizia Arienti, Deloitte Emea Region Fashion & Luxury Leader, il fatto che, nella Top100, un’ azienda su cinque sia italiana dimostra come «il Made in Italy sia ancora un fattore competitivo di successo a livello globale». Dal suo punto di vista «in futuro, la maggiore sfida che le aziende del lusso del nostro Paese saranno chiamate ad affrontare sarà quella di essere in grado di coniugare tradizione ed esclusività del prodotto con strategie e modelli di business innovativi, finalizzati a rispondere alle mutate esigenze del consumatore».

ANTONIO MARIA RINALDI A RETE4. MINIBOT , FORNERO E IMMIGRAZIONE.

 scenarieconomici.it 22 maggio 2018

 

Cari amici,

intervento notturno di Rinaldi a Rete 4 , in diretta.  Con un Cazzola stranamente nervoso ,Maria Giovanna Maglie,  Marattin e la Di Girolamo, parla di Minibot, del loro uso, della loro necessità di una politica meno restrittiva e meno austera. Marattin interviene affermando che il debito è come una persona grassa, che deve essere messa a dieta (austerità), mentre Rinaldi rilancia la politica che permetta di far crescere il paese….

Interessante come ha rimbeccato la Di Girolamo sulle primarie in Forza Italia, ed infine il tema dell’immigrazione e della necessità di aiutare i poveri italiani.

Buon ascolto

VIDEO

La Regione Lazio non fa scuola: il dirigente è senza laurea. Il caso del capo di gabinetto di Zingaretti, che gode di uno stipendio da 187mila euro

Carmine Gazzanni la notizia giornale.it 22 maggio 2018

In Regione Lazio lo Zingaretti-bis non è partito nel migliore dei modi. Se in Consiglio, infatti, la maggioranza traballante barcolla ma non molla, i veri problemi arrivano dai corridoi dirigenziali, dove si imputano al governatore e alla sua giunta manovre e cambi di passo che ora rischiano di creare malumori e di far scoppiare, secondo alcuni, un vero e proprio bubbone. La questione ruota intorno alla nomina del nuovo capo di gabinetto, Albino Ruberti, che a fine marzo ha preso il posto del magistrato Andrea Baldanza, che ora tornerà alla Corte dei Conti. Nulla di strano fin qui: Albino è personaggio noto a Roma soprattutto per la sua “ventennale esperienza manageriale  come dirigente d’azienda nel settore pubblico e privato”, com’è scritto, in una sorta di auto-elogio, nel suo curriculum vitae. Peccato, però, che nello stesso cv non compaia un dettaglio non da poco: il titolo di laurea. Semplicemente perché Ruberti pare non averlo mai conseguito. Nessun sacrilegio, ci mancherebbe. Ma è altrettanto vero che la laurea specialistica e l’aver superato un concorso ad evidenza pubblica dovrebbero essere requisiti minimi per aver accesso ai ruoli dirigenziali o quadro.

Ed è proprio per questa ragione che il sindacato Fedirets (che raccoglie al suo interno dirigenti e direttivi) nei giorni scorsi ha inviato una lettera allo stesso Ruberti. “Ci sono voluti 8 anni dal 2002 e una sentenza della Corte Costituzionale per ottenere dalla giustizia amministrativa l’annullamento del regolamento regionale che aveva permesso a 485 dipendenti di arrivare alla dirigenza senza laurea e concorso”, scrive il segretario regionale Roberta Bernardeschi. Non solo: nella missiva il sindacato informa anche di aver scritto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, chiedendo in merito un suo diretto intervento. “Se, come ci auguriamo, potrà attestare questi requisiti minimi necessari – conclude la Bernardeschi rivolgendosi ancora a Ruberti – avremo insieme fatto opera di trasparenza […] In caso contrario ce ne rammarichiamo perché purtroppo sarebbe la terza volta che la politica prova a imporre soggetti apicali di diretta collaborazione privi di laurea e poiché ciò non è consentito per Statuto, per legge e per consolidato orientamento della Corte dei Conti, le chiederemo di adottare le decisioni conseguenti nel rispetto della dignità dell’Istituzione regionale”.

Tutto regolareLa Notizia, ovviamente, ha chiesto conto alla Regione di tale nomina. Il regolamento regionale, ci fanno sapere, “dispone che l’incarico di Capo dell’Ufficio di Gabinetto del Presidente possa essere conferito, sulla base di un rapporto fiduciario, a dirigenti di enti pubblici o privati o aziende pubbliche o private. Tale previsione pertanto prescinde dal requisito della laurea ai fini del conferimento dell’incarico”. Insomma, ciò che conta è essere dirigente, a prescindere dal titolo di studio. “Il signor Ruberti infatti è dirigente a tempo indeterminato di Opera Laboratori Fiorentini S.p.A.”. Ergo: “La mancanza della laurea del Capo dell’Ufficio di Gabinetto del Presidente Albino Ruberti non costituisce motivo ostativo al conferimento dell’incarico”. Tutto regolare, insomma: la laurea è soltanto un optional che non toglie o aggiunge nulla. Tutti possono vivere felici e contenti, a cominciare dallo stesso Ruberti che, per ricoprire l’incarico di capo di gabinetto, porterà a casa uno stipendio di 187mila euro lordi, il massimo previsto per incarichi dirigenziali apicali.

