Banche, ora l’urgenza sono gli incagli

Andrea Greco repubblica.it 22 maggio 2018

<p>«T re anni fa, per conto di un’impresa del Nord, andai in una banca quotata a dire che il mio cliente, esposto per 20 milioni, non sarebbe riuscito a rimborsarli, e forse era il caso di avviare una procedura. Il dirigente con cortesia mi disse: torni a casa e stia tranquillo». L’aneddoto (nomi omessi), spiega con quale benevolente pazienza sianostati trattati alcuni crediti incerti in Italia. L a merce bancaria in deperimento per un decennio è stata tenuta più possibile sotto il tappeto, per evitare che le due recessioni, che ha moltiplicato per cinque i prestiti inesigibili oltre i 200 miliardi di euro lordi, facesse fiorire troppo le sofferenze ( Non performing loans), capaci di azzerare utili e patrimoni di tanti istituti. Ma in tal modo, miliardi di altre esposizioni, classificate in bonis o incagli (ora la Bce vuole che si chiamino Utp, Unlikely to pay) restava sommerso nei bilanci, e gestito in sordina. Dal 2016 è cambiato tutto. Spinte dai diktat di vigilanza e dall’esigenza di dare redditività al capitale immesso dagli azionisti, le banche hanno avviato importanti operazioni di pulizia, creando uno dei primi mercati mondiali del credito deteriorato. Nel 2017 sono passati di mano circa 70 miliardi di sofferenze nette: una cifra simile si stima sarà negoziata quest’anno, sull’onda delle cartolarizzazioni di Npl con garanzia statale (Gacs) che valgono per tre quarti dei volumi attesi 2018. Le sofferenze, che per le prime 10 banche nostrane sono ormai svalutate al 70 per cento medio e ridotte a 37 miliardi di valore netto, sono quasi rientrate nella norma. È sul fronte dei vecchi incagli che siamo alle prime pagine del libro. Perché, se una sofferenza è un credito inevaso poi trasformato in procedura legale, un incaglio è materia viva: c’è dietro un’impresa, che bisogna decidere se far vivere – anche con nuova finanza – o morire. Sarebbe l’essenza del mestiere bancario, ma in questo tempo di rivolgimenti normativi, pressioni di vigilanza e fretta di pompare redditività, diversi istituti si paralizzano davanti alla mole degli Utp come certi animali nella savana fiutando il pericolo. Secondo Pwc, che ha dedicato uno studio al tema, sono gli Utp «la priorità delle banche italiane per il 2018». E se il buon giorno si vede dal mattino, l’analisi dei conti a fine marzo mostra come, pur in assenza di significative cessione di crediti incagliati, le banche stiano facendo spazio nei bilanci ai futuri smaltimenti. Le prime 10 hanno ridotto da 48 a 43 miliardi gli Utp netti, e aumentato la loro copertura dal 34,9 al 38 per cento medio. Il calo trimestrale è frutto di rimborsi, passaggi a sofferenze e aumento di coperture, in buona parte favorito dal principio contabile Ifrs 9, che nella sua prima adozione ha consentito di non far passare a conto economico i nuovi accantonamenti, salvaguardando gli utili. Finora solo Mps ha ceduto 200 milioni di incagli, con effetti non significativi sui conti: il che implica un valore di cessione di 60 su 100. La banca di Marco Morelli, che ne ha ancora per 6 miliardi netti, ha un programma strutturato di cessione di 1,5 miliardi quest’anno, e ha alzato da 2 a 4 miliardi l’obiettivo 2019 di vendite di Utp. Anche Carige sta trattando per venderne per 500 milioni: ha ricevuto 30 offerte non vincolanti «di primissimo livello», ha detto l’ad Paolo Fiorentino, fiducioso di chiudere entro l’anno. Mentre i gestori francesi di Cariparma confidano di venderne entro l’estate 450 milioni. «Vedremo prezzi e impatto di tali transazioni dal secondo semestre – dice Luca Penna, partner di Bain & Company – ma mi aspetto che ne partano altre, anche perché il differenziale tra copertura delle sofferenze e degli Utp continua a salire, e alle banche conviene sempre meno imbarcare nei conti la volatilità che arriva dagli Utp». Se, infatti, le sofferenze generano pochi effetti di costo del rischio, ogni volta che un Utp diventa sofferenza – in media accade al 15 per cento del totale – va accantonato un altro 32 per cento del suo valore, per il fatto che gli Npl sono coperti in media al 70, gli Utp al 38 per cento. Anche Pwc ha notato «pochi movimenti e limitati passi avanti» sugli Utp, che pure nel 2017 hanno superato per valore netto le sofferenze (66 miliardi contro 64 sui dati 2017). «Siamo convinti che nei prossimi mesi vedremo una crescente attenzione nella ricerca delle migliori soluzioni strategiche per rispondere alla sfida – dice Pier Paolo Masenza, partner di Pwc -. Un ruolo potenzialmente rivoluzionario potrebbero essere le cartolarizzazioni di Utp». Per arrivarci, Pwc consiglia di prepararsi con «una segmentazione del portafoglio e una specifica perizia su ogni singola posizione, per comprendere l’asset quality e individuare la soluzione ottimale» tra la gestione interna dei dossier incagliati, l’appalto a servicer terzi o la loro vendita. Finora, tra idee e propositi, sono in pochi a metterli a terra, perchè la questione è tanto promettente quanto complessa. Difficile è trovare investitori disposti a fare un mestiere da private equity, più che da fondo specializzato, che presuppone capacità di valutare le prospettive dell’azienda indebitata, disegnare la sua ristrutturazione e procurarle nuova finanza. I rendimenti possono arrivare al 15-25 per cento annuo, il doppio di chi compra Npl: ma servono capacità manageriali e giuridiche, per negoziare con imprenditori e dirigenti (anche rimuoverli, nel caso), trattare coi consorzi bancari, valutare procedure stragiudiziali. Tra i candidati allo sbarco nella gestione di Utp si prepara la Spaxs di Corrado Passera, che si è messo in proprio per offrire soluzioni finanziarie alle Pmi, e dopo l’acquisto di Banca Interprovinciale attende l’ok di Bankitalia per avviare un gruppo da 6-7 miliardi di attivo, che sfrutti la leva bancaria per investire nel segmento, e in seguito formare alleanze. Anche Kruk, gruppo polacco forte nel gestire sofferenze sui crediti al consumo non garantiti, sta investendo in Italia (nel 2016 con un servicer a La Spezia, ora con l’acquisto della Agecredit di Cesena) per offrire alle banche la gestione di Npl e Utp di piccola taglia. «Uno dei canali di crescita più importanti, come servicer, sono gli proprio Utp – dice Alessandro Scorsone, il manager di Kruk che ha assunto la carica di ad di Agecredit -. Già dal 2018 gestiremo crediti Utp delle banche, con il meccanismo della success fee. Nel giro di 12-18 mesi, quando sarà più chiara la loro composizione, puntiamo a comprarne in proprio». </p>