Il giallo del regolamento – A chiudere il cerchio, però, c’è un altro particolare. Il regolamento regionale sulle nomine dirigenziali (legge n.1/2002) è stato modificato con deliberazione della giunta regionale il 24 aprile 2018. Peccato però che il 19 maggio scorso il Tar sia intervenuto dopo che lo stesso regolamento era stato impugnato dalla Fedirets, annullando “previa sospensione dell’efficacia” la deliberazione della giunta e, dunque, tutte le modifiche apportate al regolamento. E adesso la Regione, in attesa che la camera di consiglio del Tar si pronunci il 29 maggio, è in un’impasse amministrativo. Che certamente non aiuta e non aiuterà Nicola Zingaretti nel suo secondo mandato in Regione.

Un democristiano di sinistra a Palazzo Chigi. Il trionfo di Mattarella è un bene per l’Italia

Roberto Arditti formiche.net 22 maggio 2018

L’arrivo di una figura come quella del professor Conte è innanzitutto una “vittoria” del Capo dello Stato, che avrà una persona alla guida del governo con la quale si intenderà senza nemmeno bisogno di telefonargli, un democristiano di sinistra

Finite tutte le chiacchiere, più o meno sensate, restano i fatti, con la loro disarmante semplicità. A guidare il governo giallo-verde, figlio di esplosivi risultati elettorali e di una alleanza politica complessa, inesperta, inedita e ambiziosa, andrà un cattolico di sinistra, ben inserito nei circoli che contano a Roma, con solide “aderenze” in Vaticano. Insomma, per dirla in modo spiccio, una persona decisamente in linea con la storia politica, gli studi e persino il carattere di Sergio Mattarella, non certo con quella di Luigi Di Maio o Matteo Salvini. Facciamo un passo indietro, vedendo i vari aspetti in sequenza.

C’è innanzitutto la formazione giuridica, elemento che risulterà dirimente nel futuro, perché il professor Conte sa bene cosa si può fare e come lo si può fare, partendo dal monumentale impianto normativo (nazionale e non) che avvolge la Repubblica, in parte proteggendola ed in parte soffocandola. Una consapevolezza, parliamoci chiaro, che i due leader di Lega e M5S non vedono neanche con il binocolo, perché fatta di forma e sostanza afferrabili solo avendo navigato tra commi e sentenze.

Poi c’è un tema spirituale, diciamo così. Nella più pura tradizione italiana va a Palazzo Chigi un cattolico praticante (devoto a Padre Pio nello specifico), condizione alla quale sono sfuggiti pochi premier nella storia anche recente: basti guardare gli ultimi tre (Letta, Renzi e Gentiloni). Infine c’è una dichiarata simpatia a sinistra, che il professor Conte non ha mancato di sottolineare, testimoniata anche dal suo rapporto sincero con il cardinale Parolin, alla guida della Segreteria di Stato per conto di Papa Francesco. Insomma abbiamo una figura di poderosa continuità con l’establishment nazionale, al punto da essere in noti (a quelli che conoscono davvero le cose) e solidi rapporti sia con ambienti del Pd che di Fi (fu il ministro Gelmini ad indicarlo per un incarico all’Agenzia Spaziale).

Tutto ciò è un bene, va detto con chiarezza. Non si può pensare di governare arrivando come marziani, perché poi si finisce per combinare disastri.

Ecco perché l’arrivo a Palazzo Chigi di una figura come quella del professor Conte è innanzitutto una “vittoria” del Capo dello Stato, che avrà una persona alla guida del governo con la quale si intenderà senza nemmeno bisogno di telefonargli, un democristiano di sinistra, pur rivisitato in versione moderna e “digitale”, che viene dal suo mondo, adottandone comportamenti, idee, aspirazioni. Ed ecco perché Mattarella insiste (pestando come un fabbro ma con la grazia di una libellula) sulle prerogative costituzionali del presidente del Consiglio. L’asse tra i due è già nelle cose. Ed è un bene per tutti, dentro e fuori l’Italia.

Pazienti psichiatrici, numeri e condizioni di un’emergenza italiana

Mauro Petrelli lettera43.it 22 maggio 2018

Chiusi gli ospedali giudiziari, le nuove strutture hanno eliminato le misure contenitive. Ma sono già sull’orlo del collasso. Farmaci, prestazioni, ricoveri: i dati sulla salute mentale del nostro Paese.

pazienti psichiatrici assistiti dai servizi specialistici nel corso del 2016 sono stati 807.035. Di questi, 349.176 sono entrati in contatto per la prima volta durante lo stesso anno con i Dipartimenti di salute mentale. Lo ratifica il nuovo Rapporto sulla salute mentale 2016, appena pubblicato dal ministero della Salute a 40 anni esatti, era il 13 maggio 1978, dalla promulgazione della “legge Basaglia”, un provvedimento rivoluzionario che dispose la chiusura degli ospedali psichiatrici.

VECCHIA CONCEZIONE SBAGLIATA. Bernardo Carpiniello, presidente della Società italiana di psichiatria e direttore della clinica psichiatrica dell’Azienda ospedaliero universitaria di Cagliari, spiega: «La riforma Basaglia ha cambiato radicalmente la psichiatria italiana, portandola nella modernità. Gli ospedali psichiatrici erano anti-terapeutici: enormi, con 2 o 3 mila persone, le terapie mirate erano impossibili, una concezione di mera passivizzazione della persona».

IL 66% DEI PAZIENTI SOPRA I 45 ANNI. Nel Rapporto ministeriale mancano i dati della Valle d’Aosta e della Provincia autonoma di Bolzano, ma il quadro è ben delineato. Per il 54% di casi si tratta di utenti di sesso femminile, mentre la composizione per età riflette l’invecchiamento della popolazione generale, con un’ampia percentuale di pazienti al di sopra dei 45 anni: il 66,9%.

LETTERA43 

Legge Basaglia, 40 anni fa la fine dei manicomi

In quarant’anni, da quando è entrata in vigore la legge Basaglia, sono venti milioni gli italiani “curati senza manicomi”, ma oggi “in assenza di risorse adeguate, il sistema dell’assistenza psichiatrica in Italia rischia il crollo”. È stato l’allarme lanciato dalla Società italiana di psichiatria (Sip) in vista del quarantennale della legge.

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Meno numerosi, stabilisce ancora il rapporto, i pazienti al di sotto dei 25 anni, mentre la più alta concentrazione si ha nella classe 45-54 anni con il 25,1% nei maschi e il 23,4% nelle femmine, che sono invece una percentuale più elevata nella classe over 75 anni, dove si riscontrano il 7,6% nei maschi e il 12,4% nelle femmine. I tassi relativi ai disturbi schizofrenici, ai disturbi di personalità, ai disturbi da abuso di sostanze e al ritardo mentale sono maggiori nel sesso maschile rispetto a quello femminile, mentre l’opposto avviene per i disturbi affettivi, nevrotici e depressivi.

PRESTAZIONI EROGATE: 11,8 MILIONI. Le prestazioni erogate nel 2016 dai servizi territoriali ammontano a 11 milioni 860 mila e 73 con una media di 15,4 prestazioni per utente: il 77,6% degli interventi è stato effettuato in sede, l’8,2% a domicilio e il resto in una sede esterna. Si registrano 108.847 dimissioni dalle strutture psichiatriche ospedaliere pubbliche e private; 7.963 trattamenti sanitari obbligatori nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura; 575.416 accessi al pronto soccorso per patologie psichiatriche, che costituiscono circa il 2,8% del numero totale di accessi al pronto soccorso a livello nazionale.

RICOVERO IN UNITÀ PICCOLE. Il ricovero esiste ancora, ma in unità operative più piccole, ed esiste una rete di servizi sociali «diffusa su tutto il territorio, con un’organizzazione omogenea da Nord a Sud, strutturata sui dipartimenti di salute mentale e i centri di salute mentale con visite e terapie ambulatoriali o a domicilio», ricorda Carpiniello.

Nel 2017 è stato chiuso l’ultimo degli ospedali psichiatrici giudiziari in Italia.

Per quanto riguarda l’assistenza psichiatrica ospedaliera, la remunerazione teorica delle prestazioni di ricovero ospedaliero è stata nel 2016 di 218,9 milioni. La dotazione complessiva del personale dipendente all’interno delle unità operative psichiatriche pubbliche alla fine del 2015 risulta pari a 31.586 unità, il 18,6% è rappresentato da medici, il 6,7% da psicologi, mentre il personale infermieristico rappresenta la figura professionale maggiormente rappresentata con il 44%.

NOVE POSTI LETTO OGNI 100 MILA ABITANTI. Nel 2016 il sistema informativo salute mentale ha rilevato dati di attività di 1.460 servizi territoriali, 2.282 strutture residenziali e 898 strutture semiresidenziali. Le strutture ospedaliere in convenzione che erogano attività di assistenza psichiatrica sono 22, l’offerta per i posti letto in degenza ordinaria è di 9,4 ogni 100 mila abitanti maggiorenni.

ANTIDEPRESSIVI, SPESA DI OLTRE 338 MILIONI. Quanto al consumo di farmaci in regime di assistenza convenzionata, per gli antidepressivi la spesa lorda complessiva è di oltre 338 milioni di euro con un numero di confezioni superiore a 34 milioni, per gli antipsicotici la spesa lorda complessiva è superiore a 68 milioni, per la categoria Litio di quasi 3,7 milioni.

LETTERA43 GIUSEPPE CHINA

Malati psichiatrici, storia del secondo Mondiale di calcio a 5

Andrea Montemurro, presidente federale della divisione Calcio a 5, spiega: “Noi diamo una mano dal punto di vista istituzionale e relazionale, cercando di seguire in tutto e per tutto questi atleti”. Quali prospettive in vista del Mondiale? “Cercheremo di vincerlo, ma l’aspetto sociale conta più di quello sportivo.

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Per quanto riguarda la distribuzione diretta, la spesa lorda complessiva degli antidepressivi è di 1,5 milioni di euro con un numero di confezioni pari a circa 661 mila, per gli antipsicotici 114 milioni con un numero di confezioni pari a 6,2 milioni, per la categoria Litio di oltre 68 mila euro con un numero di confezioni superiore a 34 mila.

LA SFIDA DI UNA DIAGNOSI PRECOCE. Secondo la psichiatra Valentina Mantua «solo le nuove tecnologie digitali e in particolare i data analytics potranno fare la differenza nel campo della prevenzione della diagnosi e della cura delle malattie mentali. La sfida è quella di ricercare biomarcatori che consentiranno una diagnosi precocissima e potrebbero essere le fondamenta della nuova modalità di misurazione delle funzioni superiori del cervello come l’umore, la memoria, la programmazione delle attività, l’attenzione e la percezione».

MALATO RITENUTO ANCORA PERICOLOSO. C’è ancora molto da fare: per esempio troppi in Italia concepiscono ancora il malato mentale come uno pericoloso, da rinchiudere. Scarseggiano le campagne educative e informative e si registra un progressivo sottofinanziamento della salute mentale. Che porta al depauperamento dei servizi, con una ricaduta pesante su strutture, operatori, mezzi, dotazioni.

Per 604 persone collocate all’interno delle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, altre 441 in questo momento sono in attesa di un posto

Nel 2017 anche l’ultimo degli ospedali psichiatrici giudiziari è stato chiuso per sempre. Al posto degli Opg sono nate, con l’approvazione della legge 81/2014, le Rems, Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, strutture più piccole che hanno eliminato quasi del tutto l’uso di mezzi contenitivi sui pazienti.

SU 28 STRUTTURE SOLO QUATTRO DEFINITIVE. Una rivoluzione gentile che avrebbe dovuto cambiare per sempre il destino dei “folli rei”, i malati di mente che hanno commesso un reato. Oggi però la situazione in Italia sembra già sull’orlo del collasso. I numeri, secondo il settimanale l’Espresso, parlano chiaro: per 604 persone collocate all’interno delle Rems, altre 441 in questo momento sono in attesa di un posto. E 41 di loro si trovano illegittimamente dietro le sbarre, senza una pena da scontare. Delle 28 strutture presenti in tutta Italia oggi soltanto quattro sono definitive.

PERCORSO DI RECUPERO, UNO SU 10 FALLISCE. La lista di coloro che aspettano di entrare nelle Rems si ingrossa giorno dopo giorno con una curva sempre crescente, anche di 50 unità a settimana. Alcuni sono ricoverati nei Centri di osservazione psichiatrica, piccoli reparti ospedalieri interni alle carceri. Altri si trovano nei centri clinici, sottoposti a pesanti trattamenti farmacologici. La maggior parte di loro è rinchiusa in celle comuni. Secondo alcuni esperti, si dispone il ricovero nelle Rems troppo facilmente, la rete dei servizi sociali non sempre riesce a lavorare bene e un paziente su 10, una volta uscito, fallisce nel suo percorso di recupero. Un insuccesso per tutti.

Pasta Zara? E’ in garanzia alla banca cinese

Giorgio Barbieri tribunatreviso.geolocal.it 22 maggio 2018

Riese. L’azienda minimizza: rapporti pregressi. Il vicepresidente Umberto Bragagnolo: «Non entrerò più nei locali produttivi»

RIESE PIO X. Ci potrebbe essere la Cina nel futuro di Pasta Zara, l’azienda con sede a Riese che sta vivendo un momento di difficoltà tanto da aver fatto richiesta di concordato al tribunale di Treviso. Ed è proprio in questa fase convulsa della vita del principale esportatore di pasta italiana nel mondo che filtrano due indiscrezioni. La prima è che tutta la quota di controllo del gruppo, di proprietà della holding della famiglia Bragagnolo, è in pegno alla Bank of China, di proprietà statale, la quale avrebbe anche altre garanzie patrimoniali su magazzini e marchio. La seconda è che a far precipitare la situazione sarebbe stato un decreto ingiuntivo ottenuto dalla Sace per 21 milioni di credito.

La pista cinese, resa pubblica da un articolo del Corriere della Sera, non viene smentita dall’azienda di Riese. Filtra però quello che, per la famiglia Bragagnolo, è il reale significato del rapporto con Bank of China. Infatti si sottolinea come la Ffauf, holding che controlla il 75% di Pasta Zara, avesse da tempo rapporti finanziari con l’istituto cinese e che le garanzie non significhino che la società sia già nelle mani dei cinesi.

E nelle stesse ore in cui si discute del futuro della società il vicepresidente di Pasta Zara, Umberto Bragagnolo, ha informato i lavoratori che da ieri non frequenterà più i locali produttivi del quartier generale di Riese Pio X attraverso una comunicazione affissa nei locali dell’azienda. Umberto, fratello del presidente Furio, rimarrà comunque nel Consiglio di amministrazione dove ricopre la carica di vicepresidente.

E ieri pomeriggio si è anche svolta un’assemblea fra le organizzazioni sindacali ed i dipendenti del sito trevigiano (gli altri due stabilimenti sono a Muggia, in provincia di Trieste, e a Rovato, nel Bresciano) in cui sono stati illustrati i contenuti di un incontro fra gli stessi sindacati e presidente e amministratore delegato, lo scorso venerdì. Pasta Zara è infatti in attesa che il Tribunale fallimentare di Treviso conceda il concordato preventivo “in bianco” chiesto alcune settimane fa e nomini un commissario incaricato di avviare un nuovo piano industriale finalizzato al rilancio industriale della società, pesantemente indebitata nei confronti di banche e fornitori.

Ora l’attenzione è però sul rapporto tra la controllante Ffauf e la società Pasta Zara. Ffauf è la holding della famiglia e poco più di un mese fa è stata trasferita in Italia dal Lussemburgo. Anche nella holding c’è un debito di circa 50 milioni di euro che pesano visto che, di fatto, non ci sono ricavi ma una partecipazione in Pasta Zara iscritta per 63 milioni. È qui che la Bank of China ha una consistente posizione creditoria garantita, come si diceva, dal 74% di Pasta Zara e dai magazzini. In teoria, se andasse a escutere le garanzie potrebbe impossessarsi del gruppo e avere la regia del concordato.

La crisi dell’azienda di Riese è deflagrata con la comunicazione dello scorso 3 maggio dell’azienda, firmata dal presidente, in cui si è resa nota l’impossibilità di saldare la cedola di un bond scaduta il 31 marzo, parte di un prestito quinquennale di cinque milioni di euro. La famiglia Bragagnolo ha scelto di non commentare, le forze sociali hanno però raccontato di una proprietà che non ha mai nascosto ai dipendenti la situazione di difficoltà e che finora ha regolarmente saldato le competenze.

Veneto Banca, respinto ricorso Consoli: sì a sequestri di villa e conti

Vvox.it 22 maggio 2018

Il tribunale del Riesame di Treviso ha respinto il ricorso presentato dall’ex amministratore delegato di Veneto Banca, Vincenzo Consoli, contro il sequestro della villa di Vicenza a Campo Marzo e il blocco dei conti correnti. Come scrive Giorgio Barbieri su La Tribuna a pagina 21, la richiesta di dissequestro era stata avanzata dall’avvocato di Consoli, Ermenegildo Costabile, a cui si era però opposto il pubblico ministero Massimo De Bortoli.

Proprio De Bortoli è ora alle prese con l’organizzazione dell’udienza preliminare del processo sul dissesto dell’ex popolare di Montebelluna. I tempi sono stretti: il processo era infatti inizialmente radicato a Roma prima che pochi mesi fa venisse dichiarata la competenza di Treviso sul procedimento a carico degli ex vertici di Veneto Banca per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Una delegazione di magistrati si era recata sabato scorso al Vicenza per studiare il metodo applicato dal tribunale berico nell’ambito del processo parallelo contro gli ex vertici della BpVi.

Il governo M5S-Lega proverà ad uscire dall’euro?

Cesare Sacchetti lacrunadellago.net 22 maggio 2018

Probabilmente dovranno ancora passare 24 ore di tempo prima di veder nascere il nuovo governo gialloverde formato da M5S e Lega. Dopo il pomeriggio di ieri, le delegazioni dei due partiti hanno fatto l’atteso nome del premier al quale vorrebbero affidare la guida del futuro governo, e le anticipazioni hanno confermato quanto previsto.

Il nome indicato da Salvini e Di Maio è quello di Giuseppe Conte, professore di diritto privato all’Università di Firenze. Le notizie dal Quirinale raccontano che Mattarella abbia preferito prendersi una pausa di riflessione prima di decidere se accettare l’indicazione dei due leader politici.

Ma le tensioni e i dubbi del Colle non sembrano essere solamente sul nome di Giuseppe Conte, tanto anche su quello di alcuni ministri.

Tra questi si fa insistentemente largo l’ipotesi che Paolo Savona, noto economista e accademico della LUISS molto critico nei confronti della moneta unica, possa andare al ministero dell’Economia. Il professore non ha smentito questa notizia, e ha parlato di una “tenzone” intorno al suo nome. Non è difficile immaginarne le ragioni.

Savona è stato uno dei primi economisti in Italia ad esprimere tutte le perplessità sulla struttura dell’unione monetaria già fin dal 1992, all’alba del Trattato di Maastricht che diede vita all’Unione Europea.

Il professore, ministro dell’industria nel governo Ciampi nel 1993, caldeggiò apertamente per l’Italia la soluzione dell’opting out, ovvero l’opzione nei trattati esercitata già da Gran Bretagna e Danimarca, che ha consentito ai due paesi di restare fuori dall’euro.

La storia purtroppo è nota. Il suggerimento di Savona non venne ascoltato e i successivi governi di centro sinistra degli anni’90, Prodi prima e D’Alema poi, proseguirono dritti sulla strada dell’unione monetaria senza nemmeno tentare di negoziare condizioni più favorevoli.

Ma il professore non si arrese e le sue perplessità sull’adesione all’euro per l’Italia finirono in un saggio del 1996 intitolato “L’Europa dai piedi di argilla”.

Negli ultimi anni il professore ha continuato a definire l’euro come “un cappio europeo che si va stringendo attorno al collo dell’Italia.”

Le regole europee soffocano l’economia italiana ed è quindi l’ora di “esaminare l’opportunità di restare o meno nell’Unione o nella sola euro area, come ha fatto e fa il Regno Unito”, aggiunse l’economista.

Dunque le fibrillazioni intorno al suo nome sono perfettamente comprensibili, specialmente da parte del Colle che nelle ultime settimane è sembrato più preoccupato a chiedere il rispetto dei trattati europei che quello della Costituzione italiana.

Se Savona riuscirà ad entrare a via XX Settembre, la tensione probabilmente salirà ancora. Per la prima volta da molti anni, ci potrebbe essere un ministro dell’Economia che ha suggerito apertamente di prendere in considerazione l’uscita dall’euro.

Washington pronta a sostenere il governo gialloverde?

E’ una partita che potrebbe giocarsi con ogni probabilità su opposte sponde dell’Atlantico e che vedrebbe fronteggiarsi da un lato Washington, con l’amministrazione Trump critica delle politiche della Germania che continua ad accumulare enormi surplus commerciali, e dall’altro l’asse franco-tedesco, più spostato verso Berlino, che non ammette deviazioni dalla sacra linea del rigore.

In mezzo, l’Italia, che giocherà ancora una volta un ruolo chiave per i destini dell’eurozona e probabilmente delle relazioni internazionali.

Se dunque Parigi e Berlino speravano in un governo formato da PD e M5S, molto più spostato verso l’asse preferito da Bruxelles, questo esecutivo targato M5S-Lega sembra pendere molto di più verso Washington ed anche Mosca, dal momento che è c’è la possibilità che possano essere rimosse le sanzioni alla Russia.

Un eventuale asse Washington-Roma-Mosca avrebbe sicuramente tutto il peso necessario per rimettere in discussione non solo le politiche economiche dell’UE a guida tedesca che hanno portato ad un aumento del debito pubblico di 15 punti percentuali dall’avvento di Mario Monti a Palazzo Chigi e ad una disoccupazione costantemente a doppia cifra, ma la stessa appartenenza dell’Italia all’euro.

Savona se riceverà la nomina, potrebbe essere proprio l’uomo ideale per guidare questa transizione. La sua lunga esperienza e le sua profonda conoscenza degli equilibri internazionali sono gli strumenti migliori per  gestire quello che potrebbe essere un delicatissimo passaggio.

La sua appartenenza all’Aspen Institute, il noto think tank di ispirazione atlantista, potrebbe anche rivelarsi utile per cercare di utilizzare delle divisioni che da tempo ci sono all’interno dell’establishment politico ed internazionale.

Divisioni che si possono vedere nello stesso Aspen Institute, dove ci sono da un lato Mario Monti, l’uomo che si è fatto portavoce ed esecutore del rigore di Berlino a Roma, e Romano Prodi, uno dei padri dell’euro, e dall’altro Giulio Tremonti e lo stesso Savona, i più euroscettici tra i membri italiani del gruppo.

Si sta consumando quindi una durissima battaglia tra le èlite sulle sorti della Penisola e la sua appartenenza all’euro? Probabilmente sì, e questo esecutivo che sta per nascere potrebbe trovarsi proprio al centro di questa “tenzone” come l’ha definita lo stesso Paolo Savona.

Governo M5S-Lega: titoli bancari tramortiti dai sell, pagano esposizione BTP ma non solo

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com 22 maggio 2018

Il forte sell off che sta mettendo KO gli asset italiani non risparmia i titoli bancari

D’altronde la paura è sempre la stessa: le banche italiane detengono in portafoglio debito sovrano italiano per quasi 350 miliardi di euro, il 10% degli asset investiti in media sui titoli di debito pubblici in generale. Si tratta di una esposizione decisamente più incisiva rispetto alla quota del 3,7% e del 2,2% detenute, stando ai dati di Bloomberg Intelligence, rispettivamente dalla Germania e dalla Francia.

In questo contesto, gli analisti di BI sottolineano che, nonostante le basse valutazioni che detengono rispetto alle altre banche europee, i titoli bancari italiani potrebbero comunque non risultare appetibili agli occhi degli investitori, “a causa della minaccia, che rimane, rappresentata delle politiche fiscali che M5S e Lega vogliono lanciare”.

Minaccia che si riversa soprattutto sui BTP e di conseguenza sullo spread BTP-Bund. I tassi decennali italiani balzano al record dal novembre del 2014 e, ai livelli attuali, sono inferiori rispetto ai tassi sui Treasuries Usa di appena 70 punti base.

Ma attenzione anche al trend dei tassi dei bond a due anni che, alla vigilia, hanno riportato il balzo più forte dall’ottobre del 2014, ovvero in quasi quattro anni.

Di conseguenza, oltre allo spread BTP-Bund a 10 anni, che siamo abituati a monitorare sugli schermi ogni giorno, e che ha sfiorato quota 190 punti, con un rally monstre dell’11%, finisce sotto i riflettori anche il differenziale tra tassi italiani e tedeschi a due anni, che indica praticamente il maggior rischio di breve termine dell’Italia sulla Germania. Questo spread ora oscilla attorno a 90 punti base, quattro volte circa il livello considerato normale.

A questo punto, si può dire che i mercati si sono risvegliati, dopo la lunga parentesi di calma e, secondo la stessa Goldman Sachs, di compiacenza, che hanno vissuto nel periodo post elezioni politiche italiane.

Riguardo a quello che in passato è stato definito abbraccio mortale tra banche italiane e BTP (presenti nei loro bilanci), tra i titoli bancari che sono capitolati nelle ultime ore, a Piazza Affari, si è messo in evidenza, come riporta Reuters, soprattutto quello di Credito Valtellinese. Le quotazioni sono scivolate di oltre -6%. La perdita non è stata sicuramente un caso se si considera che Creval è una delle banche italiane quotate in Borsa a detenere la maggiore esposizione ai BTP in relazione sia al valore totale degli asset che a quello del capitale.

I sell sui titoli bancari si spiegano anche con il contratto di governo M5S-Lega. In particolare, il capitolo 5 “Banche per gli investimenti e il risparmio” ha già messo le banche sull’attenti, laddove recita che, “in materia di recupero forzato dei crediti da parte di banche e società finanziarie, intendiamo sopprimere qualunque norma che consenta di poter agire nei confronti dei cittadini debitori senza la preventiva autorizzazione dell’autorità giudiziaria”.

Come ha fatto già notare un articolo di Reuters, la nota non è di facile interpretazione. O meglio, quanto scritto è suscettibile di diverse interpretazioni.

Tuttavia, il suo contenuto è stato più che sufficiente a scatenare i timori tra chi opera nel settore recupero crediti. E a chi continua a guardare alla mole di NPL, ergo di crediti deteriorati, che tuttora, nonostante gli indiscutibili miglioramenti, si conferma la spina conficcata nel fianco delle banche italiane.

Se è vero, così come sembra, che il M5S e la Lega vogliono lanciare un iter più soft del recupero forzato dei crediti, tutelando in questo modo i “cittadini debitori”, allora per gli istituti di credito italiani la notizia non è affatto buona, in quanto ciò significa che la maggiore inevitabile difficoltà che incontreranno nel cercare di riavere indietro i soldi prestiti aumenterà la probabilità che il carico degli asset non performanti presente nei loro bilanci aumenti.

Non per niente, tra i titoli bancari affossati dalle perdite, oltre a Creval, si è messa in evidenza anche la flessione di DoBank, principale società in Italia attiva nel recupero crediti per conto di banche e industrie, che ha visto ieri le quotazioni scendere del 4,5%: perdita che ha portato il trend dell’ultima settimana a una flessione del 20%.

Banche, ora l’urgenza sono gli incagli

Andrea Greco repubblica.it 22 maggio 2018

<p>«T re anni fa, per conto di un’impresa del Nord, andai in una banca quotata a dire che il mio cliente, esposto per 20 milioni, non sarebbe riuscito a rimborsarli, e forse era il caso di avviare una procedura. Il dirigente con cortesia mi disse: torni a casa e stia tranquillo». L’aneddoto (nomi omessi), spiega con quale benevolente pazienza sianostati trattati alcuni crediti incerti in Italia. L a merce bancaria in deperimento per un decennio è stata tenuta più possibile sotto il tappeto, per evitare che le due recessioni, che ha moltiplicato per cinque i prestiti inesigibili oltre i 200 miliardi di euro lordi, facesse fiorire troppo le sofferenze ( Non performing loans), capaci di azzerare utili e patrimoni di tanti istituti. Ma in tal modo, miliardi di altre esposizioni, classificate in bonis o incagli (ora la Bce vuole che si chiamino Utp, Unlikely to pay) restava sommerso nei bilanci, e gestito in sordina. Dal 2016 è cambiato tutto. Spinte dai diktat di vigilanza e dall’esigenza di dare redditività al capitale immesso dagli azionisti, le banche hanno avviato importanti operazioni di pulizia, creando uno dei primi mercati mondiali del credito deteriorato. Nel 2017 sono passati di mano circa 70 miliardi di sofferenze nette: una cifra simile si stima sarà negoziata quest’anno, sull’onda delle cartolarizzazioni di Npl con garanzia statale (Gacs) che valgono per tre quarti dei volumi attesi 2018. Le sofferenze, che per le prime 10 banche nostrane sono ormai svalutate al 70 per cento medio e ridotte a 37 miliardi di valore netto, sono quasi rientrate nella norma. È sul fronte dei vecchi incagli che siamo alle prime pagine del libro. Perché, se una sofferenza è un credito inevaso poi trasformato in procedura legale, un incaglio è materia viva: c’è dietro un’impresa, che bisogna decidere se far vivere – anche con nuova finanza – o morire. Sarebbe l’essenza del mestiere bancario, ma in questo tempo di rivolgimenti normativi, pressioni di vigilanza e fretta di pompare redditività, diversi istituti si paralizzano davanti alla mole degli Utp come certi animali nella savana fiutando il pericolo. Secondo Pwc, che ha dedicato uno studio al tema, sono gli Utp «la priorità delle banche italiane per il 2018». E se il buon giorno si vede dal mattino, l’analisi dei conti a fine marzo mostra come, pur in assenza di significative cessione di crediti incagliati, le banche stiano facendo spazio nei bilanci ai futuri smaltimenti. Le prime 10 hanno ridotto da 48 a 43 miliardi gli Utp netti, e aumentato la loro copertura dal 34,9 al 38 per cento medio. Il calo trimestrale è frutto di rimborsi, passaggi a sofferenze e aumento di coperture, in buona parte favorito dal principio contabile Ifrs 9, che nella sua prima adozione ha consentito di non far passare a conto economico i nuovi accantonamenti, salvaguardando gli utili. Finora solo Mps ha ceduto 200 milioni di incagli, con effetti non significativi sui conti: il che implica un valore di cessione di 60 su 100. La banca di Marco Morelli, che ne ha ancora per 6 miliardi netti, ha un programma strutturato di cessione di 1,5 miliardi quest’anno, e ha alzato da 2 a 4 miliardi l’obiettivo 2019 di vendite di Utp. Anche Carige sta trattando per venderne per 500 milioni: ha ricevuto 30 offerte non vincolanti «di primissimo livello», ha detto l’ad Paolo Fiorentino, fiducioso di chiudere entro l’anno. Mentre i gestori francesi di Cariparma confidano di venderne entro l’estate 450 milioni. «Vedremo prezzi e impatto di tali transazioni dal secondo semestre – dice Luca Penna, partner di Bain & Company – ma mi aspetto che ne partano altre, anche perché il differenziale tra copertura delle sofferenze e degli Utp continua a salire, e alle banche conviene sempre meno imbarcare nei conti la volatilità che arriva dagli Utp». Se, infatti, le sofferenze generano pochi effetti di costo del rischio, ogni volta che un Utp diventa sofferenza – in media accade al 15 per cento del totale – va accantonato un altro 32 per cento del suo valore, per il fatto che gli Npl sono coperti in media al 70, gli Utp al 38 per cento. Anche Pwc ha notato «pochi movimenti e limitati passi avanti» sugli Utp, che pure nel 2017 hanno superato per valore netto le sofferenze (66 miliardi contro 64 sui dati 2017). «Siamo convinti che nei prossimi mesi vedremo una crescente attenzione nella ricerca delle migliori soluzioni strategiche per rispondere alla sfida – dice Pier Paolo Masenza, partner di Pwc -. Un ruolo potenzialmente rivoluzionario potrebbero essere le cartolarizzazioni di Utp». Per arrivarci, Pwc consiglia di prepararsi con «una segmentazione del portafoglio e una specifica perizia su ogni singola posizione, per comprendere l’asset quality e individuare la soluzione ottimale» tra la gestione interna dei dossier incagliati, l’appalto a servicer terzi o la loro vendita. Finora, tra idee e propositi, sono in pochi a metterli a terra, perchè la questione è tanto promettente quanto complessa. Difficile è trovare investitori disposti a fare un mestiere da private equity, più che da fondo specializzato, che presuppone capacità di valutare le prospettive dell’azienda indebitata, disegnare la sua ristrutturazione e procurarle nuova finanza. I rendimenti possono arrivare al 15-25 per cento annuo, il doppio di chi compra Npl: ma servono capacità manageriali e giuridiche, per negoziare con imprenditori e dirigenti (anche rimuoverli, nel caso), trattare coi consorzi bancari, valutare procedure stragiudiziali. Tra i candidati allo sbarco nella gestione di Utp si prepara la Spaxs di Corrado Passera, che si è messo in proprio per offrire soluzioni finanziarie alle Pmi, e dopo l’acquisto di Banca Interprovinciale attende l’ok di Bankitalia per avviare un gruppo da 6-7 miliardi di attivo, che sfrutti la leva bancaria per investire nel segmento, e in seguito formare alleanze. Anche Kruk, gruppo polacco forte nel gestire sofferenze sui crediti al consumo non garantiti, sta investendo in Italia (nel 2016 con un servicer a La Spezia, ora con l’acquisto della Agecredit di Cesena) per offrire alle banche la gestione di Npl e Utp di piccola taglia. «Uno dei canali di crescita più importanti, come servicer, sono gli proprio Utp – dice Alessandro Scorsone, il manager di Kruk che ha assunto la carica di ad di Agecredit -. Già dal 2018 gestiremo crediti Utp delle banche, con il meccanismo della success fee. Nel giro di 12-18 mesi, quando sarà più chiara la loro composizione, puntiamo a comprarne in proprio». </p>

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